non fidarsi con moderazione #chiavedivolta2

Leggo da un libro che non mi ha entusiasmato tranne alcuni brani:

“Paul Valéry, tra le altre cose, ha scritto Quello che viene creduto da tutti, per sempre, dovunque, ha molte probabilità di essere falso. Dunque la storia non è affidabile, la realtà non è la verità, è tanto vale procedere da soli, con le proprie farneticazioni e i propri amori, anche quando gli amori sono spine e le farneticazioni buche degli imprevisti. […]

[Il protagonista] Si era convinto che le imperfezioni tengono il mondo in equilibrio e impediscono che tutto frani […] ma non bisogna confidarci troppo.”

Dunque è così che la vedo anch’io adesso. Non credo davvero a niente e nessuno. Tanto vale procedere. Così. Esattamente come sono. Con tutte le mie imperfezioni e le mie solitudini.

Qualche volta ho paura. Come sarebbe bello a volte spazzarla via. Così. Con un colpo d’occhio.

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#chiave di volta 1

Ha scritto:

“Il lieto fine non esiste, è solo una trovata narrativa, bisogna sempre desiderare qualcosa che non si vuole davvero”. (C.V.)

Posso dire che è vero. Ogni volta che ho trovato, sapevo ciò che non volevo ma non cosa andavo cercando davvero.

Ad maiora.

quando non sai più chi sei o forse lo sai

Io stavo semplicemente scorrendo i titoli dei film del Trento film festival quando mi si è avvicinato. Non l’ho visto arrivare. L’ho sentito; la voce e l’odore. Un barbone mi sono detta. E in effetti.

Non amo parlare, conversare troppo ma conoscere la gente sì. Così ho conosciuto Alberto, finché ho potuto, finché il mio fisico non si è stancato di stare in piedi a prestare attenzione.

Alberto non ha scelto me, mi ha trovato e l’ho ascoltato.

Si è definito scalatore e l’abbigliamento ci stava. Quasi cieco, con evidente alopecia, a dispetto dell’odore e dei suoi abiti, voleva dimostrare di essere di origini nobili e molto colto.

Interessato alla storia e “alla gente che conta”, affascinato da conti contesse e marchesati, sembrava intestardito con gli ebrei e con la vita di Cesare Battisti, l’irredentista.

Non so cosa volesse davvero dirmi o dimostrarmi, ma mi è sembrato un individuo comune, il racconto di sé stridente con l’immagine, la necessità di raccontarsi a volte in modo quasi immaginifico anche a dispetto di quello che il corpo esprime; e il corpo parla, ci dice tantissime cose di noi, che spesso purtroppo ci sfuggono. La dissociazione capita.

Forse non è necessario sapere chi si è, a volte raccontare e raccontarsi storie aiuta, forse aiuta nelle fatiche.

Ha detto che la gente non studia e in Università sono tutti ignoranti. Ho risposto che la vita è dura, ognuno fa quello che può. Sto perdendo la mia intransigenza. La mia anarchia emerge placida. Ma la mia è un’anarchia del vivere in una società di indicazioni e qualche regola precisa. Sto cominciando a credere di più nei diritti sociali che quelli individuali. Senza diritti sociali, quelli individuali sono solo uno specchietto per le allodole.

p.s. ho googlato alberto sul web e pare sia o sia stato un commercialista, a meno che si sia preso un’identità

Attese

Questa mattina aspettavo un autobus che non c’era. L’ho aspettato tanto perché era quello che volevo.

Poi quando mi sono stufata è arrivato. Ma io ero già salita su un altro. Mi è passato davanti trecento metri dopo quasi a salutarmi beffardo mentre avevo intrapreso un’altra strada.

Non so come devo prenderla.

essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.

a volte attribuiamo alle persone i nostri pensieri

e così quello che che facciamo è tradurre le loro parole e le loro intenzioni con quello che siamo noi.
ma non è mica vero quello che pensiamo. ché poi non è mai un problema di verità. quanti in cuor loro potrebbero giurare di sapere la verità e di essere oggettivamente in grado di dirla? al massimo siamo soggettivamente in grado di esporla.
dunque alla fine di questo lungo ragionamento il punto è:
non attribuiamo intenzioni alle parole degli altri, se ci feriscono domandiamoci perché.

è ciò che vuoi a fare la differenza, non ciò che non vuoi

E come fai a sapere ciò che vuoi? Non sarà mai abbastanza ascoltato l’antico detto “conosci te stesso”. 

Ma il punto è da dove partire. Penso dal silenzio e dall’osservazione.Imparare a rallentare, a osservarsi, e ascoltarsi e fare lo stesso con gli altri: rallentarli, osservandoli e ascoltandoli nel tempo, quando una frazione di secondo diventa infinito e impari a leggere colori e suoni, forme e visioni.

Poi, in fondo, così, mi sembra un bel vivere.

una donna

succede sempre sotto la doccia. è lì che arrivano le domande esistenziali. da non crederci. ma credo di averlo già detto. evidentemente non lo trovo ancora normale.dunque la domanda.

cosa fa di una donna una donna?

ecco cosa. 

prima affiora un elenco di verbi all’infinito poi perifrasi e infine quando lasci scorrere l’acqua e non pensi più a niente, resta una parola: 

vivere.

la stessa cosa che fa di un uomo un uomo.

il come è la differenza di genere.
se finalmente noi donne prendessimo in mano la nostra vita e vivessimo una volta per tutte, forse guarderemmo il mondo senza più paura.

qualcuna l’ha fatto, lo fa e lo farà.

purtroppo è solo qualcuna. e il 25 novembre un giorno per ricordare.

mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi.