tu m’hai detto non lo fare e ti sto ad ascoltare ma lo farò, o no?

c’è questa cosa che voglio prendere un gatto. forse due. è probabile che saranno due.

ma non è questo il fatto.

a parte che il gatto o i gatti arriverebbero a breve per quelle strane coincidenze della vita a cui mi piace lasciarmi andare come le maree, sennò è inutile che t’affanni.

dico. è già tutto così difficile che programmare ogni cosa mi pare una non vita.

ché poi. ci sono cose che si inseguono, cose che si assecondano, cose che si rifiutano e bon. ogni tanto mi faccio un pianto e con lo sfogo sono a posto.

insomma, il fatto è che tutti a dirmi gli enormi svantaggi di avere un gatto in casa; soprattutto se rapportato a me.

magari è vero che gli altri mi conoscono meglio di me. o magari è vero che si preoccupano per me. o magari è vero in senso assoluto che non sono fatta per quel tipo di cura e custodia. e in effetti non sono per la custodia, piuttosto per la cura. ma io mi domando chi è in grado di conoscere le misteriose alchimie che aleggiano nell’aria. e questa storia del non si torna indietro, come se ci fossero solo i tasti ff o rew.

è vero che non ho ancora il gas in cucina perché non ho voluto fare la richiesta per tempo (no, non è che non mangio o mangio tutto freddo o mi sfondo di pizze e kebab, no). ed è vero che sono già in ritardo per la riunione di questo pomeriggio.

ma non è nemmeno questo il punto.

non riesco a decidermi se tutte queste critiche e questa paura che mi riversano addosso a nemmeno un mese dall’arrivo dei gattarelli non mi possano che far bene, o mi siano del tutto indifferenti.

***

di fianco la foto dei gattarelli il giorno in cui sono nati. notizie attendibili dicono che dovrebbe venire a stare da me il primo a sinistra, quello nero, che con ogni porbabilità si chiamerà tazio. sono aperta a suggerimenti circa il nome.

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hai ragione anche tu questo io lo so

recensioni lusinghiere sull’ultimo film di soldini “cosa voglio di più”.

che bello.

ci ho portato gli amichetti recalcitranti. hanno detto che mi avrebbero frustato se non fosse stato interessante. non mantengono le promesse per fortuna.

due o tre cosette a cui ho pensato vedendo questo film.

uno. ad andare a cercare i nessi.

me undicenne. mi sono vista uscire dalla mia camera mentre canto a squarciagola “hai ragione anche tu, nananananàààà, cooooosa voglio di più, nanananàààà, un lavoro io l’ho nananananàààà” e arrivare davanti a mia mamma con i pugni chiusi le braccia alzate, la testa un po’ piegata, guardarla e continuare con la facciaaccartocciata “se tu non hai mai visto un uomo piangereeeeee, guardami, guardamiiiii, voglio aaaaannaaaaaaaa, voglio anna”.

due. ad andare a cercare le location.

il film è ambientato a milano e nell’hinterland. e già questa ultimamente mi pare una mania ché milano sta diventando un set, ma perché?

appena seduti, abbiamo sporto le tesotolone dalle poltroncine scomode -l’unico difetto dei cinema dell’hinterland a parte il freddo e l’audio ma qui ci sarebbe da aprire un capitolo e ora no, non è il caso-, dicevo, ci siamo sporti a guardare l’amico cipì sussurrando a voce alta ma è casa tua! cipì un po’ pensieroso ha chiosato con ehcazzo ecco cos’erano tutti quei camiòn sotto casa! quando si dice la perspicacia. cipì è uno che notoriamente si fa i fatti suoi e anche se gli passa accanto la regina d’inghilterra abbozza solo un cenno con la testa come a dire sì ma adesso non mi scocciare e se è in luna buona può anche tirare fuori un ‘alve.

tre. ad andare a cercare le amicizie che contano un piffero.

anche fulì vanta legami col regista. alla fine dell’aneddoto mi sono scocciata. dopo dieci minuti per me guardare sto film è stato come andare dalla vicina a faredu chiacchiere.

quarto. ad andare a cercare la trama del film.

allora. mettiamola così. è una storia che non fa notizia ma che diresti quanto è vera. di cosa si parla quando se ne parla?

di lui che ha due figli, pochi soldi e le solite responsabilità.

di lei che ha un fidanzato brutto, bravo e buono, ha un lavoro, soprattutto ha una sorella che fa un figlio con un uomo poco attento e solo allora, solo allora -che poi è l’inizio del film- scatta l’occhio di bue su di leiprotagonista a chiederle: ma allora tu che aspetti?

