ricominciare

sul pavimento carte e libri. non riesco a passare, non riesco a vedere il pavimento, non riesco a capire dove abito: una casa, una discarica o cosa. parlo con me. dà sempre una certa qual autorità al rimprovero. mi dico che sto perdendo il senso delle cose. mi muovo troppo. fermarsi un attimo a pensare. questo sarebbe sensato. fermarsi un attimo a guardare. che poi passi lasci e vai ma qualcosa si dovrà pur trattenere. qualcosa dovrò pur salvare. qualcosa vorrò ritrovare quando sarà il tempo di raccontare. perché raccontare è un tempo lunghissimo e sedimentato. è un metatempo che serve a restare saldi sul tempo, senza batterlo, col ritmo nel sangue.

guardo desolata. non ho voglia. mi si gela il sangue se penso alla fatica, se penso che. devo iniziare, da qualche parte iniziare.

sospiro. braccia lungo i fianchi. giro improvviso su di me. uno, due, tre, stella!

lo sguardo si ferma lì su un biglietto triangolo. e sotto tanti altri colorati. ma sì, parto dai biglietti di auguri. li prendo uno a uno, li rileggo, ricordo.

e infine una frase di cesare pavese.

l’unica cosa al mondo è cominciare. è bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

grazie amica, grazie arkika. oggi inizio da qui. inizio dal riordinare le carte, dall’assegnare un posto ai pensieri, dai pensieri da scegliere, dall’amicizia femmina che ogni giorno mi sorprende e mi fa sorridere se penso a tutte le volte che parlano di odio fra donne.

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soluzioni a situazioni tutte praticabili e pericolose

è che sono entrata in casa stasera. non era prestissimo e ho detto usti sono entrati i ladri!

e invece mi sono accorta che la casa era come l’avevo lasciata stamattina che poi è come l’ho messa al rientro dalle vacanze e come l’ho lasciata dopo, quando ho dato aria alle borse, alle dispense vuote e finalmente mi sono riappropriata dei mezzi elettronici. tutte le prese occupate, comprese le porte usb. un casino fotonico dunque.

allora sono uscita, ho chiamato taco. ho detto dai andiamo a fare la spesa. ah, vengo a mangiare da te, dovresti avere ancora quella mia bottiglia di bianco. e infatti c’era. lui ha fatto il carpaccio, io l’insalata, ma era una signora insalata!

poi sono arrivati myskin e fulì. troppo caldo in casa. quell’afa prima della pioggia. una cosa terribile, tanto che ogni volta devo per forza dire viene a piovere. non sono le ossa che scricchiolano, è l’afa. e infatti adesso piove ma prima no, si soffriva e basta.

allora ci siamo seduti a un tavolino all’aperto. le birre davanti. ho detto ragazzi devo fare la lettera all’impresa prima del rogito, che in casa mia ci voglio entrare da signorina. perché mi sono accorta che nel nuovo appartamento, quello che sto acquistando, c’è già un alone di umido.

non ti preoccupare, mi hanno risposto, ti aiutiamo noi. a chi devi scrivere, mi hanno chiesto. a un pirletta di geometra, dico io, che se la tira a mille. non c’è problema. erano sicuri.

questa che segue è la bozza.

bella geome,

ma quanto sei soprelema? [preso male, ndr]

lo sai o no che c’è una macchia umida sullo spigolo portante di casa mia? stizzica! [sti cazzi, ndr]

vedi di sistemare il casino prima che scacci la grana o non la vedi. il rogito poi ti diventa un rigurgito. semina le mie perplessità, così veloce che devo vedere le pannocchie.

bello, non fare lo stiloso. inutile. tranqui, per ora sto tranzolla.

se non aggiusti, è claro, cause a nastro.

ah, ti saluta capitan alcol.

bella zio,

neru

dite che può andare?

ad ogni modo, io i soldi al geometrino, finché non si fa in quattro per sistemare il tutto, non glieli do. magari allego un binocolo. magari.

mattone su mattone

succede che si esca fra amichette e ci si racconti un po’ come va e come non va. e insomma sì, si ammette che con l’amore le cose non vanno proprio bene, anche se è estate e in estate, si sa, le cose dovrebbero andare meglio, non so forse per quella cosa degli ormoni in giro, forse per la felicità della luce, forse perché tutto rinasce e allora vorresti rinascere un poco anche tu. però poi c’è quella felicità mista a terrore della casa nuova, che in fondo, dai diciamocelo, fa piacere e un po’ appaga, chessò ha quel sapore di contentezza.

così. lo si dice. davanti a un americano. ché l’americano, per quanto detto sopra, altro non può essere che un cocktail.

e allora, la mia amica nightnurse mi guarda sorridente e mi dice “sappi che l’amore passa ma il mattone resta”.

ecco.

figurine e biglietti

gli amici blogger sono come un porto. spesso sono lontani ma puoi sentirne l’odore. con gli amici blogger ci si annusa sempre un po’. e prima di arrivare, a volte chiedi aiuto alla torre di controllo che stai finendo l’aria dentro al serbatoio. talvolta inizia con un ehi. poi l’urgenza di dire sono qui. ciao come stai, cosa fai, tutto bene. quattro chiacchiere e la periodicità degli inviti buttati lì tra una portata e l’altra. qualche volta raccogli quel biglietto da visita e parti. come ieri. il giorno prima mi ha detto vado a sentire nick cave. epporcamiseria, ho risposto, lo volevo sentire anch’io.

allora vieni, venite.

a torino?

non è così lontano.

no, non è così lontano.

il giorno dopo siamo partiti la sera e la notte eravamo seduti su un prato freddo prima che il rock duro riscaldasse l’anima. niente male questo nicola caverna e la cattiva semenza. all’alba ci siamo svegliati, abbiamo preso il treno al volo, per tornare a quel lavoro che avevamo lasciato la sera prima.

ma io.

avevo in tasca delle figurine. perché succede che quando capisci di essere nell’isola che non c’è, incontri i bambini sperduti. ci eravamo promessi le figurine contro la nostalgia. ne ho vinto una gialla con un portafortuna rosso sopra, un invito degli amici del fiume.

e già questo, stamattina mi sarebbe bastato. invece è successa una cosa.

sono scesa in metropolitana, mi sono messa bravin bravella in coda alle macchinette per acquistare il mio biglietto. ad un tratto un signore americano sulla cinquantina mi si è avvicinato, mi ha detto nella sua lingua, ho questo biglietto che è buono ancora per qualche ora, io me ne vado, lo vuoi? l’ho guardato, gli ho chiesto davvero? ma è sicuro? certo mi ha risposto. ci siamo scambiati un sorriso, il biglietto è passato di mano e a quel punto abbiamo ripercorso uno la strada dell’altro.

poi sono arrivata al mio capolinea. guardavo il biglietto, avrei voluto tenerlo per ricordo. non era giusto. ci sono tanti tipi di ricordo mi sono detta. ho alzato lo sguardo. una donna slava stava prendendo il portafoglio. mi sono avvicinata e le ho detto nella mia lingua, ho questo biglietto che ha una storia, lo vuole? e le ho raccontato la storia di quel biglietto. lei mi ha chiesto davvero? ma è sicura? certo, ho risposto. ci siamo scambiate un sorriso, il biglietto è passato di mano e a quel punto abbiamo ripercorso una la strada dell’altra.

poi ho fatto una rampa di scale, il sole brillava.

va bene cominciamo, ho detto.

se alice dice che problema c’è [parte 2]

uh eccomi!
sono tornata. di solito riesco a scrivere in vacanza ma tutto il tempo per aggiornare il blog è stato sprecato dal mio passo lento. mi sono fregata così. e proprio dal piede affaticato, mi sembrava di dover ripartire.

dunque. camminare mica potevo tanto, allora elis ha detto no problem baby, ho la tessera per il bike sharing.
il bike sharing è una cosa bellissima. tu acquisti a cinque euro una tessera magnetica che si ricarica. per ogni mezzora che usi la bici, paghi cinquanta centesimi. e vai dove vuoi. sembra una cosa complicata e costosa. ma non lo è. sembra una cosa che nel traffico di roma ti ci potresti ammazzare. ma non lo è. chi ti potrebbe ammazzare è solo uno, lui, l’unico: il pedone. i pedoni stanno ovunque: in mezzo alla strada, sui gradini, in mezzo al marciapiede e sopra il muretto, ma soprattutto davanti alle porte quando devi uscire ed entrare. soprattutto non passano sulle strisce, anche se invitati a farlo ma si lanciano in pericolosi attraversamenti nei posti più pericolosi che manco il suicida più efferato sarebbe disposto a tentare.

comunque, io ed elis, accompagnate dal nostro scudiero piolo, siamo partite una sera di giugno alla conquista di roma.

da torre argentina al ghetto, circumnavigando la fontana delle tartarughe, ci siamo fermati su un ponte accanto al teatro marcello, fra una sonata al pianoforte a quattro mani e un tramonto da favola. fontana delle tartarughe

abbiamo solcato le strade per approdare all’isola tiberina. l’abbiamo scampata bella, ché volevamo vedere un posto ma ci hanno chiuso le porte in faccia, e a me pareva di aver visto la mano di circe chiudere la porta. concerto al teatro marcello

è stato allora che siamo trapassati a trastevere, con acclami di gioia e tripudio: un vecchio mi ha dato una pacca sulla spalla, un altro mi ha urlato “ma quanto sei europea”, altri hanno sorriso, altri ancora si sono commossi dicendo “bravaaaa”. è stato un bel momento. tutto per stare in sella a delle comodissime bici verdi. è per questo che dopo aver aiutato due turisti milanesi che mi avevano scambiato per romana, abbiamo dato credito al coro arcobaleno a santa dorotea, per finire col mangiarci un paninazzo a campo dei fiori.

insomma il fatto è che me ne sarei dovuta stare a casa e invece no. c’è sempre un’alternativa possibile. una strada praticabile se la sai trovare e ci sono amici che mai ti saresti aspettata. da quando ho aperto il blog è stata sempre una continua scoperta, una continua meraviglia, e io che pensavo che fosse tutto un grande bluff. sta partita mi sta piacendo davvero. e per quanto mi riguarda ho vinto la mia mano, il piede no è ancora un po’ sciancatello, ma kapa dice che sono un rottame, che appena mi muovo faccio danni.

come l’altro giorno che sono entrata nel negozio del giornalaio e lui forse voleva chiudere o forse si è indispettito perché poi alla fine non ho preso nulla, così quando sono uscita, la saracinesca proprio non l’ho vista. si è sentito un botto e una bionda che ha urlato un porca boia. il giornalaio ha scosso la testa, la gente seduta ai tavoli si è fatta una grassa risata e tutto è finito in gloria.

poi è finito in gloria pure quel giorno lì, quello delle biciclette. le abbiamo posate e siamo tornati in autobus, mica in taxi come i vips. ché poi si perderebbe la poesia che sta nel cuore pulsante della città. insomma sull’autobus c’era un tizio sulla sessantina, caschetto sfrangiato ossigenato, la camicia aperta sul petto villoso e sui catenacci dorati che cingevano il collo. questo signore, prima ha ascoltato i nostri discorsi poi si è introdotto con grazia e come uno spadaccino di fioretto, ha pronunciato queste testuali parole: “andreotti era un fijo de na mignotta ma almeno se ricordava de noi, qualche briciola c’a-ha dava, ma sti qua manco pe’ gnente, se fanno solo li cazzi sua, nun guardano in faccia a nessuno, se fanno ricchi pure coa pensione nostra. ce l’hanno messa diretamente in quer posto e manco ce semo accorti”.

