l'alba dentro l'imbrunire

Home » 8 km di post per un lettore

Category Archives: 8 km di post per un lettore

hai ragione anche tu questo io lo so

recensioni lusinghiere sull’ultimo film di soldini “cosa voglio di più”.

che bello.

ci ho portato gli amichetti recalcitranti. hanno detto che mi avrebbero frustato se non fosse stato interessante. non mantengono le promesse per fortuna.

due o tre cosette a cui ho pensato vedendo questo film.

uno. ad andare a cercare i nessi.

me undicenne. mi sono vista uscire dalla mia camera mentre canto a squarciagola “hai ragione anche tu, nananananàààà, cooooosa voglio di più, nanananàààà, un lavoro io l’ho nananananàààà” e arrivare davanti a mia mamma con i pugni chiusi le braccia alzate, la testa un po’ piegata, guardarla e continuare con la facciaaccartocciata “se tu non hai mai visto un uomo piangereeeeee, guardami, guardamiiiii, voglio aaaaannaaaaaaaa, voglio anna”.

due. ad andare a cercare le location.

il film è ambientato a milano e nell’hinterland. e già questa ultimamente mi pare una mania ché milano sta diventando un set, ma perché?

appena seduti, abbiamo sporto le tesotolone dalle poltroncine scomode -l’unico difetto dei cinema dell’hinterland a parte il freddo e l’audio ma qui ci sarebbe da aprire un capitolo e ora no, non è il caso-, dicevo, ci siamo sporti a guardare l’amico cipì sussurrando a voce alta ma è casa tua! cipì un po’ pensieroso ha chiosato con ehcazzo ecco cos’erano tutti quei camiòn sotto casa! quando si dice la perspicacia. cipì è uno che notoriamente si fa i fatti suoi e anche se gli passa accanto la regina d’inghilterra abbozza solo un cenno con la testa come a dire sì ma adesso non mi scocciare e se è in luna buona può anche tirare fuori un ‘alve.

tre. ad andare a cercare le amicizie che contano un piffero.

anche fulì vanta legami col regista. alla fine dell’aneddoto mi sono scocciata. dopo dieci minuti per me guardare sto film è stato come andare dalla vicina a faredu chiacchiere.

quarto. ad andare a cercare la trama del film.

allora. mettiamola così. è una storia che non fa notizia ma che diresti quanto è vera. di cosa si parla quando se ne parla?

di lui che ha due figli, pochi soldi e le solite responsabilità.

di lei che ha un fidanzato brutto, bravo e buono, ha un lavoro, soprattutto ha una sorella che fa un figlio con un uomo poco attento e solo allora, solo allora -che poi è l’inizio del film- scatta l’occhio di bue su di leiprotagonista a chiederle: ma allora tu che aspetti?

finisce che lei e lui s’incontrano per caso e altrettanto per caso s’innamorano. scopano alla grande ma dicono che più di tutto si amano. di relazione affettiva se ne vede poca a parte quella sessuale. peccato che poi vadano in paranoia per il senso di colpa che si portano addosso.

corollario al punto quattro.

sì soldini ci ha mostrato una realtà comune. tragica? forse, ma non tanto. sì soldini pare non dare un giudizio e invece lo fa. un giudizio da morale perbenista. perché non è vero che emerge quanto la passione o il desiderio sia più forte di tutto. emerge in modo sconcertante il senso di colpa. è vero che molti uomini scappano quando i figli sono piccoli perché non ci stanno dentro, è vero che se una donna non vuole fare un figlio con un uomo è perché non vuole quell’uomo anche se ci sta bene. ma è vero solo in parte.

perché la realtà è molto più variegata di così.

ci sono altre fughe, altri amori, altri motivi giusti per prendere in mano la propria vita.

non ci sono slanci per i nostri protagonisti.

avrei voluto più visione. avrei voluto più respiro per il film.

cinque. ad andare a dare i giudizi a muzzo.

o soldini è stato bravo a raccontare una società così come si vuole vedere -perché solo raccontandosi è più facile andare avanti-, oppure avrebbe potuto raccontare una storia più aperta così come è la vita. tipo quella vera di frank lloyd wright e mamah cheney come la trovate nel libro “mio amato frank” di nancy horan.

sei. a voler fare la maestrina.

a soldini dedico la prefazione di henri laborit al proprio libro “elogio della fuga”.

“quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. e in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme. rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

forse conoscete quella barca che si chiama desiderio“.

sette. a voler parlare di me.

io che sono una che resta sono fuggita un sacco di volte. a ben guardare direi che mai fuggo per paura, mi dico che è per la giusta distanza. di solito la paura mi fa restare, soprattutto immobile. è che cerco la giusta distanza da tutto anche da me.

se cercando alice trovo tutte le donne

se fossi nella casa editrice, ho pensato, questo libro lo promuoverei ovunque.

invece la marcos y marcos ha deciso alcune date italiane quasi nascoste per camilla trinchieri.

un teatro comunale a valperga (torino), una villa a monticello brianza (lecco), tre librerie in sardegna, una a palermo, una a firenze e dentro un evento dedicato all’editoria a roma. secondo me le ha scelte più per le location e per le vacanze annesse.

comunque.

camilla trinchieri ha scritto due libri, quello a cui mi riferisco è appena uscito e si chiama cercando alice.

camilla trinchieri è una tizia nata a praga, vissuta negli stati uniti e a roma, è figlia di un diplomatico italiano e un’americana. gli stessi ingredienti che si trovano nel libro.

e allora ho pensato che la casa editrice ha fatto bene a scegliere posti così, come dire, di nicchia. perché la prima cosa che faresti incontrando camilla è chiederle della sua vita, quanto c’è di vero e di suo in quella storia che ha scritto; allora sì che perderesti la storia e i personaggi, ti scivolerebbero dalle mani in una banalità disarmante.

ed è facile che le faranno quelle domande dementi. peccato. deve essere una roba terribile rispondere a certi interrogativi. proprio quando hai lasciato il libro che a quel punto non ne puoi più e ti viene anche un po’ di vomitillo a riprenderlo in mano e sembra magari di parlare di un morto appena dopo il funerale per spiegare perché e come è morto, quando lo vorresti lasciare riposare in pace. qualcosa che se non sei un medico legale nell’anima non ce la fai.

insomma fare domande inopportune a un autore appena ha pubblicato un libro è qualcosa di aberrante, bisognerebbe farle al libro. tipo com’è ad essere sfogliato? che faccia ha fatto la massaia gina quando è arrivata a pagina 195? e il signor achille che ha pensato di alice? ha detto tutte uguali ‘ste donne? e di aldo? credi che non si sia sentito toccato da un uomo così? credi che abbia detto d’un fiato no io mai? che effetto fa quando ti prendono in mano e ti ripongono? ti piace la tua copertina? preferisci una biblioteca o una libreria? quando ti hanno tagliato hai pianto o hai provato un senso di libertà?

perché il libro è bello ma bello bello. non è un’opera narrativa di quelle che dici “caspita!”. tipo che se leggeste il primo paragrafo dell’airone di giorgio bassani mi capireste. ma è una storia bellissima.

si svolge durante la seconda guerra mondiale, è raccontato a due voci: quella della figlia e quella della madre a dodici anni di distanza.

si parla di disfatte, di bene e male, di morte, di buoni e cattivi. se ne parla per mettere tutto questo da parte perché nella storia non ci sono né vincitori né vinti, non c’è bene e male, non c’è solo bianco e nero, tutto si mescola per mettere in luce l’umanità per quello che è.

ci sono profili di donna bellissimi. ne senti il profumo. ci sono luci e ombre e ci sono colori, ci sono odori.

tutte le donne del racconto potrebbero essere una donna sola. ci sono le persone, vere, vive.

se ho naso, il lavoro di editing è stato determinante. c’è un filo rosso che segue tutto il profilo del libro. un filo dolce e delicato che dona dignità alle ombre che alitano lungo le righe.

è un rosso bordeaux. se vi piace il rosso bordeaux e non lo trovate fuori moda, leggetevi il libro. se avete voglia di conoscere le donne, leggetelo; se vi siete detti almeno una volta nella vita che a volte la guerra è inevitabile, leggetelo. non c’è scampo per chi ha certezze. non c’è scampo dalla guerra. come non c’è scampo dalla vita, soprattutto se la si vuole vivere fino in fondo.

alice per me è una donna bellissima. e per questo senza scampo. ma verrà un giorno in cui sarà possibile essere donne bellissime con una via di fuga per tornare a casa.

certe cose vanno fatte da soli

ho modi britannici. probabilmente vanto un avo recuperato dal porto di liverpool o manchester per il fare spiccio, l’inclinazione al gioco delle carte e un carnet di parole volgari di cui vado fiera; qualche altro avo, chissà, forse dalla brughiera per alcuni silenzi, per il bere forte, il camminare sotto la pioggia senza ombrello, il sentirsi a casa sotto un cielo grigio e infine per una smodata passione per le distese verdi.

eppure ho abitudini francesi. come sedersi a un tavolino di un bar a leggere.

ed è così che stavo venerdì a pranzo, seduta in un bar latteria davanti a un grande vetro. fuori il cielo grigio e luminoso, una strada e un marciapiede, macchine e passanti, ma quello che notavo era un albero nero che si ergeva fiero in quella luce di gennaio che solo un mese freddo conosce.

