l'alba dentro l'imbrunire

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Dedica con titolo

di Danilo Reschigna

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Danilo

L’ho incontrato tanti anni fa in uno spettacolo. Non ricordo nemmeno perché l’ho conosciuto. Tutto quello che ricordo è che mi metteva a disagio. Metteva a disagio molti ma non tutti e questo era per me fonte di ispirazione.

Poi mi invitò ai suoi spettacoli e io invitai altri a vederlo recitare. Di tutti gli spettacoli che mi chiese di vendere ricordo solo quello in cui bestemmiava. Ma lui non ha mai voluto guadagnare, voleva recitare e forse nemmeno quello perché credo che volesse creare e vivere.

Ogni tanto mi chiama o mi scrive; poche parole poche lettere per sapere che siamo ancora qui.

Mi ha telefonato qualche tempo fa per vendermi il suo secondo libro. Non glielo pubblicano e così se l’è pubblicato. Sono racconti, 47 pagine formato cartolina compresa la dedica, il curriculum e un bella introduzione di un amico. I racconti non vanno più anche se la Munro ha vinto il Nobel.

Non me l’ha venduto per soldi, ma sempre per quel fatto di creare ed esistere.

Ci siamo visti in centro, una passeggiata due chiacchiere; teneva il libro in una cartella a tracolla.

Di tutto quello che mi ha detto, si è tenuto la cosa più importante per lui alla fine, come un testamento. Vorrebbe essere ricordato come uomo e come artista indipendentemente dalle etichette che sa di avere e che gli mettono addosso.

Ho letto il suo libro. Lo trovo poetico e geniale.
Ho deciso di pubblicarne degli stralci. Sarebbe un peccato che andasse perduto.

così è la vita

c’era una ragazza che oggi non c’è più.

questa mattina è morta di cancro al cervello.

lo scrivo qui perché non credo che sia una cosa intima ma pubblica, lo scrivo perché ieri ho ascoltato concita de gregorio, michela murgia e fabrizio gifuni parlare di morte e di come si stia perdendo la semplicità di pronunciare la parola morte, non parliamo poi di cancro tanto più se associato al cervello.

un tabù.

non se ne parla, non si portano i bambini ai funerali. il brutto, il malato, la morte di cui è piena la nostra vita di ogni giorno è bandita dalle nostre parole e piano piano dalla quotidianità finché non ci caschi dentro e ti nascondi dopo che ti hanno ben nascosto.

giusto ieri raccontavo di come io sia andata a molti più funerali che matrimoni, moltissimi di più. per dire che il numero dei matrimoni superano di poco le dita di una mano, mentre ho perso il conto dei funerali. non riesco a capacitarmi di questa cosa. cos’ho che non va? perché non mi invitano ai matrimoni?

ma insomma ho visto tanti morti, sì non pensavo di essere in controtendenza e se penso a me posso dire di essere una persona che ama la vita, non ricordo traumi per aver frequentato i morti, quelli li ascrivo a fatti accaduti coi vivi e spesso dovuti alle parole, a cose dette o non dette.

è anche vero che ho una piccola mania: ogni tanto penso a qualche morto, alle mamme delle mie amiche, ai parenti, agli amici, ai ragazzi che ho conosciuto, li penso e mi ricordo di loro nei momenti inutili, in un momento qualunque di una giornata qualunque che ci è capitata e talvolta ci parlo. tranquilli, non mi rispondono. mi fa piacere ricordarli così com’erano nei loro giorni qualunque. un po’ pirandelliana come cosa forse.

anche di questa ragazza che è morta prima dell’alba mi è venuto in mente uno di quei momenti. un mattino freddo e ventoso mentre percorrevo una strada in macchina l’ho vista in bicicletta andare verso la metropolitana con un viso sorridente e concentrato; faceva un freddo becco e ho pensato che aveva una tempra pazzesca che io manco a scudisciate ci sarei andata in bici e ho pensato a quanto fosse forte oltre che bella. ma come fa? mi sono chiesta. mi viene in mente lei di spalle in bicicletta mentre va.

di piccoli momenti mi piacerebbe che fosse ricordata non nel pianto collettivo di facebook.

certo ognuno ha la sua sensibilità.

così lo scrivo qui. quando morirò spero si faccia una festa e vorrei che tutti si raccontassero le stronzate che ho fatto e detto in vita, spero che tutti ci rideranno su.

Considerate la vostra semenza

Ciro ha sessantanni ed è praticamente analfabeta.

Lo so, non vuol dire niente praticamente: lo è o non lo è. Le cose stanno così, lo è e non lo è.

Lo so perché l’ho visto. Anzi, l’ho letto. Mi ha fatto vedere un foglio dove aveva scritto delle cose che dovevano essere nell’ordine: recriminazioni, un lamento di amara angoscia, un’imprecazione, speranze a cui mai si crede e che sono miste all’orgoglio.

Mi ha detto leggi e dimmi cosa ne pensi. Ma non si poteva leggere quella roba lì. Era roba, non era scrittura. Parole inventate o sconnesse, frasi traballanti che al primo alito di vento sarebbero cadute. Ho pensato che non si possono fare recriminazioni in quel modo. O sì?

Ciro comunque è così che scrive ed è così che in parte pensa. È che non vuole smettere di pensare, dice. [fatti non foste a viver come bruti]

Continuava a guardarmi Ciro; voleva la mia approvazione. Mi sentivo in un vicolo cieco. Ciro cosa vuole che le dica? Che con quello che ha scritto finalmente capiranno? Capiranno cosa desidera? Come possiamo saperlo? Mi dica ha fatto tutto quello di cui era capace? In cuor suo pensa di aver capito bene cosa vuole?

Il signor Ciro annuiva, era convinto che gli mancassero forse le parole e i pensieri belli.

Il signor Ciro un giorno ha preso da uno scaffale un libro scartato perché vecchio e logoro. In copertina si stagliava il nome dell’autore: Hegel, il titolo credo fosse “Lezioni sulla filosofia della storia” ma poteva essere benissimo “Fenomenologia dello Spirito”, sinceramente non ricordo quale dei due; ricordo benissimo invece i giorni in cui il signor Ciro veniva da me con vocabolario in una mano e il libro nell’altra a chiedermi conto di alcuni vocaboli. [ma per seguir virtute e canoscenza]

Sinceramente a volte avrei voluto prendere quel suo vocabolarietto e sbatterlo contro il muro pronunciando al contempo una sana imprecazione. Non so ancora cosa mi abbia trattenuto.

La infastidisco non è vero? Mi ha detto a un pomeriggio di sole. Ma no, signor Ciro, non è questo il punto. Però ammetta, aveva continuato, impara cose nuove anche lei. Sì Ciro ho imparato che non so spiegare concetti difficili con parole semplici, che spieghiamo concetti facili con parole difficili e che a volte riportare tutto al terra terra diventa anche più umano, che il mio vocabolario è pessimo e ho imparato la parola olocrazia e su questa parola ci ho riflettuto su, ho riflettuto sulle degenerazioni.

Sono passate settimane e il signor Ciro un bel giorno mi ha detto ho finito, cosa leggo adesso?

Non saprei, gli ho risposto.

Mi hanno consigliato Kant, un titolo con la ragione, pura forse. Me lo consiglia?

No signor Ciro non glielo consiglio ma se vuole lo prenda, si chiama Critica della ragion pura. Lo legga se vuole.

Lo sta leggendo. Qualche giorno fa ha dichiarato che gli si stava fondendo la testa.

Smetta di leggere, gli ho detto.

Ancora oggi lo vedo il signor Ciro seduto su un banco chiaro con un libro, un quadernetto, una penna e un vocabolario. Chino sui suoi testi. Puntiglioso. Dice di imparare parole e che un giorno si metteranno a posto. S’informa su chi era Kant e chi Hegel, ascolta. Ancora non sa scrivere.

ogni cosa è e non è ciò che sembra a prima vista

io c’ero ieri sera.

a volte penso di non esserci abbastanza. sulle cose, sul pezzo.

sulle persone invece è un altro paio di maniche. credo che bisognerebbe starci ma non addosso come serve sulle cose per renderle proprie (forse perché non dovrebbero essere proprie le persone). anche su se stessi non bisognerebbe stare addosso: invece liberare aria (mio nonno infatti diceva che c’è più aria fuori che dentro, ma era per un altro fatto che lo diceva. comunque.) e volare con un sano pragmatismo, altrimenti le idee diventano principi e i principi diventano dictat e poi vengono pensieri tipo di intolleranza.

ad ogni modo io c’ero ieri sera al teatro dal verme. c’è un’iniziativa che si fa tutti gli anni a milano e si chiama “la milanesiana”. incontri, dibattiti musica.

ci sono andata per jonathan coe e per paolo fresu. uno scrittore e un trombettista. “tromba con la scrittura”, una roba da maschi o da sfigati poteva sembrare; è pur vero che con le parole si tromba, se sai contarla su bene ma non di sole parole vive l’uomo.

