Chi è la vittima?

La Treccani dice chi è consacrato o immolato, chi perisce, chi soccombe.

L’etimologia pare essere oscura, forse perché se vivi, e questo accade da sempre, prima o poi lo sarai.

Non raccontatemi altre storie, arriva il momento per tutti di essere vittime, di qualcosa, di qualcuno, della vita. Non fosse altro che ci tocca morire. Anche chi soccombe a se stesso è vittima. Paure, abitudini, aggressività, l’elenco è lunghissimo.

Ma allora qual è il punto?

La vittima è chi non l’ha capito e persevera.

A volte c’è il crogiolarsi in questo mare come una sorta di zona di conforto dolorosa, fastidiosa, pruriginosa eppure maledettamente stabile. A volte no. A volte e forse la maggior parte delle volte il problema sta nel perseverare.

Sempre la Treccani, dice che perseverare viene da severus «severo», è il mantenersi fermo e costante come se a muoversi ci fosse più morte. Ma se ci fosse più morte ci sarebbe altrettanta vittima. E invece io credo si abbia paura del vuoto, del nulla.

E quindi?

Quindi niente. Chi sa gestire il vuoto e il nulla? Abbiamo inventato di tutto per andare oltre il vuoto.

Forse ci resta solo il movimento.

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che senso ha leggere

Se mi chiedi perché ho iniziato a leggere, è stato per il suono. La voce di mia sorella che mi raccontava di cerbiatti.

Se mi chiedi perché ho continuato a leggere, è stato per le immagini. Una storia di bambini in una fattoria.

Se mi chiedi perché ho insistito a leggere, è stato per trovare le parole. E per quante ne legga, per quante ne trovi, per quante ne cerchi, non c’è modo di comunicare in modo preciso.

È che le parole arrivano dopo, attraverso il suono, attraverso le immagini. Solo dopo le parole, il significato, quelle lettere. Prima arriva il caos e prendi quello che c’è.

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una cosa che ho imparato da mia mamma

Quando sei piccolo assorbi come una spugna dai tuoi genitori e da chi ti sta vicino poi vuoi farti un’idea tua, una vita tua, gli sbagli tuoi e, se stai crescendo, ti allontani. Poi metti delle tappe di conoscenza e consapevolezza oppure resti fermo a un’età, di solito quella in cui sei stato più felice o hai qualcosa di non risolto. Poi arriva il momento in cui ti fai dei primi piani o un bel fermo immagine forse anche per vedere chi sei e scopri che hai tantissimo di quel “io non sarò non farò come te”.

Ho avuto una fortuna in passato, mio fratello. Un giorno mi ha fatto notare che avevo gli atteggiamenti di mia madre che non sopportavo. Ne ho preso coscienza e me ne sono liberata, almeno così credevo, almeno fino al primo vero scoglio di vita quando la colpa è diventata sua, di mia madre.

Voglio bene a mia mamma ma tengo la giusta distanza, per essere libera, per volerle sempre bene, per fare le mie scelte e i miei sbagli.

Preoccupata di essere me mi sono scordata delle cose che ho imparato e che ho fatto mie.

Mia mamma non mi ha insegnato nessuna cosa domestica; non mi ha insegnato a cucinare, a pulire, a stirare e infatti per me le cose domestiche sono un vero peso.

Mi sono accorta che mi ha insegnato la parola. Quando tieni a qualcuno non devi mai smettere di comunicare, anche di niente ma parlare. Non mi ero mai accorta di quanto volesse che parlassimo. Per lei, la parola appiana, fa defluire, stabilisce un contatto magari non risolve ma crea mondi, possibilità e soprattutto ponti.

Mi ricordo che da adolescente le chiesi di lasciarmi stare, lasciarmi sola e lei mi rispose che le dispiaceva ma che non se ne sarebbe andata se non avessimo parlato un po’. Più in là nel tempo le fui riconoscente.

Era un po’ che non la sentivo, mi ha scritto un messaggio, l’ho chiamata, abbiamo parlato poi il cellulare si è scaricato e la conversazione è terminata lì appesa nel vuoto. Appena ho avuto la possibilità le ho scritto un messaggio, mi ha risposto “non fa niente, almeno abbiamo parlato un po’”.

creare

Creare un’opportunità da una criticità è possibile.

Ho trovato questa frase scritta a mano su un pezzo di foglio buttato in mezzo al nulla. Senza fonte, senza commento. Non è da me.

Ho pensato che è ovvio, una stella nasce dal caos, per restare nel mondo delle citazioni, ma non vuol dire questo.

Parla di ciò che è possibile rispetto a ciò che non lo è -e cosa non è davvero possibile?-, parla di criticità che è un termine legato al giudizio e che rimanda in qualche modo al valore e quindi al significare; e parla di opportunità cioè di quel vento che spinge verso il porto.

Non sarà che approdare è un atto creativo, un sistema di significati?

il signor pouget e la bambina

siamo seduti a un tavolo. davanti a me una citola di vetro blu e tanti pezzi di anguria fresca con due stecchini lunghi per mangiarla. restano in fondo al blu soffiato due semi marroni. infilzo i due semi. ora due gambine secche saltano fuori dalla ciotola e camminano verso la mia amica alla mia destra. sta arrivando il signor pouget annuncio. la ragazza mora sorride. manca qualcosa dice. prende un pezzo di anguria e la piazza sui due stecchini. ora il signor pouget ha un corpo. la signorina mora con la canottiera azzurra spezza il suo stecchino. ora il signor pouget ha le braccia e un collo. sul collo ci piazziamo un pezzo d’anguria mangiato a metà. il ragazzo alla mia sinistra prende il tappo blu dell’acqua. ora il signor pouget ha la testa e il cappello.

la bambina dell’altro tavolo ha gli occhi sgranati. la gurdiamo, sorridiamo. sono le due. il signor pouget è stanco, lo mettiamo a dormire su un letto di ananas ormai finita e divorata. più che un letto sembra una barca vichinga ma non crediamo che il signor pouget sia morto.

poco più tardi la bambina mangia le patatine e io le scatto una foto. passano cinque minuti e una mano piccola mi batte sulla spalla. ciao mi dice una voce. mi giro e rispondo ciao. come ti chiami? beatrice. sì beatrice, sono io quella del signor pouget ma tu, tu chi sei? io ho una cicingomma rosa. tu? io no.

