beati i poveri

confesso di aver letto il libro per curiosità e non per interesse, di averlo trovato brutto seppur valido in alcuni punti.

si tratta di “ho visto partire il tuo treno” di elsa de’ giorgi perché non sapevo ancora della relazione amorosa intercorsa fra lei e calvino a metà del novecento; mi era stato detto che lei aveva pubblicato stralci delle segretissime lettere amorose che lo scrittore le aveva inviato. così ho sfogliato il libro.

a parte il fatto che non mi sarebbe dispiaciuto se la signora avesse peccato in umiltà, le riconosco la necessità di raccontare qualcosa che poteva essere lasciata solo al pettegolezzo, e di raccontala nel modo che le sembrava più congeniale.

bene.

ma una cosa non sono riuscita a mandare giù. una frase che da quando l’ho letta mi ritorna su come fanno i peperoni che per una settimana mi si ripropongono e hai voglia a masticare cicche, bere acqua, vino, birra, a volte coca cola di cui si conoscono le portentose conseguenze, no quelli tornano su e non c’è verso di cacciarli fuori.

è una frase che forse avrei accettato se fosse stata scritta in anni più antichi ma il libro è del 1992, decennio in cui credevo che gli uomini fossero tutti uguali, che potessero avere pari opportunità, che l’individuo era prima di tutto uomo poi uomo sociale.

la signora de’ giorgi, ricordando un episodio dove era presente elio vittorini, riferendosi a lui, scrive “l’offesa della sua povertà”. OFFESA? cioè la povertà è un’offesa? lei sostiene che, proprio per le umili origini, vittorini non era in grado di apprezzare appieno la collezione d’arte del marito che per altro aveva ereditato dalla nonna e di quello campava.

ci ho pensato anche l’altro ieri, mentre ero a palazzo marino e osservavo un’afro-peruviana di umili origini e di poca cultura scolastica guardare estasiata un arazzo, per poi farmi notare gli affreschi poco lontano.

riporto parte del paragrafo dove è scritta quella frase, ché magari mi sono confusa o sono stata troppo severa. sai mai nella vita.

“E di questo, un intellettuale sensibile come Vittorini, che dell’offesa della sua povertà d’origine aveva informato la propria ideologia, era ben conscio; sentirsi chiuso nella garbata, sottile, spesso umoristica descrizione dei singoli pezzi da parte di Sandrino poteva renderlo molto scontento di lui e di se stesso. E soprattutto stanco”.

Tratto dal libro

Elsa de’ Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, Leonardo 1992, p. 12.

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