insomma quello che volevo dire è che la serata ha ruotato intorno ai paradossi. e ne han dette di belle. bella soprattutto la voce di coe: chiara limpida come il suo testo, e tagliente. ha parlato di satira l’inglese col suo humor.

ha detto [qui tutto il testo] che a volte si scrive satira pensando di cambiare le cose e invece si finisce per avere un drappello di soggetti che ti leggono perché la pensano come te e l’unica cosa che si riesce a fare è mantenere lo status quo.

mi si è raggelato il sangue. e adesso? sarà mica vero?

a volte pare sia proprio così. tu fai dici scrivi e le cose cambiano a modo loro. non sai mai davvero come. non sai mai davvero quando. io mi dico liberare il pensiero è una cosa, una cosa bella. perché ogni cosa è se stessa ma anche altro. spesso non è ciò che sembra a prima vista.

così. se avete qualcosa da fare e anche se non avete niente da fare, se il caldo attanaglia, se state abbracciando il condizionatore che poi magari vi ammalate, se state lavorando o siete in vacanza, non importa, trovate il modo per ascoltare chi ho amato ieri sera. liberate il pensiero.

fatelo. provateci.

il piano del cubano omar sosa, le percussioni dell’indiano trilok gurtu e la tromba di paolo fresu. ascoltateli. niente vi sembrerà più lo stesso.

Il tempo passa e noi dove stiamo?

Dieci anni. Dieci estati, dieci inverni. E le primavere pure. Forse meno sono stati gli autunni, ché a me passano più veloci tranne quest’anno che è stato un lampo da dicembre a oggi e non me ne capacito, schiaccio il freno ma devo aver messo in folle. Forse è grave dal momento che credevo di essere in salita.

Comunque dicevo sono dieci, più o meno gli anni che son passati.

Poi l’altro giorno è entrata Caterina. Signorina c’è un Signore che chiede di lei, lo faccio entrare? Cavolo, volevo solamente finire e uscire, magari mettere la terza, anche al cambio, mi pareva una velocità di tutto rispetto seppur non troppo forte. Mi sono sentita dire sì certo ma non ho prestato attenzione. Ho alzato il volto e mi si è sbiancato. Dieci anni e si è ripresentato dicendo ciao vediamo se mi riconosci.

Certo che ti riconosco. E so bene che della cricca d’amici sono quella che non hai invitato al tuo matrimonio per rispetto a tua moglie -ho capito bene?- e lo hai fatto che eri giovane, che te ne sei andato in un altro paese e che poco dopo l’undici settembre mi hai scritto una mail perché avevi paura degli attentati, che sei quello che mi chiedeva sempre conto delle mie scelte, che sapeva cosa fare quando io no.

Mi hai detto che sapevi di me ma negli ultimi anni di meno. Sei diventato un pezzo grosso, di chiacchiera ne avevi tanta. Mi hai chiesto del passato. La tua vita in realtà sembrava ferma a quindici anni fa, a noi ragazzini amici un po’ cretini. Eravamo solo amici. E le cotte allora erano grandi certo ma eravamo ragazzi.

Com’è che per me il passato è passato e per un sacco di gente il passato è tremendamente presente?

Perché non vuoi sapere chi sono ora e se se sono felice di quello che sono diventata? Perché mi dici che mi vedi un’ottima mamma? E la donna che sono? Che ne sai della donna che sono?

Menù turistico

Estate. Ore 13.30

Due turiste alla cassa del supermercato:

  • 2 Coca-Cola light (che schifo l’aspartame)
  • 2 porzioni mignon di Nutella da 30g
  • 2 brik da 1 litro di Tavernello
  • 1/4 di Caciotta da 150g

io e il mio panino al prosciutto e bottiglietta d’acqua ci sentiamo inadeguati.

Dovessero tassare la Nutella sparirebbe anche il formaggio? Non sia mai …

Maria e la morte

Non ho fatto a patti con la morte, l’ho solamente guardata, in faccia. L’ho vista tante volte che mi fa ancora paura; l’ho vista e mi ha riconosciuto. Una volta è venuta da me e se n’è andata, non le ho detto ‘azz vuoi. L’ho guardata e sono stata ferma. Se devo dare un immagine di me direi immobile a fissare. Così l’ho guardata. L’ho fatto perché mia mamma mi ha insegnato a farlo. Ricordo i funerali più di qualsiasi altra cerimonia, ricordo le camere mortuarie.

