l'alba dentro l'imbrunire

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l’aternativa

<Ho un regalo per te> disse. […] <Voglio che anche tu impari a prenderti cura di te>

[…]

Rita le raccontò di un cerbiatto che si era mangiato le verdure del suo orto. Era una femmina, e si presentava sempre da sola. A niente erano serviti piatti di latta o pezzi di sapone per tenerla lontana.

<Alla fine ho piantato un po’ di lattuga e di spinaci per lei> disse ridendo. <E lei ha capito subito che quella parte di orto era sua. Non va più a mangiare nella zona principale>.


da Il nostro riparo di frances greenslade, Keller ed.

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mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

Partiamo da qui

[Un foglietto trovato nella borsa rossa, la mia preferita, e lasciato cadere fra le carte di lavoro da buttare; così per caso è finito tra le mie mani. Non so quando l’ho scritto e perché né se l’ho mai postato prima. Ricomincio da qui prima di dire due cose una definitiva su Baricco una bella e disincantata sul matrimonio; sempre che ne abbia voglia. Purtroppo ho perso la faccia da culo per scrivere, purtroppo è proprio vero che il dolore fisico limita la scrittura mentre quello psicologico l’alimenta. Un giorno passerà questo male e io sarò diversa, non so quali saranno i miei luoghi e cosa sarà questo spazio. Forse è per educazione o forse per necessità se trascrivo le parole così come le ho trovate.]

E’ che bisogna crederci e io non ci credo abbastanza.
Ho il senso di responsabilità; ho il senso di me per fermare tutto e riprendermi ciò che è mio o forse solo ciò che è a misura d’uomo. Ho il senso dell’altro che mi fa sorridere e allungare una mano. Ho il senso del ridicolo per esserlo fino in fondo, ho il senso relativo ma non ci ho creduto mai abbastanza.
Se per alcuni aspetti estremi è un bene, per il talento è una merda e per il resto un’inutile aggrovigliarsi. E io resterò sempre qui ferma come un monolite. Se mi chiedi come sto, sono felice e mai soddisfatta.

regole di vita § 3

Stare da soli è facile se c’è gente intorno.
Stare da soli è più difficile se c’è tanta gente intorno.
Stare soli è necessario quando si ha gente intorno.
Stare soli è una condizione umana inevitabile.

 

Mamma dice che un qualcuno è necessario per affrontare certe solitudini. C’è dialogo fra di noi, fra me e mia mamma dico; ma solo da quando sono grande, prima mi sembravano dei grandi bi-monologhi. A mia mamma rispondo che occorre farsene una ragione della solitudine ma certe solitudini non hanno un senso se poi non si possono condividere e raccontarsele.
Mamma mi dà ragione quando non mi capisce, quando è contenta o quando sto male. Son cose.

donne che conquistano gli uomini

torno io e torna la meloromantica rubrica del love guru: consigli superdotati per aspiranti amanti.

su consiglio della strada in salita stamani ci occupiamo di conquista.
qui siamo saldamente attaccati al versante femmina. se volete conoscere i consigli per i maschi andate qui [quando lo scriverà eheheh].

l’argomento è di quelli delicati nel senso che non sai se si tratta di roba complicata o di cagata fotonica. comunque eccoci pronti a elargire le nostre consapevolezze, a confondere i vostri alibi e le nostre tristi ragioni.

donne! quando si tratta di codesti argomenti la prima domanda da porsi è: volete davvero conquistare un uomo?
se la risposta è no fermatevi qui e contattatemi che andiamo a prendere un aperitivo [tachipirigna o spritz come volete] per ridercela e contarcela su.

se la risposta è allora vi si pone un duplice quesito: volete conquistare e basta [sono necessari, quanti?, cinque minuti volendo e sapendo?] o volete mantenere la conquista anche in un qualsivoglia rapporto?
se volete conquistare e basta vi si apre il problema sesso.
se volete mantenere, si apre il problema sesso corredato da altre fastidiose questioni.

siccome qui si va un po’ per le lunghe e finisce che divago dall’affascinante tema proposto dal titolo per entrare nelle spire di un’arguta malizia, mi limito a dare qualche indicazione per la conquista rinviando a un prossimo appuntamento col magico mondo del love guru la sezione mantenimento [va da sé che dopo una certa età si debba mantenere].

orbene siete sempre decise a conquistare un uomo? recidive eh?
occhei. abbiamo prima di tutto un mito da sfatare.
ovvero la bellezza.
è inutile che dite di no. tutte pensate che se aveste quell’occhio più allungato o più all’ingiù, quel colore più chiaro o più scuro, quel chilo in meno o quel chilo in più, quel capello più perfetto potreste conquistare con uno schiocco di dita. insomma credete che se foste davvero stra fighe sarebbe un attimo conquistare e non tutta quella rottura di balle alla quale vi sottoponete talvolta se non spesso.
sbagliato.
una stra figa esteticamente parlando conquista con uno schiocco di dita solo i rimbambiti sfigati. se volete conquistare quelli prego la porta è aperta, il mondo ne è pieno, auguri.
e tutte, dico tutte, conquistano qualcuno se la danno senza il minimo problema o ripensamento. e qui direi che il problema sesso è risolto.
ma dal momento che dubito fortemente che chi legge si possa trovare comodamente in una di queste due categorie allora c’è da fare qualche passo in più.

