perdibili ma non prevedibili

ovvero cose che si possono perdere ma sarebbe un peccato.

tutto si perde. capita. è facile perdere. meno facile trovare. anzi trovare è proprio una cosa difficile, una di quelle cose che quando capita non puoi fare a meno di sorridere.

e tuttavia si perde anche quello. non sempre ma talvolta sì.

si perdono le cose, si perdono le idee e tante volte le parole. nemmeno la punta della lingua ti può salvare. ti potrebbe aiutare una moleskine se non perdessi la voglia. si perde il senno come astolfo sulla luna, si perdono le amicizie. a volte per facezie, a volte per distrazione, talvolta con l’inganno o per ignoranza.

ma non è una cosa terribile. succede.

mia zia dice che quello che è nel tuo destino nessuno te lo porta via. nemmeno la perdita di senso.

in generale si perdono le occasioni ma la sfanghiamo dicendo che non era la nostra e che in fondo non si può ragionare come “se mio nonno fosse un carretto”, quel concetto per cui non si possono fare i conti con quello che poteva essere ma non è. certamente non puoi fare a meno di pensarci e finisce che perdi il sonno.

più quotidianamente si perdono film, libri che magari ti avevano detto di non perdere assolutamente.

non credeteci. si possono perdere. tutto si può perdere.

a volte però è un peccato.

ultimamente ho perso parecchi film, libri, spettacoli, occasioni che a fare la conta non conviene ma ho inanellato una serie di filoni che non mi sono parsi male. così se vi capita mi infilo nel girone dei perdibili ma non prevedibili con un film e un librecolo.

allora, se vi capita

andate a vedere we want sex

e al contempo leggete ma le donne no di caterina soffici editore feltrinelli 2010.

si parla di donne e libertà.

non ho fatto il pieno di femminismo. è stato un bel giro.

forse per questo ora infilato dentro la mia borsa ho: l’arte giapponese del sesso. manuale per aspiranti geishe di jina bacarr. non sarei credibile altrimenti. però mi riservo di finirlo prima di consigliarlo.

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ogni cosa è e non è ciò che sembra a prima vista

io c’ero ieri sera.

a volte penso di non esserci abbastanza. sulle cose, sul pezzo.

sulle persone invece è un altro paio di maniche. credo che bisognerebbe starci ma non addosso come serve sulle cose per renderle proprie (forse perché non dovrebbero essere proprie le persone). anche su se stessi non bisognerebbe stare addosso: invece liberare aria (mio nonno infatti diceva che c’è più aria fuori che dentro, ma era per un altro fatto che lo diceva. comunque.) e volare con un sano pragmatismo, altrimenti le idee diventano principi e i principi diventano dictat e poi vengono pensieri tipo di intolleranza.

ad ogni modo io c’ero ieri sera al teatro dal verme. c’è un’iniziativa che si fa tutti gli anni a milano e si chiama “la milanesiana”. incontri, dibattiti musica.

ci sono andata per jonathan coe e per paolo fresu. uno scrittore e un trombettista. “tromba con la scrittura”, una roba da maschi o da sfigati poteva sembrare; è pur vero che con le parole si tromba, se sai contarla su bene ma non di sole parole vive l’uomo.

insomma quello che volevo dire è che la serata ha ruotato intorno ai paradossi. e ne han dette di belle. bella soprattutto la voce di coe: chiara limpida come il suo testo, e tagliente. ha parlato di satira l’inglese col suo humor.

ha detto [qui tutto il testo] che a volte si scrive satira pensando di cambiare le cose e invece si finisce per avere un drappello di soggetti che ti leggono perché la pensano come te e l’unica cosa che si riesce a fare è mantenere lo status quo.

mi si è raggelato il sangue. e adesso? sarà mica vero?

a volte pare sia proprio così. tu fai dici scrivi e le cose cambiano a modo loro. non sai mai davvero come. non sai mai davvero quando. io mi dico liberare il pensiero è una cosa, una cosa bella. perché ogni cosa è se stessa ma anche altro. spesso non è ciò che sembra a prima vista.

così. se avete qualcosa da fare e anche se non avete niente da fare, se il caldo attanaglia, se state abbracciando il condizionatore che poi magari vi ammalate, se state lavorando o siete in vacanza, non importa, trovate il modo per ascoltare chi ho amato ieri sera. liberate il pensiero.

