l'alba dentro l'imbrunire

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le dimensioni della famiglia #1

cinque giorni fa ero padova a festeggiare un anniversario. quello dei miei genitori. l’anniversario di matrimonio. cinquant’anni che a dirlo, a me toglie il fiato.

pensavo a questa ricorrenza e pensavo agli anni passati. pensavo che in questi momenti si ricordano le cose belle e si langue un po’. così ho pensato ai battibecchi, alle urla, alle parole che tagliano come coltelli giapponesi, alle porte sbattute, ai passi fatti al buio quando si tornava tardi e ai dove vai signorina, ai non voglio tornare a casa, ai rimproveri, ai non mi capisci, ai quanto siete antichi, al chiedere perché non vi separate, allo sbuffare, al chiudersi in stanza.

così mi sembrava che a conti fatti tutti questi anni avessero avuto il dono dell’equilibrio instabile per durare, un equilibrio asimmetrico. sicuramente non solo quello. certe cose non si capiscono davvero. si lascia fare alla magia e bon. ma è la meraviglia che domina. una meraviglia che non ha odore né colore, non è bianca o nera, è scintillante; è come una bella donna seduta a un bar che sorseggia un caffè caldo mentre legge un libro; è la sabbia fra quelle pagine; è il vento che ti scompiglia i capelli e che ti fa scendere una lacrima anche se sei felice.

un po’ di tempo fa tfm ha scritto sul suo blog “Facciamo un gioco. Vi faccio una domanda e voi rispondete la prima cosa che vi viene in mente. La domanda è: che cosa rappresenta alla perfezione l’Italia e la unisce da Nord a Sud? Se la facessero a bruciapelo a me     ”

la prima cosa che ho pensato è stata pizza. giuro.

lui, tfm dico, ha detto un’altra cosa.

mi ha stupito.

lui ha detto qualcosa che non avrei detto.

ha detto “Se la facessero a bruciapelo a me, risponderei: la famiglia“.

la famiglia??? verdad?

così sono rimasta in bilico per un po’ col pensiero. mi sono ricordata del mio fine settimana a festeggiare quell’anniversario.

ora immaginatevi me anche se non mi conoscete. immaginatevi me mentre sono in anticipo alla stazione centrale di milano (nevicava infatti, nevica anche adesso ma che ho fatto ancora?), immaginatevi che prendo il treno arrivo a padova e corro verso la mia destinazione. io che organizzo tutto. a ognuno il suo compito e quando non lo do, gli altri si fanno avanti per aiutarmi ognuno come può.

allora tutti d’accordo: vi fate trovare qui, vi nascondete e quando arrivano i festeggiati saltate fuori e dite cucù!

continuate a immaginarvi me che esco da quel posto di sorpresa convinta di vedere mia sorella, con tutta una masnada di gente appresso e di chiamare al telefono mio padre. esco dalla porta e.

spostate inquadratura. le vedete tre macchine in autostrada? due sono abitate da alcuni invitati, nell’altra i festeggiati. si evitano, s’incrociano e non lo sanno. parcheggiano dove non devono parcheggiare, camminano dove non devono camminare.

bene. ora inquadrate sulla città. padova. ci vedete rincorrerci come a guardia e ladri? i miei genitori che escono da un bar, gli altri che avanzano, si fermano come a un due tre stella e di scatto cominciano a correre tutti dalla parte opposta? ecco.

ora, occhio di bue su di me che rido come una scema.

tutto questo per dire che mai come ora ho sentito forte e tangibile come un petalo di rosa la mia famiglia fatta di chi c’era di chi è arrivato e di chi ci sarà. è stato bello sentirlo. sono contenta che nessuno abbia mollato.

Non farti troppe domande

Mi guardi di spalle perché solo di spalle mi puoi guardare.

I miei capelli al vento, il bavero tirato su per il freddo.

Non chiedi niente e niente ti posso dire.

Potrei girarmi, potresti girarti. Ti bacerei. Mi baceresti?

Ma tu parti da qui e m’incammino anch’io.

