Danilo

L’ho incontrato tanti anni fa in uno spettacolo. Non ricordo nemmeno perché l’ho conosciuto. Tutto quello che ricordo è che mi metteva a disagio. Metteva a disagio molti ma non tutti e questo era per me fonte di ispirazione.

Poi mi invitò ai suoi spettacoli e io invitai altri a vederlo recitare. Di tutti gli spettacoli che mi chiese di vendere ricordo solo quello in cui bestemmiava. Ma lui non ha mai voluto guadagnare, voleva recitare e forse nemmeno quello perché credo che volesse creare e vivere.

Ogni tanto mi chiama o mi scrive; poche parole poche lettere per sapere che siamo ancora qui.

Mi ha telefonato qualche tempo fa per vendermi il suo secondo libro. Non glielo pubblicano e così se l’è pubblicato. Sono racconti, 47 pagine formato cartolina compresa la dedica, il curriculum e un bella introduzione di un amico. I racconti non vanno più anche se la Munro ha vinto il Nobel.

Non me l’ha venduto per soldi, ma sempre per quel fatto di creare ed esistere.

Ci siamo visti in centro, una passeggiata due chiacchiere; teneva il libro in una cartella a tracolla.

Di tutto quello che mi ha detto, si è tenuto la cosa più importante per lui alla fine, come un testamento. Vorrebbe essere ricordato come uomo e come artista indipendentemente dalle etichette che sa di avere e che gli mettono addosso.

Ho letto il suo libro. Lo trovo poetico e geniale.
Ho deciso di pubblicarne degli stralci. Sarebbe un peccato che andasse perduto.

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valichi

poco meno di un mese fa ho compiuto gli anni. una data tonda, bella.

ho passato gli ultimi dieci anni a vivere continuamente in un’alba dentro l’imbrunire; veramente figo -a volte e sempre dopo-.

ho compiuto gli anni e mi hanno citato f. dostoevskij e b. eno.

del primo hanno detto che vivere oltre la mia età è di cattivo gusto. e infatti ho deciso di vivere questa né quella che mi attribuiscono.

del secondo hanno detto che se ho un problema e non riesco a risolverlo devo pensare a un contesto dove il problema è una soluzione. ci devo riflettere su.

ho compito gli anni dunque e senza volerlo ho cambiato storia e continente.

sono in sudafrica, la casa dove vivo ha uno studiolo vittoriano con una vista molto bella.

il pomeriggio me ne vado a camminare in riva al mare.

comincio a conoscere le mille contraddizioni di questo paese e del nostro. l’italia da qui ha tutta un’altra forma.

quando tornerò avrò iniziato e deciso il mio prossimo decennio. sicuramente sarà una nuova storia.

cheers.

 

Preprativi

 

Non ho niente da offrire se non me stessa, sempre. Non è che qualcuno possa decidere se è tanto o poco. Questo è. Come quando si dice le cose stanno così. E le cose stanno proprio così.

 

C’è stato un tempo in cui ero piccola e pretendevo cosa aspettarmi. Ho pianto tanto allora per essere quella che sono. Non è facile diventare grandi, e inseguire sogni di latta. Sembra più facile puntare a quelli patinati ma poi secondo me la paghi. Nei sogni di latta poi metterci fiori di campo. A volte la gente ride e non si accorge che stai sorridendo. C’è un tempo per tutto anche se tutto è vanità.

 

Ma quello che voglio dire è che ho sempre me.

Se mi guardi ora vedi una donna distrutta e indaffarata ma se mi ascolti sono una sposa felice e spensierata. Non importa cosa pensate di me, importa che mi pensiate e pensatemi ora se potete tutto il resto è vanità.

Vi auguro ogni bene e ogni felicità.

Il mio viaggio per ora mi porta a Padova e Parigi.

palermo dicevo è un’idea

palermo è un’idea precisa. prima della città, prima dell’oriundo, prima dell’indigeno c’è l’idea che non è un’idea come un’altra. è un’idea. se fosse cinema e femmina, ti guarderebbe con i capelli rosso fuoco dicendo a voce alta non sono un’idea, vieni toccami. ma palermo non è femmina. palermo è popolo e non è nemmeno cinema; è palcoscenico ché a palermo si dice fari u traggediaturi, e dio solo sa quanto è vero.
soprattutto palermo è luce; è luce di contrasto, bianco o nero; è luce che abbaglia e in quella luce sono entrata.
palermo che amo da sempre e conosco da mai. e io con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così prima di andare che ben sicura mai, non sono sicura mai che quel posto dove vado non m’inghiotte e non torno più.

palermo dicevo è un’idea ma io l’ho vista, ci sono stata. e non c’è più idea non c’è più città.

