l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: aprile 2010

volevo dirti

è il solito annoso problema della fiducia in se stessi.

[non so se serve un rimedio]
[so che in ogni caso servirebbe un poco di concentrazione e tanta spericolatezza -qualcuno la chiama pazzia-, è come trattenere la paura reale e librerare la paura psicologica. no, non è la stessa cosa]

beati i poveri

confesso di aver letto il libro per curiosità e non per interesse, di averlo trovato brutto seppur valido in alcuni punti.

si tratta di “ho visto partire il tuo treno” di elsa de’ giorgi perché non sapevo ancora della relazione amorosa intercorsa fra lei e calvino a metà del novecento; mi era stato detto che lei aveva pubblicato stralci delle segretissime lettere amorose che lo scrittore le aveva inviato. così ho sfogliato il libro.

a parte il fatto che non mi sarebbe dispiaciuto se la signora avesse peccato in umiltà, le riconosco la necessità di raccontare qualcosa che poteva essere lasciata solo al pettegolezzo, e di raccontala nel modo che le sembrava più congeniale.

bene.

ma una cosa non sono riuscita a mandare giù. una frase che da quando l’ho letta mi ritorna su come fanno i peperoni che per una settimana mi si ripropongono e hai voglia a masticare cicche, bere acqua, vino, birra, a volte coca cola di cui si conoscono le portentose conseguenze, no quelli tornano su e non c’è verso di cacciarli fuori.

è una frase che forse avrei accettato se fosse stata scritta in anni più antichi ma il libro è del 1992, decennio in cui credevo che gli uomini fossero tutti uguali, che potessero avere pari opportunità, che l’individuo era prima di tutto uomo poi uomo sociale.

la signora de’ giorgi, ricordando un episodio dove era presente elio vittorini, riferendosi a lui, scrive “l’offesa della sua povertà”. OFFESA? cioè la povertà è un’offesa? lei sostiene che, proprio per le umili origini, vittorini non era in grado di apprezzare appieno la collezione d’arte del marito che per altro aveva ereditato dalla nonna e di quello campava.

ci ho pensato anche l’altro ieri, mentre ero a palazzo marino e osservavo un’afro-peruviana di umili origini e di poca cultura scolastica guardare estasiata un arazzo, per poi farmi notare gli affreschi poco lontano.

(altro…)

info di servizio

scusate, può fare outing chi è arrivato sul mio blog cercando “perché mi escono i capezzoli fuori”?

no, sapete com’è, vorrei stringergli la mano.

segue in ordine di interesse e curiosità “sto bene con le doppie punte”, “sangue filo feci”. ma dico io…

poi vi volevo dire che sono finalmente nella nuova casa, la mia piccola dresda, dotata di collegamento internet appena sfornato, tuttavia senza il mio amatissimo piccì. ne ho uno carino vieppiù ma con dei tastini che le mie dita poverine s’attorcigliano. ad ogni modo, sono nuovamente collegata col mondo!

infine, dopo tredici giorni, finalmente mi sono fatta la doccia ché prima non potevo causa punti. no non puzzavo, mi sono lavata lo stesso. una fatica però, tutta incellophanata, con le gambe fuori dalla vasca ma tanta schiuma comunque. sì devo dire che ha avuto il suo perché. c’è da dire che la doccia è insostituibile. ma quanto mi mancava?

mi han detto che per me ci vogliono un paio di schiaffi però dati leggeri.

bene chiudo e ciao.

storie di donne

in un interessante gioco di rimandi sono finita nell’enciclopedia delle donne curata da umberto eco il quale afferma che nell’antichità “per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana”; il che mi ha fatto pensare cosa ci sia di realmente diverso oggi e come siamo progrediti su questo versante in tanti secoli.

sì lo so non ci ho dovuto pensare molto.

qualcuno crede che io sia una post femminista ma non è vero, a parte il fatto che non so cosa voglia dire. ritengo invero di poter conoscere solo me, ed è già un’impresa ardua. perciò posso parlare a ragion veduta della sottoscritta in quanto donna come campione generale.

oggi ho difeso gli uomini. non li ho difesi per bontà. è che è inutile dire che sono diversi quando sono evidentemente diversi.

ma quello che vorrei dire con questo post è segnalare la bellissima storia di due donne, raccontata magistralmente da luisa carrada.

ad ogni modo non credo siano degne di nota solamente le donne molto intelligenti e dotate che non hanno avuto modo di esprimere se stesse in società e farsi conoscere al mondo.

penso alla signora ida, milanese doc dalla tempra dura senza grossi mezzi di denaro e d’istruzione.  oggi mi ha raccontato una puntata della sua storia, di come ha incontrato il marito in tempo di guerra e di come hanno diviso i ruoli in maniera insolita ma così congeniale alle loro inclinazioni, di come guadagnasse più del marito e di come lui fosse contento e soddisfatto di tutto questo, di come gli manchi adesso che non c’è più. sa signorina, m’ha detto, ho avuto tre tumori, ho lupus e un intestino conciato ma il fatto è che se non devi morire non muori; il mio povero marito che stava meglio di me se n’è andato in un attimo. io sto ancora qui e la prendo con ironia, secondo me quello che mi salva è la settimana enigmistica.