fatelo. provateci.

il piano del cubano omar sosa, le percussioni dell’indiano trilok gurtu e la tromba di paolo fresu. ascoltateli. niente vi sembrerà più lo stesso.

hai ragione anche tu questo io lo so

recensioni lusinghiere sull’ultimo film di soldini “cosa voglio di più”.

che bello.

ci ho portato gli amichetti recalcitranti. hanno detto che mi avrebbero frustato se non fosse stato interessante. non mantengono le promesse per fortuna.

due o tre cosette a cui ho pensato vedendo questo film.

uno. ad andare a cercare i nessi.

me undicenne. mi sono vista uscire dalla mia camera mentre canto a squarciagola “hai ragione anche tu, nananananàààà, cooooosa voglio di più, nanananàààà, un lavoro io l’ho nananananàààà” e arrivare davanti a mia mamma con i pugni chiusi le braccia alzate, la testa un po’ piegata, guardarla e continuare con la facciaaccartocciata “se tu non hai mai visto un uomo piangereeeeee, guardami, guardamiiiii, voglio aaaaannaaaaaaaa, voglio anna”.

due. ad andare a cercare le location.

il film è ambientato a milano e nell’hinterland. e già questa ultimamente mi pare una mania ché milano sta diventando un set, ma perché?

appena seduti, abbiamo sporto le tesotolone dalle poltroncine scomode -l’unico difetto dei cinema dell’hinterland a parte il freddo e l’audio ma qui ci sarebbe da aprire un capitolo e ora no, non è il caso-, dicevo, ci siamo sporti a guardare l’amico cipì sussurrando a voce alta ma è casa tua! cipì un po’ pensieroso ha chiosato con ehcazzo ecco cos’erano tutti quei camiòn sotto casa! quando si dice la perspicacia. cipì è uno che notoriamente si fa i fatti suoi e anche se gli passa accanto la regina d’inghilterra abbozza solo un cenno con la testa come a dire sì ma adesso non mi scocciare e se è in luna buona può anche tirare fuori un ‘alve.

tre. ad andare a cercare le amicizie che contano un piffero.

anche fulì vanta legami col regista. alla fine dell’aneddoto mi sono scocciata. dopo dieci minuti per me guardare sto film è stato come andare dalla vicina a faredu chiacchiere.

quarto. ad andare a cercare la trama del film.

allora. mettiamola così. è una storia che non fa notizia ma che diresti quanto è vera. di cosa si parla quando se ne parla?

di lui che ha due figli, pochi soldi e le solite responsabilità.

di lei che ha un fidanzato brutto, bravo e buono, ha un lavoro, soprattutto ha una sorella che fa un figlio con un uomo poco attento e solo allora, solo allora -che poi è l’inizio del film- scatta l’occhio di bue su di leiprotagonista a chiederle: ma allora tu che aspetti?

finisce che lei e lui s’incontrano per caso e altrettanto per caso s’innamorano. scopano alla grande ma dicono che più di tutto si amano. di relazione affettiva se ne vede poca a parte quella sessuale. peccato che poi vadano in paranoia per il senso di colpa che si portano addosso.

corollario al punto quattro.

sì soldini ci ha mostrato una realtà comune. tragica? forse, ma non tanto. sì soldini pare non dare un giudizio e invece lo fa. un giudizio da morale perbenista. perché non è vero che emerge quanto la passione o il desiderio sia più forte di tutto. emerge in modo sconcertante il senso di colpa. è vero che molti uomini scappano quando i figli sono piccoli perché non ci stanno dentro, è vero che se una donna non vuole fare un figlio con un uomo è perché non vuole quell’uomo anche se ci sta bene. ma è vero solo in parte.

perché la realtà è molto più variegata di così.

ci sono altre fughe, altri amori, altri motivi giusti per prendere in mano la propria vita.

non ci sono slanci per i nostri protagonisti.

avrei voluto più visione. avrei voluto più respiro per il film.

cinque. ad andare a dare i giudizi a muzzo.

o soldini è stato bravo a raccontare una società così come si vuole vedere -perché solo raccontandosi è più facile andare avanti-, oppure avrebbe potuto raccontare una storia più aperta così come è la vita. tipo quella vera di frank lloyd wright e mamah cheney come la trovate nel libro “mio amato frank” di nancy horan.

sei. a voler fare la maestrina.

a soldini dedico la prefazione di henri laborit al proprio libro “elogio della fuga”.

“quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. e in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme. rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

forse conoscete quella barca che si chiama desiderio“.

sette. a voler parlare di me.

io che sono una che resta sono fuggita un sacco di volte. a ben guardare direi che mai fuggo per paura, mi dico che è per la giusta distanza. di solito la paura mi fa restare, soprattutto immobile. è che cerco la giusta distanza da tutto anche da me.

beati i poveri

confesso di aver letto il libro per curiosità e non per interesse, di averlo trovato brutto seppur valido in alcuni punti.

si tratta di “ho visto partire il tuo treno” di elsa de’ giorgi perché non sapevo ancora della relazione amorosa intercorsa fra lei e calvino a metà del novecento; mi era stato detto che lei aveva pubblicato stralci delle segretissime lettere amorose che lo scrittore le aveva inviato. così ho sfogliato il libro.

a parte il fatto che non mi sarebbe dispiaciuto se la signora avesse peccato in umiltà, le riconosco la necessità di raccontare qualcosa che poteva essere lasciata solo al pettegolezzo, e di raccontala nel modo che le sembrava più congeniale.

bene.

ma una cosa non sono riuscita a mandare giù. una frase che da quando l’ho letta mi ritorna su come fanno i peperoni che per una settimana mi si ripropongono e hai voglia a masticare cicche, bere acqua, vino, birra, a volte coca cola di cui si conoscono le portentose conseguenze, no quelli tornano su e non c’è verso di cacciarli fuori.

è una frase che forse avrei accettato se fosse stata scritta in anni più antichi ma il libro è del 1992, decennio in cui credevo che gli uomini fossero tutti uguali, che potessero avere pari opportunità, che l’individuo era prima di tutto uomo poi uomo sociale.

la signora de’ giorgi, ricordando un episodio dove era presente elio vittorini, riferendosi a lui, scrive “l’offesa della sua povertà”. OFFESA? cioè la povertà è un’offesa? lei sostiene che, proprio per le umili origini, vittorini non era in grado di apprezzare appieno la collezione d’arte del marito che per altro aveva ereditato dalla nonna e di quello campava.

ci ho pensato anche l’altro ieri, mentre ero a palazzo marino e osservavo un’afro-peruviana di umili origini e di poca cultura scolastica guardare estasiata un arazzo, per poi farmi notare gli affreschi poco lontano.

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un romantico a milano

i giorni sono volati in fretta come un lettore accanito che gira le pagine di corsa. dicono che non si possono leggere troppi libri contemporaneamente. eppure mentre li leggo, ricordo tutto. è dopo, solamente dopo aver messo la parola fine che qualcosa s’annebbia, si mischiano le storie; non ricordo bene le trame ma il senso, il nero di ciglia che resta sulle guance sì, quello sì.

e a pasquetta che fai?
t’ho mai detto che non sopporto le gite veloci nei posti affollati? poi non è che sono stata tanto bene durante queste vacanze. ho guardato attraverso i vetri il movimento dei passi. quando è tornato il sole ho preso i miei di passi e li ho fatti camminare per le strade deserte di milano.
t’ho mai detto quanto mi piace milano senza trucco?
c’era un silenzio irreale. e un cielo che tu sai quel cielo di lombardia così bello quand’è bello, così splendido, così in pace.

se stavi defilato potevi sentire voci arabe e anglosassoni, non tanto altro. poi quando l’aria diventa d’oro, lo spazio si riempie di colori e di voci.

non sono andata per musei e mostre. già milano fa bella mostra di sè.
t’ho mai detto che preferisco girare a zonzo per la mia città?
milano con i suoi palazzi, le sue pietre e mentre cammini attraversi i secoli e le ideologie, le battaglie nei fori di proiettile e lungo i graffiti sui muri.

alla fine, quando il colore si è acceso nelle guance e le gambe s’inseguivano da sole, tornare in tram, pensare ho fame, scegliere il kebab di provincia e restare un poco attonita.
parlavo ma il ragazzo arabo non guardava me, si rivolgeva a quello dagli occhi verde marrone che mi era accanto. ho detto pagherei io, per un atto di stizza femminile. il ragazzo parco sempione sa quanto per me è importante. mi ha sorriso e mi ha chiesto va bene se paghi tu il cinema?

ci ho riflettuto. guardavo i loro volti, quelli di chi vive negli anni zero e ho detto va bene, ci vuole tempo, è ovvio. ma in certi casi, metterci tempo è la via più breve; però parlo io. così ho chiesto, ho rettificato e il ragazzo arabo che stava lavorando mi ha guardato e ha sorriso.

abbiamo mangiato in fretta perché avevamo deciso di sederci in una sala cinematografica.
t’ho mai detto quanto mi piace finire una serata con un film? quanto finirla con una partita a poker.
c’è questo film di salvatores, happy family. parla di paura e di milano, parla di amore e del rischiare.
come dice ariel, sembra un film grafico dove il colore è tutto. è da un po’ che il colore spacca, l’ho capito dal successo di steve mccurry e delle sue foto pigmentate, l’ho capito perché per consigliare un libro ormai ti chiedo un colore. e funziona. sempre.
happy family è una pellicola che ama milano. è una carezza a una città che ha ancora le sue carte da giocare.
lascia stare che sono gli immigrati a votare lega, lascia stare che la mafia è ovunque in città, lascia stare che è un cantiere, che gli affitti sono assurdi e il costo della vita schizza alle stelle. lascia stare che quando la cultura non porta soldi non sanno che farsene. c’è qualcosa nell’aria, stasera milano è ancora nostra.

t’ho mai detto che non è la speranza che mi spinge?

milano ti fa male se la vivi senza stile.

***

colonna sonora [come promesso, visto che trovo sempre tutto?]: una romanticheria adatta alla luce stilosa di pasquetta che ha reso romantica milano mentre dalla macchina polline e note si diffondevano all over around >>> qui

se cercando alice trovo tutte le donne

se fossi nella casa editrice, ho pensato, questo libro lo promuoverei ovunque.

invece la marcos y marcos ha deciso alcune date italiane quasi nascoste per camilla trinchieri.

un teatro comunale a valperga (torino), una villa a monticello brianza (lecco), tre librerie in sardegna, una a palermo, una a firenze e dentro un evento dedicato all’editoria a roma. secondo me le ha scelte più per le location e per le vacanze annesse.

comunque.

camilla trinchieri ha scritto due libri, quello a cui mi riferisco è appena uscito e si chiama cercando alice.

camilla trinchieri è una tizia nata a praga, vissuta negli stati uniti e a roma, è figlia di un diplomatico italiano e un’americana. gli stessi ingredienti che si trovano nel libro.

e allora ho pensato che la casa editrice ha fatto bene a scegliere posti così, come dire, di nicchia. perché la prima cosa che faresti incontrando camilla è chiederle della sua vita, quanto c’è di vero e di suo in quella storia che ha scritto; allora sì che perderesti la storia e i personaggi, ti scivolerebbero dalle mani in una banalità disarmante.

ed è facile che le faranno quelle domande dementi. peccato. deve essere una roba terribile rispondere a certi interrogativi. proprio quando hai lasciato il libro che a quel punto non ne puoi più e ti viene anche un po’ di vomitillo a riprenderlo in mano e sembra magari di parlare di un morto appena dopo il funerale per spiegare perché e come è morto, quando lo vorresti lasciare riposare in pace. qualcosa che se non sei un medico legale nell’anima non ce la fai.

insomma fare domande inopportune a un autore appena ha pubblicato un libro è qualcosa di aberrante, bisognerebbe farle al libro. tipo com’è ad essere sfogliato? che faccia ha fatto la massaia gina quando è arrivata a pagina 195? e il signor achille che ha pensato di alice? ha detto tutte uguali ‘ste donne? e di aldo? credi che non si sia sentito toccato da un uomo così? credi che abbia detto d’un fiato no io mai? che effetto fa quando ti prendono in mano e ti ripongono? ti piace la tua copertina? preferisci una biblioteca o una libreria? quando ti hanno tagliato hai pianto o hai provato un senso di libertà?

perché il libro è bello ma bello bello. non è un’opera narrativa di quelle che dici “caspita!”. tipo che se leggeste il primo paragrafo dell’airone di giorgio bassani mi capireste. ma è una storia bellissima.

si svolge durante la seconda guerra mondiale, è raccontato a due voci: quella della figlia e quella della madre a dodici anni di distanza.

