l’arte e l’inconscio

a una mostra bisognerebbe andarci due volte. una per guardarla, l’altra per vederla. (potrebbe essere costoso, lo so).

prima si passa in rassegna tutto quello che c’è e ci si lascia emozionare. poi si torna e si entra nei quadri e nell’artista.

io faccio così. prima di andare voglio sapere pochissimo, l’indispensabile, sull’autore e sulle cose che ha fatto; anche se spesso ho visto già qualcosa, ne ho già parlato o me ne hanno già parlato. ma sono informazioni confuse, non didascaliche e accurate.
poi torno a casa e comincio a leggere e confrontare.

penso che per l’arte in genere valga quello che si dice per le poesie: alla fine conta quello che sente chi le legge. cioè sono di chi le legge. certo è che poi quando capisci e conosci quello che hai visto e letto, ti si apre un mondo.

insomma, due volte: una per l’anima e una per la testa.

io l’ho fatto.

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amo i colori, tempi di un anelito inquieto*

dunque a che punto sto? sono al colore. sono alla graziosa luminescenza del colore. e dunque anche la piccola dresda, la mia adorata casa nuova, sta prendendo forma al colore.

ho due stanze attigue, due stanze che sono due trapezi; i lati obliqui si incontrano; il muro che unisce i due trapezi è stato in parte abbattuto a formare un grande arco squadrato. una delle due stanze è la sala. nella sala ho colorato la base del trapezio di verde. è un verde boston.

poi ho la camera. una parete l’ho colorata di prugna. è un prugna praga.

e c’è l’ingresso. nell’ingresso appenderò una fotografia molto grande in bianco e nero che ritrae un uomo dai capelli bianchi che soffia sulle bolle di sapone. la parete dell’ingresso è grigio lilla. è un grigio parigi.

mi restano ancora due pareti da colorare. una della cucina e la base del secondo trapezio.

se ti metti in mezzo alla sala potrai vedere parte di tutti i muri colorati.

a parte che questa cosa, oltre ad essere una goduria, è anche una figata, devo decidermi a scegliere gli ultimi colori. ho deciso di condividere questa scelta e ho chiesto in giro.

in fondo come dice bruno taut** in un motto preso da paul scheerbart, character is merely obstinacy, i move in all directions.

mi hanno chiesto che colori hai già scelto? ho detto verde boston, grigio parigi e prugna praga. di seguito sono arrivate le proposte.

per la stanza:

bianco niglio

rosso malpelo

giallo/viola los angeles

rosso ferrari ma forse volevano dire ferrara

arancio provenzale

lavanda antibes

malva istambul

iuta art déco

per la cucina:

giallo burro siviglia

pelle scamosciata helsinki

qualcuno ha altre idee che aiutino la mia confusione?

devo far nascere una stella.

prometto che poi invito tutti a cena.

***

** mi ha sapientemente detto la mia amica arkika che bruno taut è un architetto tedesco nato nel 1880 e morto nel 1938, il quale impiegò il colore come strumento educativo finalizzato al “risveglio della consapevolezza”. fece ricorso alle più diverse valenze del colore: il colore come espressione di gioia di vivere, come mezzo per educare alla cultura, come oggetto di identificazione, il colore come strumento creativo a basso prezzo, ma anche come elemento necessario all’architettura moderna. stica.

*amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irresolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del mio respiro. (alda merini)

ma dove vai se un kit antinostalgia non ce l’hai

ci sono cose che fanno bene al cuore.

una mattina ti svegli, apri un occhio poi l’altro, scopri che è domenica e si va in gita.

un giorno ti siedi a pranzo con un certo ritardo e una fame atavica; voilà il cameriere ti porta la piadina più buona del mondo -sarà la fame ma te la gusti leccando anche le briciole sul piatto-.

un pomeriggio chiudi un libro e pensi che sia il libro più bello che tu abbia mai letto e dici solo porca miseria.

una sera ti danno appuntamento a un angolo della città, tu tergiversi, non puoi rifiutare ti dicono, smadonni, corri per arrivare e poi ti mettono in mano due biglietti per un balletto e sogni.

e poi ci sono cose che.

per cui io.

esondo di gioia.

è stato ieri.

il postino mi ha messo nelle mani un kit antinostalgia.

non avete mai ricevuto un kit antinostalgia? mi dispiace per voi.

