essere adulti

Se ci penso, l’essere adulti sta tutto nel saper aspettare. Non il momento giusto. Non qualcuno o qualcosa, quello potrebbe avvicinarti al deserto dei tartari. Aspettare.

Puoi essere adulto in qualcosa e bambino o bambina o adolescente in altre e lo capisci in relazione a quanto sai aspettare.

Ci hai mai pensato?

Non mi puoi dire che non aspetti più niente, queste sono cazzate che ci raccontiamo. E poi non è questo il punto.

Non c’entra non stare nella pelle, perché puoi non stare nella pelle e avere la forza di aspettare.

Ma aspettare cosa? chi? e potrei aggiungere la sfilza di dove? quando? perché?

Aspettare gli altri, aspettare te quando ti fai fretta o gli altri che ti fanno fretta, aspettare che le cose si instradino prima di scapicollarsi a modellarle come le vuoi, le pensi giuste, chè magari la vita ti sta aiutando. Cose così.

E non è un aspettare che non inizia mai e posticipa sempre. È l’aspettare prima dell’azione. È l’aspettare per amore. È l’aspettare della pausa di silenzio prima della sinfonia. Ferma l’immagine sulla tigre che ti guarda e ti aspetta. Chi si salverà?

trovo solo più difficile fingere di martedì

Non sopporto le domande indirette, i giri di parole. Non arrivano al punto, non vuoi scoprire le carte. Hai paura.

Delle tante cose che ti perdono perché hai paura, questa la trovo meschina.

Mi fai perdere tempo. Se vuoi il tuo buttalo. Il mio è prezioso, ho tante idee. O forse semplicemente mi annoi, mi distrai e non trovo il filo, poi perdo la matassa.

Mi dici buttati tutto alle spalle e inizia una nuova vita.

Che curiosità il concetto di buttare quando si avvia l’era del riciclo.

Anche il concetto di tempo sta mutando. Non un prima, non un dopo ma un lungo fluire nel qui e ora. Esserci, scegliere, trovare, eleggere; in quest’ordine.

Mi perdo. Non avere paura.

Non lo credete anche voi?

“Abbiamo capito che i fattori emotivi, emozionali e in genere di cura del sé e dell’altro, incidono sulla durata della vita molto di più del fumo, dei geni, della vicinanza a un ripetitore, del cibo avariato o sofisticato.

…il mio modello…aveva come ipotesi l’evidenza che l’amore, in ciascuna delle sue minute declinazioni, allunga la vita. Forse perché la rende limpida e la orienta. Tuttavia avendo scomposto l’amore in minutaglie che tutti chiamano quotidianità o caso, nessuno aveva inteso la portata rivoluzionaria della nostra idea, nessuno in quell’elenco aveva ricostruito la forma delle felicità possibili e delle fortune, ed è stato meglio così, nessuno ci avrebbe ascoltato e creduto”.

non fidarsi con moderazione #chiavedivolta2

Leggo da un libro che non mi ha entusiasmato tranne alcuni brani:

“Paul Valéry, tra le altre cose, ha scritto Quello che viene creduto da tutti, per sempre, dovunque, ha molte probabilità di essere falso. Dunque la storia non è affidabile, la realtà non è la verità, è tanto vale procedere da soli, con le proprie farneticazioni e i propri amori, anche quando gli amori sono spine e le farneticazioni buche degli imprevisti. […]

[Il protagonista] Si era convinto che le imperfezioni tengono il mondo in equilibrio e impediscono che tutto frani […] ma non bisogna confidarci troppo.”

Dunque è così che la vedo anch’io adesso. Non credo davvero a niente e nessuno. Tanto vale procedere. Così. Esattamente come sono. Con tutte le mie imperfezioni e le mie solitudini.