si parla di disfatte, di bene e male, di morte, di buoni e cattivi. se ne parla per mettere tutto questo da parte perché nella storia non ci sono né vincitori né vinti, non c’è bene e male, non c’è solo bianco e nero, tutto si mescola per mettere in luce l’umanità per quello che è.

ci sono profili di donna bellissimi. ne senti il profumo. ci sono luci e ombre e ci sono colori, ci sono odori.

tutte le donne del racconto potrebbero essere una donna sola. ci sono le persone, vere, vive.

se ho naso, il lavoro di editing è stato determinante. c’è un filo rosso che segue tutto il profilo del libro. un filo dolce e delicato che dona dignità alle ombre che alitano lungo le righe.

è un rosso bordeaux. se vi piace il rosso bordeaux e non lo trovate fuori moda, leggetevi il libro. se avete voglia di conoscere le donne, leggetelo; se vi siete detti almeno una volta nella vita che a volte la guerra è inevitabile, leggetelo. non c’è scampo per chi ha certezze. non c’è scampo dalla guerra. come non c’è scampo dalla vita, soprattutto se la si vuole vivere fino in fondo.

alice per me è una donna bellissima. e per questo senza scampo. ma verrà un giorno in cui sarà possibile essere donne bellissime con una via di fuga per tornare a casa.

il perché di tutto sommato

parte da adesso la rubrica “scelti per voi”.

libri brevi brevissimi da leggere sulla panchina nelle belle giornate di sole in pausa pranzo o quando cavolo volete -tipo sotto l’ombrellone ma mi pare ancora presto a meno che non siate, bastardi fortunelli, in uno di quei posti tipo sicilia, puglia , calafrica etc.- comunque dove volete purché vi faccia piacere e vi metta in pace col mondo o del mondo vi faccia godere la pazzia.

questo libro è dedicato all’amica scogliera, al suo corso di catalano e alla meravigliosa barcellona che presto mi avrà tra le sue vie. scandalosa! -barcellona non scogliera poretta!-

un consiglio. non li comprate, andate a prenderli in biblioteca; lo dico anche a te sammy che hai un rapporto feticista con i libri!

autore: quim monzó nato a barcellona nel 1952 viene considerato fra i più significativi scrittori catalani viventi. è giornalista. ha scritto canzoni e sceneggiature di film.

cosa si può trovare in questo libro:

micro storie sulla vita sentimentale e sulla difficoltà di comunicazione. uno stile da sceneggiatura. pillole tipo blob con una forte vena sarcastica. a dire il vero pure blob è sarcastico. vabbè.

cosa ne penso:

apprezzabile per la poliedricità della scrittura e la grande creatività -di solito non parlo così giuro-. come un ottimo balletto per esserlo deve sembrare facile anche a un bambino così la sua scrittura appare semplice. dotato di grande sintesi. provocatorio, godibile e amaro-divertente. non lo legga chi ha intenzioni suicide, lo faccia chi pensa che la delusione sia dietro l’angolo. sì vabbè adesso non andate tutti a prenderlo!

adatto a chi:

ama il giallo sole venato di strisce grigio chiaro; ama il prugna e i sapori agrodolci, gli piace fare cenni d’assenso mentre legge, ama veder comparire un sorrisino sulla propria faccia; desidera essere scioccato; se ne sbatte del perbenismo puritano.

uno stralcio:

“ forse è che non mi ami”.

“ti amo”.

“come lo sai?”

“non lo so. lo sento. me ne accorgo”.

“come puoi essere sicuro che quello che senti è che mi ami e non un’altra cosa?”

“ti amo perché sei diversa da tutte le donne che ho conosciuto in vita mia. ti amo come non ho mai amato nessuno, e come non potrò mai amare nessun altro. ti amo più di me stesso. per te darei la vita, mi farei scorticare vivo, lascerei che giocassero con i miei occhi come fossero biglie. che mi gettassero in un mare di acido muriatico. ti amo. amo ogni piega del tuo corpo. mi basta guardarti negli occhi per essere felice. mi vedo nelle tue pupille, piccolo piccolo”.

lei scuote la testa inquieta.

