synthesis on my mind

9 febbraio 2010 neru Lascia un commento

neve freddo fuoco ilarità paura stupore complessità semplicità evidente colore. che succede là fuori?

Categories: ten-word

le dimensioni della famiglia #2

8 febbraio 2010 neru Lascia un commento

ovvero ricordo chiaramente taco dire: ma nella tua famiglia tutti storditi?

in senso positivo? chiesi. ovviamente! rispose.

***

alle 22.35 io, seduta comodamente sul mio divano letto a vedere librerie, sedie, letti, forni, cappe, frigo, piani cottura che bleah non ne posso più, ricevo sms di genitrice

“mia cara abbiamo fatto le chiacchiere. ora le mangiamo con una bella bottiglia di vino. peccato che non sei qui. baci da tutti noi”.

momento di commozione prende le viscere della scrivente che in un sussulto di ilare gioia acchiappa al volo il proprio cellulare -dico, mi accade raramente di rispondere nel giro di nanosecondi- e scrive queste testuali parole

“mamminaaa che meravilia, io commossa sono. un bicchiere anche per me. bacia tutti”.

non passa che una manciata irrilevante di minuti fatti di ma un post non lo scrivo? che genitrice prontamente risponde.

“ci siamo quasi ubriacate”.

ecco appunto. invidia.

le dimensioni della famiglia #1

5 febbraio 2010 neru Lascia un commento

cinque giorni fa ero padova a festeggiare un anniversario. quello dei miei genitori. l’anniversario di matrimonio. cinquant’anni che a dirlo, a me toglie il fiato.

pensavo a questa ricorrenza e pensavo agli anni passati. pensavo che in questi momenti si ricordano le cose belle e si langue un po’. così ho pensato ai battibecchi, alle urla, alle parole che tagliano come coltelli giapponesi, alle porte sbattute, ai passi fatti al buio quando si tornava tardi e ai dove vai signorina, ai non voglio tornare a casa, ai rimproveri, ai non mi capisci, ai quanto siete antichi, al chiedere perché non vi separate, allo sbuffare, al chiudersi in stanza.

così mi sembrava che a conti fatti tutti questi anni avessero avuto il dono dell’equilibrio instabile per durare, un equilibrio asimmetrico. sicuramente non solo quello. certe cose non si capiscono davvero. si lascia fare alla magia e bon. ma è la meraviglia che domina. una meraviglia che non ha odore né colore, non è bianca o nera, è scintillante; è come una bella donna seduta a un bar che sorseggia un caffè caldo mentre legge un libro; è la sabbia fra quelle pagine; è il vento che ti scompiglia i capelli e che ti fa scendere una lacrima anche se sei felice.

un po’ di tempo fa tfm ha scritto sul suo blog “Facciamo un gioco. Vi faccio una domanda e voi rispondete la prima cosa che vi viene in mente. La domanda è: che cosa rappresenta alla perfezione l’Italia e la unisce da Nord a Sud? Se la facessero a bruciapelo a me     “

la prima cosa che ho pensato è stata pizza. giuro.

lui, tfm dico, ha detto un’altra cosa.

mi ha stupito.

lui ha detto qualcosa che non avrei detto.

ha detto “Se la facessero a bruciapelo a me, risponderei: la famiglia“.

la famiglia??? verdad?

così sono rimasta in bilico per un po’ col pensiero. mi sono ricordata del mio fine settimana a festeggiare quell’anniversario.

ora immaginatevi me anche se non mi conoscete. immaginatevi me mentre sono in anticipo alla stazione centrale di milano (nevicava infatti, nevica anche adesso ma che ho fatto ancora?), immaginatevi che prendo il treno arrivo a padova e corro verso la mia destinazione. io che organizzo tutto. a ognuno il suo compito e quando non lo do, gli altri si fanno avanti per aiutarmi ognuno come può.

allora tutti d’accordo: vi fate trovare qui, vi nascondete e quando arrivano i festeggiati saltate fuori e dite cucù!

continuate a immaginarvi me che esco da quel posto di sorpresa convinta di vedere mia sorella, con tutta una masnada di gente appresso e di chiamare al telefono mio padre. esco dalla porta e.

spostate inquadratura. le vedete tre macchine in autostrada? due sono abitate da alcuni invitati, nell’altra i festeggiati. si evitano, s’incrociano e non lo sanno. parcheggiano dove non devono parcheggiare, camminano dove non devono camminare.

bene. ora inquadrate sulla città. padova. ci vedete rincorrerci come a guardia e ladri? i miei genitori che escono da un bar, gli altri che avanzano, si fermano come a un due tre stella e di scatto cominciano a correre tutti dalla parte opposta? ecco.

