l'alba dentro l'imbrunire

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una donna

succede sempre sotto la doccia. è lì che arrivano le domande esistenziali. da non crederci. ma credo di averlo già detto. evidentemente non lo trovo ancora normale.dunque la domanda.

cosa fa di una donna una donna?

ecco cosa. 

prima affiora un elenco di verbi all’infinito poi perifrasi e infine quando lasci scorrere l’acqua e non pensi più a niente, resta una parola: 

vivere.

la stessa cosa che fa di un uomo un uomo.

il come è la differenza di genere.
se finalmente noi donne prendessimo in mano la nostra vita e vivessimo una volta per tutte, forse guarderemmo il mondo senza più paura.

qualcuna l’ha fatto, lo fa e lo farà.

purtroppo è solo qualcuna. e il 25 novembre un giorno per ricordare.

a cambiare le cose non ci si capisce mai un cazzo

l’aspetto più stupefacente è che ogni volta che mi muovo per cambiare le cose, alla fine cambio io.

mi spiace non essere in questo blog da tempo ma non riesco a trovare le parole del cambiamento. non sono voluta cambiare assieme alle mie parole, le ho dovute leggere per trovarne altre che non avevo.

troppa confusione, troppo materiale serve quando si cambia. si studia, si legge, si scarta, si sceglie e infine si ricompone con calma pezzo per pezzo.

spero stiate tutti bene là fuori. io qui dentro ho la sensazione di navigare a vista e invece mi sa che sono in mare aperto il più delle volte, ogni tanto accosto per riprendere fiato.

l’arte e l’inconscio

a una mostra bisognerebbe andarci due volte. una per guardarla, l’altra per vederla. (potrebbe essere costoso, lo so).

prima si passa in rassegna tutto quello che c’è e ci si lascia emozionare. poi si torna e si entra nei quadri e nell’artista.

io faccio così. prima di andare voglio sapere pochissimo, l’indispensabile, sull’autore e sulle cose che ha fatto; anche se spesso ho visto già qualcosa, ne ho già parlato o me ne hanno già parlato. ma sono informazioni confuse, non didascaliche e accurate.
poi torno a casa e comincio a leggere e confrontare.

penso che per l’arte in genere valga quello che si dice per le poesie: alla fine conta quello che sente chi le legge. cioè sono di chi le legge. certo è che poi quando capisci e conosci quello che hai visto e letto, ti si apre un mondo.

insomma, due volte: una per l’anima e una per la testa.

io l’ho fatto.

De Crescenzo

è un fatto che a volte non scrivo io sul mio blog. però non lo capisce nessuno. poco male. comunque adesso lo puntualizzo perché si dà il caso che l’autore di questo post, il quale HA un SUO blog ma evidentemente gli piace pisciare su quelli altrui, dicevo, l’autore del post oggi compie gli anni. tantissimi anni. è vero che sembra giovane e che si sente giovane ma questo non cambia. ho capito che l’età personale è una cosa, quella all’anagrafe non se la caga quasi nessuno, mentre l’età percepita dagli altri è tutt’un’altra cosa. mi riferisco sì al fatto di sembrare giovani o vecchi agli occhi degli altri ma in relazione al presupposto che esistono età sociali: per dire, se hai una certa età ci sono delle cose che devi aver fatto e altre che non devi più fare, pena la pietà -se ti va bene-. ma chi l’ha detto?

ad ogni modo: TANTI AUGURI ZUNSTRAAL e ricordati che pure tu hai un blog!

abbracci sparsi,

la tua amica neru [alla quale, ricordo, hai sfracassato quel dì a roma un piede…]

***

Passati i 25 lo scorrere del tempo ha assunto un altro significato. Più che altro rapido!
Ancora ricordo come ieri gli inutili discorsi fatti per cercare di far desistere la mia ragazza dell’epoca dall’assurdo proposito di mollarmi!

