figurine e biglietti

gli amici blogger sono come un porto. spesso sono lontani ma puoi sentirne l’odore. con gli amici blogger ci si annusa sempre un po’. e prima di arrivare, a volte chiedi aiuto alla torre di controllo che stai finendo l’aria dentro al serbatoio. talvolta inizia con un ehi. poi l’urgenza di dire sono qui. ciao come stai, cosa fai, tutto bene. quattro chiacchiere e la periodicità degli inviti buttati lì tra una portata e l’altra. qualche volta raccogli quel biglietto da visita e parti. come ieri. il giorno prima mi ha detto vado a sentire nick cave. epporcamiseria, ho risposto, lo volevo sentire anch’io.

allora vieni, venite.

a torino?

non è così lontano.

no, non è così lontano.

il giorno dopo siamo partiti la sera e la notte eravamo seduti su un prato freddo prima che il rock duro riscaldasse l’anima. niente male questo nicola caverna e la cattiva semenza. all’alba ci siamo svegliati, abbiamo preso il treno al volo, per tornare a quel lavoro che avevamo lasciato la sera prima.

ma io.

avevo in tasca delle figurine. perché succede che quando capisci di essere nell’isola che non c’è, incontri i bambini sperduti. ci eravamo promessi le figurine contro la nostalgia. ne ho vinto una gialla con un portafortuna rosso sopra, un invito degli amici del fiume.

e già questo, stamattina mi sarebbe bastato. invece è successa una cosa.

sono scesa in metropolitana, mi sono messa bravin bravella in coda alle macchinette per acquistare il mio biglietto. ad un tratto un signore americano sulla cinquantina mi si è avvicinato, mi ha detto nella sua lingua, ho questo biglietto che è buono ancora per qualche ora, io me ne vado, lo vuoi? l’ho guardato, gli ho chiesto davvero? ma è sicuro? certo mi ha risposto. ci siamo scambiati un sorriso, il biglietto è passato di mano e a quel punto abbiamo ripercorso uno la strada dell’altro.

poi sono arrivata al mio capolinea. guardavo il biglietto, avrei voluto tenerlo per ricordo. non era giusto. ci sono tanti tipi di ricordo mi sono detta. ho alzato lo sguardo. una donna slava stava prendendo il portafoglio. mi sono avvicinata e le ho detto nella mia lingua, ho questo biglietto che ha una storia, lo vuole? e le ho raccontato la storia di quel biglietto. lei mi ha chiesto davvero? ma è sicura? certo, ho risposto. ci siamo scambiate un sorriso, il biglietto è passato di mano e a quel punto abbiamo ripercorso una la strada dell’altra.

poi ho fatto una rampa di scale, il sole brillava.

va bene cominciamo, ho detto.

quel che non sospetti

non è importante quel che mi fanno vedere ma quel che mi nascondono, e soprattutto quel che non sospettano che vi sia in loro.

robert bresson

tutto bene e voi?

talvolta per essere sicuri della propria normalità bisogna fare qualche pazzia.

umf. normalità. vediamo. che io delle normalità non son mica sicura. ma questo l’ho già detto.

diciamo che le pazzie servono per sapere che tutto è occhei.

ché poi se arrivano i messaggi senza senso dai tuoi amici, bè, tiri un sospiro di sollievo e dici tutto bene anche oggi.

ma ecco che mi fermo e dico cavolo. insomma, stavo pensando a quelli lì in alto. ma sì quelli lì che più che stare in alto, si danno delle arie e allora con tutto quel vento che si tirano gli pare proprio di essere in alto. pazzie le loro? no stronzate vah. bene tutto occhei allora.

se solo avesse saputo

se solo avessi saputo questa mattina che avrebbe spiovuto, forse non sarei uscita nel nubifragio a piedi, non mi sarei bagnata come un pulcino, avrei fatto tardi come al solito e adesso non starei a starnutire ogni cinque nanosecondi.

se solo carlotta avesse saputo che a quell’appuntamento ci sarebbe stata la sua storia finita male, forse non ci sarebbe andata, non starebbe sotto la doccia immobile a pensare cosa cavolo ha sbagliato, si sarebbe convinta di avere dietro l’angolo un’altra meravigliosa occasione d’amore.

se solo edoardo avesse saputo che attraversando le strisce con quella bicicletta, l’auto non si sarebbe fermata, forse non si sarebbe avventurato quel pomeriggio, forse avrebbe guardato negli occhi l’automobilista per cercare di capire le sue intenzioni, e adesso non sarebbe al pronto soccorso per le lastre.

il professore jules hilbert tenne diversi seminari sul “se solo avesse saputo” e sui possibili sviluppi di una storia. l’inizio sarebbe stato lo stesso, e la fine anche?

quale partecipazione può avere il protagonista nello svolgersi del suo destino?

tuttavia, se carlotta avesse chiesto a calvino quale fine sarebbe stata più adatta alla sua storia, lo scrittore l’avrebbe fatta diventare un lettore e le avrebbe chiesto: lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l’eroe e l’eroina si sposavano oppure morivano. il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.

il professore hilbert, che come tutti gli anglosassoni ha un maggiore senso pragmatico e gode di una buona sintesi, avrebbe aggiunto concludendo: l’ultima cosa da decidere definitivamente è se lei si trovi in una commedia o in una tragedia.

poi c’è harold che pur avendo saputo, andò incontro al suo destino. non è meraviglioso un uomo così?

certo l’epilogo della mia storia, mi aveva fatto dimenticare che questa mattina mentre pioveva dall’ombrello, mentre i miei piedi erano completamente immersi nell’acqua e il mio vestito grondava, io ridevo, mi dicevo non è possibile e cantavo singing in the rain.

carlotta si ricordò in un lampo una sera d’estate, mentre rideva e chiacchierava di gusto con la sua storia finita male e si ricordò di aver pensato com’è bello finché dura.

edoardo vide dalle lastre che in fondo non si era fatto niente e dall’assicurazione prese un bel gruzzolo con cui si poté comprare anche la tanto sognata motocicletta.

io d’altro canto, lo so, non dovrei vedere certi film. ma quando mi citano calvino in una pellicola americana, bè non resisto…vado in brodo di giuggiole. se avete una domanda, per me, in calvino trovate le risposte. se solo avessimo saputo che siamo tutti dentro una storia, come una notte d’inverno un viaggiatore. o forse è vero il detto che chi cerca trova. se solo sapessi come fare.