 


ho camminato lungo le sue strade, dentro ai suoi cortili e ancora fino a perdermi senza cartina, perché la cartina noi la si guarda prima o dopo, mai durante. il fatto è che se non ti perdi non ti stupisci, se non ti perdi non vivi.


m’han detto non andare di notte per certe vie, non andare per quelle strade. io ci sono andata, sì ci sono andata. ho dormito alla kalsa a due passi da dove è nato borsellino . qualcuno alla fine è uscito sul balcone di quella casa che prima era sacrestia e adesso stava dietro a una chiesa e dentro a macerie ma era bella, bella davvero; c’era un cielo blu e una parete gialla. dicevo, qualcuno è uscito sul balcone, ai vicini era stato tolto il gas, l’ha visto e ha visto la bombola attaccata un po’ così con un tubo che viaggiava dentro a un foro, ha detto porca vacca, avrà pensato che lì non eravamo sicuri. la fatalità. la fatalità a palermo è aria che si respira. così quello che aveva detto porca vacca poi m’ha detto fatti una doccia che usciamo. e l’ho fatto, sono scesa, per strada mi sono seduta davanti alla saracinesca di un fruttivendolo così m’hanno servito una grigliata di pesce e dei pomodori cunzati che ancora me li ricordo.

palermo finalmente. alcuni giorni di settembre. le luci, i volti, i momenti. non credo sia una cosa che si ricorda, è qualcosa che è. qualcosa di cui ancora non so scrivere.


non sarebbe stata lo stesso o la stessa se non ci fossero stati i libri. ché quando vai in una terra ci vorrebbero anche i libri giusti. per me adesso questi sono stati quelli giusti:


roberto alajmo, palermo è una cipolla, laterza 2009


leonardo sciascia marcelle padovani, la sicilia come metafora, mondadori 1989


la guida del touring club ché se fosse stata per quella schifezza della lonely planet (sì è una mia battaglia personale!) non avrei nemmeno dovuto mettere piede alla kalsa!


antonio calabrò, cuore di cactus, sellerio 2010

lonely planet: parliamone

sì cari amici parliamo delle guide che impazzano in italia. altrove non so.

prliamone e diciamo la verità: fanno cagare.

passi la guida dell’anno scorso sulla normandia. anzi facciamo che proprio stendo un velo pietoso sulla descrizione dello sbarco degli “alleati”, facciamo che eliminiamo tutta la parte storica. evabbè, direte voi, le lonely planet sono famose per i locali e i posti davvero in. evabbè un corno.

la guida di quest’anno sul nord della spagna era da bruciare. non fosse che sono contro le pratiche medievali di quart’ordine.
c’è un fatto a sua discolpa. a discolpa di chi l’ha scritta: gli anglosassoni emigrati non vacanzano come noi latini. gli anglosassoni emigrati non godono come noi italiani delle cose di gite e vacanza. non godono come noi. punto.

è solo un albero che foglie non ne ha più

sono così lo sai.

salirei sul tavolo a ballare il tuca tuca se non l’avessi già fatto. ero su quella pedana che fa un rumore sordo, con la bottiglietta d’acqua senza tappo ormai vuota, i piedi fuori dalle scarpe. sotto un cielo di stelle e la brezza sulla pelle. come oggi che corro su queste due ruote accanto un campo verde e se alzo gli occhi vedo nuvole cicciotte bianche. l’aria è fresca, il cielo non sa che pesci pigliare visto che c’è il sole e piove. sì ci sono anche le nuvole nere. intanto pedalo e sono felice. già felice. mi vedo da lontano. ci sono molti modi per pedalare, a me piace quando hai la schiena dritta e il vento in faccia, la borsa a tracolla, la musica leggera, i pensieri liberi e lo sguardo attento e mobile. le ragazze su quella macchina si sono fermate accanto a noi. era notte ormai. la tipa al volante mi ha visto, sembrava uno sguardo all’ok corral ma era d’intesa come capita tante volte se sai leggere nei volti della gente, potresti giocare se lo volessi. ha iniziato lei, ha alzato il volume della sua auto. patti pravo cantava di gusto così ho cantato anch’io ché figurati se nella vita faccio la bambola quando non mi va di giocare. mi siete venuti dietro anche voi, poi hanno continuato loro, le cinque ragazze targate crucche ma chissà se lo erano e ci siamo fatti un semaforo così a cantare con le braccia e le teste fuori dalle macchine accostate.
certe sere d’estate sono come le mattine, hanno l’oro in bocca e l’inverno è lontano, l’amore è vicino.