ora, occhio di bue su di me che rido come una scema.

tutto questo per dire che mai come ora ho sentito forte e tangibile come un petalo di rosa la mia famiglia fatta di chi c’era di chi è arrivato e di chi ci sarà. è stato bello sentirlo. sono contenta che nessuno abbia mollato.

tempo al tempo perso poco tempo al tempo utile

3 febbraio 2010 neru 5 commenti

non è che ho niente da dire. anzi.

e non è che non ho tempo. cioè, è sempre lo stesso ma lo impiego anche per altro.

tipo guardare i siti per la piccola dresda -la mia casetta nuova, caruccia-, tipo che ho trovato un letto che wow e due o tre idee per la cucina; tipo che il ritmo lavorativo è aumentato, tipo che è cresciuto il numero di link da leggere, tipo che c’ho la stanca. la stanca. chissàcos’è la stanca si domanderà il lettore curioso.

la stanca è un momento nella vita in cui partono tante cose insieme, tante idee insieme, tanti progetti insieme, insomma tante cose in modalità new, brand new.

oibò dirà il lettore sospettoso. e fa bene il caro lettore a dirlo. perché, continuerà col suo ragionamento, uno dovrebbe usare la parola stanca che di per sé possiede una certa qual annotazione negativa per collocarla in un momento della propria vita che si sospetta euforico?

già perché?

se te lo stai chiedendo, caro lettore, forse non sai bene bene cosa significa periodo euforico dove tutto gira come trottola, quand’anche si trattasse di trottolino amoroso.

il nuovo spazza via il vecchio come un tornado. si è stanchi per quello che si portava avanti, ché il nuovo pare tutto geloso del tuo tempo e del tuo spazio, anche quando trattasi di nuovo negativo senza macchia d’amore per la gran solitudine .

la stanca del vecchio, la chiamo io, anche se il vecchio era una cosa bella, era una cosa importante.

come dice quel gran genio di haruki murakami “di motivi per continuare ne ho pochissimi, ma di ragioni per non smettere ne ho tante da riempire un camion a rimorchio. non resta che coltivare con cura quei “pochissimi motivi”. trovare il tempo per continuare e farlo sempre e ovunque”.

così eccomi qui.

ma prima una considerazione per rivalutare il vecchio nel nuovo, anche se io mi dicevo di trovare il nuovo nel vecchio, l’inizio nella fine. ed è stato così sempre perciò adesso che ho tanto nuovo non posso sbarazzarmi del vecchio in quattro e quattrotto. ingratah (cit.)! senza vecchio col cacchio che ci sarebbe stato il nuovo, per lo meno questo nuovo.

la considerazione? eccola.

prendete un altro librino piccolo piccolo di dürrenmatt: il tunnel -lo so che ho la mania dei libri ma che si sappia! la letteratura salverà il mondo!- comunque prendete sto librino. già negli anni cinquanta ci diceva che stiamo irreversibilmente cadendo in un tunnel, probabilmente quello dell’utilità.

si fanno solo o quasi esclusivamente le cose utili, le cose che hanno un ritorno. si utilizza il tempo, si utilizzano al meglio le risorse. abbiamo il pensiero del calcolo, come dice un filosofo, tutto deve funzionare. certo a me piace l’organizzazione, ma è il caso che mi ricordi che c’è tempo. c’è un tempo anche per masticare, per elaborare, per digerire come fanno le mucche. c’è un tempo per lo sguardo sul mondo. c’è un tempo inutile che è bello vivere. c’è un tempo perso che non ritornerà mai più.

mezz’ala*

30 gennaio 2010 neru 4 commenti

ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

a volte, nei momenti di tenera malinconia, oso pensare che quando ci accorgiamo di uno sguardo languido e lontano, il nostro compagno stia tenendo nascosta la propria ala per farci capire che non vuole volare senza di noi.

perché vivere non è trascinare la vita, non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita. vivere è anche abbandonarsi mano nella mano, come un gabbiano, all’ebrezza del vento.

vivere è assaporare l’avventura della libertà occhi negli occhi.

vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un compagno di viaggio nonostante tutto, nonostante le planate, nonostante i vuoti e i venti, nonostante le nuvole o il freddo; comunque in volo.