Dimmi che sarà così

Era notte poco tempo fa. Il cielo era scuro senza stelle. All’improvviso è diventato bianco, poi a intermittenza. Le porte si sono aperte e una folata di vento è entrata nella stanza. Sta per arrivare il temporale, ho detto, è ora di tornare a casa. Siamo saliti in macchina.

Lungo la strada che costeggia un campo verde, una bicicletta procedeva lenta. Lui sul sellino, le mani saldamente attaccate al manubrio, lei sul porta pacchi, seduta di traverso, aveva la guancia appoggiata alla schiena di lui.

Ha iniziato a piovere. Lui, serio in volto, era sereno, lei sorrideva, le sue braccia gli cingevano la vita. Avranno avuto fra i sessanta e i settantanni. La musica leggera nella macchina si è mescolata al ticchettio della pioggia. Non ho saputo trattenere i pensieri e sono volati lontano. Ho visto i miei capelli bianchi su quel portapacchi e il sorriso della donna diventare il mio stesso sorriso.

Sono scesa dalla macchina, ho salutato, ho detto come sono belli i temporali. Chi guidava mi ha detto non preoccuparti neru se ci va male sai che a quarantacinque anni metteremo su il nostro progetto di co-housing. Non resteremo soli, vedrai.

Mi sono avviata verso casa. Ho chiuso il cancello e ho rallentato il passo. Sono rimasta sotto la pioggia. Era fresca. Il cielo era bianco.

Sono passati venti minuti. La mia camicia fine di cotone bianco è ormai asciutta, anche i miei capelli lo sono. Fuori piove ancora, si sentono i lampi e una leggera brezza entra dalla finestra spalancata.

Stasera ho scritto per ricordarmi di quel volto appoggiato a una schiena, della pioggia che non li spaventava e della speranza sul mio volto sereno.

pillole educative #1

a volte bisogna imparare a farsi odiare.

cogliere le occasioni nel tempo

saranno stati alcuni mesi fa.

ero sul lavoro e ho visto arrivare la mia professoressa di latino del biennio.

l’ho guardata. le ho chiesto mi riconosce. mi ha risposto certo. mi ricordo di tutti o quasi, mi ha detto.

abbiamo cominciato a chiacchierare e a raccontare di noi. a me faceva sempre ridere quando si lamentava della mia scrittura alla lavagna. diceva che prendevo il volo.

poi ho preso il coraggio a due mani, perché mi vergognavo un po’ di dirglielo. ma l’ho fatto. l’ho ringraziata. per quello che avevo imparato, per quello che mi aveva insegnato. le ero grata per il metodo e per il modo, quello che mi era servito nel tempo e mi serviva ancora. soprattutto ero riconoscente per quello che apparentemente non serve. ricordavo quel modo di parlare e quei sorrisi che mi predisponevano allo studio.

mi ha ringraziato. mi ha detto che in fondo essere serviti a qualcuno o a qualcosa è piacevole. che è bello quando i ricordi sono reciproci. mi ha detto ciao vado in vacanza per un po’.

sarà stata qualche settimana fa. mi hanno chiamato. mi hanno detto che aveva scoperto di avere un cancro e che in una settimana se ne è andata.

sono rimasta senza parole. poi ho detto ah. poi ho sorriso. poi ho pensato che è stato bello incontrarla. che è una fortuna quando ci si può guardare negli occhi e dirsi grazie. è bello avere l’occasione di dire alle persone quanto sono state importanti per te.

e so che a qualcuno forse non lo dirò mai. così il mio sguardo si posa altrove lontano e attende. forse un’occasione. forse chissà.

i contributi dei lettori sull’amante perfetta

ho sempre desiderato un blog alla men’s health.

ho sempre adorato fare l’opinionista gossippara e adoro ricevere la posta del cuore. dovrei decidermi ad aprire una rubrica.
per ora tutto questo non avviene e mi accontento delle mail che arrivano a fulì grazie ai post che pubblichiamo insieme.

ce n’era uno che parlava di amanti e una ragazza ha inviato una lettera, raccontando il suo punto di vista.

fulì si vanta di questo, del fatto che gli scrivano, dico.
a me piace pubblicare le lettere che arrivano, perché credo che fondamentalmente mi piaccia condividere. solo le idee e le cose ovviamente, non direi la stesso per le persone. perché certi rapporti sono unici. comunque, è quasi un mese che devo pubblicarla.

forse è arrivato il momento.
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serracchiani grazie al cielo non sei una leader

lo scorfano l’ha scritto molto meglio di chiunque altro qui.

e comunque e per questo, io continuo a sostenere la serracchiani.

credo che il primo valore che una donna dovrebbe far conoscere, come caratteristica peculiare, sia l’uso del tempo, il secondo il senso del ritmo.

sono un cliente anomalo

ma il cliente non ha sempre ragione?

com’è che quando ci sono di mezzo io, ho sempre torto?