l'alba dentro l'imbrunire

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è ciò che vuoi a fare la differenza, non ciò che non vuoi

E come fai a sapere ciò che vuoi? Non sarà mai abbastanza ascoltato l’antico detto “conosci te stesso”. 

Ma il punto è da dove partire. Penso dal silenzio e dall’osservazione.Imparare a rallentare, a osservarsi, e ascoltarsi e fare lo stesso con gli altri: rallentarli, osservandoli e ascoltandoli nel tempo, quando una frazione di secondo diventa infinito e impari a leggere colori e suoni, forme e visioni.

Poi, in fondo, così, mi sembra un bel vivere.

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mi mancherai

credo fortemente che l’essere donna non si completi nell’essere madre e che essere madre non sia l’aspirazione più intensa e ultima dell’essere donna. a una donna dovrebbe essere detto ma non insegnato, una donna lo dovrebbe scoprire da sé, perché vorrebbe dire che, meravigliosamente, sta facendo della sua vita un’occasione per scoprirsi e capire chi è.

questo non toglie che restare incinta sia qualcosa di sbalorditivo.

non è perché una rimane incinta che sappia automaticamente e divinamente come essere madre, esattamente come un uomo non sa come essere padre. in entrambi i casi lo si impara ed è una cosa che non c’entra nulla col concepire.

concepire sbalordisce i soggetti attori, a volte in positivo a volte in negativo; né più né meno.

quando quel concepito lo si perde, l’effetto per entrambi gli attori di questo misterioso sbalordimento è il vuoto, e una strana sensazione di sbigottimento: come dal regno dei morti escono innumerevoli creature che quel vuoto l’hanno vissuto e taciuto, una schiera di penitenti come se fosse un segreto da tacere. un segreto che alimenta un’idea falsa di donna e un obiettivo da raggiungere, un marchio da togliere, una parola da temere, il fantasma della sterilità come se la vita non avesse più senso.

e questo portato culturale ti uccide. 

lo dico qui perché l’ho provato, ed è stato pazzesco capire quanto la cultura e lo stigma sociale ti avvolgono strappandoti la pelle. e tu non sai più chi sei.

è stato così che ho colmato quel vuoto con il dolore, un dolore totale, fisico che non se ne voleva andare.

due anni dopo quel fatto e l’inizio di quel dolore, ho creduto che sarei morta di dolore. davvero. quel giorno pensavo che non avrei superato la notte.

e poi. 

ho ripreso in mano me. 

ci sono voluti tre anni da allora. ho curato il mio corpo e il mio io; mi sono presa per mano senza guardarmi allo specchio, senza riflessi, senza paura, senza idee. io, il mio dolore, la mia vita e me. e l’amore senza il quale avrei finito per guardarmi riflessa in pregiudizi che non sono i miei.

e infine c’è stato un punto di rottura, qualcosa che mi ha detto: sei dunque giunta in un posto, a casa tua. 

è capitato alla fine di questa estate, fra le parole di un un bimbo di 5 anni. un bimbo libero a cui piacciono le barbie e pulire i pavimenti col mocio, gli piacciono le fate e urlare nei prati, volare con l’altalena, affrontare le paure per mano e decidersi fra un palloncino e un gavettone.

è stata un’estate a non nascondersi, a dirsi le cose sottovoce per uscire a correre a perdifiato e urlare.

è stato alla fine di tutto questo, mentre salivo in auto e lui mi guardava lasciandomi andare con lo sguardo, quando a un certo punto mi ha detto: mi mancherai. 

e lì ho capito che anch’io potevo lasciare andare i miei fantasmi. 

siamo in un’era medievale

dice che la dittatura non ti lascia parlare e che la democrazia non ti lascia ascoltare.
nella prima si esegue e basta senza spazio alla critica, senza confronto; nella seconda si parla tutti senza ascoltarsi quindi senza spazio alla critica, senza arrivare a una sintesi armonica concreta.

dice che siamo diventati automi senza passioni, ci lasciamo sbattere di qua e di là come foglie al vento, con l’ipocrisia nel petto e i soldi come valore.
dice che siamo immobili muovendoci come criceti in un tempo che si sposta.

ma quanto volete durare così?

oggi quelli che chiamereste un disabile e una dissociata mi hanno letto il reale e non erano esattamente loro il disabile e la dissociata.

com’è difficile vivere in un’era di passaggio.

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Più pulito che mai

“Squadra Antimafia è più che un buon prodotto, che non cerca la verosimiglianza all’esterno, nella fantomatica realtà, in universi valoriali impossibili da riprodurre. Piuttosto ne costruisce uno proprio, un Mondo a parte, all’interno del quale far muovere personaggi e far succedere eventi. Quello che deve fare la migliore finzione, specie televisiva”. (TFM, post del 13 sett 2012)

Ecco prima lo capiamo e meglio è perché a me sembra che nessuno ne sia davvero convinto: i media costruiscono un mondo a parte. Nessuno te lo dice e finisce che poi vorresti vivere quella finzione che ti sembra meglio e più vera del reale.