è una scatola bianca e rossa con un nastro di raso rosso.

come a natale, con il cuore che ti batte forte e dici chissà cosa c’è. non c’è un motivo vero per avere fra le mani quel pacchetto. e ti piace pensare alla magia. e piano piano scarti e ti emozioni.

e finalmente apri quella scatola. dentro ci sono delle cose. le prendi in mano e gli odori si confondono ai suoni, le immagini ai ricordi e scorrono leggere come durante un film muto.

sorrisi buoni, tazze fumanti, abbracci, parole dette e scritte sulle piastrelle, dolci che ancora ti scende la bava dalla bocca, gente incastrata nelle porte.

e finisce che c’è un biglietto con le istruzioni per l’uso e una data di scadenza.

poi i tuoi occhi s’incollano sui saluti. ti vogliamo bene (e con noi). le giugno girls.

e io vi dico che la gioia mi scavalca. ne potrei regalare qualche chilata. qualcuno ne vuole?

succede che ti chiedi cosa hai fatto e come hai fatto.

e ripensi alle amicizie nate per caso. che poi lo sono un po’ tutte, ma alcune più delle altre. alcune in modo più speciale delle altre. e ricordi una frase di una blogger -rapida- che a te piace molto.

non è il marito di una fata, ma il merito del destino, il fato, che ci ha fatto incontrare.

e pensi alle persone che non vorresti perdere mai. a quelle che ti chiedono se necessiti risate e te le regalano e che vivono di passioni. ché nella vita ci sono frasi da dimenticare e momenti da reinventare.

elis ha inventato per me questo momento. l’ha creato rompendo le acque di casa nostalgia e ho visto e sentito parole e suoni, gli odori dei colori. perché sa che mi manca roma. perché sa essere generosa. perché ci vogliamo bene. già ormai tutti sanno che roma è dove scappo, dove vado a riposare. dove vado a sognare. e se non lo sapevate adesso sì.

ché poi le cose accadono, il chiunque diventa qualcuno. colline che diventano montagne e montagne che si fanno pianure. vedrai che in fondo all’anima c’è una strana magia. la primavera mi risveglierà come un fiore.

e se i conti tornano e il cielo è imperfetto, vado punto e a capo vedrai. se potessi vederti, se potessi sentirmi, ti abbraccerei.

tono su tono. senza macchia d’amore ma.

sottotitolo: la rivincita di iron titti

ogni tanto mi fermo a parlare con f.r., una quindicenne davvero simpatica. legge parecchio, uno stesso genere però e io mi dico che c’è tempo. lei mi piace soprattutto perché è, come dire, originale.

f.r.: sai mi sono letta tutta la trilogia della meyer. ma ti assicuro che è bellissimo solo il primo, twilight.

neru: ma dai! anche a te piace quella saga? andrai a vedere il film?

f.r.: sìsì. anche se ho qualche timore. i film non rendono mai il libro. e poi devo dirti che l’attore che hanno scelto non mi piace tanto. nel libro il protagonista è più bello.

neru: ah sì? e come mai?

f.r.: intanto non ha gli occhi marroni ma color ambra, e poi i capelli mica sono castani sono rossi.

neru: uh! rossi rossi? e li trovi più attraenti?

f.r.: sìsì ché poi non sono proprio rossi rossi. sono…di un rosso… un rosso tiziano ferro!

neru: …

f.r.: …

neru: ah, cioè vuoi dire che sono di un rosso tiziano…relativo?

nel vento senza paura

è ora di pranzo rilassatevi. e se è passata, se è pomeriggio o notte, rilassatevi lo stesso che fa sempre bene. per oggi non mandate affanculo nessuno, fuori si sta bene. dentro? come si sta?

io mi ricordo.

una assolata mattina di agosto. una collina, un portico, un prato. sul prato alberi e arbusti. una corda che unisce alcuni tronchi e sulla corda dei panni stesi ad asciugare al vento. vicino al portico un ippocastano e sotto una sdraio all’ombra. c’è una donna lì distesa, ute lemper le sta parlando e il suono si disperde delicatamente al vento.

under here, you just take my breath away. under here, the water flows over my head i can hear the little fishes

la donna bionda è rapita dal vento. allunga una mano, prende un quadernetto e una penna a scatto. quando l’ha comprata ha pensato che avrebbe fatto prima. sorride, non conosce altre ali e la sua testa è a molti metri da lei.

ah, and under here, my blood will be a cloud. and under here my dreams are made of water. and, sir, you just take my breath away.

i panni bianchi stesi al vento hanno disegni macramè. gli alberi hanno del talento in questo.