ero seduta a un tavolino rotondo, buono solo per me, con un libro gelosamente custodito fra le mani, appena scoperto. l’ho letto lì fra un toast e un caffè americano mentre qualcuno entrava, qualcuno lanciava un occhio, qualcuno discuteva, qualcuno pagava e usciva. un uomo dal marciapiede ha lanciato uno sguardo dentro al locale, è passato oltre la porta, il tempo di una pagina ed è entrato; ha ordinato un caffè, se n’è uscito forse con la voglia di leggere.

a volte, direi anche spesso, mi chiedono consigli di lettura. domando cosa piace loro e se mi rispondono tutto -quasi sempre- m’arrabbio e rispondo male. allora non sa leggere dico. poi faccio due domande; voglio che mi dicano un colore e un aggettivo. se ne vanno con un libro e tornano con un sorriso, qualche volta con una scatola di cioccolatini.

quasi sempre pensiamo di aver bisogno di qualcuno quando gli ostacoli sembrano alti e non vediamo che poche vie di fuga eppure, come la lettura, alcune cose vanno fatte da soli per poi accorgerci che qualcuno al nostro fianco c’era già o c’è stato, ma intanto abbiamo camminato sulle nostre gambe.

ci pensavo mentre bevevo il mio caffè fra una pagina e l’altra di quel libro affascinante che ho letto un venerdì in pausa pranzo, mentre il mondo mi passava accanto e me ne accorgevo.

è un libro azzurro. è un libro duro con la consistenza di una nuvola. è un libro unico perché è l’unico che ha scritto l’autrice. è un libro piccolo, poche pagine. a dire il vero non è nemmeno un libro, sono delle riflessioni in risposta a un amore finito e alla lettera che lui le scrive per comunicarglielo, chiedendole al contempo l’amicizia. lei risponde: “lo sai che cos’è l’amicizia? credi che sia un sentimento più tiepido, che si accontenta degli avanzi e di qualche piccolo, inevitabile favore reciproco? l’amicizia per me, è anche più forte e più esclusiva dell’amore… solo che è meno teatrale. anche l’amicizia conosce la gelosia, l’aspettativa, il desiderio…”

l’autrice è marcelle sauvageot, nata nel 1900 nello stesso paese di rimbaud. marcelle ha scritto questi pensieri nel 1930, è morta di tubercolosi nel 1934. è stata una donna, come tutte le donne consapevoli di esserlo lo sono, e questo libro, lasciami sola, è il blues di una donna; ne ha il ritmo, ne ha la forza, ne ha l’impatto emotivo.

c’è un altro libro che ho finito oggi per la seconda volta. è un libro verde con venature nere e d’oro. anche lui m’ha detto che ci sono cose che dobbiamo fare da soli e farle quando è il momento per noi, farle non quando siamo sicuri, vanno fatte con l’incoscienza della nostra consapevolezza. però le abbiamo fatte noi, senza rimpianti. e ci sono cose che ci accadono e vanno prese così per quello che sono. è un libro antico, delicato e leggero come si più essere leggeri nel pianto. si chiama gli scali del levante. l’autore è amin maalouf.

sono due libri che consiglio e non perché siano due capolavori della letteratura. è perché quando chiudi l’ultima pagina, sposti il pensiero un po’ più in là. e sai che anche se hai paura, ci sono cose che vanno fatte da soli. poi quando hai posato il libro, ti vesti, apri la porta, dai un ultimo sguardo alla stanza e ti volti senza curarti se è in disordine, se sei in disordine, non torni nemmeno indietro per controllare se hai chiuso. esci.

ti potrebbe capitare di fare una passeggiata con qualcuno che ti aspetta.

luce di un giorno strano

ho in mano un caffè, ho spento la musica e prima ancora la radio ma parlavano e io non riuscivo a sentirli allora ho messo un cd, mi piaceva, ho detto ascolto sta cosa qui ma poi è la testa che fa più rumore e allora volevo sentire che suono fosse.

vorrei scrivere cose divertenti, vorrei scrivere delle idee ma ne ho troppe in testa, idee e cose divertenti dico, che non so cosa scegliere. non faccio confusione questo no ma ho troppe cose da vivere che adesso scriverle mi sembra prematuro.

e mi hanno detto che sono radiosa se è successo qualche cosa e no tutto procede normale che poi normale non è mai stato niente così mi batte forte il cuore. faccio tante cose che mi commuovono e ho chiesto giusto ieri come siamo messi a felicità. m’hanno detto strabene che quasi mi pareva una cosa contagiosa. e poi si sa che la felicità stanca a parlarne. allora mi sono detta basta taci, vivitela e vai tranquilla ma non sfrantumare le palle. già questa mi sembra una buona filosofia.

