il criceto e il leone

photo @nerugiada – Sudafrica 🇿🇦

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Ho sempre pensato di essere una che si dà da fare.

Oggi per la prima volta ho capito cosa vuol dire “finisco subito per fare altro“, “sai mi piace avere tanto tempo libero”.

Pensavo di essere come Madame Curie, sempre china e intenta nei suoi esperimenti, sempre indaffarata; e invece mi scopro ad essere al massimo il suo criceto di laboratorio. Un continuo affaticarsi dentro al laboratorio di qualcun altro a correre su una ruotina di plastica forse nemmeno bpa free.

Il leone invece dorme tutto il tempo, fino al salto, alla zampata sulla preda che non cerca nemmeno, è tutto lavoro della fida leonessa.

Quindi la sottile differenza fra fare, far fare e agire mi sta mandando ai pazzi. Chi sono io? Dove mi trovo e soprattutto, l’attenzione a quale gradino della mia scala evolutiva è?

essere adulti

Se ci penso, l’essere adulti sta tutto nel saper aspettare. Non il momento giusto. Non qualcuno o qualcosa, quello potrebbe avvicinarti al deserto dei tartari. Aspettare.

Puoi essere adulto in qualcosa e bambino o bambina o adolescente in altre e lo capisci in relazione a quanto sai aspettare.

Ci hai mai pensato?

Non mi puoi dire che non aspetti più niente, queste sono cazzate che ci raccontiamo. E poi non è questo il punto.

Non c’entra non stare nella pelle, perché puoi non stare nella pelle e avere la forza di aspettare.

Ma aspettare cosa? chi? e potrei aggiungere la sfilza di dove? quando? perché?

Aspettare gli altri, aspettare te quando ti fai fretta o gli altri che ti fanno fretta, aspettare che le cose si instradino prima di scapicollarsi a modellarle come le vuoi, le pensi giuste, chè magari la vita ti sta aiutando. Cose così.

E non è un aspettare che non inizia mai e posticipa sempre. È l’aspettare prima dell’azione. È l’aspettare per amore. È l’aspettare della pausa di silenzio prima della sinfonia. Ferma l’immagine sulla tigre che ti guarda e ti aspetta. Chi si salverà?

che senso ha leggere

Se mi chiedi perché ho iniziato a leggere, è stato per il suono. La voce di mia sorella che mi raccontava di cerbiatti.

Se mi chiedi perché ho continuato a leggere, è stato per le immagini. Una storia di bambini in una fattoria.

Se mi chiedi perché ho insistito a leggere, è stato per trovare le parole. E per quante ne legga, per quante ne trovi, per quante ne cerchi, non c’è modo di comunicare in modo preciso.

È che le parole arrivano dopo, attraverso il suono, attraverso le immagini. Solo dopo le parole, il significato, quelle lettere. Prima arriva il caos e prendi quello che c’è.

photo @nerugiada

una cosa che ho imparato da mia mamma

Quando sei piccolo assorbi come una spugna dai tuoi genitori e da chi ti sta vicino poi vuoi farti un’idea tua, una vita tua, gli sbagli tuoi e, se stai crescendo, ti allontani. Poi metti delle tappe di conoscenza e consapevolezza oppure resti fermo a un’età, di solito quella in cui sei stato più felice o hai qualcosa di non risolto. Poi arriva il momento in cui ti fai dei primi piani o un bel fermo immagine forse anche per vedere chi sei e scopri che hai tantissimo di quel “io non sarò non farò come te”.

Ho avuto una fortuna in passato, mio fratello. Un giorno mi ha fatto notare che avevo gli atteggiamenti di mia madre che non sopportavo. Ne ho preso coscienza e me ne sono liberata, almeno così credevo, almeno fino al primo vero scoglio di vita quando la colpa è diventata sua, di mia madre.

Voglio bene a mia mamma ma tengo la giusta distanza, per essere libera, per volerle sempre bene, per fare le mie scelte e i miei sbagli.

Preoccupata di essere me mi sono scordata delle cose che ho imparato e che ho fatto mie.

Mia mamma non mi ha insegnato nessuna cosa domestica; non mi ha insegnato a cucinare, a pulire, a stirare e infatti per me le cose domestiche sono un vero peso.

Mi sono accorta che mi ha insegnato la parola. Quando tieni a qualcuno non devi mai smettere di comunicare, anche di niente ma parlare. Non mi ero mai accorta di quanto volesse che parlassimo. Per lei, la parola appiana, fa defluire, stabilisce un contatto magari non risolve ma crea mondi, possibilità e soprattutto ponti.

Mi ricordo che da adolescente le chiesi di lasciarmi stare, lasciarmi sola e lei mi rispose che le dispiaceva ma che non se ne sarebbe andata se non avessimo parlato un po’. Più in là nel tempo le fui riconoscente.

Era un po’ che non la sentivo, mi ha scritto un messaggio, l’ho chiamata, abbiamo parlato poi il cellulare si è scaricato e la conversazione è terminata lì appesa nel vuoto. Appena ho avuto la possibilità le ho scritto un messaggio, mi ha risposto “non fa niente, almeno abbiamo parlato un po’”.

non fidarsi con moderazione #chiavedivolta2

Leggo da un libro che non mi ha entusiasmato tranne alcuni brani:

“Paul Valéry, tra le altre cose, ha scritto Quello che viene creduto da tutti, per sempre, dovunque, ha molte probabilità di essere falso. Dunque la storia non è affidabile, la realtà non è la verità, è tanto vale procedere da soli, con le proprie farneticazioni e i propri amori, anche quando gli amori sono spine e le farneticazioni buche degli imprevisti. […]

[Il protagonista] Si era convinto che le imperfezioni tengono il mondo in equilibrio e impediscono che tutto frani […] ma non bisogna confidarci troppo.”

Dunque è così che la vedo anch’io adesso. Non credo davvero a niente e nessuno. Tanto vale procedere. Così. Esattamente come sono. Con tutte le mie imperfezioni e le mie solitudini.

Qualche volta ho paura. Come sarebbe bello a volte spazzarla via. Così. Con un colpo d’occhio.

essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.

mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

non mi stupisco, perché dovrei?

siamo prima di tutto esseri emotivi e aggressivi, solo dopo ed eventualmente culturali.
il primo stato serve per sopravvivere, l’altro per vivere.
non stigmatizzate e non fate i finti tonti, se proprio volete fare qualcosa cominciate col capire e poi decidete come agire. a ognuno la sua.

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