regole di vita § 3

Stare da soli è facile se c’è gente intorno.
Stare da soli è più difficile se c’è tanta gente intorno.
Stare soli è necessario quando si ha gente intorno.
Stare soli è una condizione umana inevitabile.

 

Mamma dice che un qualcuno è necessario per affrontare certe solitudini. C’è dialogo fra di noi, fra me e mia mamma dico; ma solo da quando sono grande, prima mi sembravano dei grandi bi-monologhi. A mia mamma rispondo che occorre farsene una ragione della solitudine ma certe solitudini non hanno un senso se poi non si possono condividere e raccontarsele.
Mamma mi dà ragione quando non mi capisce, quando è contenta o quando sto male. Son cose.

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le dimensioni della famiglia #2

ovvero ricordo chiaramente taco dire: ma nella tua famiglia tutti storditi?

in senso positivo? chiesi. ovviamente! rispose.

***

alle 22.35 io, seduta comodamente sul mio divano letto a vedere librerie, sedie, letti, forni, cappe, frigo, piani cottura che bleah non ne posso più, ricevo sms di genitrice

“mia cara abbiamo fatto le chiacchiere. ora le mangiamo con una bella bottiglia di vino. peccato che non sei qui. baci da tutti noi”.

momento di commozione prende le viscere della scrivente che in un sussulto di ilare gioia acchiappa al volo il proprio cellulare -dico, mi accade raramente di rispondere nel giro di nanosecondi- e scrive queste testuali parole

“mamminaaa che meravilia, io commossa sono. un bicchiere anche per me. bacia tutti”.

non passa che una manciata irrilevante di minuti fatti di ma un post non lo scrivo? che genitrice prontamente risponde.

“ci siamo quasi ubriacate”.

ecco appunto. invidia.

le dimensioni della famiglia #1

cinque giorni fa ero padova a festeggiare un anniversario. quello dei miei genitori. l’anniversario di matrimonio. cinquant’anni che a dirlo, a me toglie il fiato.

pensavo a questa ricorrenza e pensavo agli anni passati. pensavo che in questi momenti si ricordano le cose belle e si langue un po’. così ho pensato ai battibecchi, alle urla, alle parole che tagliano come coltelli giapponesi, alle porte sbattute, ai passi fatti al buio quando si tornava tardi e ai dove vai signorina, ai non voglio tornare a casa, ai rimproveri, ai non mi capisci, ai quanto siete antichi, al chiedere perché non vi separate, allo sbuffare, al chiudersi in stanza.

così mi sembrava che a conti fatti tutti questi anni avessero avuto il dono dell’equilibrio instabile per durare, un equilibrio asimmetrico. sicuramente non solo quello. certe cose non si capiscono davvero. si lascia fare alla magia e bon. ma è la meraviglia che domina. una meraviglia che non ha odore né colore, non è bianca o nera, è scintillante; è come una bella donna seduta a un bar che sorseggia un caffè caldo mentre legge un libro; è la sabbia fra quelle pagine; è il vento che ti scompiglia i capelli e che ti fa scendere una lacrima anche se sei felice.

un po’ di tempo fa tfm ha scritto sul suo blog “Facciamo un gioco. Vi faccio una domanda e voi rispondete la prima cosa che vi viene in mente. La domanda è: che cosa rappresenta alla perfezione l’Italia e la unisce da Nord a Sud? Se la facessero a bruciapelo a me     ”

la prima cosa che ho pensato è stata pizza. giuro.

lui, tfm dico, ha detto un’altra cosa.

mi ha stupito.

lui ha detto qualcosa che non avrei detto.

ha detto “Se la facessero a bruciapelo a me, risponderei: la famiglia“.

la famiglia??? verdad?

così sono rimasta in bilico per un po’ col pensiero. mi sono ricordata del mio fine settimana a festeggiare quell’anniversario.

ora immaginatevi me anche se non mi conoscete. immaginatevi me mentre sono in anticipo alla stazione centrale di milano (nevicava infatti, nevica anche adesso ma che ho fatto ancora?), immaginatevi che prendo il treno arrivo a padova e corro verso la mia destinazione. io che organizzo tutto. a ognuno il suo compito e quando non lo do, gli altri si fanno avanti per aiutarmi ognuno come può.