puoi capire? forse nun potete capì io daha curva sudde coi depeche

e mentre a roma sfila la rabbia dei terremotati abruzzesi quasi sotto silenzio, montecitorio boccheggia. gente in giacca e cravatta corre con i fogli ancora aperti in mano, ragazzotte e ragazzetti di telecamera muniti si aggirano sperando cosa non si sa.

ma sono gentili ‘sti abruzzesi, mi ricordo che faceva più casino un fascistello in piazza duomo a milano su un trespolino con quattro persone davanti. qui ci sono anche i bambini per mano alle mamme. qui c’è qualcosa di concreto di cui parlare.

alla radio hanno detto che martin gore dei depeche si aggira per piazza di spagna. anche se nightnurse lo vuole limonare, ci fermiamo a vedere gli striscioni degli abruzzesi senza capire niente. troppa gente, aggiriamo cortei transenne, turisti curiosi e aspettiamo la sera.

poi. non potete capire.

scendiamo a flaminio, dove quel ragazzo quella volta, senza conoscermi, mi aveva regalato tre cavalli di erri de luca, aveva aperto dolcemente la copertina. ce l’hai una penna? sì. e mi accorgevo all’improvviso, sorridendo divertita, di tornare a casa con qualcosa di nuovo fra le mani. un libro, un nome e dei numeri. guai a quelli che non praticano la propria purezza con ferocia.

il 2 è già lì, lo prendiamo al volo, in barba alla mia tendinite. odore di caffè, aria calda, afrori e parole concitate. in quale girone siamo finiti, chiedo. capolinea. saltiamo giù. ehi fratello per di qua? vieni con me.

un fiume di gente e i suoi affluenti. e poi passare tra qualche albero a cornice di magliette urlate. un attimo di frescura. e in meno di un momento, il mondo si apre sul tevere. tutti sul ponte, un tramonto technicolor in faccia e un’allegria che puoi stringere.

non potete capire.

poi gli amici. ritiriamo i biglietti. dove siamo? naha curva sudde abbella, ce devi entrà cantando grazie roma.

poi i controlli. passa lo stesso. le scale, un pezzo di cielo, un po’ di rumore, l’ultimo scalino, la musica a palla, l’olimpico.

non potete capire.

i sedili sporchi, il posto assegnato, le telefonate senti qui, le risa, non ho fame ma se questo continua a fumare mi viene la fame chimica, tu fa le foto che io riprendo.

e poi all’improvviso, loro. i depeche mode.

non potete capire.

in piedi, mi dico seduta che c’hai il piede sbilenco e domani sono guai. che me ne frega, urliamo, balliamo e la sua voce che entra dentro e se non canti è perché vuoi ascoltare, ma enjoy the silence no ti prego devo devo cantarla.

sì che potete capire. tu lo puoi.

and i thank you for bringing me here for showing me home for singing these tears finally i’ve found that i belong. feels like home i should have known from my first breath.

finally i’ve found that i belong here.

danielino nostro e il mignolo di distanza

mercoledì pomeriggio. io.

nightnurse, venerdì daniele silvestri viene a suonare dietro casa mia. vuoi venire a sentirlo? se vuoi puoi fermarti a dormire da me.

lo stesso pomeriggio, nightnurse.

nerluì, avrei impegni ma per danielino mio m’organizzo.

è stato così che daniele silvestri è diventato per tutti danielino mio e io ho dovuto rassettare e pulire casa al ritmo della cavalcata delle valchirie di wagner.

venerdì sera. ore 20.30. casa di neru, cioè io. suona il citofono.

neru impreca. porca vacca porca vacca non ho finito. neru risponde al citofono. siete già qui? domanda con un filo di voce.

neru pensa che a casa di un ritardatario si debba andare in ritardo ma sospira e dice salite.

nightnurse e fulì entrano in casa di neru, la trovano scompigliata, un ginocchio tumefatto, in una mano lo scopettone con lo straccio, nell’altra sanguinante -era da poco caduta dal marciapiede- lo straccetto del bagno.

fine del quadretto.