A 15 anni, parlando con la mia fidanzatina dell’epoca di come sarebbe stata la nostra vita da li a 10 anni, dicevo che mi vedevo vecchio, con un lavoro, sposato e con figli. Ma soprattutto mi sembrava qualcosa così distante che non valeva la pena pensarci. Ai 25 invece ero uno studente che se la prendeva comoda e che a una vita di responsabilità non ci pensava proprio. A 25 anni di contro mio padre si è sposato e poco dopo sono nato io. Ed è ai miei 25 anni che sono cominciate le pippe mentali del “alla mia età mio padre aveva già …

Ai 28 mi sono ritrovato la stessa caviglia di Van Basten a 28 anni.
Ai 29 è stata la volta del “sono più vicino ai 40 che ai 18
Ai 30 mi sono quasi consolato con “sono più vicino ai 40 che ai 20
Ai 31, beh tralascio per non essere banale.
Ai 33 sono cominciati i paragoni con Cristo.
Ai 35 la triste constatazione che ero più vicino ai 50 che ai 20, oltre a pensare “aaahh Dante … mavvafanculo va!
Ai 36 mentre mi dimenticavo cosa fosse la vita senza la patente, realizzavo che avevo passato la maggior parte della mia vita da maggiorenne piuttosto che da minorenne.
Ai 38 l’apoteosi del “cazzo quest’anno c’è gente che fa la maturità che nasceva quando io facevo la maturità!”
E qui mi fermo.

In televisione passa uno spot con una tizia che fa “quest’anno sono 40, sarà il caso che mi cerchi una palestra …“, beh manca ancora un pochetto ma non troppo, però sarà il caso che cominci a cercarmene una anche io dal momento che sono un po’ troppo out of shape per i miei gusti.

A parte questo la gente fatica a darmi più di 30 anni: sarà che ho 5-capelli bianchi-5 che non si vedono (lo scorso anno comunque erano 3!). Però è innegabile che stia invecchiando. Anche se ascolto ‘forever young‘ tutti i giorni, sto invecchiando (infatti “forever young” è una canzone del secolo scorso).
Lo vedo purtroppo nelle facce di chi mi sta attorno, specialmente dei miei ex compagni delle elementari che fortunatamente incontro molto raramente (ma guarda se 30 anni fa E. doveva preferire sto vecchio pelato a me!).

Sto invecchiando! Anche se la Wii mi dice  dimostro 27 anni (oltre a ‘cazzo, butta giù la panza!‘), invecchio!

La cosa che mi fa specie è che ho cominciato a scrivere questa cosa sul cellulare per riempire il tempo nella mezz’ora di metropolitana che mi aspettava dopo essere rimasto sconvolto dall’incontro con una persona.
Esco da una libreria e incrocio sto vecchio, ‘cazzo l’ho già visto!” torno sui miei passi e lo vedo meglio: passo lentissimo, accompagnatore, sguardo perso ‘… ma cristo è Luciano De Crescenzo … azz che finaccia che sta facendo!’. Era un po’ che non lo vedevo in giro (ergo, tv). Come passa il tempo!

Che merda invecchiare!

E porca puttana la caviglia mi fa di nuovo un male cane!

e va bene parliamo di paura

non è che uno deve superare la paura perché la paura è una cosa cattiva.

anzi è una roba che salva.

credo che la si debba affrontare.

prendete i mici miao qui che adesso vivono con me. questi stronzetti vanno a rosicchiare i fili del telefono e del modem manco fossero topi. eh no, ho detto, questi mi si fulminano e poi mi tocca fare polpette di gatto. non va bene. hanno paura di altre cose, come dei rumori improvvisi ché se li hai in mano -i gatti non i rumori- fuggono via e scappando ti fanno uno sfregio da pirata, nel senso che poi sembri in pirata delle mille battaglie.

comunque dei fili elettrici non hanno paura, no. io sì. allora la mia amica ariel mi ha spiegato come fargli paura. li si prende per la collottola, si pigia il musetto a terra e gli si dice -in modo animato- no!

bon, l’ho fatto. si sono offesi. pazienza.

insomma la paura ci mette in allarme, la paura ci proietta verso il futuro purché non ci scoraggi e ci immobilizzi nel presente.

ma non è questo il punto secondo me.

il punto è che col tempo, in questa società di sfigati, la percezione della paura è cambiata. come se ci avessero anestetizzato dalle paure reali, vere, quelle che ci permettono di vivere, alimentando le paure che ci fanno morire.