ssshhh.  se puoi parla piano. è una parola che non si dovrebbe dire amore. se vuoi lo puoi vedere. non distogliere lo sguardo potrei non accorgermene.

un romantico a milano

i giorni sono volati in fretta come un lettore accanito che gira le pagine di corsa. dicono che non si possono leggere troppi libri contemporaneamente. eppure mentre li leggo, ricordo tutto. è dopo, solamente dopo aver messo la parola fine che qualcosa s’annebbia, si mischiano le storie; non ricordo bene le trame ma il senso, il nero di ciglia che resta sulle guance sì, quello sì.

e a pasquetta che fai?
t’ho mai detto che non sopporto le gite veloci nei posti affollati? poi non è che sono stata tanto bene durante queste vacanze. ho guardato attraverso i vetri il movimento dei passi. quando è tornato il sole ho preso i miei di passi e li ho fatti camminare per le strade deserte di milano.
t’ho mai detto quanto mi piace milano senza trucco?
c’era un silenzio irreale. e un cielo che tu sai quel cielo di lombardia così bello quand’è bello, così splendido, così in pace.

se stavi defilato potevi sentire voci arabe e anglosassoni, non tanto altro. poi quando l’aria diventa d’oro, lo spazio si riempie di colori e di voci.

non sono andata per musei e mostre. già milano fa bella mostra di sè.
t’ho mai detto che preferisco girare a zonzo per la mia città?
milano con i suoi palazzi, le sue pietre e mentre cammini attraversi i secoli e le ideologie, le battaglie nei fori di proiettile e lungo i graffiti sui muri.

alla fine, quando il colore si è acceso nelle guance e le gambe s’inseguivano da sole, tornare in tram, pensare ho fame, scegliere il kebab di provincia e restare un poco attonita.
parlavo ma il ragazzo arabo non guardava me, si rivolgeva a quello dagli occhi verde marrone che mi era accanto. ho detto pagherei io, per un atto di stizza femminile. il ragazzo parco sempione sa quanto per me è importante. mi ha sorriso e mi ha chiesto va bene se paghi tu il cinema?

ci ho riflettuto. guardavo i loro volti, quelli di chi vive negli anni zero e ho detto va bene, ci vuole tempo, è ovvio. ma in certi casi, metterci tempo è la via più breve; però parlo io. così ho chiesto, ho rettificato e il ragazzo arabo che stava lavorando mi ha guardato e ha sorriso.

abbiamo mangiato in fretta perché avevamo deciso di sederci in una sala cinematografica.
t’ho mai detto quanto mi piace finire una serata con un film? quanto finirla con una partita a poker.
c’è questo film di salvatores, happy family. parla di paura e di milano, parla di amore e del rischiare.
come dice ariel, sembra un film grafico dove il colore è tutto. è da un po’ che il colore spacca, l’ho capito dal successo di steve mccurry e delle sue foto pigmentate, l’ho capito perché per consigliare un libro ormai ti chiedo un colore. e funziona. sempre.
happy family è una pellicola che ama milano. è una carezza a una città che ha ancora le sue carte da giocare.
lascia stare che sono gli immigrati a votare lega, lascia stare che la mafia è ovunque in città, lascia stare che è un cantiere, che gli affitti sono assurdi e il costo della vita schizza alle stelle. lascia stare che quando la cultura non porta soldi non sanno che farsene. c’è qualcosa nell’aria, stasera milano è ancora nostra.

t’ho mai detto che non è la speranza che mi spinge?

milano ti fa male se la vivi senza stile.