sembrano grandi uccelli color latte, si alzano in volo poi planano e finiscono per danzare sotto la linea del mare che si vede all’orizzonte.

il prato è metà chiaro metà scuro e si sente odore di terra. una casetta bianca in fondo sorride: chi sei, domanda.

il vento distrae, dà e toglie gocce salate dagli occhi.

look at my hair, as it waves and waves. sir, under here, i have such pretty hair. silver, it is, and filled with silver bubbles.

le porte si aprono e si chiudono, gli spiriti si fanno ansiosi e cercano un posto per dormire. forse per questa notte, questa casa gli piacerà.

under here, i am made ready. and under here, i am washed clean.

la donna sa che tutto non resta mai com’è. chi trova il suo posto, il vento si sposta. le foglie l’avvertono. ma il mare per ora si vede. la cantante teutonica si è regalata un pomeriggio di vacanza italiana. meg le dà il cambio. e là dove c’era poesia, il samba come il vento torna a scompigliare tutto di nuovo.

è la vita, bellezza. e non puoi farci niente, mi dice humphrey bogart.

ma come fai quando tu sei bambino a prendere coraggio e fede nel destino se papà ti mette per castigo al buio poi di notte a letto zitto che c’è il lupo zitto che c’è il lupo zitto che c’è il lupo.

ma passa per il buio senza paura.

poi all’improvviso ti arriva l’età di amare follemente un uomo che non va, non c’è via d’uscita né di qua né di là […] perché quello che è facile diventa complicato dato che la vita è dura, che la vita è dura, che la vita è dura.

ma passa per l’amore senza paura.

il pericolo c’è fa parte del gioco tu non farci caso sennò vivi poco tieni sempre duro comincia di nuovo comincia di nuovo comincia di nuovo.

ma vai per la tua strada senza paura.

lalala lala la la la lalaaaaaa….

il mio sogno chiffon

ieri. notte. due regali. un sogno chiffon. il fruscio di foglie d’ulivo e uno sciame di farfalline bianche mentre giocano ai quattro cantoni tra fiori color arancio. niente titoli di coda. niente dediche. nessun inizio e nessuna fine. tempo sospeso. ho lavato la faccia, liberato i capelli sulle spalle. ho chiuso gli occhi. i passi leggeri accanto alla mia tendina di dischi di madreperla verdi. il loro fruscio lieve e nessun pensiero. la finestra era aperta. un uomo su una biciletta volante mi si è avvicinato. il suo sguardo catturava il mio. ho sentito che mi mi diceva fidati, nonostante. poi stavamo volando . un gufo nella notte, le nuvole passavano attraverso. infine giù nel lago e poi accanto a un ruscello. mi piace il ruscello e il suono dell’acqua che scorre, l’aria fresca e la luce del plenilunio. una palla si è fatta di luce e una voce è volata via. ha detto promettete tutti di cercare la mia luminescente presenza nelle notti stellate in questi boschi sotto la luna d’estate per sempre.

poi mi sono voltata, mi ha chiesto cosa vorresti? ho detto essere qui. di notte guardare le stelle, di giorno la terra. e per caso restare accanto a un ruscello, nel sottobosco d’estate.

renoir e la prospettiva impressionista

ovvero vacanze romane – parte seconda – atto terzo

così io, elis e un’amica siamo andate al vittoriano per vedere la mostra su renoir.

l’aspetto più confortante era il fresco percepito nelle sale, fuori dalla calura pomeridiana. in verità, anche se c’era caldo, io nei giardini della domus aurea a leggere ci stavo bene anzi benissimo. in effetti, sono una che si adatta. pensavo che fosse una cosa tipica delle persone curiose ma forse mi sbagliavo. vedere il bello delle cose, anche nelle situazioni più strane o impreviste, non è facile a quanto pare. ho notato che la gente preferisce stare chiusa nelle proprie paure e additare gli altri di mancanze che loro stessi hanno. è più facile criticare che capire e amare, inequivocabilmente. che poi, perché quando parliamo di amore tutti pensano a una relazione di unicità, forse possesso, e sesso, e non di amore per la vita e le persone? perché preferiamo restare chiusi nei nostri recinti di false certezze? diciamo di essere liberi e leggeri, mentre lo siamo nel nostro pollaio. uscirne certo dà vertigine, ma vuoi mettere poi la vita? bisogna rischiare, sempre. la vita è una e troppo spesso breve. quando l’ho detto, mi hanno risposto che uso toni apocalittici. forse, ma è vero.