Non ha il gusto del macabro la mia mamma. Pensava forse che avrei apprezzato di più la vita. Non lo so, so che oggi amo di più le persone. Anche gli stronzi.

Quando avevo due anni, i miei genitori mi hanno portato a vivere in un posto che ha due peculiarità: il maggior numero di laureati per abitante, il maggior numero di suicidi per abitante. Non so se le due cose siano correlate, la responsabile della biblioteca dove studiavo quando ho fatto la maturità disse di sì. Disse che ci facevamo troppe pippe mentali, troppi pensieri in testa che non sapevamo dove mettere. Mi disse studia con determinazione ma vai a lavorare. Ho sempre lavoricchiato. Forse per quello mi sono salvata. Non lo so.

Ho visto tanta gente morire. Ma non ci ho fatto il callo. Ogni volta sto ferma immobile a osservare senza pensieri.

Maria la conoscevo da quando era bambina. Era poco più piccola di me. Schiva e felice. Fino all’adolescenza. Col tempo è rimasta solo schiva. Si è tagliata i capelli, ha eliminato quasi ogni elemento di femminilità. Non la vedevo da tempo. Poi un giorno mi è comparsa davanti. Alzava gli occhi al cielo quando ti parlava. Non un sorriso, non un gesto in più, poco contatto visivo. Leggeva. Non so se avesse ripreso a leggere. Leggeva. Leggeva cose durissime. E io avrei voluto entrare in quelle parole perché fossero più facili, più luminose, avrei voluto tirare quelle parole e farle diventare farfalle.

Deve essere stato un mese fa. L’ho guardata, mi ha sorriso. Ho pensato finalmente.

La settimana scorsa era alla finestra. Ottavo piano. Deve aver voluto sapere com’è volare.

Rosalba dice che ci vuole coraggio per lasciarsi andare. Dice che non è facile, che il nostro istinto di sopravvivenza è più forte.

Dici che era una ragazza che aveva coraggio? Mi ha chiesto.

Non lo so Rosalba. Non so niente.

E ripenso al tuo sorriso piccolo fiore di campo.

De Crescenzo

è un fatto che a volte non scrivo io sul mio blog. però non lo capisce nessuno. poco male. comunque adesso lo puntualizzo perché si dà il caso che l’autore di questo post, il quale HA un SUO blog ma evidentemente gli piace pisciare su quelli altrui, dicevo, l’autore del post oggi compie gli anni. tantissimi anni. è vero che sembra giovane e che si sente giovane ma questo non cambia. ho capito che l’età personale è una cosa, quella all’anagrafe non se la caga quasi nessuno, mentre l’età percepita dagli altri è tutt’un’altra cosa. mi riferisco sì al fatto di sembrare giovani o vecchi agli occhi degli altri ma in relazione al presupposto che esistono età sociali: per dire, se hai una certa età ci sono delle cose che devi aver fatto e altre che non devi più fare, pena la pietà -se ti va bene-. ma chi l’ha detto?

ad ogni modo: TANTI AUGURI ZUNSTRAAL e ricordati che pure tu hai un blog!

abbracci sparsi,

la tua amica neru [alla quale, ricordo, hai sfracassato quel dì a roma un piede…]

***

Passati i 25 lo scorrere del tempo ha assunto un altro significato. Più che altro rapido!
Ancora ricordo come ieri gli inutili discorsi fatti per cercare di far desistere la mia ragazza dell’epoca dall’assurdo proposito di mollarmi!

A 15 anni, parlando con la mia fidanzatina dell’epoca di come sarebbe stata la nostra vita da li a 10 anni, dicevo che mi vedevo vecchio, con un lavoro, sposato e con figli. Ma soprattutto mi sembrava qualcosa così distante che non valeva la pena pensarci. Ai 25 invece ero uno studente che se la prendeva comoda e che a una vita di responsabilità non ci pensava proprio. A 25 anni di contro mio padre si è sposato e poco dopo sono nato io. Ed è ai miei 25 anni che sono cominciate le pippe mentali del “alla mia età mio padre aveva già …

Ai 28 mi sono ritrovato la stessa caviglia di Van Basten a 28 anni.
Ai 29 è stata la volta del “sono più vicino ai 40 che ai 18
Ai 30 mi sono quasi consolato con “sono più vicino ai 40 che ai 20
Ai 31, beh tralascio per non essere banale.
Ai 33 sono cominciati i paragoni con Cristo.
Ai 35 la triste constatazione che ero più vicino ai 50 che ai 20, oltre a pensare “aaahh Dante … mavvafanculo va!
Ai 36 mentre mi dimenticavo cosa fosse la vita senza la patente, realizzavo che avevo passato la maggior parte della mia vita da maggiorenne piuttosto che da minorenne.
Ai 38 l’apoteosi del “cazzo quest’anno c’è gente che fa la maturità che nasceva quando io facevo la maturità!”
E qui mi fermo.