Qualche volta ho paura. Come sarebbe bello a volte spazzarla via. Così. Con un colpo d’occhio.

il signor pouget e la bambina

siamo seduti a un tavolo. davanti a me una citola di vetro blu e tanti pezzi di anguria fresca con due stecchini lunghi per mangiarla. restano in fondo al blu soffiato due semi marroni. infilzo i due semi. ora due gambine secche saltano fuori dalla ciotola e camminano verso la mia amica alla mia destra. sta arrivando il signor pouget annuncio. la ragazza mora sorride. manca qualcosa dice. prende un pezzo di anguria e la piazza sui due stecchini. ora il signor pouget ha un corpo. la signorina mora con la canottiera azzurra spezza il suo stecchino. ora il signor pouget ha le braccia e un collo. sul collo ci piazziamo un pezzo d’anguria mangiato a metà. il ragazzo alla mia sinistra prende il tappo blu dell’acqua. ora il signor pouget ha la testa e il cappello.

la bambina dell’altro tavolo ha gli occhi sgranati. la gurdiamo, sorridiamo. sono le due. il signor pouget è stanco, lo mettiamo a dormire su un letto di ananas ormai finita e divorata. più che un letto sembra una barca vichinga ma non crediamo che il signor pouget sia morto.

poco più tardi la bambina mangia le patatine e io le scatto una foto. passano cinque minuti e una mano piccola mi batte sulla spalla. ciao mi dice una voce. mi giro e rispondo ciao. come ti chiami? beatrice. sì beatrice, sono io quella del signor pouget ma tu, tu chi sei? io ho una cicingomma rosa. tu? io no.

quando non sai più chi sei o forse lo sai

Io stavo semplicemente scorrendo i titoli dei film del Trento film festival quando mi si è avvicinato. Non l’ho visto arrivare. L’ho sentito; la voce e l’odore. Un barbone mi sono detta. E in effetti.

Non amo parlare, conversare troppo ma conoscere la gente sì. Così ho conosciuto Alberto, finché ho potuto, finché il mio fisico non si è stancato di stare in piedi a prestare attenzione.

Alberto non ha scelto me, mi ha trovato e l’ho ascoltato.

Si è definito scalatore e l’abbigliamento ci stava. Quasi cieco, con evidente alopecia, a dispetto dell’odore e dei suoi abiti, voleva dimostrare di essere di origini nobili e molto colto.

Interessato alla storia e “alla gente che conta”, affascinato da conti contesse e marchesati, sembrava intestardito con gli ebrei e con la vita di Cesare Battisti, l’irredentista.

Non so cosa volesse davvero dirmi o dimostrarmi, ma mi è sembrato un individuo comune, il racconto di sé stridente con l’immagine, la necessità di raccontarsi a volte in modo quasi immaginifico anche a dispetto di quello che il corpo esprime; e il corpo parla, ci dice tantissime cose di noi, che spesso purtroppo ci sfuggono. La dissociazione capita.

Forse non è necessario sapere chi si è, a volte raccontare e raccontarsi storie aiuta, forse aiuta nelle fatiche.

Ha detto che la gente non studia e in Università sono tutti ignoranti. Ho risposto che la vita è dura, ognuno fa quello che può. Sto perdendo la mia intransigenza. La mia anarchia emerge placida. Ma la mia è un’anarchia del vivere in una società di indicazioni e qualche regola precisa. Sto cominciando a credere di più nei diritti sociali che quelli individuali. Senza diritti sociali, quelli individuali sono solo uno specchietto per le allodole.

p.s. ho googlato alberto sul web e pare sia o sia stato un commercialista, a meno che si sia preso un’identità

semplificala

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un buon inizio anno con una doppia malattia mi costringe a viziarmi da una poltrona all’altra meditando buone attività.

iniziare col trarre il meglio da ciò che accade.

continuare.

tagliare ove possibile e soprattutto semplificare porgendo il fianco alla complessità.

l’idea mi viene da un bel librino che ho giusto finito in questi giorni. di john maeda, si intitola le leggi della semplicità.

ve lo consiglio.

buon anno.