è ciò che vuoi a fare la differenza, non ciò che non vuoi

E come fai a sapere ciò che vuoi? Non sarà mai abbastanza ascoltato l’antico detto “conosci te stesso”. 

Ma il punto è da dove partire. Penso dal silenzio e dall’osservazione.Imparare a rallentare, a osservarsi, e ascoltarsi e fare lo stesso con gli altri: rallentarli, osservandoli e ascoltandoli nel tempo, quando una frazione di secondo diventa infinito e impari a leggere colori e suoni, forme e visioni.

Poi, in fondo, così, mi sembra un bel vivere.

mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

siamo in un’era medievale

dice che la dittatura non ti lascia parlare e che la democrazia non ti lascia ascoltare.
nella prima si esegue e basta senza spazio alla critica, senza confronto; nella seconda si parla tutti senza ascoltarsi quindi senza spazio alla critica, senza arrivare a una sintesi armonica concreta.

dice che siamo diventati automi senza passioni, ci lasciamo sbattere di qua e di là come foglie al vento, con l’ipocrisia nel petto e i soldi come valore.
dice che siamo immobili muovendoci come criceti in un tempo che si sposta.

ma quanto volete durare così?

oggi quelli che chiamereste un disabile e una dissociata mi hanno letto il reale e non erano esattamente loro il disabile e la dissociata.

com’è difficile vivere in un’era di passaggio.

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Più pulito che mai

“Squadra Antimafia è più che un buon prodotto, che non cerca la verosimiglianza all’esterno, nella fantomatica realtà, in universi valoriali impossibili da riprodurre. Piuttosto ne costruisce uno proprio, un Mondo a parte, all’interno del quale far muovere personaggi e far succedere eventi. Quello che deve fare la migliore finzione, specie televisiva”. (TFM, post del 13 sett 2012)

Ecco prima lo capiamo e meglio è perché a me sembra che nessuno ne sia davvero convinto: i media costruiscono un mondo a parte. Nessuno te lo dice e finisce che poi vorresti vivere quella finzione che ti sembra meglio e più vera del reale.

Ma non finisce qui perché accade che da qualche parte dentro di noi, crediamo che quella finzione sia la realtà, più reale del vero, o che forse sia la verità, più vera del reale; poco importa, non ci rassegniamo a tenere distinti i nostri universi paralleli. E loro lo sanno.

Vivila tu una vita così.

Francamente è tutto più difficile.

così è la vita

c’era una ragazza che oggi non c’è più.

questa mattina è morta di cancro al cervello.

lo scrivo qui perché non credo che sia una cosa intima ma pubblica, lo scrivo perché ieri ho ascoltato concita de gregorio, michela murgia e fabrizio gifuni parlare di morte e di come si stia perdendo la semplicità di pronunciare la parola morte, non parliamo poi di cancro tanto più se associato al cervello.

un tabù.

non se ne parla, non si portano i bambini ai funerali. il brutto, il malato, la morte di cui è piena la nostra vita di ogni giorno è bandita dalle nostre parole e piano piano dalla quotidianità finché non ci caschi dentro e ti nascondi dopo che ti hanno ben nascosto.

giusto ieri raccontavo di come io sia andata a molti più funerali che matrimoni, moltissimi di più. per dire che il numero dei matrimoni superano di poco le dita di una mano, mentre ho perso il conto dei funerali. non riesco a capacitarmi di questa cosa. cos’ho che non va? perché non mi invitano ai matrimoni?

ma insomma ho visto tanti morti, sì non pensavo di essere in controtendenza e se penso a me posso dire di essere una persona che ama la vita, non ricordo traumi per aver frequentato i morti, quelli li ascrivo a fatti accaduti coi vivi e spesso dovuti alle parole, a cose dette o non dette.

è anche vero che ho una piccola mania: ogni tanto penso a qualche morto, alle mamme delle mie amiche, ai parenti, agli amici, ai ragazzi che ho conosciuto, li penso e mi ricordo di loro nei momenti inutili, in un momento qualunque di una giornata qualunque che ci è capitata e talvolta ci parlo. tranquilli, non mi rispondono. mi fa piacere ricordarli così com’erano nei loro giorni qualunque. un po’ pirandelliana come cosa forse.

anche di questa ragazza che è morta prima dell’alba mi è venuto in mente uno di quei momenti. un mattino freddo e ventoso mentre percorrevo una strada in macchina l’ho vista in bicicletta andare verso la metropolitana con un viso sorridente e concentrato; faceva un freddo becco e ho pensato che aveva una tempra pazzesca che io manco a scudisciate ci sarei andata in bici e ho pensato a quanto fosse forte oltre che bella. ma come fa? mi sono chiesta. mi viene in mente lei di spalle in bicicletta mentre va.

di piccoli momenti mi piacerebbe che fosse ricordata non nel pianto collettivo di facebook.

certo ognuno ha la sua sensibilità.

così lo scrivo qui. quando morirò spero si faccia una festa e vorrei che tutti si raccontassero le stronzate che ho fatto e detto in vita, spero che tutti ci rideranno su.