*liberamente tratto e rimasticato, riadattato, impastato, scorticato, tirato, sbuffato, la cui dose di carie ci sta tutta però, dall’omonima preghiera di don tonino bello per ricordare, festeggiare e blablabla l’anniversario di matrimonio di mia sorella e mio cognato oggi, nonché quello dei miei genitori l’altro ieri ma che oggi…mammamia…

la mia giornata della memoria

28 gennaio 2010 neru 7 commenti

consegnate le armi o vi uccidiamo.

così dissero allo zio gino che era stato mandato in guerra a diciannove anni. artiglieria pesante, prima linea. spedito in jugoslavia, poi giù fino al montenegro. in quella prima terra da soldato aveva trovato mezza pentola di pastasciutta per un alpino smunto che gli aveva chiesto da mangiare, l’alpino se l’era messa nel cappello per distribuirla agli altri compagni.

lo zio gino è il fratello di mio nonno e in guerra portava in una mano un’arma e nell’altra il rosario. l’arma gliela aveva consegnata lo stato che si era dimenticato di lui quando nel montenegro erano stati accerchiati e nessuno voleva aiutarli. il rosario gliel’aveva dato sua madre mentre gli diceva che doveva solo tenerlo in mano perché a pregare ci avrebbe pensato lei.

nel montenegro si salvò poi arrivò quell’ordine.

così quella volta dopo aver deposto le armi li fecero salire su un carro bestiame. erano ottanta. quindici giorni di viaggio e un angolo ricavato in quello spazio stretto per la propria intimità.

lo lasciarono in polonia in un campo di concentramento. cercarono di convincere quegli ottanta a partire per l’italia, per salvarla dagli americani che rubavano i mandarini dissero. qualcuno accettò, non lo zio gino. chi partì poco dopo si ritrovò nel gelo russo a combattere una guerra che non sapeva. molti non fecero ritorno. alcuni prigionieri polacchi applaudirono ai pochi italiani che erano rimasti al campo, erano stati coraggiosi. peccato per quell’applauso, ne fecero fuori dieci all’istante con una mitragliata a caso.

Continua a leggere…

un virus per amico*

27 gennaio 2010 neru 5 commenti

per me uno che sta male è una cosa seria. però uno che sta male è quando lo portano all’ospedale per dire. è quando è una roba che ti tocca dire caspita.

perciò quando ho svomitazzato e scagazzato qua e là e la testa mi girava, bè sono uscita lo stesso. poi mi sono detta no dai è meglio dormire un po’. non mi sentivo la febbre. ma so di non essere attendibile ché la febbre non mi viene spesso. perciò l’ho provata e quella roba di mercurio segnava 38.7.

allora ho dormito. ho dormito per tutte le volte che non l’ho fatto in questo mese. amo il mio corpo, non mi fa mai esagerare. se esagero mi dice ehi sciocchina riposati un po’. e allora lascia entrare un virus, che poverello noi diciamo abbattiamolo, distruggiamolo, invece lui è lì per farti un favore. insomma, come ha detto il mio amico fulì, lui sta a letto con me, mi dà il tempo di leggere, mi fa coccolare dalla famiglia. che si vuole di più da un virus?

comunque ho scoperto che: la televisione fa schifo a ogni ora, è impossibile da guardare. stare al pc fa malissimo agli occhi. leggere è l’unica salvezza anche se stanca. ho riscoperto dürrenmatt.

durante gli stati febbrili i pensieri si aggirano vorticosamente. quando stai male nessuno ti nota, tipo che anche se stai al balcone per respirare un po’ di sana aria inquinata della metropoli giusto per dirti usciamo da queste quattromura che non so nemmeno il tempo che fa, se il tuo vicino passa sotto il tuo balcone di solito ti saluta, in questi casi rutta. è successo e non è che lui se n’è accorto, piuttosto io per timidezza mi sono cartonata sulla finestra. quando stai male tutti ti chiamano e capisci che il cellulare è un’invenzione del demonio; per dire se il fisso è occupato perché mi chiamate sul cellulare?

e infine ho capito che non sono indispensabile, che eclissarsi rigenera e che le cose che non sono state fatte si faranno e che diamine c’è tempo!

*cit. del grande fulì

offrire pensieri non vendere idee

22 gennaio 2010 neru 10 commenti

pensavo. e già qui avrei dovuto dire basta. comunque pensavo e pensavo a quanto vale più l’idea di una cosa che la cosa stessa. a quante cazzate facciamo per quelle idee.

tipo. prendiamo la ragazza di oggi davanti a me. consulente onu. sì dai, ammettetelo, avete tutti pensato che figata. ma è davvero una figata? i lavori che cerchiamo di fare nascono da quell’idea di dire che figata o dai nostri desideri, dal riconoscere chi e cosa siamo, chi o cosa vogliamo o non vogliamo? c’ho provato una volta, ad abbracciare quell’idea di figata dico, poco dopo ho detto ciao bella non mi freghi più.

pensavo che le idee mi piacessero. ho scoperto che invece no. mi piacciono i pensieri. perché i pensieri hanno il ragionamento. perché i pensieri sono fiumi con gli affluenti. mi sembra che diano più linfa alla vita.

così. magari ho detto una cretinata.

