quando non sai più chi sei o forse lo sai

Io stavo semplicemente scorrendo i titoli dei film del Trento film festival quando mi si è avvicinato. Non l’ho visto arrivare. L’ho sentito; la voce e l’odore. Un barbone mi sono detta. E in effetti.

Non amo parlare, conversare troppo ma conoscere la gente sì. Così ho conosciuto Alberto, finché ho potuto, finché il mio fisico non si è stancato di stare in piedi a prestare attenzione.

Alberto non ha scelto me, mi ha trovato e l’ho ascoltato.

Si è definito scalatore e l’abbigliamento ci stava. Quasi cieco, con evidente alopecia, a dispetto dell’odore e dei suoi abiti, voleva dimostrare di essere di origini nobili e molto colto.

Interessato alla storia e “alla gente che conta”, affascinato da conti contesse e marchesati, sembrava intestardito con gli ebrei e con la vita di Cesare Battisti, l’irredentista.

Non so cosa volesse davvero dirmi o dimostrarmi, ma mi è sembrato un individuo comune, il racconto di sé stridente con l’immagine, la necessità di raccontarsi a volte in modo quasi immaginifico anche a dispetto di quello che il corpo esprime; e il corpo parla, ci dice tantissime cose di noi, che spesso purtroppo ci sfuggono. La dissociazione capita.

Forse non è necessario sapere chi si è, a volte raccontare e raccontarsi storie aiuta, forse aiuta nelle fatiche.

Ha detto che la gente non studia e in Università sono tutti ignoranti. Ho risposto che la vita è dura, ognuno fa quello che può. Sto perdendo la mia intransigenza. La mia anarchia emerge placida. Ma la mia è un’anarchia del vivere in una società di indicazioni e qualche regola precisa. Sto cominciando a credere di più nei diritti sociali che quelli individuali. Senza diritti sociali, quelli individuali sono solo uno specchietto per le allodole.

p.s. ho googlato alberto sul web e pare sia o sia stato un commercialista, a meno che si sia preso un’identità

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Attese

Questa mattina aspettavo un autobus che non c’era. L’ho aspettato tanto perché era quello che volevo.

Poi quando mi sono stufata è arrivato. Ma io ero già salita su un altro. Mi è passato davanti trecento metri dopo quasi a salutarmi beffardo mentre avevo intrapreso un’altra strada.

Non so come devo prenderla.

siate pioggia

“La persona che ami è fatta dal 72,8% di acqua e non piove da settimane”.

Questo l’incipit di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin” di Johan Harstad. Lo sto leggendo in questi giorni, oltre ad altri incantevoli libri.

Vi auguro in queste feste di essere pioggia e di concimare la terra su cui poggiate i piedi. Fate attenzione a chi amate, ma poi sapete chi o cosa amate davvero?

essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.

a volte attribuiamo alle persone i nostri pensieri

e così quello che che facciamo è tradurre le loro parole e le loro intenzioni con quello che siamo noi.
ma non è mica vero quello che pensiamo. ché poi non è mai un problema di verità. quanti in cuor loro potrebbero giurare di sapere la verità e di essere oggettivamente in grado di dirla? al massimo siamo soggettivamente in grado di esporla.
dunque alla fine di questo lungo ragionamento il punto è:
non attribuiamo intenzioni alle parole degli altri, se ci feriscono domandiamoci perché.

è ciò che vuoi a fare la differenza, non ciò che non vuoi

E come fai a sapere ciò che vuoi? Non sarà mai abbastanza ascoltato l’antico detto “conosci te stesso”. 

Ma il punto è da dove partire. Penso dal silenzio e dall’osservazione.Imparare a rallentare, a osservarsi, e ascoltarsi e fare lo stesso con gli altri: rallentarli, osservandoli e ascoltandoli nel tempo, quando una frazione di secondo diventa infinito e impari a leggere colori e suoni, forme e visioni.

Poi, in fondo, così, mi sembra un bel vivere.

Asciugamano sulla testa

Novak Đoković, il tennista,  fa così quando sbaglia un punto. Mette un asciugamano sulla testa, smette di pensare a quello che è stato e va avanti. Perché pensare a cosa è stato ti manda fuori strada, anzi non ti manda proprio da nessuna parte e in quel luogo di nessuno puoi rimanerci per tantissimo tempo. Il gioco continua ma tu già non ci sei più.Non si tratta di dimenticare, si tratta di andare avanti e fare altri punti, arrivare alla fine del gioco.

E magari vincere. Ma non è quello il punto.

l’aternativa

<Ho un regalo per te> disse. […] <Voglio che anche tu impari a prenderti cura di te>

[…]

Rita le raccontò di un cerbiatto che si era mangiato le verdure del suo orto. Era una femmina, e si presentava sempre da sola. A niente erano serviti piatti di latta o pezzi di sapone per tenerla lontana.

<Alla fine ho piantato un po’ di lattuga e di spinaci per lei> disse ridendo. <E lei ha capito subito che quella parte di orto era sua. Non va più a mangiare nella zona principale>.


da Il nostro riparo di frances greenslade, Keller ed.

una donna

succede sempre sotto la doccia. è lì che arrivano le domande esistenziali. da non crederci. ma credo di averlo già detto. evidentemente non lo trovo ancora normale.dunque la domanda.

cosa fa di una donna una donna?

ecco cosa. 

prima affiora un elenco di verbi all’infinito poi perifrasi e infine quando lasci scorrere l’acqua e non pensi più a niente, resta una parola: 

vivere.

la stessa cosa che fa di un uomo un uomo.

il come è la differenza di genere.
se finalmente noi donne prendessimo in mano la nostra vita e vivessimo una volta per tutte, forse guarderemmo il mondo senza più paura.

qualcuna l’ha fatto, lo fa e lo farà.

purtroppo è solo qualcuna. e il 25 novembre un giorno per ricordare.