ora, devo ammettere che non si sono minimamente commossi per il mio pessimo stato, no. nightnurse m’ha detto mi pari bree di desperate housewife, poi, dopo avermi concesso una doccia, mi ha aiutato a fasciarmi il polso.

a quel punto chi se se fregava degli acciacchi, siamo scesi e per strada ci siamo ritrovati tutti noi amichetti. intanto mangiavo un pezzo di pizza e camminavo con il cartone in mano e la bocca piena dicendo ciao c’ho fame.

doveva essere passato poco tempo, perché in un battibaleno è arrivato lui, danielino nostro con la faccia più bella, l’espressione felice e la voglia di divertirsi anche se eravamo pochetti.

così danielino mio ha preso la chitarra in mano e ha detto sapete il mi minore è una roba facile facile da suonare ci vogliono due dita. l’accordo in mi minore è uno di quegli accordi da spiaggia, ci canti su un po’ tutto ma se ci aggiungi un mognolino vah che c’hai un suono tanguero.

a volte per un mignolo ti ritrovi in un altro paese, in un’altra armonia. per un niente, in un’altra vita. per un niente, in un’altra musica.

danielino nostro maggio 2009 023

ha intonato il ritmo e noi a ballarci su, a saltare, forse per il freddo, forse per la felicità. abbiamo alzato le braccia e urlato venceremos adelante o victoria o muerte.

e quando danielino mio ha chiuso al ritmo della batteria che risuonava nel cuore e nella testa, abbiamo invaso casa di myskin. era il suo compleanno. non fatemi gli auguri che sono nato alle sette, ha detto. taco ha preso la pizza, la birra già si versava a fiumi e il salame era buonissimo. erano le due, myskin s’è alzato ha detto ciao amici vado a dormire, fra tre ore mi alzo. ciao, gli abbiamo risposto, va pure, come se non fossimo a casa sua e siamo rimasti seduti.

poi finalmente siamo tornati a casa. alle tre e un quarto di notte mi ha chiamato didg per il concerto della sera dopo. ti prendo il biglietto? e prendimelo vah. alle quattro io e nightnurse stavamo ancora spettegolando di noi. era solo l’inizio di un fine settimana molto lungo.

[to be continued]

lo scagagnaro a milano

ché poi ho cenato dai miei genitori. si parlava del più e del meno, a un certo punto mio papà mi ha detto ma non mi resterai mica scagagnaro? cos’è lo scaganaro, ho chiesto. è l’ultimo nato, mi ha risposto, l’uccellino più piccolo che viene sopraffatto da tutti gli altri proprio perché più piccolo. si chiama così perché gli altri gli scagazzano sopra e lo spingono in basso, un concorrente in meno. ho detto, tecnicamente io sono l’ultima nata. poi abbiamo finito per parlare di politica, la tivvù era accesa su la7. c’era cicchitto e la rosi bindi. e ho pensato ma io voglio bene a questa rosi bindi. spero che non sia stato solo perché c’era cicchitto.

ho preso la macchina, che era buio. mi sono fermata al semaforo rosso. ero più o meno la terza. appena è scattato il verde, un’audi dietro di me ha strombazzato. ho guardato il tipo dallo specchietto, gli ho detto ehi bello ho sfasciato un’auto come la tua tanto tempo fa, ci metto un attimo. ha fatto i numeri da circo per arrivare primo al semaforo rosso cinquanta metri più avanti, è scattato il verde ed è rimasto fermo. ho pensato ehi ma questo ce lo deve avere proprio piccolo.

c’è un detto in veneto “beati i ultimi se i primi gha creansa” e a me viene sempre in mente uno spettacolo della cortellesi del 2006 “gli ultimi saranno ultimi”. nostro signore ha detto che gli ultimi saranno i primi ma non ha detto di preciso quando.

intanto tu cosa vuoi esattamente da me? cosa c’è d’invisibile quando la gente cammina distratta in tutto il rumore del mondo?

sono scesa dalla macchina, ho sbattuto la porta. non ho sentito i miei passi. saranno state le scarpe da ginnastica. ma i pensieri rimbombavano forte.

