un virus per amico*

per me uno che sta male è una cosa seria. però uno che sta male è quando lo portano all’ospedale per dire. è quando è una roba che ti tocca dire caspita.

perciò quando ho svomitazzato e scagazzato qua e là e la testa mi girava, bè sono uscita lo stesso. poi mi sono detta no dai è meglio dormire un po’. non mi sentivo la febbre. ma so di non essere attendibile ché la febbre non mi viene spesso. perciò l’ho provata e quella roba di mercurio segnava 38.7.

allora ho dormito. ho dormito per tutte le volte che non l’ho fatto in questo mese. amo il mio corpo, non mi fa mai esagerare. se esagero mi dice ehi sciocchina riposati un po’. e allora lascia entrare un virus, che poverello noi diciamo abbattiamolo, distruggiamolo, invece lui è lì per farti un favore. insomma, come ha detto il mio amico fulì, lui sta a letto con me, mi dà il tempo di leggere, mi fa coccolare dalla famiglia. che si vuole di più da un virus?

comunque ho scoperto che: la televisione fa schifo a ogni ora, è impossibile da guardare. stare al pc fa malissimo agli occhi. leggere è l’unica salvezza anche se stanca. ho riscoperto dürrenmatt.

durante gli stati febbrili i pensieri si aggirano vorticosamente. quando stai male nessuno ti nota, tipo che anche se stai al balcone per respirare un po’ di sana aria inquinata della metropoli giusto per dirti usciamo da queste quattromura che non so nemmeno il tempo che fa, se il tuo vicino passa sotto il tuo balcone di solito ti saluta, in questi casi rutta. è successo e non è che lui se n’è accorto, piuttosto io per timidezza mi sono cartonata sulla finestra. quando stai male tutti ti chiamano e capisci che il cellulare è un’invenzione del demonio; per dire se il fisso è occupato perché mi chiamate sul cellulare?

e infine ho capito che non sono indispensabile, che eclissarsi rigenera e che le cose che non sono state fatte si faranno e che diamine c’è tempo!

*cit. del grande fulì

Si sta come d’autunno

Il mio balcone sta in un cortile che pare una casa di corte ma non lo è. Sono quattro case e tanti appartamenti e insieme fanno la corte. Così ci hanno chiamati ma ci salutiamo a malapena. È solo un nome amarcord.

Chi si saluta a malapena, lo si fa a modo suo. Ci si saluta a gruppi o per caso o per simpatia, o distrattamente e magari non ne avevano voglia ma gli è scappato, alcuni si parlano dai balconi ma hanno del sud alle spalle.

La corte si chiama così perché ci si guarda dentro nelle case ché allora sarebbe stato meglio chiamarle case voyeur.

Davanti al mio balcone c’è un albero. Un albero piccolo che prima era un alberello. Poi è stato attaccato da chissà che da chissà chi. L’ho amato con lo sguardo, gli dicevo forza ce la puoi fare. Ché poi speravo crescesse per un senso di protezione. Nei miei confronti chiaramente. Chissà se diversamente avrei tifato lo stesso per lui. Comunque è cresciuto. Adesso è un alberello arcobaleno. È verde, poi si tinge di rosa. Torna verde e diventa rosso. Ora è giallo. Ora è grande. Ho tolto persino una tenda. La tenda l’ho tolta dalla mia finestra. Ché mi piace guardarlo diventare grande. L’albero dico. Di mattina, all’alba, quando il frigo smette di rantolare, lo senti crescere, fra il vociare dei merli, stronzetti, che ti dicono che è ora d’alzarsi mentre tu ti rigiri fra le coperte e rispondi con gli occhi cisposi ancora un minuto. È birichino. Quando piove, non t’aiuta proprio, perché non capisci se ha smesso o se è lui che gioca con l’acqua. Se stai leggendo è bello perché ci dà dentro con l’atmosfera, se devi uscire no, ti tocca mettere la mano fuori dal balcone e devi stare attenta che il palmo stia dalla parte giusta.

 

Prima ero fuori sul balcone e lo guardavo. Guardavo il suo giallo che è bello in autunno, l’altro ieri era anche un po’ rosso, oggi è solo giallo. Oggi è giallo e parla. Dice parole che sono foglie e finisce con fiussss toc. Il prato è mezzo verde e ha un tappeto giallo con le frange. È un belvedere. Pare un quadro. È bello. Proprio.

basta poco -forse-!

sono sul balcone e sto guardando le mie piante morte. si sono rinsecchite quando sono andata a roma. nessuno gli ha dato da bere e faceva un caldo boia. non ho avuto l’accortezza di chiedere aiuto e di portarle da qualcuno. mi dico che è ora di separarmene. già che ci sono guardo da un’altra parte, lontano, alla fine del mio trampolino sul cortile. c’è un vaso vuoto appeso alla ringhiera. l’ho lasciato con soltanto della terra secca e due bastoncini a ricordarmi che c’erano delle piante. strabuzzo gli occhi. c’è qualcosa di verde in quel vaso. mi avvicino. in quella terra secca e sola, sono nate delle foglie verdi. così dal nulla, senza fare niente. sono lì belle rigogliose e si aprono a fiore.

è in questo preciso momento che mi sale una cosa dal cuore alla testa, una cosa di meraviglia mista a felicità.

e mentre il mio sorriso si allarga, sotto il balcone passa pedalando una bambina che grida ciao, un bambino su un triciclo la segue a perdifiato, una donna esce da una tenda, un uomo grasso saluta la vicina, il cielo è blu, il caldo è piacevole e la vita mi sembra davvero bella.

percorsi

l’inquilino dell’ultimo piano esce dal portone con una valigetta e un trolley formato mignon.

ha il passo di chi vuole andare lontano. si ferma al portone della casa difronte suona il citofono ed entra.

i bene informati non ne sanno più nulla.

e io non ho niente da dire, se non che i mini trolley mi fanno cagare. a cosa servono poi?