essere donna e creare ricchezza

Dicono che una delle più considerevoli caratteristiche dell’essere umano è creare ricchezza; o lo si fa per sé o per altri.

Essere liberi è creare ricchezza per sè.

Ho pensato che le donne da secoli creano ricchezza per altri e quelle che oggi lo fanno per sè, lo fanno nel modo che a me sembra una caratteristica maschile: sfruttando gli altri.

Ho realizzato che per anni il mio obiettivo è stato quello di cercare di essere libera ma che nella pratica, per cultura ed educazione, non ho fatto altro che creare ricchezza per altri, sopratutto nel lavoro. Ed ecco che finalmente ho trovato la mia contraddizione e il mio senso di frustrazione.

Sono amareggiata? Sì. Questo è stato un anno pieno di promesse tutte disattese. E non credo migliorerà nell’ultimo mese e mezzo. Sento la necessità di ripensare e ricostruire un mio mondo di felicità, voglio pensare ad altre scelte che mi diano soddisfazione e felicità.

Mi hanno citato l’oracolo di Apollo a Delfi: conosci te stesso, nulla di troppo. Ma io ormai sulla cultura patriarcale, come dissero quelli, ci scatarro su. Vai all’essenziale mi dicono, ma ci sono già andata e dunque stiamo a posto.

Voglio vivere; e oggi dopo essere andata fino in fondo fino all’ultimo gradino e nuotato dove il mare è nero e non si vede più ed essere risalita compensando sempre un po’, volgio creare ricchezza per me in un modo che sia di donna.

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è ciò che vuoi a fare la differenza, non ciò che non vuoi

E come fai a sapere ciò che vuoi? Non sarà mai abbastanza ascoltato l’antico detto “conosci te stesso”. 

Ma il punto è da dove partire. Penso dal silenzio e dall’osservazione.Imparare a rallentare, a osservarsi, e ascoltarsi e fare lo stesso con gli altri: rallentarli, osservandoli e ascoltandoli nel tempo, quando una frazione di secondo diventa infinito e impari a leggere colori e suoni, forme e visioni.

Poi, in fondo, così, mi sembra un bel vivere.

una donna

succede sempre sotto la doccia. è lì che arrivano le domande esistenziali. da non crederci. ma credo di averlo già detto. evidentemente non lo trovo ancora normale.dunque la domanda.

cosa fa di una donna una donna?

ecco cosa. 

prima affiora un elenco di verbi all’infinito poi perifrasi e infine quando lasci scorrere l’acqua e non pensi più a niente, resta una parola: 

vivere.

la stessa cosa che fa di un uomo un uomo.

il come è la differenza di genere.
se finalmente noi donne prendessimo in mano la nostra vita e vivessimo una volta per tutte, forse guarderemmo il mondo senza più paura.

qualcuna l’ha fatto, lo fa e lo farà.

purtroppo è solo qualcuna. e il 25 novembre un giorno per ricordare.

mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

non mi stupisco, perché dovrei?

siamo prima di tutto esseri emotivi e aggressivi, solo dopo ed eventualmente culturali.
il primo stato serve per sopravvivere, l’altro per vivere.
non stigmatizzate e non fate i finti tonti, se proprio volete fare qualcosa cominciate col capire e poi decidete come agire. a ognuno la sua.

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chiedete sempre gli scontrini

il senso è tutto qui in questo scontrino. trovarsi un un posto che non avresti pensato a mangiare cose diverse da quelle che dicevi di volere ed essere infine incredibilmente e inequivocabilmente contento senza che si possa pronunciare la parola accontentarsi. non che sia male accontentarsi ma quando ti accorgi di averlo fatto, subito una sensazione di disgusto e rigurgito si affaccia alla propria coscienza. talvolta si lascia spazio all’accontentarsi finché non ci si rende conto che le pareti sono diventate troppo strette. non so se il trucco stia nel non renderle mai strette.

e allora quando si è contenti?

perché il fatto è questo: non vi capita mai che tutto quello che avete immaginato, che avete voluto, non lo ottenete mai come avevate pensato? non vi siete mai posti il problema se vi stavate accontentando? chiamatelo destino, caso, sorte o provvidenza di fatto le cose accadono in modo loro e mai tuo.

e perché allora ti capita di essere contento? irrimediabilmente contento?

perché se guardi un cazzutissimo scontrino ti accorgi che succedono le cose che hai voluto ma certamente non nel modo che avevi pensato.

