l'alba dentro l'imbrunire

Home » 2010 » giugno

Monthly Archives: giugno 2010

liberare il pensiero

finalmente ho trovato in soffitta un vestito di mussola bianca che si muove fra le pieghe del vento, si atteggia alle lusinghe della brezza.

mi sento molto bella.

l’ho dovuto trovare. la mia testa era diventata pesante. una ragazza di sedici anni mi ha chiesto cos’è la politica e che dinamiche ha, se influisce sulla cultura e come.

le ho sputato addosso un mare di parole, ho fatto le mie congetture, ho detto questo e quello; ho replicato che non è sempre vero. mi sono trovata in un labirinto, mi sono ingarbugliata ma mai contraddetta.

alla fine mi ha guardato con i suoi occhioni grandi dicendo com’è difficile. è complicato sai? e come non lo so? lo so? lo so.

ma che devo fare, mi ha chiesto.

dico, lo ha chiesto a me.

che ne so, volevo urlare. non so dove sbattere la testa io, figurati se ti so dire qualcosa!

poi ho pensato che non è bello rispondere così a una ragazzina.

allora le ho risposto informati e osserva, non dare per scontato niente. libera il pensiero e scava nelle profondità di te. vabbè dai a parte tutte le cazzate cercherei di essere una brava persona.

ma io non so cosa dovevo dirle. davvero non lo so.

Menù turistico

Estate. Ore 13.30

Due turiste alla cassa del supermercato:

  • 2 Coca-Cola light (che schifo l’aspartame)
  • 2 porzioni mignon di Nutella da 30g
  • 2 brik da 1 litro di Tavernello
  • 1/4 di Caciotta da 150g

io e il mio panino al prosciutto e bottiglietta d’acqua ci sentiamo inadeguati.

Dovessero tassare la Nutella sparirebbe anche il formaggio? Non sia mai …

Maria e la morte

Non ho fatto a patti con la morte, l’ho solamente guardata, in faccia. L’ho vista tante volte che mi fa ancora paura; l’ho vista e mi ha riconosciuto. Una volta è venuta da me e se n’è andata, non le ho detto ‘azz vuoi. L’ho guardata e sono stata ferma. Se devo dare un immagine di me direi immobile a fissare. Così l’ho guardata. L’ho fatto perché mia mamma mi ha insegnato a farlo. Ricordo i funerali più di qualsiasi altra cerimonia, ricordo le camere mortuarie.

Non ha il gusto del macabro la mia mamma. Pensava forse che avrei apprezzato di più la vita. Non lo so, so che oggi amo di più le persone. Anche gli stronzi.

Quando avevo due anni, i miei genitori mi hanno portato a vivere in un posto che ha due peculiarità: il maggior numero di laureati per abitante, il maggior numero di suicidi per abitante. Non so se le due cose siano correlate, la responsabile della biblioteca dove studiavo quando ho fatto la maturità disse di sì. Disse che ci facevamo troppe pippe mentali, troppi pensieri in testa che non sapevamo dove mettere. Mi disse studia con determinazione ma vai a lavorare. Ho sempre lavoricchiato. Forse per quello mi sono salvata. Non lo so.

Ho visto tanta gente morire. Ma non ci ho fatto il callo. Ogni volta sto ferma immobile a osservare senza pensieri.

Maria la conoscevo da quando era bambina. Era poco più piccola di me. Schiva e felice. Fino all’adolescenza. Col tempo è rimasta solo schiva. Si è tagliata i capelli, ha eliminato quasi ogni elemento di femminilità. Non la vedevo da tempo. Poi un giorno mi è comparsa davanti. Alzava gli occhi al cielo quando ti parlava. Non un sorriso, non un gesto in più, poco contatto visivo. Leggeva. Non so se avesse ripreso a leggere. Leggeva. Leggeva cose durissime. E io avrei voluto entrare in quelle parole perché fossero più facili, più luminose, avrei voluto tirare quelle parole e farle diventare farfalle.

Deve essere stato un mese fa. L’ho guardata, mi ha sorriso. Ho pensato finalmente.

La settimana scorsa era alla finestra. Ottavo piano. Deve aver voluto sapere com’è volare.

Rosalba dice che ci vuole coraggio per lasciarsi andare. Dice che non è facile, che il nostro istinto di sopravvivenza è più forte.

Dici che era una ragazza che aveva coraggio? Mi ha chiesto.

Non lo so Rosalba. Non so niente.

E ripenso al tuo sorriso piccolo fiore di campo.

essere blogger

io dico che è troppo vero! qui.

De Crescenzo

è un fatto che a volte non scrivo io sul mio blog. però non lo capisce nessuno. poco male. comunque adesso lo puntualizzo perché si dà il caso che l’autore di questo post, il quale HA un SUO blog ma evidentemente gli piace pisciare su quelli altrui, dicevo, l’autore del post oggi compie gli anni. tantissimi anni. è vero che sembra giovane e che si sente giovane ma questo non cambia. ho capito che l’età personale è una cosa, quella all’anagrafe non se la caga quasi nessuno, mentre l’età percepita dagli altri è tutt’un’altra cosa. mi riferisco sì al fatto di sembrare giovani o vecchi agli occhi degli altri ma in relazione al presupposto che esistono età sociali: per dire, se hai una certa età ci sono delle cose che devi aver fatto e altre che non devi più fare, pena la pietà -se ti va bene-. ma chi l’ha detto?

ad ogni modo: TANTI AUGURI ZUNSTRAAL e ricordati che pure tu hai un blog!

abbracci sparsi,

la tua amica neru [alla quale, ricordo, hai sfracassato quel dì a roma un piede…]

***

Passati i 25 lo scorrere del tempo ha assunto un altro significato. Più che altro rapido!
Ancora ricordo come ieri gli inutili discorsi fatti per cercare di far desistere la mia ragazza dell’epoca dall’assurdo proposito di mollarmi!

A 15 anni, parlando con la mia fidanzatina dell’epoca di come sarebbe stata la nostra vita da li a 10 anni, dicevo che mi vedevo vecchio, con un lavoro, sposato e con figli. Ma soprattutto mi sembrava qualcosa così distante che non valeva la pena pensarci. Ai 25 invece ero uno studente che se la prendeva comoda e che a una vita di responsabilità non ci pensava proprio. A 25 anni di contro mio padre si è sposato e poco dopo sono nato io. Ed è ai miei 25 anni che sono cominciate le pippe mentali del “alla mia età mio padre aveva già …

Ai 28 mi sono ritrovato la stessa caviglia di Van Basten a 28 anni.
Ai 29 è stata la volta del “sono più vicino ai 40 che ai 18
Ai 30 mi sono quasi consolato con “sono più vicino ai 40 che ai 20
Ai 31, beh tralascio per non essere banale.
Ai 33 sono cominciati i paragoni con Cristo.
Ai 35 la triste constatazione che ero più vicino ai 50 che ai 20, oltre a pensare “aaahh Dante … mavvafanculo va!
Ai 36 mentre mi dimenticavo cosa fosse la vita senza la patente, realizzavo che avevo passato la maggior parte della mia vita da maggiorenne piuttosto che da minorenne.
Ai 38 l’apoteosi del “cazzo quest’anno c’è gente che fa la maturità che nasceva quando io facevo la maturità!”
E qui mi fermo.

In televisione passa uno spot con una tizia che fa “quest’anno sono 40, sarà il caso che mi cerchi una palestra …“, beh manca ancora un pochetto ma non troppo, però sarà il caso che cominci a cercarmene una anche io dal momento che sono un po’ troppo out of shape per i miei gusti.

A parte questo la gente fatica a darmi più di 30 anni: sarà che ho 5-capelli bianchi-5 che non si vedono (lo scorso anno comunque erano 3!). Però è innegabile che stia invecchiando. Anche se ascolto ‘forever young‘ tutti i giorni, sto invecchiando (infatti “forever young” è una canzone del secolo scorso).
Lo vedo purtroppo nelle facce di chi mi sta attorno, specialmente dei miei ex compagni delle elementari che fortunatamente incontro molto raramente (ma guarda se 30 anni fa E. doveva preferire sto vecchio pelato a me!).

Sto invecchiando! Anche se la Wii mi dice  dimostro 27 anni (oltre a ‘cazzo, butta giù la panza!‘), invecchio!

La cosa che mi fa specie è che ho cominciato a scrivere questa cosa sul cellulare per riempire il tempo nella mezz’ora di metropolitana che mi aspettava dopo essere rimasto sconvolto dall’incontro con una persona.
Esco da una libreria e incrocio sto vecchio, ‘cazzo l’ho già visto!” torno sui miei passi e lo vedo meglio: passo lentissimo, accompagnatore, sguardo perso ‘… ma cristo è Luciano De Crescenzo … azz che finaccia che sta facendo!’. Era un po’ che non lo vedevo in giro (ergo, tv). Come passa il tempo!

Che merda invecchiare!

E porca puttana la caviglia mi fa di nuovo un male cane!

se famo du spaghi [ovvero italia sob italia prot]

ci ho pensato la notte ma non occorreva pensarci di notte. tutti lo sanno. è alla luce del giorno. magari lo dicono e magari anche no ché non lo si sente dire in giro abbastanza.

e cioè.

se stai in italia a due cose devi fare il callo.

uno. non ci sono cazzi, questa è la terra del clan. non della famiglia -i grandi valori della famiglia seh…-, non dell’individuo, non dello stato è la visione sociale ma quella del clan. se vuoi far parte di qualcosa devi entrare in un clan.

due. è sport nazionale fare i conti in tasca agli altri. prima ancora di respirare.

occhei, io ci scatarro su. chiamatemi perdente. non importa. ho sempre me.