hai ragione anche tu questo io lo so

recensioni lusinghiere sull’ultimo film di soldini “cosa voglio di più”.

che bello.

ci ho portato gli amichetti recalcitranti. hanno detto che mi avrebbero frustato se non fosse stato interessante. non mantengono le promesse per fortuna.

due o tre cosette a cui ho pensato vedendo questo film.

uno. ad andare a cercare i nessi.

me undicenne. mi sono vista uscire dalla mia camera mentre canto a squarciagola “hai ragione anche tu, nananananàààà, cooooosa voglio di più, nanananàààà, un lavoro io l’ho nananananàààà” e arrivare davanti a mia mamma con i pugni chiusi le braccia alzate, la testa un po’ piegata, guardarla e continuare con la facciaaccartocciata “se tu non hai mai visto un uomo piangereeeeee, guardami, guardamiiiii, voglio aaaaannaaaaaaaa, voglio anna”.

due. ad andare a cercare le location.

il film è ambientato a milano e nell’hinterland. e già questa ultimamente mi pare una mania ché milano sta diventando un set, ma perché?

appena seduti, abbiamo sporto le tesotolone dalle poltroncine scomode -l’unico difetto dei cinema dell’hinterland a parte il freddo e l’audio ma qui ci sarebbe da aprire un capitolo e ora no, non è il caso-, dicevo, ci siamo sporti a guardare l’amico cipì sussurrando a voce alta ma è casa tua! cipì un po’ pensieroso ha chiosato con ehcazzo ecco cos’erano tutti quei camiòn sotto casa! quando si dice la perspicacia. cipì è uno che notoriamente si fa i fatti suoi e anche se gli passa accanto la regina d’inghilterra abbozza solo un cenno con la testa come a dire sì ma adesso non mi scocciare e se è in luna buona può anche tirare fuori un ‘alve.

tre. ad andare a cercare le amicizie che contano un piffero.

anche fulì vanta legami col regista. alla fine dell’aneddoto mi sono scocciata. dopo dieci minuti per me guardare sto film è stato come andare dalla vicina a faredu chiacchiere.

quarto. ad andare a cercare la trama del film.

allora. mettiamola così. è una storia che non fa notizia ma che diresti quanto è vera. di cosa si parla quando se ne parla?

di lui che ha due figli, pochi soldi e le solite responsabilità.

di lei che ha un fidanzato brutto, bravo e buono, ha un lavoro, soprattutto ha una sorella che fa un figlio con un uomo poco attento e solo allora, solo allora -che poi è l’inizio del film- scatta l’occhio di bue su di leiprotagonista a chiederle: ma allora tu che aspetti?

finisce che lei e lui s’incontrano per caso e altrettanto per caso s’innamorano. scopano alla grande ma dicono che più di tutto si amano. di relazione affettiva se ne vede poca a parte quella sessuale. peccato che poi vadano in paranoia per il senso di colpa che si portano addosso.

corollario al punto quattro.

sì soldini ci ha mostrato una realtà comune. tragica? forse, ma non tanto. sì soldini pare non dare un giudizio e invece lo fa. un giudizio da morale perbenista. perché non è vero che emerge quanto la passione o il desiderio sia più forte di tutto. emerge in modo sconcertante il senso di colpa. è vero che molti uomini scappano quando i figli sono piccoli perché non ci stanno dentro, è vero che se una donna non vuole fare un figlio con un uomo è perché non vuole quell’uomo anche se ci sta bene. ma è vero solo in parte.

perché la realtà è molto più variegata di così.

ci sono altre fughe, altri amori, altri motivi giusti per prendere in mano la propria vita.

non ci sono slanci per i nostri protagonisti.

avrei voluto più visione. avrei voluto più respiro per il film.

cinque. ad andare a dare i giudizi a muzzo.

o soldini è stato bravo a raccontare una società così come si vuole vedere -perché solo raccontandosi è più facile andare avanti-, oppure avrebbe potuto raccontare una storia più aperta così come è la vita. tipo quella vera di frank lloyd wright e mamah cheney come la trovate nel libro “mio amato frank” di nancy horan.

sei. a voler fare la maestrina.

a soldini dedico la prefazione di henri laborit al proprio libro “elogio della fuga”.

“quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. e in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme. rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

forse conoscete quella barca che si chiama desiderio“.

sette. a voler parlare di me.

io che sono una che resta sono fuggita un sacco di volte. a ben guardare direi che mai fuggo per paura, mi dico che è per la giusta distanza. di solito la paura mi fa restare, soprattutto immobile. è che cerco la giusta distanza da tutto anche da me.

impedimenti temporanei

tu latiti.

certo che latito kapa. sai che mi succede?

che ho recuperato una cucina degli anni sessanta sia bella che conciata da far schifo e con olio di gomito ne tiro fuori un pezzo ogni giorno, la compongo ogni giorno, rinuncio a qualcosa ogni giorno e aggiungo una nuova idea ogni giorno.

poi ieri sera c’è stata la riunione condominiale. dalle sei e mezza alle dieci e mezza. ho mangiato alle undici. m’è rimasto tutto sullo stomaco e ho bevuto vino bianco. volevo scrivere qualcosa, era già mezzanotte, sono ubriaca ho pensato. è chiaro che come dice lisistrata “noi, anche bevendo, ci siamo comportati saggiamente. è naturale, visto che quando siamo sobri ci comportiamo da stupidi”. così sono andata a dormire ma non ho dormito tanto bene. non importa, tanto ho sempre sonno. quello che importa è che la riunione condominiale è andata benissimo. è la terza e non mi capacito. proprio io che ho sempre evitato le riunioni condominiali. mi dico che non sarà sempre così divertente, non è normale e che se continueremo a essere un condominio di pazzi allora bisognerà attrezzare la sala condominiale almeno col tè e pasticcini. bisognerà che mi ricordi di questi momenti. abbiamo scelto un sacco di cose. abbiamo scelto anche le tende da sole. i maschi hanno detto facciamo scegliere alle donne che in ‘ste cose hanno gusto e noi lì a guardare cataloghi mentre loro se la discutevano. poi è arrivata una ragazza giovane e carina, ci ha detto sono la fidanzata di pinco pallo, mi ha detto di venire che c’erano delle cose da scegliere ma io non conosco nessuno e noi donne le abbiano detto vieni vieni benvenuta.

pareva di fare cabaret.

poi la mia amica è dovuta scappare che c’aveva l’appuntamento con un uomo ma si è dimenticata la sedia nella sala, mi ha scritto un sms “poi dire al nostro vicino di tenermi la sedia?”.

quindi caro kapa latito ma c’è troppa vita da ‘ste parti, non riesco a star seduta un momento. o forse è ora che per l’ennesima volta riorganizzi il mio tempo.

volver

un papà di colore lancia il figlio in aria, lo riprende, lo stringe forte a sé mentre il bambino ride di gusto. due ragazze ridono raccontandosi l’ultima conquista. un signore è appoggiato a un palo mentre fuma e sogna con lo sguardo che vola lontano. l’altoparlante annuncia un ritardo. una ragazza bionda si guarda intorno. due anziani, lui porta il cappello lei una pelliccia, sorreggono insieme una borsa pesante, camminano con passo calmo e fermo. un senegalese chiede se qualcuno vuole aiuto con le borse, porta un piccolo carrello di ferro nero, alza due dita e dice due euro. fuori piove. io esco dalla stazione senza ombrello e cammino sotto la pioggia. questa era milano oggi, mentre pensavo a cosa vuol dire crescere.

a volte credo che diventare grandi voglia anche dire combinare al contempo tre cose: rassicurare, mantenere il dubbio, motivare.

anche quando non te ne frega niente, anche quando te ne vorresti andare, anche quando hai capito prima che, anche quando è già tutto fatto, anche quando sembrerebbe non servire a niente, anche quando non sai proprio niente, anche quando ti sostiene solo una speranza, anche quando vivi l’oggi. diventare grandi è anche lavorare per domani.

poi una voce mi ha detto bentornata. ed eravamo in due a camminare sotto la pioggia.

buongiorno mondo. sono tornata a casa. ne ho fatte di cose. ugualmente questo sarà un mese intenso. sono pronta.