finisce che lei e lui s’incontrano per caso e altrettanto per caso s’innamorano. scopano alla grande ma dicono che più di tutto si amano. di relazione affettiva se ne vede poca a parte quella sessuale. peccato che poi vadano in paranoia per il senso di colpa che si portano addosso.

corollario al punto quattro.

sì soldini ci ha mostrato una realtà comune. tragica? forse, ma non tanto. sì soldini pare non dare un giudizio e invece lo fa. un giudizio da morale perbenista. perché non è vero che emerge quanto la passione o il desiderio sia più forte di tutto. emerge in modo sconcertante il senso di colpa. è vero che molti uomini scappano quando i figli sono piccoli perché non ci stanno dentro, è vero che se una donna non vuole fare un figlio con un uomo è perché non vuole quell’uomo anche se ci sta bene. ma è vero solo in parte.

perché la realtà è molto più variegata di così.

ci sono altre fughe, altri amori, altri motivi giusti per prendere in mano la propria vita.

non ci sono slanci per i nostri protagonisti.

avrei voluto più visione. avrei voluto più respiro per il film.

cinque. ad andare a dare i giudizi a muzzo.

o soldini è stato bravo a raccontare una società così come si vuole vedere -perché solo raccontandosi è più facile andare avanti-, oppure avrebbe potuto raccontare una storia più aperta così come è la vita. tipo quella vera di frank lloyd wright e mamah cheney come la trovate nel libro “mio amato frank” di nancy horan.

sei. a voler fare la maestrina.

a soldini dedico la prefazione di henri laborit al proprio libro “elogio della fuga”.

“quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. e in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme. rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

forse conoscete quella barca che si chiama desiderio“.

sette. a voler parlare di me.

io che sono una che resta sono fuggita un sacco di volte. a ben guardare direi che mai fuggo per paura, mi dico che è per la giusta distanza. di solito la paura mi fa restare, soprattutto immobile. è che cerco la giusta distanza da tutto anche da me.

per fare gruppo bisogna saper rispondere alle domande?

dice che sono tanti ragazzi.

mi ha richiesto un mio libro che gli ho dato tempo fa.

il libro promette, esordisce col titolone “leader efficaci” e continua bene. l’ha scritto un certo thomas gordon.

non ti salverà gli ho detto. ma mi aiuta ha risposto. certamente ho continuato. poi speravo fosse finita lì.

invece no.

è arrivata la domanda sanguisuga, quella che non te la scolli di dosso. cosa mi consigli? seguita a ruota da cosa devo fare?

il mio volto ha assunto la forma della domanda: eccheneso io? ma siccome sono cresciuta nell’era del trivial pursuit, ho dato una risposta formaggia, arancione per essere precisi. ma non so se ho vinto, se n’è andato col sorriso e la speranza di poter leggere quello che non aveva letto del mio libro. odio avere sempre ragione!

la risposta?

bisognava scegliere fra: ascoltare, farsi domande, incoraggiare la fiducia in se stessi.
qualche idea?

lo so

un giorno mi hai preso come fa il vento alla schiena

c’era un cielo normandia basso come brunetta, non come lui tronfio ma gonfio come la panna montata delle bombolette, lo sai, preferisco quella del pasticciere

il sole scaldava anche le pietre

a ben guardare il mare mareggiava, il vento ventolava, la spiaggia spiaggiava, l’aria arieggiava

l’odore del mare a volte sa essere grève

ho dovuto voltarmi, vederti e scoppiare a ridere.

chiamale se vuoi buone premesse.

prove tecniche per essere una che sa scrivere di cucina

lo ammetto pubblicamente. mi sono imbucata a un pranzo di in forno a sinistra.

cioè questi scrivono ricette divertenti sul blog e poi un giorno qualunque si trovano in una cucina gigante, una di quelle che luccicano d’argento ma sono fatte d’acciaio con i cassetti che contengono meraviglie come questi coltelli colorati.

una roba che minimo minimo dici vorrei cucinare anch’io. infatti l’ho detto. ma lo fai per spocchia e un po’ perché se sono già in tanti magari fai solo bella figura e ti lasciano stare. infatti è stato così. no tu no, m’hanno detto. e perché? perché tu non scrivi sul blog.

donc.

fatto niente e mangiato tanto.

ma le cose belle quanto durano? m’hanno intimato che se voglio mangiare ancora devo scrivere ricette sul blog.