vabbè ma cosa stavo dicendo? della mostra mi pare. e infatti.

prendete tre ragazze che si aggirano per le sale alte dietro l’altare della patria, prima un po’ scettiche, poi curiose e infine contemplative di ciò che la pittura può offrire loro. tecniche interessanti, volti struggenti, colori esplosi e grafie curiose. ecco, lì, eravamo noi.

renoir è considerato un impressionista. gli impressionisti erano quelli che uscivano dal romanticismo per dare rilievo al colore e alla percezione soggettiva. certo è importante la visione individuale ed è quella che forse esprime meglio noi stessi. perché poi per quanto cerchiamo di essere oggettivi non lo saremo mai e sempre riporteremo la realtà alla nostra realtà. gli impressionisti vollero dipingere ciò che vedevano, non ciò che conoscevano, sostituendo un’arte di percezione a un’arte di concetto.

ed è così che alla fine del nostro giro panoramico abbiamo riconsiderato i quadri. alcuni visti da una certa distanza non si capivano proprio. il colore si confondeva, risultavano essere delle macchie di luce e ombre. allontanandosi invece diventavano dei paessaggi quasi in tridimensione. ci siamo accorte che sembrava potessimo entrarci dentro come accade a mary poppins quando bert fa con il gesso dei disegni sul marciapiede.

così è nelle cose di sempre. dipende da dove ti metti. da quale prospettiva scegli. per capire le persone e i paesaggi in cui sei immerso, ti devi mettere nella giusta prospettiva oppure tanto vale lasciare perdere e accettare quelle macchie di colore indistinte. basta volerlo in fondo.

bisogna muoversi. è un fatto. non basta dire le cose. perché quando parliamo di leggerezza e usiamo questo termine nelle parole, io penso solo a quel detto verba volant. è la concretezza di un volo e un battito d’ali che conta, è la fatica di entrare dentro il cuore che è leggera.

e comunque, la mostra era dedicata al “periodo di Ingres“, quando Il pittore francese, dopo un viaggio in Italia nel 1881, rimase talmente affascinato dalle opere di raffaello da abbandonare l’impressionismo per uno stile più duro, più concentrato sulla linea che desse maggior risalto ai contorni.

percepire i contorni è come percepire i limiti, danno la forma che è condizione della pienezza, come dice jean guitton.

figli della fortuna

Quante volte ci siamo incontrati
come accade a stranieri per la via:
figli della fortuna ignari, entrati
dalla porta del cielo per magia.

Sara Teasdale
traduzione di Silvio Raffo

ringrazio la massaggitrice espressionista che mi ha fatto conoscere questa poesia e la sua autrice. ha caldeggiato talmente tanto la sua pubblicazione su questo blog che non potevo esimermi. come farlo del resto?
l’immagine “one more time” è di alfred gockel.

update: ovviamente questa poesia è per tutti gli incontri strabilianti, senza motivo e senza ragione, che ho fatto in questa mia vita. inspiegabili. grazie a tutti.

monday bloody monday

poi avevo una cena. alle otto e mezza ho detto, ci sono andata alle nove e un quarto. ed è inziata la serata, fatta di musica e di parole che si attaccavano alla pelle.

sul piatto farfalle con trevisana e zafferano, dallo stereo le note di brahms. fra le labbra parole di relazioni controverse, amori insicuri, lavori da cambiare, colleghi da presentare. e basta che sono stanca. no, datti delle possibilità e vattene da quel lavoro. non prendere in giro le persone, a me piace provocare. sono curioso, lo sai e anche tu lo sei. sai quello che vuoi? e tu? e nell’aria la melodia di west side story.

poi fuliggi mi ha scritto scendi che andiamo? rotella ha chiamato dove siete?

e siamo arrivati alla casa 139. timbro sul polso, scale da salire e un palco. sul palco lorenzo, cesare, david e il baterista. una birra e tre date. 30 gennaio 1972, 1 marzo 1981, 17 marzo, la festa di san patrizio. e invece di festeggiare stavano ricordando bobby sand morto nel blocco H dopo 66 giorni di sciopero della fame. siamo in irlanda del nord, solo 27 anni fa.

e quel ragazzo di 27 anni si chiede quanti iralandesi dovevano ancora morire prima che gli inglesi decidessero che erano abbastanza.

bobby sa che deve risvegliare l’opinione pubblica internazionale e far conoscere le disumane condizioni della vita carceraria, al contempo deve pretendere il riconoscimento dello status di prigioniero politico.

