essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.

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mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

non mi stupisco, perché dovrei?

siamo prima di tutto esseri emotivi e aggressivi, solo dopo ed eventualmente culturali.
il primo stato serve per sopravvivere, l’altro per vivere.
non stigmatizzate e non fate i finti tonti, se proprio volete fare qualcosa cominciate col capire e poi decidete come agire. a ognuno la sua.

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cambiare abitudine

sono due anni che sperimento sulla mia pelle cosa vuol dire cambiare abitudine. credo che sia la cosa più difficile che ho mai fatto. ma ciò che mi sorprende di più è quanto idealmente o a parole sembri una cazzata e quanto mi sta rendendo libera.

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Partiamo da qui

[Un foglietto trovato nella borsa rossa, la mia preferita, e lasciato cadere fra le carte di lavoro da buttare; così per caso è finito tra le mie mani. Non so quando l’ho scritto e perché né se l’ho mai postato prima. Ricomincio da qui prima di dire due cose una definitiva su Baricco una bella e disincantata sul matrimonio; sempre che ne abbia voglia. Purtroppo ho perso la faccia da culo per scrivere, purtroppo è proprio vero che il dolore fisico limita la scrittura mentre quello psicologico l’alimenta. Un giorno passerà questo male e io sarò diversa, non so quali saranno i miei luoghi e cosa sarà questo spazio. Forse è per educazione o forse per necessità se trascrivo le parole così come le ho trovate.]

E’ che bisogna crederci e io non ci credo abbastanza.
Ho il senso di responsabilità; ho il senso di me per fermare tutto e riprendermi ciò che è mio o forse solo ciò che è a misura d’uomo. Ho il senso dell’altro che mi fa sorridere e allungare una mano. Ho il senso del ridicolo per esserlo fino in fondo, ho il senso relativo ma non ci ho creduto mai abbastanza.
Se per alcuni aspetti estremi è un bene, per il talento è una merda e per il resto un’inutile aggrovigliarsi. E io resterò sempre qui ferma come un monolite. Se mi chiedi come sto, sono felice e mai soddisfatta.

Ho dovuto prendere in mano la mia vita

Capita quando arrivi a un punto alto, basso che sia; anche quando si tratta di un punto a metà o un punto da nulla e comunque pensi che ci potrebbe stare bene un punto. E’ lì che sei fottuto.

Capita quando pensi appena che dopo il punto ti potresti sedere qualche minuto a contemplare. E per qualche minuto ti si concede anche di sederti e vedere il panorama ma poi non ci sono storie: tu devi prendere in mano la tua vita e ricominciare. Una nuova frase.

In fondo a me stessa speravo che capitasse di tanto in tanto, come i punti che stanno in un romanzo dell’ottocento con quelle frasi lunghissime che non finiscono mai e invece mi hanno gabbato perché l’esistenza si è modernizzata e si attiene ai romanzetti a mo’ di sceneggiatura con un fottio di punti.

Bene l’ho fatto.

Non sto mica a pettinare le bambole qui.

Non mi avrete non mi avrò

Pensavo di aver raggiunto il mio equilibro e di fare serenamente le mie scelte; pensavo di essere libera.

E invece lo sono perché mi sono allontanata, perché ogni volta che allungate le mani mi ritiro.

Sono libera solo quando non mi lego.

E così alla prima occasione di ritornare in mezzo a voi, alla prima vera ipotesi di mondanità mi lascio in vostro potere. Le vostre opinioni, la vostra felicità sembra tutto per me, le vostre idee e il vostro giudizio pesano, la vostra e la mia persona ghignano mentre mi muovo zoppicando quando pensavo contasse solo il nostro essere.

Posso mandare affanculo solo me, non sarebbe giusto altrimenti; voi se ci andate, ci andate da soli.

Va bene sono così. Da oggi proverò ad entrare nel mondo a testa alta e le vostre facce avranno il vostro volto, ascolterò solo il battito dei vostri cuori e pace per chi ci resterà male. Le aritmie sono all’ordine del giorno.

Dichiarazioni dolose

E’ pur vero che ho la testa che non mi giova più come diceva di sé la mia nonna ma.
Mi sono svegliata e ho sentito una dichiarazione.
A me le dichiarazioni non.
Anche quelle d’amore.
Una volta uno mi disse nessuno ti amerà più di me.
Mica vero.
Per dire io mi amo tantissimo.
Secondo me ci si ama in modo proprio.
È che mica puoi scherzare con l’amore.
E’ una roba ideale e dunque come mi hanno insegnato è una tensione.
E come tutte le tensioni se la cali nel reale tira e magari stringe.
Allora nel reale ci vuole anche altro.
Per dire.
Tipo fermarsi e guardarsi in fondo agli occhi. Tipo ascoltarsi. Darsi tregua. E abbracciarsi anche. Tanto magari. Ché ci sono tanti tipi d’amare, d’amore e tanti modi.
Per dire.

Ma dicevo di quella dichiarazione lassù, alla seconda riga.
Ché mica è d’amore.

Sento questo qui di mattina che dice un enunciato:
volevo porti una domanda in modo che tu mi rispondessi A o B ma siccome gli eventi mi dicono che tu risponderai B e io vorrei A, ritiro la domanda e te la faccio quando sarai più disponibile.
Ora, queste frasi qui le ho sentite alle elementari e mai più d’allora.
Sentirle dal presidente del consiglio dei ministri, francamente mi sta sul culo.

[non emigrerò dall’Italia per questo. buon centocinquentesimo anniversario dell’Italia in mano a francia e stati uniti. ciao]

piccolo

ho scoperto oggi che significa piccolo.

vuole essere grande ma è piccolo. non contiene tutta l’esuberanza che ha.

ama così forte che è piccolo in tutto ciò che possiede.

 

piccolo come la primavera che l’ha portato, come l’autunno e se ne è andato.

piccolo e temerlo. forse perché non basta mai.

sentirlo. poco tempo, poco tempo per qualsivoglia.

 

avere paura di essere piccoli, l’unica condizione per ambire a uno straccio di grandezza.

piccola è la cifra della verità.