ora io ho appena traslocato alla piccola dresda. ma prima, appena entrata nel mio monolocale -quello che sembrava una casa delle fate e ora solo una discarica abusiva- ricordo benissimo che mi riproposi di voler mangiare sano e misi su un minestrone. il minestrone era ghiacciato perché arrivava diretto dal congelatore di mamma. ho pensato e che ci vuole? ho messo su la pentola con quel cubo di ghiaccio e un po’ d’acqua -non so, per non far attaccare il ghiaccio?-. la cosa si faceva lunga allora mi sono seduta sul divano a leggere. mi sono svegliata quando ho sentito odore di bruciato.

boh forse devo migliorare. o forse possono avere pietà di me. mumble mumble.

[le foto dovrebbero essere di oltranzista e sammy]

era un giorno di primavera

nei posti dove puoi morire è facile trovare la vita.

se n’è accorta questa primavera camminando lungo i corridoi e le sale di attesa stracolme di brusio.

l’è sembrato di scorgere sguardi carichi di caparbia attesa e lucida determinazione. perché arriva un momento in cui devi sapere cosa e come, e quando sai devi vivere il tempo che c’è.

ha notato un’aria scanzonata di gente che va a prendere il caffè, di gente che legge, di abbracci sbucati fuori da una voglia irrefrenabile. una coppia sta in silenzio seduta, poi l’uomo si mette a guardare la donna e le sussurra qualcosa all’orecchio, di colpo la donna scoppia a ridere e lo colpisce a mano aperta sulla spalla.

la ragazza che cammina lungo i corridi con aria interessata si è guardata attorno, sono anni ormai che li percorre e ogni volta le piace osservare la vita dove non ti saresti aspettata di trovarla.

non è mai stato così difficile per lei stare lì, incontrare quella gente, diventargli amica a volte, a volte conoscere la loro vita oltre quelle mura. poi sì, diventa più duro salutarli così un giorno per caso e non rivederli più.

la ragazza che cammina mentre pensa e appare serena si è chiesta quale momento difficile metterebbe nel piatto. li ha contati in una mano, ha tirato fuori la carta legata a quel luogo. è inaspettata, avrebbe detto un’altra.

allora torna indietro di molte primavere. torna nella sua vecchia camera da letto. un giorno qualunque di sole all’ora di pranzo. lei di spalle a sua sorella seduta su una sedia.  sua sorella le dice di farlo e di fare svelta. lei comincia a tagliare la chioma bionda che quella ragazza ama tanto. c’è un silenzio innaturale, un respiro profondo. appoggia le forbici e imbraccia il rasoio. tentenna. sua sorella le dice coraggio, non voglio che i miei figli mi vedano così, torneranno presto da scuola.
comincia a radere e le viene un nodo in gola. non è il caso. è una questione di attimi. la testa è ormai lucida, resta ferma, sferra una carezza, si abbassa fino all’orecchio di lei e le sussurra che è ancora bella, lo sarà sempre. prima di uscire le infila in testa una parrucca, si guardano negli occhi per dire, va bene si inizia.

meritate attribuzioni

personalmente voglio bene alla keller editore. sin da quando ho amato il paese delle prugne verdi di herta müller prima che diventasse premio nobel. e l’ho promosso a destra e a manca, e, come si dice, ho scassato la minkia ché sapevo essere un ottimo libro. credo anche che comprerò gli ultimi due volumi pubblicati.

però.

se la keller editore annuncia l’arrivo della müller in italia a giugno e per farlo prende una fotografia da flickr ché magari pensa a quanto grande è ‘sto sito e fra tutti gli utenti che ci sono, chi se lo cagerà mai un certo kapa. poi che nome è kapa? e andò sta ‘sto kapa? bisognerebbe avere proprio una sfiga pazzesca perché il signor kapa beccasse giust’appunto la sua medesima foto sul sito di una piccola casa editrice.

signori della keller volevo annunciarvi che la sfiga è ovunque. soprattutto è sempre dietro l’angolo.

no no no, cari signori. non è bello mettere la foto di qualcuno senza nemmeno citarlo.

sì lo so che sembra una foto banale scattata per caso, e che la müller ha sempre la stessa espressione. ma io in quel momento lì della vita della scrittrice ero davanti a lei di fianco a kapa. galeotta fu la bottiglia d’acqua che scassava le palle perché non si riusciva a fare una foto decente. ma tanto io non sono la fotografa. il mio mestiere è quello di trovare.