e dà vita a un fiume di parole, le sole a sfamarlo, parole che raccontano di atrocità e soprusi. poi bobby dice “c’era qualcuno che voleva cantare una canzone e la musica alleggerì l’anima”.

ma non riusciva ad essere leggera l’anima alla casa 139, così quando l’emozione si è fatta di sguardi, la tecnologia ha dato forfait. bravo cesare! hai continuato quella storia che andava urlata più di quel secondino che “gridava oscenità e insulti dal fondo del corridoio”.

e poi fu la voce di bobby a incantarci, quella voce che assomigliava tanto a tom waits -perché david gli assomiglia, così semplicemente- una voce che mette a nudo la verità scomoda della vita.

la mente è la cosa più potente. se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. nessuno è troppo vecchio o troppo giovane, nessuna parte è troppo grande o troppo piccola per fare qualcosa.

fine dello spettacolo, della birra e della vita di un giovane appassionato.

poi gli applausi e i saluti. due birre e l’emozione -anche quella di rivedere persone che non vedevo da tempo- mi hanno portato in bagno. sul muro leggo “io non tremo, è solo una parte di me che se ne va”.

UPDATE: il mio amico myskin oggi mi ha inviato una foto e mi ha scritto ” uno dei molti murales presenti a belfast, che ricordano il martirio di boby sands e compagni”. di poche parole myskin ma sempre incisivo, anche nei fatti.

murales bobby sand

maternità

è diverso tempo che si parla della legge 194, quella del 1978. per quello che ricordo, se ne parla ciclicamente da sempre come onde in risacca.

forse per via di sanremo se ne discute già meno. forse perchè dopo lo show di ferrara, che però non ho visto, non c’è molto altro da dire. ma mi dà l’impressione che sia un argomento marea, uno di quelli che sale e scende a seconda della fase lunare, la notte.

è diverso tempo che ne voglio parlare. ma ci ripenso sempre, perchè lo trovo troppo difficile. perchè credo che su certe cose non si possa essere leggeri.

ho sempre pensato che i post dovessero contenere almeno una manciatina di leggerezza. cioè possono parlare di cose serie ma sono un po’ come i post-it. magari ci scrivi sopra una frase di confucio o di jim morrison piena di pathos e poi accanto ci piazzi una faccina.

così appicchi il tuo post-it al frigo e lo lasci lì a coltivare la tua memoria.

ma certe cose no. non le puoi infilare in un post-it e sdrammatizzarle, perchè non si può. almeno io non ci riesco.

però ne vorrei parlare oggi, in un giorno senza inflazione mediatica.

perchè poi succede qualcosa e allora vuoi che resti nella memoria e vuoi che resti scritta. il perchè forse non lo sai o forse sì, ma certe volte è meglio non porsi le domande. a volte si dice che le domande contengano le risposte, a volte penso che certe frasi siano la domanda e la risposta, un po’ alla marzullo insomma.

ma nonostante pensi che dovresti parlare con competenza e serietà di un argomento come l’aborto, l’unica cosa che vuoi scrivere è che, al di là di tutte le questioni che si possono fare, dire o argomentare, nessuno può sapere cosa alberga nel cuore di una donna che vive un’interruzione di gravidanza.
nessuna donna uscirà mai indenne da un aborto, voluto o non voluto. un aborto segna la donna, e la cambia. non è semplice abortire ed è lacerante per qualsiasi donna che l’abbia scelto. ma di questo dolore non se ne parla quasi mai.

io non sono mai stata madre né ho mai provato l’umiliazione di un aborto, ma io ho visto gli occhi e lo sguardo di quelle donne e ho sentito l’urlo dal profondo anche di coloro che a parole dicevano altro. e mai nessuna mi ha detto che farlo fosse stato una passeggiata.

e lo dico oggi, in un giorno qualunque, quando una donna burbera e, a volte collerica, mi ha preso da parte e mi ha raccontato un pezzo della sua vita senza che io le chiedessi nulla.

mi ha raccontato di sua madre, di come l’abbia costretta a diventare adulta da giovane; di come non abbia mai potuto essere bambina e spensierata, perchè sin da piccola ha dovuto prendersi cura di questa madre che voleva restare bambina.

una madre che a undici anni ha messo al modo il figlio del proprio padre.

quel figlio non è mai stato suo. anni dopo quest’altra figlia le avrebbe fatto da madre, questa stessa figlia che la notte piangeva perchè non riusciva ad essere davvero madre.