Ma non finisce qui perché accade che da qualche parte dentro di noi, crediamo che quella finzione sia la realtà, più reale del vero, o che forse sia la verità, più vera del reale; poco importa, non ci rassegniamo a tenere distinti i nostri universi paralleli. E loro lo sanno.

Vivila tu una vita così.

Francamente è tutto più difficile.

così è la vita

c’era una ragazza che oggi non c’è più.

questa mattina è morta di cancro al cervello.

lo scrivo qui perché non credo che sia una cosa intima ma pubblica, lo scrivo perché ieri ho ascoltato concita de gregorio, michela murgia e fabrizio gifuni parlare di morte e di come si stia perdendo la semplicità di pronunciare la parola morte, non parliamo poi di cancro tanto più se associato al cervello.

un tabù.

non se ne parla, non si portano i bambini ai funerali. il brutto, il malato, la morte di cui è piena la nostra vita di ogni giorno è bandita dalle nostre parole e piano piano dalla quotidianità finché non ci caschi dentro e ti nascondi dopo che ti hanno ben nascosto.

giusto ieri raccontavo di come io sia andata a molti più funerali che matrimoni, moltissimi di più. per dire che il numero dei matrimoni superano di poco le dita di una mano, mentre ho perso il conto dei funerali. non riesco a capacitarmi di questa cosa. cos’ho che non va? perché non mi invitano ai matrimoni?

ma insomma ho visto tanti morti, sì non pensavo di essere in controtendenza e se penso a me posso dire di essere una persona che ama la vita, non ricordo traumi per aver frequentato i morti, quelli li ascrivo a fatti accaduti coi vivi e spesso dovuti alle parole, a cose dette o non dette.

è anche vero che ho una piccola mania: ogni tanto penso a qualche morto, alle mamme delle mie amiche, ai parenti, agli amici, ai ragazzi che ho conosciuto, li penso e mi ricordo di loro nei momenti inutili, in un momento qualunque di una giornata qualunque che ci è capitata e talvolta ci parlo. tranquilli, non mi rispondono. mi fa piacere ricordarli così com’erano nei loro giorni qualunque. un po’ pirandelliana come cosa forse.

anche di questa ragazza che è morta prima dell’alba mi è venuto in mente uno di quei momenti. un mattino freddo e ventoso mentre percorrevo una strada in macchina l’ho vista in bicicletta andare verso la metropolitana con un viso sorridente e concentrato; faceva un freddo becco e ho pensato che aveva una tempra pazzesca che io manco a scudisciate ci sarei andata in bici e ho pensato a quanto fosse forte oltre che bella. ma come fa? mi sono chiesta. mi viene in mente lei di spalle in bicicletta mentre va.

di piccoli momenti mi piacerebbe che fosse ricordata non nel pianto collettivo di facebook.

certo ognuno ha la sua sensibilità.

così lo scrivo qui. quando morirò spero si faccia una festa e vorrei che tutti si raccontassero le stronzate che ho fatto e detto in vita, spero che tutti ci rideranno su.

Dicono

Dicono che sono i vecchietti a rubare nei supermercati; dicono che era tanto che non accadeva in modo così sistematico. Dicono che rubano alcune uova dal pacchetto, non tutte, solo qualcosa dal tutto giusto per tirare avanti.

Dice che non si può iscrivere in biblioteca perché ha paura che il marito non sia d’accordo o forse che si arrabbi: dice che leggerà il libro dell’amica, poi chiede se non c’è un libro nella sua lingua. Ed è un deja-vu troppo frequente.

Dice di preferire l’opposizione al dialogo, dice che le donne sono state puttane da sempre e che non esiste niente prima, forse il big bang.

Dicono che se la gente non ha soldi è perché li ha spesi male e gestiti male, dicono che il povero è povero perché se lo merita e che si è ricchi se si lotta a sufficienza.

Dicono che combattere è l’unica visione del mondo e hanno una sola definizione di potere, dicono di necessità.

Dice che pochi si salveranno, io dico che qui viviamo, salvati qui per dio!

Dicono un sacco di cose e io li prendo per quello che dicono.

Non dovete rompermi il cazzo se non scrivo cose che fanno ridere.

sul pubblicare


È
perché vivete dentro una religione monoteista che credete che il libro sia veicolo di un sapere definitivo, che esso assuma la forma di una verità chiusa in se stessa e che appartenga alla trascendenza; ed è per questo che cercate di pubblicare un qualsivoglia libro su ogni stronzata che pensate.