In televisione passa uno spot con una tizia che fa “quest’anno sono 40, sarà il caso che mi cerchi una palestra …“, beh manca ancora un pochetto ma non troppo, però sarà il caso che cominci a cercarmene una anche io dal momento che sono un po’ troppo out of shape per i miei gusti.

A parte questo la gente fatica a darmi più di 30 anni: sarà che ho 5-capelli bianchi-5 che non si vedono (lo scorso anno comunque erano 3!). Però è innegabile che stia invecchiando. Anche se ascolto ‘forever young‘ tutti i giorni, sto invecchiando (infatti “forever young” è una canzone del secolo scorso).
Lo vedo purtroppo nelle facce di chi mi sta attorno, specialmente dei miei ex compagni delle elementari che fortunatamente incontro molto raramente (ma guarda se 30 anni fa E. doveva preferire sto vecchio pelato a me!).

Sto invecchiando! Anche se la Wii mi dice  dimostro 27 anni (oltre a ‘cazzo, butta giù la panza!‘), invecchio!

La cosa che mi fa specie è che ho cominciato a scrivere questa cosa sul cellulare per riempire il tempo nella mezz’ora di metropolitana che mi aspettava dopo essere rimasto sconvolto dall’incontro con una persona.
Esco da una libreria e incrocio sto vecchio, ‘cazzo l’ho già visto!” torno sui miei passi e lo vedo meglio: passo lentissimo, accompagnatore, sguardo perso ‘… ma cristo è Luciano De Crescenzo … azz che finaccia che sta facendo!’. Era un po’ che non lo vedevo in giro (ergo, tv). Come passa il tempo!

Che merda invecchiare!

E porca puttana la caviglia mi fa di nuovo un male cane!

“oh l’amour”, ovvero Ciccio

Lei ha sempre detestato che mi riferissi al suo ragazzo, o comunque al ragazzo di chiunque altra, con l’appellativo di Ciccio.
Quantunque qualunque buon dizionario riporti alla voce Ciccio la seguente definizione: nome generico di fidanzato altrui, Lei non lo accettava.
Nonostante l’indubbia utilità Lei disapprovava.

Certo la versione femminile funziona meno, ma è innegabile che al maschile la parola Ciccio è di facile utilizzo e di immediata comprensione:

come sta Ciccio?
Ciccio che dice?
Dove andate tu e Ciccio in vacanza?

etc.
Se poi i Cicci sono tanti è possibile creare delle forme contratte con il nome in modo da individuare immediatamente il particolare Ciccio in questione: nel caso di un Ciccio di nome Ermanno si può usare Cicciomanno; se invece è Galileo, non di meno si ha un Ciccioleo che risponde perfettamente alla bisogna; qualora il Ciccio fosse Marcello, ecco spuntare un Ciccello che risolve i problemi. E così via.

Però Lei no! Ciccio non le stava bene.

Per cui quando mi ha riferito che aveva posto termine all’ultimo periodo di zitellaggine con l’introduzione di un Ciccio di nome Manolo, mi sono ben guardato dall’usare un normale e giusto Cicciòlo – mi raccomando, la prima O è aperta, come ghiacciòlo.

Era dura digerire il nome – figuratevi se con l’abbondanza di Cicci che c’è in giro sto a ricordarmi tutti i nomi dei fidanzati passati, presenti e pure futuri delle mie amiche quando posso usare un generico Ciccio (infatti la definizione di Ciccio riporta appunto: nome generico di fidanzato altrui) – perciò per estensione stavo cercando di abituarmi a chiamarlo DeGayardon.
In effetti de Gayardon si chiamava Patrick, ma dal momento che mi stavo arrampicando sugli specchi decisi di rimanere in tema.

Voi non potete immaginare cosa, quando un paio di settimane dopo Lei mi disse che lui, Ciccio, in intimità la chiamava Ciccia!

– E tu come rispondi?
– … … ciccio

L’apoteosi!
Voi non potete capire come mi si è semplificata la vita da allora. Il ciccio è stato sdoganato!!!

Almeno fintanto che Cicciolo esiste.
Non dovesse, so già che dovrò eliminare dall’alfabeto stesso sia le
C che le I che le O