fattene una ragione

il caso salverà il mondo.

non la cultura, non il bello, non l’istruzione, non l‘amore. purtroppo. e noi non siamo niente.

sì. dimenticheranno. è il nostro destino, non ci si può fare nulla. ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passar del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. ed è curioso che oggi noi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. […] e la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo stanca e scomoda, priva di intelligenza, non sufficientemente pura, forse addirittura immorale. (anton checov)

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Danilo

L’ho incontrato tanti anni fa in uno spettacolo. Non ricordo nemmeno perché l’ho conosciuto. Tutto quello che ricordo è che mi metteva a disagio. Metteva a disagio molti ma non tutti e questo era per me fonte di ispirazione.

Poi mi invitò ai suoi spettacoli e io invitai altri a vederlo recitare. Di tutti gli spettacoli che mi chiese di vendere ricordo solo quello in cui bestemmiava. Ma lui non ha mai voluto guadagnare, voleva recitare e forse nemmeno quello perché credo che volesse creare e vivere.

Ogni tanto mi chiama o mi scrive; poche parole poche lettere per sapere che siamo ancora qui.

Mi ha telefonato qualche tempo fa per vendermi il suo secondo libro. Non glielo pubblicano e così se l’è pubblicato. Sono racconti, 47 pagine formato cartolina compresa la dedica, il curriculum e un bella introduzione di un amico. I racconti non vanno più anche se la Munro ha vinto il Nobel.

Non me l’ha venduto per soldi, ma sempre per quel fatto di creare ed esistere.

Ci siamo visti in centro, una passeggiata due chiacchiere; teneva il libro in una cartella a tracolla.

Di tutto quello che mi ha detto, si è tenuto la cosa più importante per lui alla fine, come un testamento. Vorrebbe essere ricordato come uomo e come artista indipendentemente dalle etichette che sa di avere e che gli mettono addosso.

Ho letto il suo libro. Lo trovo poetico e geniale.
Ho deciso di pubblicarne degli stralci. Sarebbe un peccato che andasse perduto.

siamo in un’era medievale

dice che la dittatura non ti lascia parlare e che la democrazia non ti lascia ascoltare.
nella prima si esegue e basta senza spazio alla critica, senza confronto; nella seconda si parla tutti senza ascoltarsi quindi senza spazio alla critica, senza arrivare a una sintesi armonica concreta.

dice che siamo diventati automi senza passioni, ci lasciamo sbattere di qua e di là come foglie al vento, con l’ipocrisia nel petto e i soldi come valore.
dice che siamo immobili muovendoci come criceti in un tempo che si sposta.

ma quanto volete durare così?

oggi quelli che chiamereste un disabile e una dissociata mi hanno letto il reale e non erano esattamente loro il disabile e la dissociata.

com’è difficile vivere in un’era di passaggio.

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equilibrio dinamico

nasce tutto da un’esigenza. e se non nasce, quell’esigenza non ce l’hai?
mi dicono tutto bene ma io leggo merda.
di cosa abbiamo bisogno chiedo.
dicono un equilibrio dinamico.

nel frattempo ho scritto mille post, ho vissuto mille vite; ma non qui.

dicono che per sopravvivere dovremmo cercare il nostro equilibrio ma per vivere è quello dinamico che va cercato. è necessario imparare a conoscere i venti e la gravità.
è come andare col surf, se non sposti il tuo equilibrio cadi. devi solo andare avanti , il vento e la gravità di dicono come.
dicono che senza stress non andremmo avanti, non sposteremmo quel punto di equilibrio. resteremmo fermi, sospesi senza meta.
dice che ci salverà la moderazione. un imprevisto è la sola speranza.

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non mi stupisco, perché dovrei?

siamo prima di tutto esseri emotivi e aggressivi, solo dopo ed eventualmente culturali.
il primo stato serve per sopravvivere, l’altro per vivere.
non stigmatizzate e non fate i finti tonti, se proprio volete fare qualcosa cominciate col capire e poi decidete come agire. a ognuno la sua.

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Non mi chiedermi un giudizio

Nel 2009 mi arrogavo il diritto di non avere a tutti i costi un giudizio; continuo ancora ad arrogarmi questo diritto, solo che ora so di dover aggiungere un aggettivo a quel sostantivo: pubblico.

Non devo avere a tutti i costi un giudizio pubblico. Perché il mio giudizio è in fase di definizione.

E so che quando potrò mettergli l’etichetta di pubblico, non vorrà dire vero ma ponderato, migliorabile se necessario.

Non mi chiedermi cosa è vero, se sapevo dirtelo te lo telefonavo.

cambiare abitudine

sono due anni che sperimento sulla mia pelle cosa vuol dire cambiare abitudine. credo che sia la cosa più difficile che ho mai fatto. ma ciò che mi sorprende di più è quanto idealmente o a parole sembri una cazzata e quanto mi sta rendendo libera.

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