Sperate che un libro doni alla vostra stronzissima pensata importanza e serietà e che così possa diventare degna di riguardo.

Beh vi rassicuro: le stronzate restano tali.

Pubblicare non vi renderà immortali e morirete di quella mortalità che tocca a tutti, non vi si ricorderà per questo; pubblicare non vi eleverà nell’olimpo di quelli che hanno qualcosa da dire anzi potrebbe essere un’ottima prova della vostra incapacità.

Purtuttavia come dice bene Michel Melot il nostro pensiero si è formato sul libro e dunque non avete tutte le colpe. Ma per favore liberatemi da questa agonia moderna di voler pubblicare.

Perciò se mi dite che avete scritto un libro sappiate che non me ne frega niente e che ciò mi dice molto e al contempo molto poco di voi.

Soprattutto smettetela, smettetela di giocare con le emozioni se avete superato i 30 anni; per voi l’adolescenza dovrebbe finire. Sono stufa di questa società emotiva dei miei cojoni.

Per carità emozioniamoci ma smettetela di far leva sulle emozioni. È da traditori.

Credetemi i tempi sono maturi per progredire.

Partiamo da qui

[Un foglietto trovato nella borsa rossa, la mia preferita, e lasciato cadere fra le carte di lavoro da buttare; così per caso è finito tra le mie mani. Non so quando l’ho scritto e perché né se l’ho mai postato prima. Ricomincio da qui prima di dire due cose una definitiva su Baricco una bella e disincantata sul matrimonio; sempre che ne abbia voglia. Purtroppo ho perso la faccia da culo per scrivere, purtroppo è proprio vero che il dolore fisico limita la scrittura mentre quello psicologico l’alimenta. Un giorno passerà questo male e io sarò diversa, non so quali saranno i miei luoghi e cosa sarà questo spazio. Forse è per educazione o forse per necessità se trascrivo le parole così come le ho trovate.]

E’ che bisogna crederci e io non ci credo abbastanza.
Ho il senso di responsabilità; ho il senso di me per fermare tutto e riprendermi ciò che è mio o forse solo ciò che è a misura d’uomo. Ho il senso dell’altro che mi fa sorridere e allungare una mano. Ho il senso del ridicolo per esserlo fino in fondo, ho il senso relativo ma non ci ho creduto mai abbastanza.
Se per alcuni aspetti estremi è un bene, per il talento è una merda e per il resto un’inutile aggrovigliarsi. E io resterò sempre qui ferma come un monolite. Se mi chiedi come sto, sono felice e mai soddisfatta.

Dichiarazioni dolose

E’ pur vero che ho la testa che non mi giova più come diceva di sé la mia nonna ma.
Mi sono svegliata e ho sentito una dichiarazione.
A me le dichiarazioni non.
Anche quelle d’amore.
Una volta uno mi disse nessuno ti amerà più di me.
Mica vero.
Per dire io mi amo tantissimo.
Secondo me ci si ama in modo proprio.
È che mica puoi scherzare con l’amore.
E’ una roba ideale e dunque come mi hanno insegnato è una tensione.
E come tutte le tensioni se la cali nel reale tira e magari stringe.
Allora nel reale ci vuole anche altro.
Per dire.
Tipo fermarsi e guardarsi in fondo agli occhi. Tipo ascoltarsi. Darsi tregua. E abbracciarsi anche. Tanto magari. Ché ci sono tanti tipi d’amare, d’amore e tanti modi.
Per dire.

Ma dicevo di quella dichiarazione lassù, alla seconda riga.
Ché mica è d’amore.

Sento questo qui di mattina che dice un enunciato:
volevo porti una domanda in modo che tu mi rispondessi A o B ma siccome gli eventi mi dicono che tu risponderai B e io vorrei A, ritiro la domanda e te la faccio quando sarai più disponibile.
Ora, queste frasi qui le ho sentite alle elementari e mai più d’allora.
Sentirle dal presidente del consiglio dei ministri, francamente mi sta sul culo.

[non emigrerò dall’Italia per questo. buon centocinquentesimo anniversario dell’Italia in mano a francia e stati uniti. ciao]

piccolo

ho scoperto oggi che significa piccolo.

vuole essere grande ma è piccolo. non contiene tutta l’esuberanza che ha.

ama così forte che è piccolo in tutto ciò che possiede.

 

piccolo come la primavera che l’ha portato, come l’autunno e se ne è andato.

piccolo e temerlo. forse perché non basta mai.

sentirlo. poco tempo, poco tempo per qualsivoglia.

 

avere paura di essere piccoli, l’unica condizione per ambire a uno straccio di grandezza.

piccola è la cifra della verità.