Dichiarazioni dolose

E’ pur vero che ho la testa che non mi giova più come diceva di sé la mia nonna ma.
Mi sono svegliata e ho sentito una dichiarazione.
A me le dichiarazioni non.
Anche quelle d’amore.
Una volta uno mi disse nessuno ti amerà più di me.
Mica vero.
Per dire io mi amo tantissimo.
Secondo me ci si ama in modo proprio.
È che mica puoi scherzare con l’amore.
E’ una roba ideale e dunque come mi hanno insegnato è una tensione.
E come tutte le tensioni se la cali nel reale tira e magari stringe.
Allora nel reale ci vuole anche altro.
Per dire.
Tipo fermarsi e guardarsi in fondo agli occhi. Tipo ascoltarsi. Darsi tregua. E abbracciarsi anche. Tanto magari. Ché ci sono tanti tipi d’amare, d’amore e tanti modi.
Per dire.

Ma dicevo di quella dichiarazione lassù, alla seconda riga.
Ché mica è d’amore.

Sento questo qui di mattina che dice un enunciato:
volevo porti una domanda in modo che tu mi rispondessi A o B ma siccome gli eventi mi dicono che tu risponderai B e io vorrei A, ritiro la domanda e te la faccio quando sarai più disponibile.
Ora, queste frasi qui le ho sentite alle elementari e mai più d’allora.
Sentirle dal presidente del consiglio dei ministri, francamente mi sta sul culo.

[non emigrerò dall’Italia per questo. buon centocinquentesimo anniversario dell’Italia in mano a francia e stati uniti. ciao]

non sono una massaia

stavo stirando. beh, mandavo su e giù il ferro in qualche modo.

mentre guardavo il mio capolavoro ho sbuffato e ho pensato che la vita è qualcosa di più di una tovaglia stirata bene.

allora ho lasciato lì e sto qui a augurarvi una buona fine e un migliore inizio. anzi vi auguro di trovare la vostra alba dentro l’imbrunire. poi ditemi com’è.

ora vado eh.

perdibili ma non prevedibili

ovvero cose che si possono perdere ma sarebbe un peccato.

tutto si perde. capita. è facile perdere. meno facile trovare. anzi trovare è proprio una cosa difficile, una di quelle cose che quando capita non puoi fare a meno di sorridere.

e tuttavia si perde anche quello. non sempre ma talvolta sì.

si perdono le cose, si perdono le idee e tante volte le parole. nemmeno la punta della lingua ti può salvare. ti potrebbe aiutare una moleskine se non perdessi la voglia. si perde il senno come astolfo sulla luna, si perdono le amicizie. a volte per facezie, a volte per distrazione, talvolta con l’inganno o per ignoranza.

ma non è una cosa terribile. succede.

mia zia dice che quello che è nel tuo destino nessuno te lo porta via. nemmeno la perdita di senso.

in generale si perdono le occasioni ma la sfanghiamo dicendo che non era la nostra e che in fondo non si può ragionare come “se mio nonno fosse un carretto”, quel concetto per cui non si possono fare i conti con quello che poteva essere ma non è. certamente non puoi fare a meno di pensarci e finisce che perdi il sonno.

più quotidianamente si perdono film, libri che magari ti avevano detto di non perdere assolutamente.

non credeteci. si possono perdere. tutto si può perdere.

a volte però è un peccato.

ultimamente ho perso parecchi film, libri, spettacoli, occasioni che a fare la conta non conviene ma ho inanellato una serie di filoni che non mi sono parsi male. così se vi capita mi infilo nel girone dei perdibili ma non prevedibili con un film e un librecolo.

allora, se vi capita

andate a vedere we want sex

e al contempo leggete ma le donne no di caterina soffici editore feltrinelli 2010.

si parla di donne e libertà.

non ho fatto il pieno di femminismo. è stato un bel giro.

forse per questo ora infilato dentro la mia borsa ho: l’arte giapponese del sesso. manuale per aspiranti geishe di jina bacarr. non sarei credibile altrimenti. però mi riservo di finirlo prima di consigliarlo.

crescere

Mi dicevano che uno diventa grande quando si dimentica di sé e poi ci resta in quell’essere grande anche se scoccia; dicevano anche che uno diventa grande quando impara ad ascoltare e non solo a urlare di sé. Se tu stai a guardare e a osservare come piace a te non sei grande abbastanza perché non sei finito dentro fino al  buco dello stomaco a quel dolore che muta sé, la curiosità per fortuna è ancora bambina. Questo dici.
Ma che ne sai tu poi. Per me sono una ragazzina grande che gira a piedi nudi per strade di provincia con i cocci in mano e il sorriso fiero di chi non ci crede più ma ci spera sempre giorno dopo giorno.

E’ che a me piacerebbe crescere bene piuttosto. Anzi vorrei crescere bella. Dovrei sapere chi sono per sapere dove voglio andare.