Sull’abbandono del feticismo

ultimamente ho sentito un gran parlare di kindle, il reader per libri elettronici.

all’inizio non ne avevo un’opinione. poi ho pensato che era una mezza boiata: tanto valeva usare il pc, o uno di quei comodissimi netbook da viaggio.

l’altro giorno un articolo mi ha finalmente chiarito alcuni aspetti, sia tecnici che non.
ad esempio kindle (ma anche altri reader) utilizzano una tecnologia per gli schermi che simula la carta reale. In pratica gli schermi non sono retroilluminati come i comuni monitor, bensì c’è bisogno di una fonte di luce esterna: sole, lampadina o candela che dir si voglia.

l’articolo termina facendo considerazioni sul fatto che, come gli mp3 per la musica, gli e-reader potrebbero rivoluzionare il mercato letterario. in america pare stia già succendendo.
le ragioni contrarie a questa tesi riguardano tutte il piacere.
il piacere di annusare il libro in libreria. il piacere del possesso. il piacere arredamentale. il piacere di toccare la carta. il piacere di sfogliare le pagine, di scriverci sopra delle note, di farci le orecchie etcetera eccetera eccetera.
Tutte considerazioni condivisibili.

Quando ero adolescente spendevo tutti i miei soldi in libri (e cassette). Non che rinneghi qualcosa. Tutt’altro, sono sempre stato molto contento dei miei (purtroppo pochi) acquisti dell’epoca.

Poi come Paolo sulla via per Damasco ho cominciato a riconsiderare il tutto.
Dei piaceri tattili-olfattivi posso farne a meno. Segno forse che la fase onanista è terminata 😀
Quando prestavo un libro a mio fratello inorridivo per le orecchie e le note a lato.
Di possedere un libro non me ne frega nulla. La volta che mi hanno regalato un buono di 200 euro per la Feltrinelli ho comprato una quindicina di libri e ne ho letti solo due, e la metà sono ancora incellophanati. Se c’è qualcosa che mi interessa vado in biblioteca e mi faccio prestare il libro (che poi normalmente rendo in ritardo, tanto la bibliotecaria mi perdona ;-)), oppure, vado in biblioteca, mi faccio venire l’ispirazione e mi faccio prestare il libro (tanto la bibliotecaria non si ricorda che li consegno sempre in ritardo :-D)

Insomma, to cut a long story short, se dovessi trovarmi tra le mani uno di questi affari e scoprire che la lettura è davvero agevole, c’è disponibilità di titoli (in Italia ci vorrà un sacco di tempo) e, non ultimo, i prezzi delle pubblicazioni fossero abbattuti… per quanto mi riguarda la rivoluzione può cominciare.

e così salviamo pure la foresta amazzonica! e le schiene dei bambini, e lo spazio sulle mensole e nelle valigie, ma soprattutto potremmo davvero cominciare a comprare libri a scopo ornamentale:

no, guardi architetto, pensavo di riempire quello spazio con un metro di libri con le coste color pastello, invece sulla parete opposta vedrei meglio un’eciclopedia con la copertura in simil-pelle verde. lei che ne pensa?

l’arte di costruire porte

ci sono muri che non cadono mai e simboli che servono a spostare i mattoni da altre parti.

i muri ti dicono di qua o di là, dentro o fuori. chi vive solo, dentro quattro mura, lo sa.

però c’è una cosa che impari quando sei nella condizione di fratello. impari a costruire porte.

perché i muri si fanno o te li ritrovi, perché devi imparare a muoverti, perché per abbattere il muro del suono devi andare velocissimo e quando cerchi di far cadere un muro devi essere certo che non sia quello portante.

insomma prima di scoprire che ci sono i prefabbricati, è meglio imparare l’arte delle porte.

costruire porte da aprire, porte da chiudere per poi riaprirle e chiuderle di nuovo. ma dentro e fuori quelle porte passa la vita, il perdono, la consapevolezza soprattutto di sé.

quando sei fratello puoi scappare ma non troppo. quando hai fratelli, lo sai che i muri ci sono dai lividi che ti ritrovi sulla testa, ma almeno impari a condividere, in ogni caso sei costretto a dividere. dopo forse, la vita viaggia un po’ più umana, perché a dividere i sentimenti sarebbe bene sperimentalo quando le ossa sono giovani.