allora tutti d’accordo: vi fate trovare qui, vi nascondete e quando arrivano i festeggiati saltate fuori e dite cucù!

continuate a immaginarvi me che esco da quel posto di sorpresa convinta di vedere mia sorella, con tutta una masnada di gente appresso e di chiamare al telefono mio padre. esco dalla porta e.

spostate inquadratura. le vedete tre macchine in autostrada? due sono abitate da alcuni invitati, nell’altra i festeggiati. si evitano, s’incrociano e non lo sanno. parcheggiano dove non devono parcheggiare, camminano dove non devono camminare.

bene. ora inquadrate sulla città. padova. ci vedete rincorrerci come a guardia e ladri? i miei genitori che escono da un bar, gli altri che avanzano, si fermano come a un due tre stella e di scatto cominciano a correre tutti dalla parte opposta? ecco.

ora, occhio di bue su di me che rido come una scema.

tutto questo per dire che mai come ora ho sentito forte e tangibile come un petalo di rosa la mia famiglia fatta di chi c’era di chi è arrivato e di chi ci sarà. è stato bello sentirlo. sono contenta che nessuno abbia mollato.

mezz’ala*

ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

a volte, nei momenti di tenera malinconia, oso pensare che quando ci accorgiamo di uno sguardo languido e lontano, il nostro compagno stia tenendo nascosta la propria ala per farci capire che non vuole volare senza di noi.

perché vivere non è trascinare la vita, non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita. vivere è anche abbandonarsi mano nella mano, come un gabbiano, all’ebrezza del vento.

vivere è assaporare l’avventura della libertà occhi negli occhi.

vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un compagno di viaggio nonostante tutto, nonostante le planate, nonostante i vuoti e i venti, nonostante le nuvole o il freddo; comunque in volo.

*liberamente tratto e rimasticato, riadattato, impastato, scorticato, tirato, sbuffato, la cui dose di carie ci sta tutta però, dall’omonima preghiera di don tonino bello per ricordare, festeggiare e blablabla l’anniversario di matrimonio di mia sorella e mio cognato oggi, nonché quello dei miei genitori l’altro ieri ma che oggi…mammamia…

la mia giornata della memoria

consegnate le armi o vi uccidiamo.

così dissero allo zio gino che era stato mandato in guerra a diciannove anni. artiglieria pesante, prima linea. spedito in jugoslavia, poi giù fino al montenegro. in quella prima terra da soldato aveva trovato mezza pentola di pastasciutta per un alpino smunto che gli aveva chiesto da mangiare, l’alpino se l’era messa nel cappello per distribuirla agli altri compagni.

lo zio gino è il fratello di mio nonno e in guerra portava in una mano un’arma e nell’altra il rosario. l’arma gliela aveva consegnata lo stato che si era dimenticato di lui quando nel montenegro erano stati accerchiati e nessuno voleva aiutarli. il rosario gliel’aveva dato sua madre mentre gli diceva che doveva solo tenerlo in mano perché a pregare ci avrebbe pensato lei.

nel montenegro si salvò poi arrivò quell’ordine.

così quella volta dopo aver deposto le armi li fecero salire su un carro bestiame. erano ottanta. quindici giorni di viaggio e un angolo ricavato in quello spazio stretto per la propria intimità.

lo lasciarono in polonia in un campo di concentramento. cercarono di convincere quegli ottanta a partire per l’italia, per salvarla dagli americani che rubavano i mandarini dissero. qualcuno accettò, non lo zio gino. chi partì poco dopo si ritrovò nel gelo russo a combattere una guerra che non sapeva. molti non fecero ritorno. alcuni prigionieri polacchi applaudirono ai pochi italiani che erano rimasti al campo, erano stati coraggiosi. peccato per quell’applauso, ne fecero fuori dieci all’istante con una mitragliata a caso.

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u lupu di mala cuscienza

“u lupu di mala cuscienza comu opera accussì pensa”, ovvero “il lupo di cattiva coscienza come opera così pensa”.