nutrirsi di qualcosa, sopravvivere a qualcosa, e bisogna credere in qualcosa per dannarsi l’anima per qualcosa. sapessi come è strano sentirsi invisibile a milano…

ché poi non ci vedo. ma c’è una strana magia nell’aria. certo so ascoltare. almeno credo. almeno il rumore della pioggia. almeno se l’aria non è piena di me.

are you taking the mickey out of me?

galeotto fu il terriccio e chi lo lasciò sul selciato. da quel momento più non andammo avante. ma fermi in mezzo alla strada a soccorrere il ragazzo con cui ero riuscita a fare un’ora prima una clamorosa figura di merda.

venite con me vi racconterò i fatti che portarono a tanto.

vi dicevo che si doveva festeggiare jules e didg.

ricordarsi le date dei compleanni non è così difficile ma quando si parla di regali, un improvviso vuoto di memoria coglie la più preparata delle menti.
fu così che ci trovammo il giorno stesso dei festeggiamenti, cioè ieri, -a un passo dalle feste pasquali vorrei aggiungere- a spedire email su email come il gioco della patata bollente. io ebbi il coraggio di scrivere non ho il tempo nemmeno per comprare loro un lecca lecca. me ne lavai le mani. sadica ponzia. ma poi i rimorsi sono quello che sono e alla fine mi offrii di trovare carta da giornale per i pacchetti e vecchi fogli colorati per i biglietti.

si decise l’appuntamento per le otto e io, si sa -le prove sono certe-, a quell’ora stavo postando. manco la camicia poi mi riuscii a cambiare. tuttavia è un dato di fatto che quel posto puzza di carne alla griglia, che quando esci sai di pollo allo spiedo, e dunque il mio primo pensiero fu un sonoro chi cavolo se ne frega se porto vestiti sporchi di giornata?

quando arrivai al locale, grazie all’infinita pazienza di taco, solo due mancavano all’appello: uno era il mio ex fidanzato. non mi scomposi nemmeno per tirare un sospiro di sollievo. diedi piuttosto spazio alla mia arte da giocoliera, che mi permise di gettare da un tavolo all’altro, inosservata, una serie di oggetti. nell’ordine: forbice, nastro usato per le decorazioni natalizie, fogli di giornale, penna, foglio verde con due fori per gli anelli.

e già che di giocoliera l’arte vantai, per rincarare la dose, mi misi a chiacchierare coll’amico della jules, peerleu -da leggere con modo e accento inglese grazie-.

andò più o meno così.
peerleu, iou aveere grandeu dubbiou: ma come cazzou si disce mi pigli in girou?
c’è da dire che peerleu è un vero inglese che sembra uscito da uno dei libri di nick hornby. paro paro. io insisto da tempo che io e lui dobbiamo fare prima o poi le scenette di stanlio e onlio. è un testone. dice che quando parlo così -l’italiano stanleinesco per intenderci- non mi capisce.
ma comei? dico. se parrrlou proprio come teu? ma coscì tuo italianou è difficìleu! risponde. vabbè, sono una che non demorde.

ché poi la serata non puoi mica passarla con una sola persona con tutti tutti gli amici che ti girano intorno, come la musica.

allora torniamo pure al tempo esatto dei festeggiamenti, in quel luogo puzzone che un po’ ricorda un locale di menphis o uno di quelli in texas che facevano da scenografia a non è un paese per vecchi.