***

colonna sonora [come promesso, visto che trovo sempre tutto?]: una romanticheria adatta alla luce stilosa di pasquetta che ha reso romantica milano mentre dalla macchina polline e note si diffondevano all over around >>> qui

riace mi piace

riace si ricorda per i bronzi, dei bonazzi, quand’anche fossero usciti magicamente dalla testa dell’artista. potevano chiamarli i boni di riace, devono aver confuso l’importanza della materia.

anche il sindaco di riace dicono se ne sia ricordato, dei bronzi, dico. quelli trovati sulla spiaggia. dicono quando ha visto le barche degli immigrati kurdi arrivare. ma io non ci credo. fa figo dirlo. sono belle storie. ché se le storie si raccontano belle e piene di colori piacciono di più e si ricordano di più. ma non serve, la storia che ho letto e che riace vive è bella lo stesso. anche così secca secca.

la storia dell’insegnante di riace detto mimmo de li curdi è raccontata su der spigel in questo link e sull’ultimo numero di internazionale [833 – anno17]. il link porta a un testo in inglese.

non sopporto chi non visita il sito perché ancora non sa leggere in inglese. cosa li ho spesi a fare i miei soldi per la vostra istruzione? eh? vabbè. m’han detto che erano per l’istruzione e invece sai i festini che ho contribuito a mettere su? a volte mi vien da piangere.

comunque è di riace che si diceva e del suo sindaco.

anno 1998, l’allora insegnante domenico lucano accoglie in paese dei kurdi appena sbarcati sulle spiagge di riace. riace era un paesotto diventato paesino. dei tremila che erano, rimangono solamente milleseicento anime. gli altri sono fuggiti con la speranza nelle grandi città, nell’europa del nord e in altri continenti.

mimmo, testa dura a questo punto, per accogliere gli immigrati fonda un’associazione e la chiama città futura. ambizioso. il senso dell’associazione è recuperare le tradizioni, dare un posto a chi lo cerca in cambio di forza lavoro che attiri i turisti. ospita nel centro storico ormai vuoto gente del sud del mondo e li paga per riqualificare le case e la storia di riace. gli immigrati imparano l’italiano, l’artigianato locale, ricostruiscono o ristrutturano le vecchie case che saranno abitate dai turisti.

nel 2004 mimmo si candida a sindaco, senza tessera di partito. una sola promessa: “i più poveri dei poveri avrebbero salvato riace e, in cambio, riace avrebbe salvato loro”. vince le elezioni.

l’articolo dice che “lucano è riuscito a convincere sia gli anziani del paese, che avevano paura degli immigrati, sia i giovani, che temevano di perdere il lavoro. città futura è il datore di lavoro più importante del paese, sia per i profughi sia per la gente del posto”.

invero la ‘ndrangheta nel 2009 si rompe un po’ le palle di tutta sta carineria, e nell’ottica della prevenzione pensa bene di lasciare alcuni avvertimenti al sindaco.

ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale e come come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca. fino a quella di win weders che gira un video di ventisette minuti su questa storia e la chiama il volo. dicono anche che wenders abbia detto: “la vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in calabria, a riace”.

sì grazie wim anche senza di te. ma si sa, le storie belle hanno più peso e contro il piombo ci vuole peso. molto.

allora.

vola riace. buon vento.

le città cambiano strade di notte

lo sapevate che le città e i paesi di notte cambiano le strade?
che se ci vai di giorno non ci sono le stesse strade che trovi di notte. tipo che questa mattina sono andata in un paese caruccio che ha il castello e tutte le cose di paese: la gente che spinge la carrozzina, la gente a piedi che saluta quelli che passano in macchina, la gente che sta fuori dal bar a chiacchierare, il fruttivendolo che parla con la massaia, il ragazzino che parla con la signora attempata e tutte quelle cose lì. e ci sono andata questa mattina che c’era la nebbia e il sole rotondo e sembrava tutto magico. ma a parte questo fatto, devo dire che ho trovato un altro paese. ché io in questo paese ci vado quando il sole non c’è, né rotondo né splendente, ci vado la sera per lo più. e le vie sono diverse, a dire il vero sono meno. e mi sembrava proprio un altro paese.

secondo me le strade di notte vanno a farsi un giro per prendere un po’ d’aria.

comunque sono tornata adesso da un’altra città ancora, che oggi sono stata girovaga. ho parcheggiato cinque minuti fa. e per parcheggiare mi sono affiancata a una macchina e c’erano due che stavano facendo l’amore e allora ho detto madonnina santa disturbo, così me ne sono andata e porca miseria ho parcheggiato lontanissimo. ché io a certe cose ci tengo; tengo all’intimità. però è proprio vero che il desiderio non s’arresta manco di fronte al freddo becco, mannaggia del demonio.