 

il fatto è che il lupo s’incazza quando si toccano le cose sue. e forse bisognerebbe capire cosa è davvero proprio e cosa in fondo non lo è.

c’è stato un tempo che credevo che tante cose fossero mie e poi però si rompevano, e a dire il vero non sapevo proprio con chi arrabbiarmi. a dirla meglio, non sapevo come arrabbiarmiché la mia mamma mi ha sempre insegnato che bisogna capire, non giustificare se non è il caso, ma capire sì. e che palle mamma dicevo e chi mi capisce ammè? capisciti tu intanto mi diceva mammà. e poi vai, fai.

poi ho letto sta cosa di italo e ho detto porca miseria però.

 

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

via di fuga

e dunque ci siamo.

ho compiuto gli anni. e sai che c’è? c’è che mi va. mi va di andare avanti.

è andata via l’estate. se anche il sole ci scalda ancora, non puo’ bastare.

intanto il pensiero procede leggero. e penso a dove sono arrivata e alle persone che ho incontrato. comunque sia non ne ho persa alcuna perché se è vero come dice, più o meno, pirandello che esistiamo nei pensieri degli altri allora sono tutti qui liberi nella mia testa.

in questi giorni due amici hanno chiuso il blog, non è la prima volta che accade. anche queste son cose che fanno pensare.

quando mia sorella ha ristrutturato la casa dove abita adesso era decisa a non avere vie di fuga fra le piastrelle. in cucina ha messo del gres, piastrellone grigie una attaccata all’altra. in bagno della resina bianca. ma poi è successo che.

in bagno la resina si è stufata di essere tutta d’un pezzo e da una parte s’è un po’ alzata, ha fatto una bolla. la bolla no ha detto mia sorella e voleva metterla a posto ma le hanno risposto che allora si doveva rifare tutto. tutto da capo, rifare anche dov’era bella. nessuna pezza sopra, niente. via tutto.

sono andata a vedere quella bolla e ho pensato che fosse uno sfogo di libertà. è bella a modo suo e per me si potrebbe trattare anche con fantasia volendo.

poi sono entrata in cucina che c’era odore di buono e mi sono messa a guardare per terra, lì dove tutto doveva essere preciso. e ho notato che per quanto le piastrelle siano attaccate c’è sempre una via di fuga minima.

le vie di fuga trattengono lo sporco dicevano, sono difficili da pulire. e invece no. anche fra le liste del mio parquet ci sono vie di fuga. più le guardo e più mi danno il senso del percorso e della forma. forse mi sto convincendo che sono utili per tornare. a volte. a volte per andare. o forse anche solo per restare e tenere insieme un pavimento che sta lì alla base della tua casa.

vi ricordate la mia piantina nata dal vento? nata senza essere piantata? deve essere fuggita da chissà dove. adesso è cresciuta. ho una foto di quando era piccola. ora è grande, ha sette fiori bianchi. cresce anche senza me. però cresce con me. e io quando torno a casa le parlo. dicono che faccia bene.

fine settembre 001

Sul camiòn

C’è stato un periodo che mi pareva di vivere le pagine dei ragazzi della via Pál. Ero ragazzina allora.

Passavo tutte le estati nella campagna in provincia di Padova, in un quartiere che contava quattro vie, una lunghissima e sinuosa in mezzo alle case.

Le vie erano interne e frequentate solo da chi ci abitava, perciò ci passavamo tutto il tempo a giocare. Mi ricordo una volta una gara di biciclette. Un bambinetto mi urtò e col parafango arrugginito della sua bici mi squarciò il polpaccio. Dissi oh cavolo. Ritornai a casa, lo feci vedere a mia zia che disse solo oh accidenti, dovremmo andare al pronto soccorso. Fu così che ci incamminammo verso l’ospedale. Non ci misero molto a rimettere tutto a posto. Una volta a casa chiesi a mia zia posso tornare a giocare? Lei mi disse .

Giocavamo dalla mattina, fino alla sera. Palla guerra, gare di bicicletta, nascondino, caccia al tesoro, gavettoni e quando faceva troppo caldo si disegnava. Prendevamo dei fogli bianchi. Ognuno ci faceva sopra degli scarabocchi e poi da quegli scarabocchi bisognava elaborare un disegno credibile. I migliori di noi in quel gioco, poi, sono diventati designer o architetti.