a dire il vero l’emozione per me sta nel lasciare pezzi di cuore in giro, ché sto cuore non finisce mai o forse è solo che se non lo taglio mi sembra di non averne. oppure è un po’ come i capelli che bisogna tagliarli per farli ricrescere e a proposito di capelli forse dovrei aggiustarli ma ora mi piacciono lunghi e selvaggi e sì forse mi starebbe bene la frangetta ma non sopporto le mode e poi no curare i capelli no, io lo so che se sono liberi loro stanno meglio come il cuore. ché poi mi ricordo di aver detto questa cosa ma temo sia stata capita male. del cuore libero intendo che non vuol dire prostituirsi. ci si vuole bene in tanti modi come non c’è un solo modo di vivere la vita. e vorrei che tu scoprissi qual è il tuo modo, non per nascondere lo sguardo un poco triste che hai, o restaurare quel sorriso da paresi che lo so che lo fai per economia. lo vorrei perché potresti togliere un po’ di zavorra, almeno m’è parso di capire che ti farebbe piacere. ma poi lo so che un problema è un problema quando lo si vive come un problema sennò non è un problema. e se penso a noi donne penso che non siamo femmine per trovare un uomo che ci protegga e fare tanti figli anche se l’idea di fare un figlio ce l’hai dentro come una radice che cresce piano ma non tutte forse. dico non tutte le donne vogliono un figlio. ché poi un figlio non è un’idea né una realizzazione. ma le cose si fanno e ci piace guardarle e viverle come in un film solo che la vita non è un film, è un po’ meglio. e se io voglio un uomo è perché è un mistero per me e se voglio un figlio è per lo stesso motivo. altrimenti mi sembra di restare nello stesso posto a pensare sempre alle stesse cose e invece vivere altri mondi, incontrarli, che non è la stessa cosa che relazionarsi con le persone, è qualcosa di più che ti strappa via l’anima e allora forse anche questa bisogna tagliarla e strapparla per farla crescere. perciò è solo per questo che ho ‘sti desideri qui.

e comunque il post è nato così ed è già troppo lungo, tanto meglio che non lo legge nessuno ma ora mi andava. mi serve lo slancio per prendere coraggio. adesso sì che mi serve e anche tanta fiducia. è un post un po’ pista di decollo e questo sì mi piace. ma poi mi chiedo se non sarebbe bello venire ad incontrarti senza aver paura di non ritrovarci mai. io ci penso ai capitoli non chiusi ma chissà cosa si apre e cosa si chiude che questa vita mia mi pare una porta di un saloon e non me n’ero mai accorta ma adesso mi piace. sì a me piace. oggi c’è nuvolo ma c’è la luce di un giorno strano. chennesò pensavi di esser perso che cambia il tuo destino. forse ora è il momento di voltare la carta. o forse l’ho già fatto.

notizie sul fronte della piccola dresda

il mio piccolo microcosmo -amici vicini e lontani- sa che sto acquistando una casa. questa casa ha un nome: piccola dresda.

finché era in costruzione ci passavo davanti, un po’ per vederla nascere, un po’ per esprimerle il mio affetto sin da subito che per me anche le cose sentono.

ora che è lì statuaria continuo a passarci davanti solinga o costringendo gli amici a fare “piccole” deviazioni per dirle eccoti aspettami.

un giorno il mio amico cipi ha esclamato osti! sta casa pare proprio una piccola dresda. i nomi a volte nascono così per caso e restano appiccicati come anguille.

non credo che abbia scelto dresda perché è stata paragonata a una firenze sull’elba e nemmeno per il famoso bombardamento che la distrusse. è una casa un po’ minimal che all’apparenza forse può far pensare al realismo socialista, chessò alle case suburbane operaie. il mio amico cipi forse non sa che dresda ha rinunciato democraticamente ad essere patrimonio dell’unesco per costruire un ponte bruttino che migliorerà il traffico e la vita dei cittadini.

la mia piccola dresda è una casa ecologica con le finestre storte e una piccola serra.

tutti ci passano davanti che già vedono in lei un piccolo centro sociale. chi si prenota per una festa, chi per due ore, chi per il tè e chi già ha l’usufrutto della stanza in più. c’è chi l’aspetta per farsi finalmente una gita a milano.

è da luglio che ci devo entrare, ad oggi non sono ancora in grado di dire quando.

memore delle passate esperienze, se esperienza è il nome che si dà ai propri errori, aspetto e non cedo ai ricatti dei costruttori. aspetto il rogito che salta qua e là di mese in mese.

però.

questa casa è già viva che qualcuno che ci abita c’è, quindi tecnicamente ho dei vicini.

nella casa dove abito ora ho impiegato circa un anno a conoscere qualche vicino, nella casa dove non abito ancora conosco quasi tutti, sono stata invitata per il tè e ci scambiamo email.