ecco in cinque punti, per farla breve:

1. essere carine aiuta. carine ho detto, non fighe. via gli scolli se vi fanno sembrare una mucca che ha appena partorito, via le mini quando avete due gambe che fanno provincia. trucco e vestiti [se li mettete] devono solo esaltare pregi e soprattutto i piccoli difetti [quelli grossi se vi riesce magari camuffateli un po’]. i difetti portati con classe sono irresistibili;
2. siate voi stesse. non c’è niente di più fastidioso di interagire con la brutta copia dell’idea di qualcuno o qualcosa;
3. sorridete. mette sempre di buon umore;
4. siate stucchevolmente egoiste;
5. se vi si apre il problema sesso il must è non ponetevi il problema sesso, cioè via cacciate via il pensiero finché non siete certe che c’è un frizzantino nello sfiorare qualcosa di suo e una qualsivoglia tensione (ma quella genitale comunque passatela in secondo piano che vivaddio va da sé). Sembra banale ma se avete conquistato perché ve lo siete portato a letto e vi siete dette sinceramente questa frase, bè, mi spiace dirvelo ma avete fatto un buco nell’acqua.

infine faccio l’ultima domanda alle care donne che gentilmente passano di qui: siete davvero sicure di voler conquistare scientemente un uomo? Mah!

occhei allora vi do l’ultima regola, quella GOLD, quella da mettere sotto il cuscino:

regola gold: se volete conquistare smettetela all’istante di fare alcunché per conquistare. ehi! nemmeno con l’intenzione. vi vedo! non mi fregate eh!

e se infine proprio non c’è niente da fare, bè rassegnatevi non tutti sono conquistatori alzatevi e mettendo mano alla maniglia fischiettate gaiamente un motivetto che fa così.

scoprire tutti i lati deboli avere sogni come stimoli

c’è che la gente origlia.

e allora è necessario recitare il quotidiano più di quanto tu non faccia o non faresti su un palco.

per salvarli e salvarti.

ci vogliono maschere per andare avanti e storie da mille e una notte per restare.

la tua sincerità fa un po’ la fine della cacca dei miei gatti e tu sei il gatto. hai una lettiera dove fare i bisogni, sistemi la sabbietta in modo che sia bella comoda per sederci sopra; poi rilassi il muso e lo alzi anche il giusto per darti un tono di felicità mentre tiri fuori tutto, alla fine insabbi ma non tantissimo, quel tanto per sentirne l’odore e ricordarti che c’è e che la lettiera è tua, solo tua.

ogni cosa è e non è ciò che sembra a prima vista

io c’ero ieri sera.

a volte penso di non esserci abbastanza. sulle cose, sul pezzo.

sulle persone invece è un altro paio di maniche. credo che bisognerebbe starci ma non addosso come serve sulle cose per renderle proprie (forse perché non dovrebbero essere proprie le persone). anche su se stessi non bisognerebbe stare addosso: invece liberare aria (mio nonno infatti diceva che c’è più aria fuori che dentro, ma era per un altro fatto che lo diceva. comunque.) e volare con un sano pragmatismo, altrimenti le idee diventano principi e i principi diventano dictat e poi vengono pensieri tipo di intolleranza.

ad ogni modo io c’ero ieri sera al teatro dal verme. c’è un’iniziativa che si fa tutti gli anni a milano e si chiama “la milanesiana”. incontri, dibattiti musica.

ci sono andata per jonathan coe e per paolo fresu. uno scrittore e un trombettista. “tromba con la scrittura”, una roba da maschi o da sfigati poteva sembrare; è pur vero che con le parole si tromba, se sai contarla su bene ma non di sole parole vive l’uomo.

insomma quello che volevo dire è che la serata ha ruotato intorno ai paradossi. e ne han dette di belle. bella soprattutto la voce di coe: chiara limpida come il suo testo, e tagliente. ha parlato di satira l’inglese col suo humor.

ha detto [qui tutto il testo] che a volte si scrive satira pensando di cambiare le cose e invece si finisce per avere un drappello di soggetti che ti leggono perché la pensano come te e l’unica cosa che si riesce a fare è mantenere lo status quo.

mi si è raggelato il sangue. e adesso? sarà mica vero?

a volte pare sia proprio così. tu fai dici scrivi e le cose cambiano a modo loro. non sai mai davvero come. non sai mai davvero quando. io mi dico liberare il pensiero è una cosa, una cosa bella. perché ogni cosa è se stessa ma anche altro. spesso non è ciò che sembra a prima vista.

così. se avete qualcosa da fare e anche se non avete niente da fare, se il caldo attanaglia, se state abbracciando il condizionatore che poi magari vi ammalate, se state lavorando o siete in vacanza, non importa, trovate il modo per ascoltare chi ho amato ieri sera. liberate il pensiero.

fatelo. provateci.

il piano del cubano omar sosa, le percussioni dell’indiano trilok gurtu e la tromba di paolo fresu. ascoltateli. niente vi sembrerà più lo stesso.

sono tornata

dirlo entrando con gli occhi seducenti che indagano l’ambiente.

il cuore è rimasto in sospeso mentre percorrevo il viale verso casa. ho sperato che qualcuno mi stesse aspettando.

tornare senza qualcuno che ti aspetta, è come non farlo; è un’inutile susseguirsi di istanti tristi.

seduto sulla sedia ulisse con in mano una birra.