“oh l’amour”, ovvero Ciccio

Lei ha sempre detestato che mi riferissi al suo ragazzo, o comunque al ragazzo di chiunque altra, con l’appellativo di Ciccio.
Quantunque qualunque buon dizionario riporti alla voce Ciccio la seguente definizione: nome generico di fidanzato altrui, Lei non lo accettava.
Nonostante l’indubbia utilità Lei disapprovava.

Certo la versione femminile funziona meno, ma è innegabile che al maschile la parola Ciccio è di facile utilizzo e di immediata comprensione:

come sta Ciccio?
Ciccio che dice?
Dove andate tu e Ciccio in vacanza?

etc.
Se poi i Cicci sono tanti è possibile creare delle forme contratte con il nome in modo da individuare immediatamente il particolare Ciccio in questione: nel caso di un Ciccio di nome Ermanno si può usare Cicciomanno; se invece è Galileo, non di meno si ha un Ciccioleo che risponde perfettamente alla bisogna; qualora il Ciccio fosse Marcello, ecco spuntare un Ciccello che risolve i problemi. E così via.

Però Lei no! Ciccio non le stava bene.

Per cui quando mi ha riferito che aveva posto termine all’ultimo periodo di zitellaggine con l’introduzione di un Ciccio di nome Manolo, mi sono ben guardato dall’usare un normale e giusto Cicciòlo – mi raccomando, la prima O è aperta, come ghiacciòlo.

Era dura digerire il nome – figuratevi se con l’abbondanza di Cicci che c’è in giro sto a ricordarmi tutti i nomi dei fidanzati passati, presenti e pure futuri delle mie amiche quando posso usare un generico Ciccio (infatti la definizione di Ciccio riporta appunto: nome generico di fidanzato altrui) – perciò per estensione stavo cercando di abituarmi a chiamarlo DeGayardon.
In effetti de Gayardon si chiamava Patrick, ma dal momento che mi stavo arrampicando sugli specchi decisi di rimanere in tema.

Voi non potete immaginare cosa, quando un paio di settimane dopo Lei mi disse che lui, Ciccio, in intimità la chiamava Ciccia!

– E tu come rispondi?
– … … ciccio

L’apoteosi!
Voi non potete capire come mi si è semplificata la vita da allora. Il ciccio è stato sdoganato!!!

Almeno fintanto che Cicciolo esiste.
Non dovesse, so già che dovrò eliminare dall’alfabeto stesso sia le
C che le I che le O

nazionalità

premessa: mi scambiano spesso per qualcun’altra.

argomentazioni alla premessa: ho sempre avuto una sosia che bazzicava nei miei stessi luoghi. se ognuno di noi ha sette sosia sparsi per il mondo io dippiù e mi seguono.

svolgimento: esco dalla metropolitana, mi dirigo alla stazione delle biciclette -sì dove abito esiste una stazione delle biciclette, finalmente qualcosa che ci avvicina alla civiltà-. una signora bionda sui quarantacinque cinquant’anni si avvicina parlandomi. non afferro, sono intenta a slegare la bici.

scusi? domando.

sei ucraina? mi chiede in italiano.

no. rispondo. perché? sembro ucraina?

mah, è che sono le nostre ad andare in bici.

O_O

abbozzo un mi dispiace senza sapere perché. salgo sulla mia bici felice del vento che mi passa fra i capelli e della compilescion che sto ascoltando. cose da matti.

ma perché eliminare la classe media?

in italia si sta facendo di tutto per eliminare la classe media e si sa i poveri alimentano i ricchi nella liquidità e nello spirito. ma perché ci va bene? ché così come stanno le cose è evidente che ci va bene.

intanto io sputo per terra, alzo lo sguardo, mi giro e apro la porta. lo so davide, fai bene a restare. resterò anch’io. non chiedermi di chiudere quella porta. ho la nausea. sallo.

e va bene parliamo di paura

non è che uno deve superare la paura perché la paura è una cosa cattiva.

anzi è una roba che salva.

credo che la si debba affrontare.

prendete i mici miao qui che adesso vivono con me. questi stronzetti vanno a rosicchiare i fili del telefono e del modem manco fossero topi. eh no, ho detto, questi mi si fulminano e poi mi tocca fare polpette di gatto. non va bene. hanno paura di altre cose, come dei rumori improvvisi ché se li hai in mano -i gatti non i rumori- fuggono via e scappando ti fanno uno sfregio da pirata, nel senso che poi sembri in pirata delle mille battaglie.

comunque dei fili elettrici non hanno paura, no. io sì. allora la mia amica ariel mi ha spiegato come fargli paura. li si prende per la collottola, si pigia il musetto a terra e gli si dice -in modo animato- no!

bon, l’ho fatto. si sono offesi. pazienza.

insomma la paura ci mette in allarme, la paura ci proietta verso il futuro purché non ci scoraggi e ci immobilizzi nel presente.

ma non è questo il punto secondo me.

il punto è che col tempo, in questa società di sfigati, la percezione della paura è cambiata. come se ci avessero anestetizzato dalle paure reali, vere, quelle che ci permettono di vivere, alimentando le paure che ci fanno morire.