tipo che oggi mi ha chiamato la mia vicina e abbiamo chiacchierato un po’ su come va la casa, sui progressi e le cose che ancora non vanno. poi un altro mi ha scritto “penso sia necessario vederci tutti prima della riunione condominiale, in modo da poterci mettere d’accordo su come gestire al meglio in futuro il nostro condominio e quindi anche il nostro amministratore che è a tutti gli effetti un nostro dipendente. possiamo usare la nostra aula consiliare (alias locale lavanderia) su in soffitta. portatevi le sedie, insieme decideremo se e come realizzare una sala condominiale”.

già perché le sedie, che l’amministratore voleva comprare a sua discrezione, ognuno se le porta da casa. la mia vicina m’ha già detto che me la presta lei.

io dico che i nomi alle case non capitano per caso, e a me ‘sti vicini già piacciono, che è tutto un condividere, partecipazione e una gentilezza senza stracciamento di maroni.

io secondo me quando entro alla piccola dresda è già tardi che ci vorrei andare ora.

non possiamo essere certi di niente

[ovvero è vero ma non puoi nemmeno essere certo che non capisca e forse non è il vero punto della questione. è altrettanto vero che non possiamo sapere in anticipo se faremo bene o male ma sappiamo benissimo se stiamo facendo bene o male.]

sapeva che vedevo poco. mi sporgevo sempre un po’ oltre le mie spalle per osservare meglio, come se la vicinanza mi aiutasse a capire. mi disse che se vuoi verificare qualcosa scientificamente devi osservare il fenomeno. ma il semplice guardare, alcune volte, il guardare, cambia il fatto. aggiunse “tu non puoi sapere cosa è successo nella realtà o cosa sarebbe successo se tu non ci avessi ficcato il tuo grosso naso. perciò non ha senso chiederci cosa è successo, guardare cambia il fatto.

sto dicendo che a volte più guardi e meno conosci”.

dovevo riconoscere che era abbastanza vero. una volta, distrattamente, invece di prendere gli occhiali, li gettai lontano con la mano. mi sforzavo di guardare dov’erano finiti, m’inginocchiai, portai gli occhi vicini al pavimento ma niente, non riuscivo a trovarli. poi chiusi gli occhi, la mia mente abbracciò lo spazio e ripercorsi i miei movimenti. sospirai. allungai la mano, in fondo alle dita afferrai gli occhiali.

mi parlava e riconoscevo immagini che non sapevo se erano vere, quando mi disse che si trattava di un principio, quello dell’indeterminazione e che nell’economia del discorso si riferiva a probabilità. ma già non gli credevo. poteva essere una disputa fra einstein e bohr e nutrivo forti dubbi su heisenberg. credevo piuttosto a ciò che diede l’opportunità a beethoven di comporre un’opera quando già era sordo.

mi disse che ci sono cose che non sappiamo e altre che non possiamo sapere, di rassegnarmi all’inconoscibile.

mi chiese di uscire a cena e più lo guardavo più non riuscivo a capire dove finisse la cena. forse non era un problema o forse sì. decisi che comunque l’argomento non m’interessava e declinai gentilmente l’invito. mi disse che credeva che fossi brava a giocare a poker. gli risposi che sì.

era un bel pomeriggio di fine estate, ed ero contenta di godere ancora di quella luce e quel verde. mi chiedevo quale fosse la verità. ero io o erano le cose intorno a me ad essere particolarmente attraenti?

succede che a volte parlo a voce alta mio malgrado o forse un tizio incrociò semplicemente i miei pensieri perché mi disse: “la verità, come l’arte, è nell’occhio di chi guarda”. aggiunse che avrebbe potuto continuare la citazione ma che preferiva dirmi la sua.

e in fondo io preferisco sempre che qualcuno mi dica la sua, indipendentemente dalla verità. mi ricordai che mia nonna difficilmente faceva domande dirette. le domande dirette servono per le bugie e il terreno è più tortuoso per arrivare a una sana conclusione, credo mi dicesse. non sapevo ancora se fosse vero, avevo più dimestichezza con le domande a bruciapelo ma forse lo erano solo per la mia lentezza. insomma il tizio mi disse la sua.

ognuno vede ciò che crede, tu vedi ciò che vuoi, io credo quel che so.

fui d’accordo sulla mia ignoranza e sul fatto che riuscissi a ritrovare la strada di casa oltre che un paio di occhiali.

[ammetto che alcune frasi sono citazioni da film. per la verità due. due film che ho visto e mi hanno lasciato un po’ a bocca aperta e io scema a fare il rewind per scrivere sulla moleskine i dialoghi. il resto è vita vissuta rimaneggiata. mi si perdoni se ho voglia in questi ultimi tempi di raccontare i fatti miei rimaneggiati come se fossero pasta di pizza. mi piace da morire la pizza. ecco. mi si perdonino anche certe lunghezze, cmq..]

scusa con che scusa festeggi la letteratura?

