l'alba dentro l'imbrunire

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una donna

succede sempre sotto la doccia. è lì che arrivano le domande esistenziali. da non crederci. ma credo di averlo già detto. evidentemente non lo trovo ancora normale.dunque la domanda.

cosa fa di una donna una donna?

ecco cosa. 

prima affiora un elenco di verbi all’infinito poi perifrasi e infine quando lasci scorrere l’acqua e non pensi più a niente, resta una parola: 

vivere.

la stessa cosa che fa di un uomo un uomo.

il come è la differenza di genere.
se finalmente noi donne prendessimo in mano la nostra vita e vivessimo una volta per tutte, forse guarderemmo il mondo senza più paura.

qualcuna l’ha fatto, lo fa e lo farà.

purtroppo è solo qualcuna. e il 25 novembre un giorno per ricordare.

mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

cambiare abitudine

sono due anni che sperimento sulla mia pelle cosa vuol dire cambiare abitudine. credo che sia la cosa più difficile che ho mai fatto. ma ciò che mi sorprende di più è quanto idealmente o a parole sembri una cazzata e quanto mi sta rendendo libera.

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valichi

poco meno di un mese fa ho compiuto gli anni. una data tonda, bella.

ho passato gli ultimi dieci anni a vivere continuamente in un’alba dentro l’imbrunire; veramente figo -a volte e sempre dopo-.

ho compiuto gli anni e mi hanno citato f. dostoevskij e b. eno.

del primo hanno detto che vivere oltre la mia età è di cattivo gusto. e infatti ho deciso di vivere questa né quella che mi attribuiscono.

del secondo hanno detto che se ho un problema e non riesco a risolverlo devo pensare a un contesto dove il problema è una soluzione. ci devo riflettere su.

ho compito gli anni dunque e senza volerlo ho cambiato storia e continente.

sono in sudafrica, la casa dove vivo ha uno studiolo vittoriano con una vista molto bella.

il pomeriggio me ne vado a camminare in riva al mare.

comincio a conoscere le mille contraddizioni di questo paese e del nostro. l’italia da qui ha tutta un’altra forma.

quando tornerò avrò iniziato e deciso il mio prossimo decennio. sicuramente sarà una nuova storia.

cheers.

 

chiedete sempre gli scontrini

il senso è tutto qui in questo scontrino. trovarsi un un posto che non avresti pensato a mangiare cose diverse da quelle che dicevi di volere ed essere infine incredibilmente e inequivocabilmente contento senza che si possa pronunciare la parola accontentarsi. non che sia male accontentarsi ma quando ti accorgi di averlo fatto, subito una sensazione di disgusto e rigurgito si affaccia alla propria coscienza. talvolta si lascia spazio all’accontentarsi finché non ci si rende conto che le pareti sono diventate troppo strette. non so se il trucco stia nel non renderle mai strette.

e allora quando si è contenti?

perché il fatto è questo: non vi capita mai che tutto quello che avete immaginato, che avete voluto, non lo ottenete mai come avevate pensato? non vi siete mai posti il problema se vi stavate accontentando? chiamatelo destino, caso, sorte o provvidenza di fatto le cose accadono in modo loro e mai tuo.

e perché allora ti capita di essere contento? irrimediabilmente contento?

perché se guardi un cazzutissimo scontrino ti accorgi che succedono le cose che hai voluto ma certamente non nel modo che avevi pensato.

così è la vita

c’era una ragazza che oggi non c’è più.

questa mattina è morta di cancro al cervello.

lo scrivo qui perché non credo che sia una cosa intima ma pubblica, lo scrivo perché ieri ho ascoltato concita de gregorio, michela murgia e fabrizio gifuni parlare di morte e di come si stia perdendo la semplicità di pronunciare la parola morte, non parliamo poi di cancro tanto più se associato al cervello.

un tabù.

non se ne parla, non si portano i bambini ai funerali. il brutto, il malato, la morte di cui è piena la nostra vita di ogni giorno è bandita dalle nostre parole e piano piano dalla quotidianità finché non ci caschi dentro e ti nascondi dopo che ti hanno ben nascosto.

giusto ieri raccontavo di come io sia andata a molti più funerali che matrimoni, moltissimi di più. per dire che il numero dei matrimoni superano di poco le dita di una mano, mentre ho perso il conto dei funerali. non riesco a capacitarmi di questa cosa. cos’ho che non va? perché non mi invitano ai matrimoni?

ma insomma ho visto tanti morti, sì non pensavo di essere in controtendenza e se penso a me posso dire di essere una persona che ama la vita, non ricordo traumi per aver frequentato i morti, quelli li ascrivo a fatti accaduti coi vivi e spesso dovuti alle parole, a cose dette o non dette.

