il criceto e il leone

photo @nerugiada – Sudafrica 🇿🇦

***

Ho sempre pensato di essere una che si dà da fare.

Oggi per la prima volta ho capito cosa vuol dire “finisco subito per fare altro“, “sai mi piace avere tanto tempo libero”.

Pensavo di essere come Madame Curie, sempre china e intenta nei suoi esperimenti, sempre indaffarata; e invece mi scopro ad essere al massimo il suo criceto di laboratorio. Un continuo affaticarsi dentro al laboratorio di qualcun altro a correre su una ruotina di plastica forse nemmeno bpa free.

Il leone invece dorme tutto il tempo, fino al salto, alla zampata sulla preda che non cerca nemmeno, è tutto lavoro della fida leonessa.

Quindi la sottile differenza fra fare, far fare e agire mi sta mandando ai pazzi. Chi sono io? Dove mi trovo e soprattutto, l’attenzione a quale gradino della mia scala evolutiva è?

la più grande…bugia non vi salverà!

Ho letto “La più grande”, un libro di formazione scritto da Davide Morosinotto, pubblicato da Rizzoli, proprio sull’onda di entusiasmo di amici e librai che mi piacciono.

Mi piace leggere libri di formazione che sono destinati a un pubblico giovane, perché mi pace capire quale mondo gli adulti propongono loro, con quali figure solleticano la loro immaginazione.

È un libro piacevole che si legge in un attimo.

Tuttavia per me è un grande no.

Per alcuni motivi ma uno in particolare. Si narrano le vicende di Shi Yu, piratessa, e si pompa sul fatto che la storia è ispirata alla vita di Ching Shih, che comandò la più grande flotta pirata di tutti i tempi. Ora, a parte il fatto che sono due piratesse, Ching Shi e Shi Yu hanno poco in comune. Ching Shih inizia le sue avventure come prostituta, Shy Yu come cameriera.

Ching Shih ne vede e ne fa di ogni, Shy Yu ne subisce di ogni ma con il potere della volontà diventa la più grande, con una sfilza di valori positivi ed encomiabili da qui a Babilonia.

Bastava dire che volevamo raccontare una cenerentola moderna vissuta nel 1700 e ci avremmo creduto lo stesso.

Insomma sto dalla parte di Ching Shih. Non vergognatevi di lei.

che senso ha leggere

Se mi chiedi perché ho iniziato a leggere, è stato per il suono. La voce di mia sorella che mi raccontava di cerbiatti.

Se mi chiedi perché ho continuato a leggere, è stato per le immagini. Una storia di bambini in una fattoria.

Se mi chiedi perché ho insistito a leggere, è stato per trovare le parole. E per quante ne legga, per quante ne trovi, per quante ne cerchi, non c’è modo di comunicare in modo preciso.

È che le parole arrivano dopo, attraverso il suono, attraverso le immagini. Solo dopo le parole, il significato, quelle lettere. Prima arriva il caos e prendi quello che c’è.

photo @nerugiada

trovo solo più difficile fingere di martedì

Non sopporto le domande indirette, i giri di parole. Non arrivano al punto, non vuoi scoprire le carte. Hai paura.

Delle tante cose che ti perdono perché hai paura, questa la trovo meschina.

Mi fai perdere tempo. Se vuoi il tuo buttalo. Il mio è prezioso, ho tante idee. O forse semplicemente mi annoi, mi distrai e non trovo il filo, poi perdo la matassa.

Mi dici buttati tutto alle spalle e inizia una nuova vita.

Che curiosità il concetto di buttare quando si avvia l’era del riciclo.

Anche il concetto di tempo sta mutando. Non un prima, non un dopo ma un lungo fluire nel qui e ora. Esserci, scegliere, trovare, eleggere; in quest’ordine.

Mi perdo. Non avere paura.

insuccesso

Siamo semplici conquistatori dell’inutile. Il desiderio di spendere il maggior tempo possibile con i piedi staccati da terra è un bisogno conforme alle nostre vite imperfette. Ci rendiamo conto velocemente che nessuno di quei giorni è vissuto inutilmente, perché il tempo è la cosa più nostra di tutte e che, perduto una volta, non lo recuperiamo
più.

#GabrieleMoroni

creare

Creare un’opportunità da una criticità è possibile.

Ho trovato questa frase scritta a mano su un pezzo di foglio buttato in mezzo al nulla. Senza fonte, senza commento. Non è da me.