Allora da queste parti tutto bene? Io bene, grazie. Qualcuno credeva che mi stessi suicidando? Naaaah.

Ero a Mantova al Festival della letteratura. A dire il vero non ho capito bene cosa vuole dire. Cioè cosa vuol dire festivaldellaletteratura. Sì, tutto attaccato; un evento unico. Quello che ho capito io è che: non si fa letteratura, non la si celebra, non è l’occasione per farla. Secondo me si mette in moto l’economia, magari le possibilità, ci s’incontra, non a metà, non si sa bene dove, di sicuro da qualche parte.

Succede che si parla, si vede, si ascolta ma anche no; si fanno cose. C’è un’ampia gamma di genere letterario, genere curiosibus, e del genere “ti presento”.

Certo potremmo anche chiamarlo festival delle autocelebrazioni che andrebbe bene lo stesso, però è bello. Bella l’atmosfera, bella la cornice. Belle anche alcune cose dette, alcune cose lasciate là. Bello.

Due cose due, che ho sentito.

Uno. “Cattivi libri fanno buoni film, buoni libri fanno cattivi film”.

L’ha detto Anne Fine per dire che il suo libro è bello perché parla di emozioni vere, reali o realistiche chissà, mentre la trasposizione filmica del libro -che risponde al nome di Mrs. Doubtfire– è un brutto film perché non è credibile, almeno nella caratterizzazione dei personaggi.

Ora a me quel film è piaciuto, e lei con quel film ha guadagnato un bel po’. Come giustamente ha detto il paguro romano che l’intervistava -ne dovrò parlare ché mi stava sul culo ma lo sto rivalutando, un poco, solo un poco-, insomma ha detto che intanto lei c’ha comprato la casa.

Due. “Preferisco l’emozione alla parola”.

Parola di Donato Carrisi dalla postazione di RaiRadio3 durante il programma Fahrenheit.

Ora, io, Donato Carrisi non me l’ero mai filato di striscio, anche se ha vinto il premio Bancarella2009. Se fossi una rocker direi che sui premi ci scatarro su, e siccome non lo sono, dico che non m’interessano molto quelle kermesse letterarie create per far girare l’economia, dare una nuova spinta alle case editrici o ai manager che ci sanno fare o. Insomma non me lo consideravo per il minimo questo Carrisi, finché ho letto la recensione dello scorfano -che non linko perché sennò il mio blog sarebbe un linkaggio unico al suo e non va bene, no-. Lo dico subito: lo scorfano non ne aveva parlato in modo lusinghiero. In due parole, se non ho capito male, lo definiva un libro da passeggio, cioè uno di quei libri con cui ci passi il tempo senza impegno.

Insomma sono lì alla postazione di RaiRadio3, accanto ho Piero Dorfles in forma smagliante, intanto Jules coglie l’occasione per dirgli “lei mi dà sempre qualcosa”, e mentre un sorriso scoppia sulla mia faccia mi accorgo che seduto a parlare dai microfoni c’è lui, Donato Carrisi. Simpatico. Simpatico è simpatico.

Poi dice la frase che ho riportato sopra e capisco che non leggerò mai un suo libro e che sono stufa che ci siano più scrittori che lettori, e che la gente vuole emozioni emozioni emozioni come se la vita non fosse già di suo emozionante e fantasiosa -e cosa ci posso fare io se siete già morti prima di essere nati?- e che sono stanca che la sceneggiatura si intrometta nella letteratura, che a me i film piacciono e anche i libri, e una cosa è fare lo scrittore e un’altra lo sceneggiatore e non mi confondere la poesia di un film con la poesia di un libro; e se non hai tempo per fermarti a capire, la maggior parte del tempo, è perché non lo trovi. Gesù!

Quello che voglio dire è che un libro è un libro, una sceneggiatura è una sceneggiatura, un blog è un blog. E non è un piccolo particolare. Nel primo dovrebbe predominare la parola, nel secondo l’emozione, nell’altro fatti tuoi. Fermi! Lo so, anche tantissime altre cose dovrebbero stare sia nel libro sia nella sceneggiatura, per carità. Ma è mai possibile che ormai un libro si giudica dall’emozione che lascia al lettore? E’ mai possibile che non ci sia soluzione di continuità fra un libro e una sceneggiatura? E’ vero che ormai il lettore è un lettore da passeggio? Naaaah.

i contributi dei lettori sull’amante perfetta

ho sempre desiderato un blog alla men’s health.

ho sempre adorato fare l’opinionista gossippara e adoro ricevere la posta del cuore. dovrei decidermi ad aprire una rubrica.
per ora tutto questo non avviene e mi accontento delle mail che arrivano a fulì grazie ai post che pubblichiamo insieme.

ce n’era uno che parlava di amanti e una ragazza ha inviato una lettera, raccontando il suo punto di vista.

fulì si vanta di questo, del fatto che gli scrivano, dico.
a me piace pubblicare le lettere che arrivano, perché credo che fondamentalmente mi piaccia condividere. solo le idee e le cose ovviamente, non direi la stesso per le persone. perché certi rapporti sono unici. comunque, è quasi un mese che devo pubblicarla.

forse è arrivato il momento.
(altro…)

la felicità e il dolore dell’uomo comune

A me pare, per quella che è la mia esperienza, che una cosa bella porti sempre una cosa brutta, che a una felicità si accompagni un dolore.