è anche vero che ho una piccola mania: ogni tanto penso a qualche morto, alle mamme delle mie amiche, ai parenti, agli amici, ai ragazzi che ho conosciuto, li penso e mi ricordo di loro nei momenti inutili, in un momento qualunque di una giornata qualunque che ci è capitata e talvolta ci parlo. tranquilli, non mi rispondono. mi fa piacere ricordarli così com’erano nei loro giorni qualunque. un po’ pirandelliana come cosa forse.

anche di questa ragazza che è morta prima dell’alba mi è venuto in mente uno di quei momenti. un mattino freddo e ventoso mentre percorrevo una strada in macchina l’ho vista in bicicletta andare verso la metropolitana con un viso sorridente e concentrato; faceva un freddo becco e ho pensato che aveva una tempra pazzesca che io manco a scudisciate ci sarei andata in bici e ho pensato a quanto fosse forte oltre che bella. ma come fa? mi sono chiesta. mi viene in mente lei di spalle in bicicletta mentre va.

di piccoli momenti mi piacerebbe che fosse ricordata non nel pianto collettivo di facebook.

certo ognuno ha la sua sensibilità.

così lo scrivo qui. quando morirò spero si faccia una festa e vorrei che tutti si raccontassero le stronzate che ho fatto e detto in vita, spero che tutti ci rideranno su.

Partiamo da qui

[Un foglietto trovato nella borsa rossa, la mia preferita, e lasciato cadere fra le carte di lavoro da buttare; così per caso è finito tra le mie mani. Non so quando l’ho scritto e perché né se l’ho mai postato prima. Ricomincio da qui prima di dire due cose una definitiva su Baricco una bella e disincantata sul matrimonio; sempre che ne abbia voglia. Purtroppo ho perso la faccia da culo per scrivere, purtroppo è proprio vero che il dolore fisico limita la scrittura mentre quello psicologico l’alimenta. Un giorno passerà questo male e io sarò diversa, non so quali saranno i miei luoghi e cosa sarà questo spazio. Forse è per educazione o forse per necessità se trascrivo le parole così come le ho trovate.]

E’ che bisogna crederci e io non ci credo abbastanza.
Ho il senso di responsabilità; ho il senso di me per fermare tutto e riprendermi ciò che è mio o forse solo ciò che è a misura d’uomo. Ho il senso dell’altro che mi fa sorridere e allungare una mano. Ho il senso del ridicolo per esserlo fino in fondo, ho il senso relativo ma non ci ho creduto mai abbastanza.
Se per alcuni aspetti estremi è un bene, per il talento è una merda e per il resto un’inutile aggrovigliarsi. E io resterò sempre qui ferma come un monolite. Se mi chiedi come sto, sono felice e mai soddisfatta.

Ho dovuto prendere in mano la mia vita

Capita quando arrivi a un punto alto, basso che sia; anche quando si tratta di un punto a metà o un punto da nulla e comunque pensi che ci potrebbe stare bene un punto. E’ lì che sei fottuto.

Capita quando pensi appena che dopo il punto ti potresti sedere qualche minuto a contemplare. E per qualche minuto ti si concede anche di sederti e vedere il panorama ma poi non ci sono storie: tu devi prendere in mano la tua vita e ricominciare. Una nuova frase.

In fondo a me stessa speravo che capitasse di tanto in tanto, come i punti che stanno in un romanzo dell’ottocento con quelle frasi lunghissime che non finiscono mai e invece mi hanno gabbato perché l’esistenza si è modernizzata e si attiene ai romanzetti a mo’ di sceneggiatura con un fottio di punti.

Bene l’ho fatto.

Non sto mica a pettinare le bambole qui.

Domani 5 giugno

Tutti ci avrebbero scommesso e nessuno ci avrebbe creduto.

Dal canto mio ho deciso di prendere le vie laterali e di arrivare lì dove volevo arrivare. Non sapevo se saresti stato tu. Ho pensato solo che se eri tu era meglio.

E ora effettivamente è meglio. Ed è meglio soprattutto quando è peggio perché in amore e serenità siamo tutti felici.

Questo è il tempo dei sì. Ed era ora. Perché dire sì per qualche ragione è vita; da vivere, come verrà, per giocare le proprie carte.

Ho i miei assi in mano. Sono sulla riva di un ruscello e ti sento parlare. L’acqua scorre, si porta un fiore e bagliori fra le foglie; calo la mia carta, la lascio al suo destino. Vedi, apro le mani. Sono qui, guardami, domani sarà per noi.

la storia siamo noi che vi piaccia o no

ovvero “ ciascuno deve sopportare il proprio destino, vivendo o morendo”. [egon schiele]

 

non so come vi sentite là fuori ma io qui che non è un dentro né un fuori, che è vita vissuta e vita vista letta raccontata, vita che corre lungo fili elettrici e sentieri improvvisi, ecco, io qui, mai come adesso, mi sento dentro la storia.