Cinque passi. Solo cinque passi.

Se ti giri per primo, spara.

fiocco rosso: yes we condom*

ti auguro di essere uomo,  non solo maschio. ti auguro si essere donna, non solo femmina.

il sesso è una bella cosa.

*

accendimi

è una notte buia e tempestosa.

lo so, può essere un inizio travolgente. bisogna avere fortuna con la seconda frase.

se ad un tratto riecheggiasse uno sparo, qualcuno potrebbe dire l’intreccio s’infittisce. ma sarebbe solo un colpo di fulmine e, come afferma la mia amica arkika, i colpi di fulmine iniziano a razzo e finiscono a cazzo.

allora una storia semplice, vorrei. una storia di gioia e di dolore. basterebbe scrivere ahahahah e saremmo a posto con la gioia. nel sorriso e nel pianto ti desidererei. ma nel dolore no. il dolore lo lascerei. lo lascerei per quando non se ne può fare a meno.

ammetto che gli anni sono stati buoni con me, ma i mesi sono stati un po’ villani.

avendo l’ultimo fiammifero non lo sprecherei su un muro umido ad accenderlo. io non ci proverei.

ma io non sono di legno, non sono di ferro.

l’importante, dice il brachetto, è mai innamorarsi di un fiocco di neve…

Il pensiero circolare

Qualcuno mi ha chiesto cos’è il pensiero circolare.

È che già una definizione c’ha poco di circolare e gli esempi sono quello che sono.

Ma comunque, giusto per restare nel discorso, è un po’ come la respirazione circolare che serve per suonare il didgeridoo. Oppure come il cerchio o l’hula-hoop, quegli attrezzi, quei giocattoli che puoi far girare in vita o puoi mandare avanti e girano come una ruota. Però se stiamo parlando di pensiero circolare è come se quella ruota che gira in avanti avesse all’interno una pallina colorata che gira in senso antiorario. E quindi va e torna al contempo, ma soprattutto va avanti.

Chiaro no?

Ma poi in fondo questa è solo una mia idea.

Una cosa bella invece è la storia legata al suono del didgeridoo, che è uno degli strumenti musicali più antichi della storia dell’uomo.

All’inizio del tempo dei tempi, il tempo della creazione, tutto era avvolto nel freddo e nel buio. Boonun stava preparando la legna per il fuoco. Mentre controllava i tronchi vide che uno era cavo perché le termiti lo stavano mangiando all’interno. Siccome voleva bruciare il tronco senza far del male alle termiti vi soffiò dentro per liberarlo. Ed il tronco iniziò a suonare. Le termiti allora volarono nel cielo e divennero stelle, e poi la via Lattea, che illuminò la terra sottostante. E per la prima volta il suono incantato del didgeridoo fu udito creare il sacro suono del Tempo del Sogno.

lontano, piano il tempo, pensieri a metà

con la domanda quando ritorni, intendono: per quanto tempo stai via.

scrivendo questa frase herta müller non intendeva qualcosa di romantico. eppure la donna, quando la lesse in un contesto di tragedia, colse del romanticismo.

ognuno legge quello che vuole vedere.

***

l’uomo sveglio all’alba disse all’uomo della notte di non avere più tempo.

pessima mossa.

***

attendo una pioggia leggera come un alito o un passo. oggi il cielo m’opprime. se le nuvole fossero basse, lo sguardo andrebbe più lontano. resta qui, come i miei passi. l’occhio è impigliato in una serratura di luce. la stanza ha pochi muri, le tende si alzano al tuo respiro. una gonna gira veloce e mani tengono il ritmo. gocce d’acqua si perdono nel vuoto. ci saranno altri giorni, ci saranno altre voci. sorriderai da sola, scrive il ragazzo che non aveva più tempo. i gatti lo sapranno. lui aspetta un’alba color giacinto.