mi ritrovai in quella selva di chicchiericcio con cipi che giocava a fare l’alfabeto morse col medio, taco, l’unico essere a combinare sempre un guaio materiale, nella fattispecie era riuscito a rovesciare tutto il contenuto della mia borsa sul divano e a scambiare i rimasugli delle mie caramelle di liquirizia per sabbia, jules la festeggiata che pareva avesse una paresi alla faccia tanto sorrideva contenta, didg l’altra festeggiata che portava comode orecchie da elfo con nonchalance, ariel l’unica che con un po’ di lucidità cercava di rifare i pacchetti, il coniuge scusato nel vano tentativo di rifilarmi i colleghi pacco e di farmi da istruttore di canoa, myskin il mio caro caro amico, e strenuo sostenitore delle mie grandissime figure di palta tanto da restiuirmi dignità, fulì che cazziavo per il regalo che aveva comprato con grande sbattimento, più gente varia nonché il nostro buon peerleu.
e parla che ti parla arrivò sto tizio che io ho già avevo visto ma non sapevo dove, che io ricordavo ma non sapevo perché. accanto a lui, la cricri, sfidanzata da tempo. intanto io lo guardavo, lo riguardavo tornando a guardarlo. struggimento puro. poi mi si accese una lampadina -che ormai è certo, trattasi della lampadina della follia- e cominciai a scaraventare addosso al povero malcapitato il suo passato prossimo e trapassato con una serie di rimandi imbarazzanti tanto da far dire alla povera cricri ma neru sei ubriaca? mentre io lucidamente rispondevo macché, non lo sai che al massimo mi ubriaco di sonno?
il fatto è che io a sto tizio feci la radiografia amorosa senza sapere che si era appena messo con la cricri. ecco se la cricri non era al corrente da quel momento sì.

per fortuna poi arrivò il momento di tornare a casa. il malcapitato inforcò la sua moto ma all’ultima curva sbandò sul terriccio e cadde come corpo morto cade. ma si rialzò con atletico fulgore e nostro sommo giubilio senza graffi preoccupanti.

ecco, ci vuole una mente che pensa ad altro per confondersi. come dire, mi sono sentita un po’ in colpa.

p.s. questo post l’ho promesso ieri notte. adesso non mi si può dire più nulla. però basta con i post lunghi neh?

il mio papà fa la casalinga

periferia di mantova. trattoria.
abbiamo mangiato come porci. risa, vino, chiacchiere. le rane. no le rane no. le avevo mangiate tanto tempo fa ma queste fritte no, non ci riesco. è per il fatto che vedo la spina dorsale. se hai la spina dorsale, presumo che tu abbia carattere. e il carattere no non te lo posso mangiare. hanno insistito però. mi hanno detto dai che è buono. allora ho dato un morso. ma sono arrivata al femore. ho lasciato lì la rana fritta. fritta è fritta, è vero, ma non sarò io a darle il colpo di grazia. il mio cuore fa ciok.

poi.

abbiamo pagato 17 euro. ci siamo guardati. a milano non ci paghi nemmeno una pizza. a milano non c’è quel silenzio, quel cielo, quel profumo. è allora che ti viene voglia di fare altro. anche di andartene. proprio quello che anni fa ha fatto kapa. via dal dover essere, da una facciata che non ti appartiene per prendere a piene mani una vita da conquistare con la fronte alta, lo sguardo aperto e il pugno chiuso, per ritrovarsi braccia che sanno accogliere.

poi.

siamo andati in un posto antico che era distrutto ma che è stato ricostruito. perché ci hanno visto il business, mi hanno detto. vengono da lontano per farci le vacanze. mi accorgo di quanto poco facciano le mura in confronto alle persone. accanto a me sta camminando anche libero va bene, il figlio di kapa. mi parla animatamente del suo papà, di cosa fa con lui. poi accenna alle doti culinarie di kapa e alla sua maestria nel destreggiarsi fra le mura domestiche. si ferma il piccolo, ci ragiona su e poi mi dice serio il mio papà fa la casalinga! sorride kapa. è contento. preferisce prima di tutto essere un uomo di casa. prima del suo lavoro normale, prima delle sue passioni. una è la fotografia. è bravissimo. lui dice è una passione che, come tutte le altre, non mi porterà da nessuna parte, ma io non mollo mai lo stesso.

kapa è uno che non molla. anche noi non molliamo l’amicizia. ed è così bello, una domenica di aprile, camminare insieme. noi, amici da una vita. noi che giocavamo insieme quando eravamo alti una mela e poco più.