Non ho mai capito se è stata l’influenza di mia zia che mi diceva, nel momento stesso in cui eravamo al culmine del nostro ridere, tanto ridere porta tante lacrime. Quando mia zia sentenziava ‘sta cosa, io mi fermavo un attimo, a volte dicevo uh!, a volte pensavo azz!, poi ci guardavamo e dicevo la mia: vabbè ma chi se ne frega, intanto ridiamo. Ed è sempre stato così.

Finisce sempre che me ne accorgo di questo alternarsi di belle opportunità e sfighe e della loro correlazione.

Ora questa cosa avviene più o meno in tre modi.

  1. a periodo di grande felicità segue periodo di grande sfiga;

  2. a momento di riso e felicità segue breve momento di malinconia, secondo me dovuto più alla mancanza dello stato di eccitamento della felicità;

  3. commistione e alternanza di riso e pianto, felicità e dolore tutto nello stesso momento.

C’è da dire che il dolore può essere sia fisco che spirituale, la felicità no: solo spirituale. S’è mai visto qualcuno dire uh, come sto bene fisicamente, se non per contrasto? Tipo gli atleti che non hanno acciacchi e una gara in vista dicono sto bene; ma della felicità fisica raramente ci si accorge.

Tutto questo per dire che in questo fine settimana mi sono trovata nella condizione tre, e il mio dolore è stato tutto ed esclusivamente fisico. Devo dire che il dolore non mi ha diminuito la felicità, me l’ha solo fatta percepire in un modo un po’ diverso.

Della felicità parlerò nei prossimi post. Comunque sto notando che ultimamente passo dei gran bei week-end felicità e alè.

Del dolore fisico dirò ora. Veramente non è che ci sia molto da dire. Mi sono fatta male e stop.

A parte un dolore intra budellare che ti lascia un forte senso di nausea e uno spaesamento spazio temporale che ti rende difficile comprendere pure la lingua italiana, sono caduta da un marciapiede.

Ebbene sì.

Scarpa normale con tacco medio e grosso, dunque stabile, marciapiede sconnesso, me ne tornavo a casa carica di roba, appesa alle mani, alle spalle e al braccio. Capita. Stavo facendo le grandi manovre di pulizia. Sono riuscita a rimediare al primo passo falso ma al secondo, la stanchezza, il peso, la decisione istantanea se cado non mi rompo se piego il piede magari sì, sono caduta. Ho mollato o lanciato tutto e sono volata in avanti, il polso destro ha fatto derapage sull’asfalto della strada e il ginocchio sinistro ha fermato la corsa sul marciapiede. Mi permetto di dire con classe, la stessa che ho profuso nell’alzarmi, quando ben tre persone mi si sono avvicinate spaventate. Devono aver pensato che solo le vecchiette cadono dai marciapiedi, mi volevano dare da bere qualcosa. Ma io elegantemente ho detto no grazie, sanguinante ho raccolto le mie cose e mi sono avviata al cancello. Certo poi a casa ho urlato ma porca puttana, ma a quel punto tutto bruciava.

Comunque, in questo fine settimana ho usato bende, pantaloni per nascondere e ci ho camminato su, ballato su, l’unica cosa che non sono riuscita a fare è stato scrivere -anche se adesso ho trovato la posizione del braccio e uso di più la mano sinistra-. Insomma mi pareva tutto sotto controllo. Poi stanotte ho finalmente dormito dodici ore -era dalla settimana scorsa che dormivo fra le quattro e le cinque ore- e devo ammettere che adesso mi fa tutto male. Oggi è il giorno del risveglio dei sensi. Ahi!

capitolo uno_ guarda come gongolo

ovvero, torino on my mind.

premessa. vi scrivo una lunga lettera perché non ho il tempo di scriverne una breve. voltaire

le sette del mattino. sabato. suona la sveglia. apro un occhio. l’altro dice col cazzo che mi sveglio. il primo gli dà ragione e si richiude. c’è tempo per il treno. quadrilatero mi capirà.