Dimmi che sarà così

Era notte poco tempo fa. Il cielo era scuro senza stelle. All’improvviso è diventato bianco, poi a intermittenza. Le porte si sono aperte e una folata di vento è entrata nella stanza. Sta per arrivare il temporale, ho detto, è ora di tornare a casa. Siamo saliti in macchina.

Lungo la strada che costeggia un campo verde, una bicicletta procedeva lenta. Lui sul sellino, le mani saldamente attaccate al manubrio, lei sul porta pacchi, seduta di traverso, aveva la guancia appoggiata alla schiena di lui.

Ha iniziato a piovere. Lui, serio in volto, era sereno, lei sorrideva, le sue braccia gli cingevano la vita. Avranno avuto fra i sessanta e i settantanni. La musica leggera nella macchina si è mescolata al ticchettio della pioggia. Non ho saputo trattenere i pensieri e sono volati lontano. Ho visto i miei capelli bianchi su quel portapacchi e il sorriso della donna diventare il mio stesso sorriso.

Sono scesa dalla macchina, ho salutato, ho detto come sono belli i temporali. Chi guidava mi ha detto non preoccuparti neru se ci va male sai che a quarantacinque anni metteremo su il nostro progetto di co-housing. Non resteremo soli, vedrai.

Mi sono avviata verso casa. Ho chiuso il cancello e ho rallentato il passo. Sono rimasta sotto la pioggia. Era fresca. Il cielo era bianco.

Sono passati venti minuti. La mia camicia fine di cotone bianco è ormai asciutta, anche i miei capelli lo sono. Fuori piove ancora, si sentono i lampi e una leggera brezza entra dalla finestra spalancata.

Stasera ho scritto per ricordarmi di quel volto appoggiato a una schiena, della pioggia che non li spaventava e della speranza sul mio volto sereno.

a sapere l’esatta posizione di testa e cuore

sono tempi frenetici e di sogni questi.

sogni strani però.

tipo l’altro giorno.

dormivo a pancia in giù. mi sono ricordata che avevo un punto nero sulla schiena. se c’è una cosa che non ho, o ho con discreta parsimonia, sono punti neri e brufoli. chissà come me ne ero accorta. fatto sta che mi dava fastidio, saperlo lì indisturbato.

allora mi sono detta me lo tolgo. e mi sono divisa in due.

ma una cosa tipo che una parte di corpo si è staccata dall’altra. una parte aveva la testa e le spalle e l’altra, il resto del busto.

così, comoda con le mani, ho schiacciato il punto nero. poi ho detto toh, una parte vive con la testa e una con il cuore. e mi sono chiesta come fosse possibile.

ma allora cosa manda avanti la baracca? la testa può essere indipendente dal cuore? il mio corpo vive lo stesso? ma per quanto?

era una domanda seria. per quanto ancora sarei vissuta?

ormai avevo tolto il mio punto nero. cosa mi costringeva a stare separata da me?

poi ho pensato che sarebbe stato un casino riappiccicare le due parti con tutte quelle vene e quelle arterie da collegare, tutti quei tessuti da ricucire. allora mi sono sentita dire evabbè dai ci provo, sennò mi sa che qui prima o poi muoio.

allora ho visto la parte della testa alzarsi un po’ per andarsi ad adagiare sulla parte sotto. c’era un casino di roba che spenzolava. sono stata attenta eh, ho fatto con delicatezza. e tutto magicamente ha cominciato a ricomporsi e cicatrizzarsi. ho pensato te guarda!

come sono più carina così, mi sono detta. ho sorriso. mi sentivo a posto e sono tornata a dormire come una bambina.

se guardando un film mi parlano di vendetta

ero stanca stasera, che più stanca non si può.

così ho deciso di vedere un film. ero indecisa se rivederne uno o cedere alla curiosità del nuovo. il fatto è che prima di accendere il lettore dvd devo accendere la televisione.

ed è stato allora che non ho saputo resistere allo zapping.

mi sono imbattuta in un canale che non sopporto ma lì c’era un volto che mi ha colpito. sean penn. un uomo brutto dal fascino discreto che sa incollarmi al video.

mi sono fermata a guardare quel che dicevano.