è che non faccio più un lavoro per un idea. oggi ho scelto di offrire pensieri. che i pensieri non si vendono mica. certo che nel mio lavoro ho avuto culo e spero di averne anche di più, che mica ho chiuso con quello che vorrei fare.

i compromessi, sì, quelli sono sempre messi in conto.

ci avete provato ma io

21 gennaio 2010 neru 12 commenti

ci avete provato a farmi incazzare.

avete fatto passare il processo breve in senato; avete voluto riabilitare bettino craxi che se vi vedesse adesso pure lui vi sputerebbe in faccia; quello lì, l’onnipotente smentitore, ha detto mando bertolaso ad haiti come se fosse il deus ex machina, come se fosse il salvatore della patria. avete voluto chiudere il liceo serale pubblico a milano. volete controllare la rete molto più di quanto non state già facendo. lui, il mentitore di prima, parla come il papa buono ai bambini aquilani. avete candidato brunetta a sindaco di venezia -ma tanto affogherà alla prima acqua alta-; avete voluto dare borse di studio ai soli cittadini italiani dicendo che anche al festival di sanremo non sono ammessi stranieri. avete messo in banca -quella dove oggi ho passato gran parte della mattina-, in bella vista, un crocefisso così grande che dimostra solo la vostra ipocrisia. avete provato a vendermi una casa nuova con una tapparella difettosa e una macchia sul muro. dopo che me l’avete venduta, la casa ma non di certo la tapparella o la macchia, mi avete dato le chiavi sbagliate, mi avete dato le chiavi di un altro.

bravi, vi siete messi d’impegno. ce l’avete messa tutta. ma questa volta non ci sono appigli. io questa volta vi guardo e rido. io questa volta sono contenta. io questa volta sono proprietaria di una casa. è non è tanto per l’essere proprietaria che sono contenta, sinceramente non m’interessa poi tanto la proprietà. è tutto quello che mi ha portato a esserlo e tutto quello che ci sarà poi. è l’aver raggiunto un obiettivo, è averlo condiviso, è l’essermi battuta, è l’aver trovato soluzioni adeguate, è aver trovato i soldi, è aver fatto fatica, è aver coinvolto, è averci creduto fino in fondo anche quando non c’erano ragioni per farlo. è aver fatto tutto col sorriso sulla faccia alla faccia vostra.

oggi la piccola dresda, la casa che ho comprato, entra a far parte della mia vita. adesso torno da lì, fa freddino, non c’è la luce. ho sparso sul pavimento le candele, le ho accese e ho fatto un giro su me stessa. oggi non mi avrete. oggi volo leggera.

prosit.

p.s. lo so che dovrei mettere i link ma capitemi sono stracca. domani. sì dai domani.

Categories: inizi, me myself, motivazioni

non me le devi dire

19 gennaio 2010 neru 21 commenti

ci sono parole che mi buttano giù. non dovete usarle in mia presenza. mi viene l’orticaria a sentirle. m’innervosisco. che volete sono fatta così.

ecco le mie cinque parole del disonore:

1. apposito. in alcuni casi è appositamente previsto il suo uso, in tutti gli altri è ASSOLUTAMENTE inutile. burocrati!

2. quant’altro. è che non c’hai un cazzo da dire e pensi di fare la persona colta mettendolo alla fine della tua inutile frase. ignorante!

3. tutte quelle che finiscono con -ina -ino -ini, i diminutivi insomma. dico ma che ti passa per la testa di chiamarmi biondina che poi ti tiro un ceffone? mi pigliano i cinque minuti quando mi chiamano biondina. biondina a chi? sminuisce la mia personalità dissi una volta. vabbè me la stavo tirando. oppure quando ti chiedono hai delle monetine? oppure quando ti dicono “ci metto un minutino” e ti parcheggiano l’auto in mezzo alle palle per venti minuti. ecco io gliela fracasserei l’auto.

4. praticamente. non sai cosa dire? il tuo parlare è teorico? me ne devi dare una dimostrazione pratica ? cosa? cosa è praticamente? che dopo avermene detti quattro in una frase piccola così non mi hai ancora detto nulla e l’unica cosa che posso risponderti è “stringi” o “dunque”?

5. coppino. non so perché, deve essere una storia vecchia. ma vecchia vecchia.

Categories: alta fedeltà, e che palle