“dici davvero? oh, raul, se sapessi che mi ami davvero, che posso crederti, che non inganni te stesso e, quindi, me… davvero mi ami?”

lost in litterature

dedicato a chi segue lost. e a chi non lo segue dico passate oltre e non dimandate ma se non sapete che ve lo dico affare cosa vi perdete?

ho già detto tempo fa, alla fine della maratona lost prima di cominciare questa ultima serie, che il filo conduttore delle puntate sono i libri. di solito due per stagione. due libri dico.

puntuale come un orologio svizzero, come la rondine che non fa primavera, come le collant che si smagliano appena le indossi, come gli ormoni che si sentono schumacher appena il tempo volge al bello anche in questa sesta serie durante la quarta puntata hanno citato il libro guida.

e il libro guida è: uomini e topi di steinbeck.

ora c’è un libro che s’intitola “l’america e gli americani” e racchiude un po’ di scritti di steinbeck. sul retro del libro o sulla quarta di copertina a fare i precisi o i fighi a seconda dei punti di vista, gli editori hanno scritto questa frase esemplificativa della produzione del nostro autore. è una frase tratta dal discorso di accettazione del premio nobel per la letteratura nel 1962.

“avendo assunto un potere simile a quello divino, dobbiamo cercare in noi stessi la responsabilità e la saggezza che una volta chiedevamo alle divinità con le preghiere”.

ma cosa ci dice steinbeck in uomini e topi? ci parla forse di frattura sociale e sofferenza interiore? ci parla di disinganno del mito americano? ci parla del disinganno sociale ed etico che domina la nostra società? sì signori e lo fa negli anni sessanta di quel vecchio secolo che ci siamo lasciati alle spalle solo sul calendario.

vabbè tutto questo per dire che l’ho sempre detto io che la letteratura salverà il mondo perché lo racconta.
del resto lo si sa da omero agli aborigeni australiani.

l’arte delle doppie punte in roy lichtenstein

alla triennale di milano c’è una personale dell’artista newyorkese dal titolo Meditations on Art. resterà aperta fino al 30 maggio. non ci sono i famosi fumetti giganti. no. peccato ma non tanto.


artista, non pittore.
tutti sono concordi nel pensarlo. anche noi amichetti che eravamo lì.
lichtenstein è stato artista non esattamente poliedrico, forse creativo quanto basta per dire che divertente. è stato perché è nato nel 1923 e morto nel 1997.

artista non di genio. innovativo. questo sì. come pittore era davvero pessimo. se fossi negli organizzatori eliminerei quelle robe orrende da quarta elementare fatte passare per esordi. il resto è piacevole e vale un passaggio.

se penso a lichtenstein, penso a luca cordero di montezemolo -quello della ferrari- e a federico zampaglione -quello dei tiromancino-. il primo perché gli assomiglia in modo impressionante, il secondo perché ci insegna come ci ha insegnato il newyorchese che per aver fama nel mondo dell’arte o sei figlio di papà o sei un genio. non c’è del genio qui.

quindi se avete velleità artistiche guardatevi bene dentro. ma bene bene con un minimo di onestà.

a genio come state? non mentite! non lo fate. siate sinceramente sinceri. siete figli di papà? ma quei figli di papà che hanno la noia genetica, che possono vestirsi da alterna con roba costosissima per dire. no? non esattamente? bè cari miei rassegnatevi. si possono fare ancora tante cose.

la domanda è perché lichtenstein si è dato all’arte?
di solito quando qualcuno vuole fare arte dice di farlo per esprimere se stesso. il più delle volte è per darsi un tono. non so. può essere. a volte mi pare che sia proprio così. il nostro artista no. lui dice che aveva bisogno di qualcosa che lo distraesse mentre pensava ai cazzi suoi. un po’ come faccio io quando mi taglio con la forbicina le doppie punte dei capelli.

peccato non sia figlia di papà, allora.
basterebbe anche essere figlia di papi. ho detto a mio papà che non basta firmarsi così nelle email. il mio papà. che oggi compie un sacco di anni.
vabbè papà non preoccuparti, non è colpa tua se da queste parti non c’è del genio, hai fatto quello che hai potuto, ti sei dimenticato dei soldi ma forse diversamente ti saresti dimenticato di me. chissà.