la protagonista raccontava a sean penn un’usanza africana.

quando un uomo uccide qualcuno e la tribù lo trova, lo mette su un’imbarcazione legato e lo lascia andare lungo la corrente del fiume con le sue rapide verso una morte certa. alla famiglia dell’assassinato vengono offerte due opportunità. può lasciarlo morire ma così è sicura di vivere per sempre nel dolore e nel lutto oppure può decidere di salvarlo e porre fine alla sofferenza e al lutto.

nicole kidman, che prima di andare dal chirurgo plastico era una gran gnocca, conclude dicendo: la vendetta è una pigra forma di sofferenza.

e io sono assolutamente d’accordo.

le tre tappe dell’evoluzione

sua mamma aveva un gran senso dell’ironia e un’indomita ribellione al destino. per questo la chiamò evoluzione. e lei diventò la più gran magnaccia della zona.

le sue protette erano nina, pina e tina.

nina era alta, si fa per dire, un metro e cinquantacinque. capelli scuri, magrina con due seni da paura. mangiava quello che le capitava e si accontentava degli uomini che passavano di lì per caso. era sempre affamata e insoddisfatta. si faceva il bagno se era necessario, ma sapeva sempre essere in ordine all’occorrenza. pensava che era una fortuna aver trovato quel lavoro in tempi di magra. il suo salario le bastava appena per rifarsi la piega il sabato mattina e andare al cine di pomeriggio, quando si poteva rimediare qualcosa di discreto. si può dire che sopravviveva. modestamente ma sopravviveva.

pina era rossa, col viso di porcellana. guardava tutti dall’alto del suo metro e cinquantotto. portava vestiti verde smeraldo. si concedeva sfizi per mantenere quel giusto di forme abbondanti. aveva solo uomini belli. non desiderava concedersi ad altri. viveva in una casa ammobiliata, qualche gioiello. aveva un ottimo gusto per gli alcolici che si faceva offrire puntualmente. aveva studiato, ma possiamo presumere che fosse di media cultura. i maschioni che si portava in camera sapevano allegramente risolvere i piccoli problemi che le capitavano quando le cose non andavano per il verso giusto. si concedeva qualche piccola vacanza e tanti piccoli piacevoli surplus per sentirsi viva. oh se viveva bene.

tina era un metro e sessantatré con i tacchi. bionda ossigenata. alla marilyn diceva. preferiva uomini discretamente passabili ma che avessero soldi o cervello. meglio il cervello. perché aveva qualcosa da scambiare. lei gli insegnava l’amore e loro la conoscenza. avrebbe potuto andare all’università con tutto quello che aveva imparato. la casa era piccola ma organizzata. non si faceva mai mancare quello che le serviva. sapeva ingegnarsi. sapeva unire l’utile al dilettevole e un uomo non era un uomo se non sapeva trarne profitto. sopravviveva alla grande anche nei momenti di vacche magre.

un giorno passò di lì un uomo dagli occhi da orientale che raccontano emozioni. nina alzò appena le palpebre, per mostrare uno sguardo che implorava pietà, affamata e stanca com’era. pina si girò per dimostrare disprezzo, ché era convinta che in amore vince chi fugge; tina gli sorrise. fu quest’ultima che lui prese per mano mentre le diceva ieri un cervo bianco ha sorvolato la città, sbandando per il vento si è fermato qua aveva grandi occhi come i tuoi. lei rispose se era un sogno non svegliarmi mai.

lui la portò lontano. oltre il tempo mentre dietro di loro la città veniva distrutta.

e fu in un sentiero che lo sentì cantare.

pensami se puoi pensarmi scrivimi se vuoi parlarmi guardami se sai vedermi toccami se vuoi cercarmi. io non ho le parole da dirti o il coraggio di farti capire cosa sai di me ma se solo una volta, un’unica volta mi guardi negli occhi e non parli magari puoi sentirmi piangere.

lei gli strinse la mano. guardò con coraggio. si aprì una porta ed entrarono.