– penelope, dove cazzo sei stata?

– a fare la spesa

– ti sei divertita e hai vissuto mentre ho arato tutto il giorno

– ho comprato storie

– e io?

– hai curato che crescesse la vita

i maschi sono sempre un poco bambini quando non li consideri per un tempo che ritengono troppo lungo. richiedono attenzioni. così quando torni, racconti e ascolti il giusto o l’attesa è stata solo un inferno di solitudini immeritate. poi tornare a vivere nel posto dove sei sempre stato. e scoprire che non sei mai stato altrove che a casa.

ho cominciato a svestirmi in corridoio.

– dai andiamo a letto

– telemaco è di là

– che senta, è ora che diventi grande. ti sono mancata?

amo i colori, tempi di un anelito inquieto*

dunque a che punto sto? sono al colore. sono alla graziosa luminescenza del colore. e dunque anche la piccola dresda, la mia adorata casa nuova, sta prendendo forma al colore.

ho due stanze attigue, due stanze che sono due trapezi; i lati obliqui si incontrano; il muro che unisce i due trapezi è stato in parte abbattuto a formare un grande arco squadrato. una delle due stanze è la sala. nella sala ho colorato la base del trapezio di verde. è un verde boston.

poi ho la camera. una parete l’ho colorata di prugna. è un prugna praga.

e c’è l’ingresso. nell’ingresso appenderò una fotografia molto grande in bianco e nero che ritrae un uomo dai capelli bianchi che soffia sulle bolle di sapone. la parete dell’ingresso è grigio lilla. è un grigio parigi.

mi restano ancora due pareti da colorare. una della cucina e la base del secondo trapezio.

se ti metti in mezzo alla sala potrai vedere parte di tutti i muri colorati.

a parte che questa cosa, oltre ad essere una goduria, è anche una figata, devo decidermi a scegliere gli ultimi colori. ho deciso di condividere questa scelta e ho chiesto in giro.

in fondo come dice bruno taut** in un motto preso da paul scheerbart, character is merely obstinacy, i move in all directions.

mi hanno chiesto che colori hai già scelto? ho detto verde boston, grigio parigi e prugna praga. di seguito sono arrivate le proposte.

per la stanza:

bianco niglio

rosso malpelo

giallo/viola los angeles

rosso ferrari ma forse volevano dire ferrara

arancio provenzale

lavanda antibes

malva istambul

iuta art déco

per la cucina:

giallo burro siviglia

pelle scamosciata helsinki

qualcuno ha altre idee che aiutino la mia confusione?

devo far nascere una stella.

prometto che poi invito tutti a cena.

***

** mi ha sapientemente detto la mia amica arkika che bruno taut è un architetto tedesco nato nel 1880 e morto nel 1938, il quale impiegò il colore come strumento educativo finalizzato al “risveglio della consapevolezza”. fece ricorso alle più diverse valenze del colore: il colore come espressione di gioia di vivere, come mezzo per educare alla cultura, come oggetto di identificazione, il colore come strumento creativo a basso prezzo, ma anche come elemento necessario all’architettura moderna. stica.

*amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irresolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del mio respiro. (alda merini)

non me le devi dire

ci sono parole che mi buttano giù. non dovete usarle in mia presenza. mi viene l’orticaria a sentirle. m’innervosisco. che volete sono fatta così.

ecco le mie cinque parole del disonore:

1. apposito. in alcuni casi è appositamente previsto il suo uso, in tutti gli altri è ASSOLUTAMENTE inutile. burocrati!

2. quant’altro. è che non c’hai un cazzo da dire e pensi di fare la persona colta mettendolo alla fine della tua inutile frase. ignorante!

3. tutte quelle che finiscono con -ina -ino -ini, i diminutivi insomma. dico ma che ti passa per la testa di chiamarmi biondina che poi ti tiro un ceffone? mi pigliano i cinque minuti quando mi chiamano biondina. biondina a chi? sminuisce la mia personalità dissi una volta. vabbè me la stavo tirando. oppure quando ti chiedono hai delle monetine? oppure quando ti dicono “ci metto un minutino” e ti parcheggiano l’auto in mezzo alle palle per venti minuti. ecco io gliela fracasserei l’auto.

4. praticamente. non sai cosa dire? il tuo parlare è teorico? me ne devi dare una dimostrazione pratica ? cosa? cosa è praticamente? che dopo avermene detti quattro in una frase piccola così non mi hai ancora detto nulla e l’unica cosa che posso risponderti è “stringi” o “dunque”?

5. coppino. non so perché, deve essere una storia vecchia. ma vecchia vecchia.