quattro ore dopo sono sul treno. e. è un regionale. mi maledico che mi sembra incasinato, puzzolente e pieno di gente. non c’è posto, mi lamento. mi dico, neru proprio tu sei diventata così signorina che vuoi il posto assegnato? sì proprio io. si fa presto a dire io. ed è lì, è in quel momento che devi aprire il cancello del tuo orto. possibile che tu non abbia una prospettiva più ampia, mi lamento con me stessa. chetelodicoaffare se trovo il posto, se c’è il mondo dentro a quella carrozza e mi torna la voglia di vivere. senza profumi, con le storie negli occhi, con l’arcobaleno nella pelle.

non penso a quadrilatero che incontrerò. non ne ho paura. ecco, c’è da dire che io sta cosa del web mica la capivo tanto. le persone sul web sono tante lettere una dopo l’altra, ne conosci aspetti inaspettati ma tutto il non detto del corpo mica lo sai, non conosci le bugie di chi si nasconde a se stesso. che è poi è una cosa bellissima perché per me dà la dimensione del nostro essere al mondo.

all’inizio mi spaventava. non sapevo cosa aspettarmi e come tutte le cose che non si conoscono bisogna scoprire i pregiudizi per poi metterli da parte, oppure è inutile che ti metti in ascolto. la prima volta che incontri qualcuno così, come quando fai l’amore per la prima volta, non va mai tanto bene ma ti dà la misura per quello che devi fare dopo. e io a quadrilatero l’avevo detto: se quando ci vediamo non sappiamo che dirci e ci stiamo sulle balle, che facciamo? massì inventerò qualche cagata da dire mi aveva risposto saggiamente. parola d’ordine: come sei orribile.

e invece no. il mio amico quadrilatero è un tipo simpaticissimo. gesù che risate. satolli di pizza con un sacco di cose ancora da dirci, siamo partiti alla volta della fiera del libro.

ma cosa ti puoi aspettare poi da una fiera del libro? se resisti alle critiche da radical chic puoi trovarci solo sorprese. dalle tre del pomeriggio, non ho fatto altro che essere sorpresa. trovare nightnurse sotto una kappa e myskin all’entrata quando ormai ce ne stavamo per andare non ha prezzo. avete presente una cretina saltellante di gioia? ecco io.

e in mezzo, tutto il resto. da quel figheiro di travaglio -non me l’aspettavo il fascino-, a cofferati che mi ha sorriso probabilmente per la naturale inclinazione politica. e poi ancora libri, di tutti i tipi, parole parole parole. inutili, importanti, interessanti, decorative e di sostanza. la letteratura salverà il mondo, l’ha detto pure quel gran figo di andrea bajani.
e poi le rilegature, le facce, le digressioni e i dibattiti e la fidanzata di quadrilatero che è bella, e che ha un senso degli spazi innato, un’indipendenza femminile di sostanza e un certo bianconiglio che ci aspettava all’entrata dell’egitto. già, pareva il paese delle meraviglie di un paese allo specchio.

insomma in tutta sta giostra alla fine dovevo pure avere un cedimento, no?
sono andata a casa di gap, mi sono infiltrata, gli ho tolto il piatto dalla bocca. mi sono seduta e ho detto che se magna? io gap l’avevo visto solo una volta. voleva dirmi cazzo ti sfrugugli a casa mia? ma alla fine si  limitato a chiamarmi talpa, per questa mia propensione ad infilarmi nelle case altrui a respirarne l’aria. forse l’ho fatto per il gatto arturo che mi faceva le fusa o per il pisello odoroso che era nato nonostante tutto, ché io alla magia della vita mi c’affeziono. forse per il ballatoio sopra un tramonto sincero. forse per la sapiente cucina della paziente moglie. alla fine, dopo i piselli, dopo i carciofi e le fragole, mi hanno portato a bere una birra, carcati sulla macchina del mio amico myskin che avevo lasciato solo alla fiera.

ora, cos’è quella cosa che ti fa sentire a casa, come si chiama?
io al circolo degli harry loman mi sono divertita un sacco. gli harry loman sono un gruppo torinese che suona. mica li ho mai sentiti. chissà se mi piacciono. ma io a questi gli do un bacio in fronte che se lo meritano.

dunque mi pareva tutto troppo bello per finire in gloria. volta la carta e ci trovi gli amici di maria, sarà stato un caso nel giorno del gay pride. non so. quello che so è che per colpa di sti qua io e myskin ci siamo fatti un’ora e mezza di coda in città e siamo tornati alle tre e mezza del mattino. il giorno dopo avevamo appuntamento alle nove e mezza. ma questa è un’altra storia.

un ultimo ringrazimento a quadrilatero per tutto e a myskin che mi ha riportato a casa, che mi ha ascoltato per ore impassibile come un buddha, che mi ha evitato il ritorno in treno con le signorine della notte e che ha sostenuto per tutta la sera e il giorno dopo il mio meraviglioso ruolo di amante.  jules…si scherza eh! 😉

ma siete arrivati fin qui? cazzo!