Se facevamo troppa confusione, le signorine ci richiamavano all’ordine. Erano due sorelle che erano sempre vissute da sole in compagnia di un gatto. Uscivano dalla porta di casa e dicevano a qualcuno di noi bambini state facendo troppo chiasso. Noi non protestavamo mai. I nostri genitori ci avevano detto che dovevamo essere gentili con loro, che non erano abituate alla confusione. Allora noi rispondevamo va bene signorine. Così le chiamavamo: Signorine. Avevano più di sessantanni.

Poi alle sette di sera arrivava mio zio su un camion col cassone fisso. Erano urla di gioia. Gli andavamo tutti incontro, lui ci prendeva uno a uno e ci faceva salire. I più grandi no, ci saltavano su. A turno c’era chi stava accanto a lui alla guida e chi si sistemava sul cassone. I più grandi in piedi attaccati alla cabina, i più piccoli seduti lungo tutto il perimetro. Una volta sistemati, lui metteva in moto e ci faceva fare il giro del quartiere e della piazza. Essere grandi voleva dire prendere il vento in faccia e stare attaccati con una sola mano. Quel giro era la fine del pomeriggio. Una volta terminato, sapevamo che dovevamo rientrare a casa per cena. Quando i piatti erano lavati e la tavola sistemata, correvamo tutti di nuovo in strada a giocare, finché il sole se ne andava. Allora uscivano le Signorine e ci dicevano ragazzi è ora di smettere. I piccoli tornavano a casa e i grandi si sedevano sugli scalini a parlare finché qualche genitore li andava a chiamare.

Era bellissimo allora. E la cosa più bella era quel giro sul camion. Mio zio ci teneva moltissimo, tanto quanto noi. Me l’ha ricordato questa domenica che ero a casa sua. E parola dopo parola, immagine dopo immagine, ci siamo lasciati andare ai racconti e agli aneddoti. Mio zio adorava i bambini del quartiere. Lui che figli non ne ha avuti mai, è stato sempre circondato dai bambini. Oggi compie gli anni. Ne compie 75. Oggi ha un orto e per cena mi ha preparato il melone, i pomodori e le verdure che aveva appena raccolto. Nel bicchiere dell’ottimo vino. Non c’è cena senza del buon vino artigianale. Mi ha promesso che ad agosto quando torno a trovarlo, m’insegna come si coltivano i meloni.

se alice dice ma che problema c’è?

dunque pare che combinare in sequenza quattro ore di treno, una di riposo per insediarsi nella stanza, sette di camminata a passo spedito con una pausa per mangiare, e il caldo paura che arriva da asfalto e sanpietrini sia letale per il mio passo principesco.

fatto sta che ho uno spillone puntato nella parte destra del piede destro che si sposta con grazia e impegno verso il tallone. la destra duole e la sinistra non aiuta. non aiuta il fatto che voglio girare, fare cose, vedere gente, conoscere, muovermi. questo voglio fare concretamente. e poi, cerco di non zoppicare.

stamattina mi sono svegliata e mi pareva di avere novntanni, quasi come la mia nonnina -caruccia- che di anni ne ha novantasei e ormai deve stare sempre a letto. l’altro giorno le abbiamo fatto la festa di compleanno. ci siamo resi conto che si sta spegnendo, ma lentamente. poi abbiamo scoperto perché sembra ogni volta che domani morirà e invece è un lento fluire verso il sonno. due giorni fa ha detto che sì ha delle cose da fare da morta, tipo rivedere e stare con delle persone, ma adesso vuole ancora vivere. il fatto è che le piace tanto sentirci parlare intorno al suo letto, sentire la vita che si arrabatta, le piace che ci prendiamo cura di lei, che l’accarezziamo e la baciamo. le piace. e finché le piace, c’è tempo per morire.

comunque sto scrivendo da una postazione di fortuna con i piedi in una bacinella colma d’acqua col sale dentro. ora non arrivate a conclusioni affrettate. provate a camminare nelle mie scarpe, potreste inciampare nei miei passi.

[vi dovrei raccontare di ieri sera, di una milanese che hanno scambiato per olandese e di come la sua amica elis l’ha resa europea e le ha dato un motivo per l’isola tiberina. ma ve lo racconto dopo su questo stesso post, che ora devo andare a villa torlonia e a fare altre cosette, tipo che devo incontrare una gatta. stay tuned]