Ho pensato che è ovvio, una stella nasce dal caos, per restare nel mondo delle citazioni, ma non vuol dire questo.

Parla di ciò che è possibile rispetto a ciò che non lo è -e cosa non è davvero possibile?-, parla di criticità che è un termine legato al giudizio e che rimanda in qualche modo al valore e quindi al significare; e parla di opportunità cioè di quel vento che spinge verso il porto.

Non sarà che approdare è un atto creativo, un sistema di significati?

non perdere mai la fiducia in te stesso

prima la devo trovare, ho detto.

poi ho pensato che non è che mi abbiano aiutato a trovala.

infine sono tutte storie. me ne sono resa conto.

le storie raccontano sempre di non perdere la fiducia in se stessi. lo dicono sempre. perché se ci siamo evoluti così come siamo è anche perché siamo esseri che credono. se credi troppo in quello che dicono gli altri finisci per perderti e questo lo sanno bene le religioni che ti invitano a farlo. non che sia brutto perdersi ogni tanto, dipende però. dipende sempre.

ma c’è una cosa che non dipende, che va sempre tenuta per mano, fianco a fianco, teneramente tenuta presente: la fiducia in se stessi. e come dice miyazaki, anche la volontà.

il resto si aggiusta da sé.

come averla? non lo so. si ha e basta e si coltiva ogni giorno come una piantina.

vi auguro di ritrovare un campo rigoglioso e fiorito quando è tempo.

non fidarsi con moderazione #chiavedivolta2

Leggo da un libro che non mi ha entusiasmato tranne alcuni brani:

“Paul Valéry, tra le altre cose, ha scritto Quello che viene creduto da tutti, per sempre, dovunque, ha molte probabilità di essere falso. Dunque la storia non è affidabile, la realtà non è la verità, è tanto vale procedere da soli, con le proprie farneticazioni e i propri amori, anche quando gli amori sono spine e le farneticazioni buche degli imprevisti. […]

[Il protagonista] Si era convinto che le imperfezioni tengono il mondo in equilibrio e impediscono che tutto frani […] ma non bisogna confidarci troppo.”

Dunque è così che la vedo anch’io adesso. Non credo davvero a niente e nessuno. Tanto vale procedere. Così. Esattamente come sono. Con tutte le mie imperfezioni e le mie solitudini.

Qualche volta ho paura. Come sarebbe bello a volte spazzarla via. Così. Con un colpo d’occhio.

quando non sai più chi sei o forse lo sai

Io stavo semplicemente scorrendo i titoli dei film del Trento film festival quando mi si è avvicinato. Non l’ho visto arrivare. L’ho sentito; la voce e l’odore. Un barbone mi sono detta. E in effetti.

Non amo parlare, conversare troppo ma conoscere la gente sì. Così ho conosciuto Alberto, finché ho potuto, finché il mio fisico non si è stancato di stare in piedi a prestare attenzione.

Alberto non ha scelto me, mi ha trovato e l’ho ascoltato.

Si è definito scalatore e l’abbigliamento ci stava. Quasi cieco, con evidente alopecia, a dispetto dell’odore e dei suoi abiti, voleva dimostrare di essere di origini nobili e molto colto.

Interessato alla storia e “alla gente che conta”, affascinato da conti contesse e marchesati, sembrava intestardito con gli ebrei e con la vita di Cesare Battisti, l’irredentista.

Non so cosa volesse davvero dirmi o dimostrarmi, ma mi è sembrato un individuo comune, il racconto di sé stridente con l’immagine, la necessità di raccontarsi a volte in modo quasi immaginifico anche a dispetto di quello che il corpo esprime; e il corpo parla, ci dice tantissime cose di noi, che spesso purtroppo ci sfuggono. La dissociazione capita.

Forse non è necessario sapere chi si è, a volte raccontare e raccontarsi storie aiuta, forse aiuta nelle fatiche.

Ha detto che la gente non studia e in Università sono tutti ignoranti. Ho risposto che la vita è dura, ognuno fa quello che può. Sto perdendo la mia intransigenza. La mia anarchia emerge placida. Ma la mia è un’anarchia del vivere in una società di indicazioni e qualche regola precisa. Sto cominciando a credere di più nei diritti sociali che quelli individuali. Senza diritti sociali, quelli individuali sono solo uno specchietto per le allodole.

p.s. ho googlato alberto sul web e pare sia o sia stato un commercialista, a meno che si sia preso un’identità

essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.