l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: luglio 2010

è solo un albero che foglie non ne ha più

sono così lo sai.

salirei sul tavolo a ballare il tuca tuca se non l’avessi già fatto. ero su quella pedana che fa un rumore sordo, con la bottiglietta d’acqua senza tappo ormai vuota, i piedi fuori dalle scarpe. sotto un cielo di stelle e la brezza sulla pelle. come oggi che corro su queste due ruote accanto un campo verde e se alzo gli occhi vedo nuvole cicciotte bianche. l’aria è fresca, il cielo non sa che pesci pigliare visto che c’è il sole e piove. sì ci sono anche le nuvole nere. intanto pedalo e sono felice. già felice. mi vedo da lontano. ci sono molti modi per pedalare, a me piace quando hai la schiena dritta e il vento in faccia, la borsa a tracolla, la musica leggera, i pensieri liberi e lo sguardo attento e mobile. le ragazze su quella macchina si sono fermate accanto a noi. era notte ormai. la tipa al volante mi ha visto, sembrava uno sguardo all’ok corral ma era d’intesa come capita tante volte se sai leggere nei volti della gente, potresti giocare se lo volessi. ha iniziato lei, ha alzato il volume della sua auto. patti pravo cantava di gusto così ho cantato anch’io ché figurati se nella vita faccio la bambola quando non mi va di giocare. mi siete venuti dietro anche voi, poi hanno continuato loro, le cinque ragazze targate crucche ma chissà se lo erano e ci siamo fatti un semaforo così a cantare con le braccia e le teste fuori dalle macchine accostate.
certe sere d’estate sono come le mattine, hanno l’oro in bocca e l’inverno è lontano, l’amore è vicino.

ssshhh.  se puoi parla piano. è una parola che non si dovrebbe dire amore. se vuoi lo puoi vedere. non distogliere lo sguardo potrei non accorgermene.

Considerate la vostra semenza

Ciro ha sessantanni ed è praticamente analfabeta.

Lo so, non vuol dire niente praticamente: lo è o non lo è. Le cose stanno così, lo è e non lo è.

Lo so perché l’ho visto. Anzi, l’ho letto. Mi ha fatto vedere un foglio dove aveva scritto delle cose che dovevano essere nell’ordine: recriminazioni, un lamento di amara angoscia, un’imprecazione, speranze a cui mai si crede e che sono miste all’orgoglio.

Mi ha detto leggi e dimmi cosa ne pensi. Ma non si poteva leggere quella roba lì. Era roba, non era scrittura. Parole inventate o sconnesse, frasi traballanti che al primo alito di vento sarebbero cadute. Ho pensato che non si possono fare recriminazioni in quel modo. O sì?

Ciro comunque è così che scrive ed è così che in parte pensa. È che non vuole smettere di pensare, dice. [fatti non foste a viver come bruti]

Continuava a guardarmi Ciro; voleva la mia approvazione. Mi sentivo in un vicolo cieco. Ciro cosa vuole che le dica? Che con quello che ha scritto finalmente capiranno? Capiranno cosa desidera? Come possiamo saperlo? Mi dica ha fatto tutto quello di cui era capace? In cuor suo pensa di aver capito bene cosa vuole?

Il signor Ciro annuiva, era convinto che gli mancassero forse le parole e i pensieri belli.

Il signor Ciro un giorno ha preso da uno scaffale un libro scartato perché vecchio e logoro. In copertina si stagliava il nome dell’autore: Hegel, il titolo credo fosse “Lezioni sulla filosofia della storia” ma poteva essere benissimo “Fenomenologia dello Spirito”, sinceramente non ricordo quale dei due; ricordo benissimo invece i giorni in cui il signor Ciro veniva da me con vocabolario in una mano e il libro nell’altra a chiedermi conto di alcuni vocaboli. [ma per seguir virtute e canoscenza]

Sinceramente a volte avrei voluto prendere quel suo vocabolarietto e sbatterlo contro il muro pronunciando al contempo una sana imprecazione. Non so ancora cosa mi abbia trattenuto.

La infastidisco non è vero? Mi ha detto a un pomeriggio di sole. Ma no, signor Ciro, non è questo il punto. Però ammetta, aveva continuato, impara cose nuove anche lei. Sì Ciro ho imparato che non so spiegare concetti difficili con parole semplici, che spieghiamo concetti facili con parole difficili e che a volte riportare tutto al terra terra diventa anche più umano, che il mio vocabolario è pessimo e ho imparato la parola olocrazia e su questa parola ci ho riflettuto su, ho riflettuto sulle degenerazioni.

Sono passate settimane e il signor Ciro un bel giorno mi ha detto ho finito, cosa leggo adesso?

Non saprei, gli ho risposto.

Mi hanno consigliato Kant, un titolo con la ragione, pura forse. Me lo consiglia?

No signor Ciro non glielo consiglio ma se vuole lo prenda, si chiama Critica della ragion pura. Lo legga se vuole.

Lo sta leggendo. Qualche giorno fa ha dichiarato che gli si stava fondendo la testa.

Smetta di leggere, gli ho detto.