certe cose vanno fatte da soli

ho modi britannici. probabilmente vanto un avo recuperato dal porto di liverpool o manchester per il fare spiccio, l’inclinazione al gioco delle carte e un carnet di parole volgari di cui vado fiera; qualche altro avo, chissà, forse dalla brughiera per alcuni silenzi, per il bere forte, il camminare sotto la pioggia senza ombrello, il sentirsi a casa sotto un cielo grigio e infine per una smodata passione per le distese verdi.

eppure ho abitudini francesi. come sedersi a un tavolino di un bar a leggere.

ed è così che stavo venerdì a pranzo, seduta in un bar latteria davanti a un grande vetro. fuori il cielo grigio e luminoso, una strada e un marciapiede, macchine e passanti, ma quello che notavo era un albero nero che si ergeva fiero in quella luce di gennaio che solo un mese freddo conosce.

ero seduta a un tavolino rotondo, buono solo per me, con un libro gelosamente custodito fra le mani, appena scoperto. l’ho letto lì fra un toast e un caffè americano mentre qualcuno entrava, qualcuno lanciava un occhio, qualcuno discuteva, qualcuno pagava e usciva. un uomo dal marciapiede ha lanciato uno sguardo dentro al locale, è passato oltre la porta, il tempo di una pagina ed è entrato; ha ordinato un caffè, se n’è uscito forse con la voglia di leggere.

a volte, direi anche spesso, mi chiedono consigli di lettura. domando cosa piace loro e se mi rispondono tutto -quasi sempre- m’arrabbio e rispondo male. allora non sa leggere dico. poi faccio due domande; voglio che mi dicano un colore e un aggettivo. se ne vanno con un libro e tornano con un sorriso, qualche volta con una scatola di cioccolatini.

quasi sempre pensiamo di aver bisogno di qualcuno quando gli ostacoli sembrano alti e non vediamo che poche vie di fuga eppure, come la lettura, alcune cose vanno fatte da soli per poi accorgerci che qualcuno al nostro fianco c’era già o c’è stato, ma intanto abbiamo camminato sulle nostre gambe.

ci pensavo mentre bevevo il mio caffè fra una pagina e l’altra di quel libro affascinante che ho letto un venerdì in pausa pranzo, mentre il mondo mi passava accanto e me ne accorgevo.

è un libro azzurro. è un libro duro con la consistenza di una nuvola. è un libro unico perché è l’unico che ha scritto l’autrice. è un libro piccolo, poche pagine. a dire il vero non è nemmeno un libro, sono delle riflessioni in risposta a un amore finito e alla lettera che lui le scrive per comunicarglielo, chiedendole al contempo l’amicizia. lei risponde: “lo sai che cos’è l’amicizia? credi che sia un sentimento più tiepido, che si accontenta degli avanzi e di qualche piccolo, inevitabile favore reciproco? l’amicizia per me, è anche più forte e più esclusiva dell’amore… solo che è meno teatrale. anche l’amicizia conosce la gelosia, l’aspettativa, il desiderio…”

l’autrice è marcelle sauvageot, nata nel 1900 nello stesso paese di rimbaud. marcelle ha scritto questi pensieri nel 1930, è morta di tubercolosi nel 1934. è stata una donna, come tutte le donne consapevoli di esserlo lo sono, e questo libro, lasciami sola, è il blues di una donna; ne ha il ritmo, ne ha la forza, ne ha l’impatto emotivo.

c’è un altro libro che ho finito oggi per la seconda volta. è un libro verde con venature nere e d’oro. anche lui m’ha detto che ci sono cose che dobbiamo fare da soli e farle quando è il momento per noi, farle non quando siamo sicuri, vanno fatte con l’incoscienza della nostra consapevolezza. però le abbiamo fatte noi, senza rimpianti. e ci sono cose che ci accadono e vanno prese così per quello che sono. è un libro antico, delicato e leggero come si più essere leggeri nel pianto. si chiama gli scali del levante. l’autore è amin maalouf.

sono due libri che consiglio e non perché siano due capolavori della letteratura. è perché quando chiudi l’ultima pagina, sposti il pensiero un po’ più in là. e sai che anche se hai paura, ci sono cose che vanno fatte da soli. poi quando hai posato il libro, ti vesti, apri la porta, dai un ultimo sguardo alla stanza e ti volti senza curarti se è in disordine, se sei in disordine, non torni nemmeno indietro per controllare se hai chiuso. esci.

ti potrebbe capitare di fare una passeggiata con qualcuno che ti aspetta.