palermo dicevo è un’idea

palermo è un’idea precisa. prima della città, prima dell’oriundo, prima dell’indigeno c’è l’idea che non è un’idea come un’altra. è un’idea. se fosse cinema e femmina, ti guarderebbe con i capelli rosso fuoco dicendo a voce alta non sono un’idea, vieni toccami. ma palermo non è femmina. palermo è popolo e non è nemmeno cinema; è palcoscenico ché a palermo si dice fari u traggediaturi, e dio solo sa quanto è vero.
soprattutto palermo è luce; è luce di contrasto, bianco o nero; è luce che abbaglia e in quella luce sono entrata.
palermo che amo da sempre e conosco da mai. e io con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così prima di andare che ben sicura mai, non sono sicura mai che quel posto dove vado non m’inghiotte e non torno più.

palermo dicevo è un’idea ma io l’ho vista, ci sono stata. e non c’è più idea non c’è più città.

 


ho camminato lungo le sue strade, dentro ai suoi cortili e ancora fino a perdermi senza cartina, perché la cartina noi la si guarda prima o dopo, mai durante. il fatto è che se non ti perdi non ti stupisci, se non ti perdi non vivi.


m’han detto non andare di notte per certe vie, non andare per quelle strade. io ci sono andata, sì ci sono andata. ho dormito alla kalsa a due passi da dove è nato borsellino . qualcuno alla fine è uscito sul balcone di quella casa che prima era sacrestia e adesso stava dietro a una chiesa e dentro a macerie ma era bella, bella davvero; c’era un cielo blu e una parete gialla. dicevo, qualcuno è uscito sul balcone, ai vicini era stato tolto il gas, l’ha visto e ha visto la bombola attaccata un po’ così con un tubo che viaggiava dentro a un foro, ha detto porca vacca, avrà pensato che lì non eravamo sicuri. la fatalità. la fatalità a palermo è aria che si respira. così quello che aveva detto porca vacca poi m’ha detto fatti una doccia che usciamo. e l’ho fatto, sono scesa, per strada mi sono seduta davanti alla saracinesca di un fruttivendolo così m’hanno servito una grigliata di pesce e dei pomodori cunzati che ancora me li ricordo.

palermo finalmente. alcuni giorni di settembre. le luci, i volti, i momenti. non credo sia una cosa che si ricorda, è qualcosa che è. qualcosa di cui ancora non so scrivere.


non sarebbe stata lo stesso o la stessa se non ci fossero stati i libri. ché quando vai in una terra ci vorrebbero anche i libri giusti. per me adesso questi sono stati quelli giusti:


roberto alajmo, palermo è una cipolla, laterza 2009


leonardo sciascia marcelle padovani, la sicilia come metafora, mondadori 1989


la guida del touring club ché se fosse stata per quella schifezza della lonely planet (sì è una mia battaglia personale!) non avrei nemmeno dovuto mettere piede alla kalsa!


antonio calabrò, cuore di cactus, sellerio 2010

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crescere

Mi dicevano che uno diventa grande quando si dimentica di sé e poi ci resta in quell’essere grande anche se scoccia; dicevano anche che uno diventa grande quando impara ad ascoltare e non solo a urlare di sé. Se tu stai a guardare e a osservare come piace a te non sei grande abbastanza perché non sei finito dentro fino al  buco dello stomaco a quel dolore che muta sé, la curiosità per fortuna è ancora bambina. Questo dici.
Ma che ne sai tu poi. Per me sono una ragazzina grande che gira a piedi nudi per strade di provincia con i cocci in mano e il sorriso fiero di chi non ci crede più ma ci spera sempre giorno dopo giorno.

E’ che a me piacerebbe crescere bene piuttosto. Anzi vorrei crescere bella. Dovrei sapere chi sono per sapere dove voglio andare.

work in progress

devo trovare la mia periferia. scusate il disagio.

[scrivo con una mano ché ho sempre una gatta sul braccio destro e non sono mancina, penso con un solo emisfero l’altro dà strani segnali, ho sognato di volare, mi lacrima un occhio. la mia preiferia non risponde e la parole restano incastrate  fra centro e metà]