Ancora oggi lo vedo il signor Ciro seduto su un banco chiaro con un libro, un quadernetto, una penna e un vocabolario. Chino sui suoi testi. Puntiglioso. Dice di imparare parole e che un giorno si metteranno a posto. S’informa su chi era Kant e chi Hegel, ascolta. Ancora non sa scrivere.

ogni cosa è e non è ciò che sembra a prima vista

io c’ero ieri sera.

a volte penso di non esserci abbastanza. sulle cose, sul pezzo.

sulle persone invece è un altro paio di maniche. credo che bisognerebbe starci ma non addosso come serve sulle cose per renderle proprie (forse perché non dovrebbero essere proprie le persone). anche su se stessi non bisognerebbe stare addosso: invece liberare aria (mio nonno infatti diceva che c’è più aria fuori che dentro, ma era per un altro fatto che lo diceva. comunque.) e volare con un sano pragmatismo, altrimenti le idee diventano principi e i principi diventano dictat e poi vengono pensieri tipo di intolleranza.

ad ogni modo io c’ero ieri sera al teatro dal verme. c’è un’iniziativa che si fa tutti gli anni a milano e si chiama “la milanesiana”. incontri, dibattiti musica.

ci sono andata per jonathan coe e per paolo fresu. uno scrittore e un trombettista. “tromba con la scrittura”, una roba da maschi o da sfigati poteva sembrare; è pur vero che con le parole si tromba, se sai contarla su bene ma non di sole parole vive l’uomo.

insomma quello che volevo dire è che la serata ha ruotato intorno ai paradossi. e ne han dette di belle. bella soprattutto la voce di coe: chiara limpida come il suo testo, e tagliente. ha parlato di satira l’inglese col suo humor.

ha detto [qui tutto il testo] che a volte si scrive satira pensando di cambiare le cose e invece si finisce per avere un drappello di soggetti che ti leggono perché la pensano come te e l’unica cosa che si riesce a fare è mantenere lo status quo.

mi si è raggelato il sangue. e adesso? sarà mica vero?

a volte pare sia proprio così. tu fai dici scrivi e le cose cambiano a modo loro. non sai mai davvero come. non sai mai davvero quando. io mi dico liberare il pensiero è una cosa, una cosa bella. perché ogni cosa è se stessa ma anche altro. spesso non è ciò che sembra a prima vista.

così. se avete qualcosa da fare e anche se non avete niente da fare, se il caldo attanaglia, se state abbracciando il condizionatore che poi magari vi ammalate, se state lavorando o siete in vacanza, non importa, trovate il modo per ascoltare chi ho amato ieri sera. liberate il pensiero.

fatelo. provateci.

il piano del cubano omar sosa, le percussioni dell’indiano trilok gurtu e la tromba di paolo fresu. ascoltateli. niente vi sembrerà più lo stesso.

ho smesso di fumare

ti dicono che ci sono libri in commercio. ti dicono che ci sono cerotti adatti allo scopo. chi ti dice che bisogna farlo di botto e chi per gradi. chi ti sfrantuma le palle e chi ti racconta la rava e la fava. poi ci sono quelli che hanno smesso e te lo devono far sapere, quelli che dicono domani ma non sanno bene quale.

c’è chi ha fumato per una vita ed è morto vecchio, chi non ha mai fumato ed è morto giovane per un cancro. il fumo fa male? anche la nutella.

ma non sono pro fumo né contro. per me fumare è piacevole.

è che un giorno ho detto se accade questo smetto. e questo è accaduto. ho smesso. punto. mica sono una sciacquetta.

Il tempo passa e noi dove stiamo?

Dieci anni. Dieci estati, dieci inverni. E le primavere pure. Forse meno sono stati gli autunni, ché a me passano più veloci tranne quest’anno che è stato un lampo da dicembre a oggi e non me ne capacito, schiaccio il freno ma devo aver messo in folle. Forse è grave dal momento che credevo di essere in salita.

Comunque dicevo sono dieci, più o meno gli anni che son passati.

Poi l’altro giorno è entrata Caterina. Signorina c’è un Signore che chiede di lei, lo faccio entrare? Cavolo, volevo solamente finire e uscire, magari mettere la terza, anche al cambio, mi pareva una velocità di tutto rispetto seppur non troppo forte. Mi sono sentita dire sì certo ma non ho prestato attenzione. Ho alzato il volto e mi si è sbiancato. Dieci anni e si è ripresentato dicendo ciao vediamo se mi riconosci.

Certo che ti riconosco. E so bene che della cricca d’amici sono quella che non hai invitato al tuo matrimonio per rispetto a tua moglie -ho capito bene?- e lo hai fatto che eri giovane, che te ne sei andato in un altro paese e che poco dopo l’undici settembre mi hai scritto una mail perché avevi paura degli attentati, che sei quello che mi chiedeva sempre conto delle mie scelte, che sapeva cosa fare quando io no.

Mi hai detto che sapevi di me ma negli ultimi anni di meno. Sei diventato un pezzo grosso, di chiacchiera ne avevi tanta. Mi hai chiesto del passato. La tua vita in realtà sembrava ferma a quindici anni fa, a noi ragazzini amici un po’ cretini. Eravamo solo amici. E le cotte allora erano grandi certo ma eravamo ragazzi.

Com’è che per me il passato è passato e per un sacco di gente il passato è tremendamente presente?

Perché non vuoi sapere chi sono ora e se se sono felice di quello che sono diventata? Perché mi dici che mi vedi un’ottima mamma? E la donna che sono? Che ne sai della donna che sono?