bambini al parco*

*-tratto da una storia vera >>> grazie a c. per avermela raccontata e avermi fatto ridere per un’ora buona!-

esterno primavera, interno parchetto-giochi all’aperto. giorno 1.
eroe: andrea
età: tre anni

andrea sta giocando ma il giorno volge al desio. i genitori e la nonna lo guardano estasiati -li vedete i loro occhi estasiati? bene-  puLtroppo sanno che è ora di tornare a casa e chiamano il piccolo andrea che non risponde. si sa, i bambini quando giocano, si perdono nel loro mondo delle meraviglie e per farli ritornare non basta certo un bianconiglio.
i genitori di andrea decidono di adottare uno stratagemma: se ne vanno.
non lo fanno per davvero ma sperano di giocare la carta della mancanza. prima avvisano e andrea fa orecchie da mercante. poi passano all’azione: “ciao andrea noi andiamo!” e s’incamminano.
andrea alza la sua testolina, vede che tutti se ne stanno andando per davvero, fa due conti, si alza e urla ai genitori: “aspettatemi, brutti stronzi!”

***

esterno primavera, interno parchetto-giochi all’aperto. giorno 2.
eroe: andrea
antieroe: edoardo
età di entrambi: tre anni

andrea ed edoardo giocano spensierati, ma la libertà dell’uno va a scontrarsi con quella dell’altro e a una certa età, chissà, imporsi dipende anche da quanto si è “grandi”. prima dei dieci anni pare sia più importante essere “grande”, poi diventa importantissimo aggiungere l’articolo indeterminativo “un” davanti a quella parola e il metro di misura ognuno lo calcola un po’ come può, un po’ come sa.
è andrea a iniziare per primo.

andrea: “io sono grande, io sono grande, faccio la cacca nel water”.
edoardo: “e io mi lavo anche il culo”.
andrea resta immobile, ci pensa su, si gira verso la mamma e dice:
“mamma, ha detto culo!”

la fatica di chiedere informazioni

ora ho io vorrei sapere perché quando chiedo qualcosa a qualcuno, nessuno sa mai niente.

ne consegue che per qualsiasi cosa, dalla più cazzuta a quella più complicata mi devo arrangiare partendo da zero. ma arrivate tutti da topolandia?

allora io buona buona tapin tapina mi ci impegno e sul serio: faccio, disfo, chiedo, mi presento, parlo forbito e a sproposito, vado avanti, torno indietro, con agilità sconcertante faccio mezzo tuffo carpiato fermandomi a metà per cimentarmi in un ballo cherokee e finisco con un oplà perfettamente in piedi -se mi va di culo-.

forte della mia esperienza racconto agli stessi che non sanno un cazzo -dicono- i risultati ottenuti e i percorsi fatti.
ecco che una schiera di sapienti mi risponde con sonori “eh ma certo”, “avresti potuto fare così”, “guarda che…”, “dovevi andare colà”.
a dire il vero, talvolta qualcuno ha la compiacenza di mandarmi colà quando ne ho effettivamente bisogno, purtroppo quasi sempre si dimentica di raccontarmi del drago nascosto dietro la rupe; lo stronzo me lo dice dopo, quando, stupito, mi vede ancora viva.

non stia attento con le sue domande, epperbacco!

ho letto:
“Non esistono domande stupide, solo gente stupida che fa domande.”

ho detto:
fico!

ho pensato:
che dico, il mio cervello batte in testa.

ho concluso:
forse è pur vera l’affermazione di cui sopra ma dare dello stupido è come pretendere di essere intelligente tanto da capire la stupidità, e in fondo siamo sicuri di non risultare stupidi a qualcuno?

allora?
è pur vero che certe domande, certe intromissioni sono due palle grandi che si trascinano per i portici di torino, ma in fondo domandare è lecito, rispondere è cortesia. certamente si può discutere sul modo. è che le domande, secondo me, hanno un certo senso di democrazia, un certo senso di chiarezza anche personale, insomma non mi lasciano fare tutto quello che voglio. democrazia è anche controllarsi a vicenda.

signori cominciamo a fare politica?

oggi mi han detto ma allora sei di destra!
solo perché spero che finiscano le fanfaronate e finalmente si riaccenda uno straccio di discorso politico?
personalmente sono contenta che fini cerchi di riprendere dignità. sono stanca di adolescenti che non hanno voglia di prendersi responsabilità, soprattutto sociali.

e se lo dice l’oroscopo… chiedimelo ora

>>> Ti consiglio di rivolgere queste parole di sfida alle persone che vorresti conoscere meglio: “Pensate di sapere tutto di me, ma in realtà conoscete solo qualche intrigante frammento della mia personalità. Volete scoprire il resto?”. Se qualcuno ti sembra interessato, portalo a fare un viaggio magico che non dimenticherà mai. Rivelagli alcuni aspetti di te.

bè se lo dice rob brezsny su internazionale…

avanti, cosa volete sapere di me?

adesso o mai più.

è sicuro che chiunque conosce solo qualche mio piccolo frammento intrigante e niente più. sì anche te.

sono tornata

dirlo entrando con gli occhi seducenti che indagano l’ambiente.

il cuore è rimasto in sospeso mentre percorrevo il viale verso casa. ho sperato che qualcuno mi stesse aspettando.

tornare senza qualcuno che ti aspetta, è come non farlo; è un’inutile susseguirsi di istanti tristi.

seduto sulla sedia ulisse con in mano una birra.

– penelope, dove cazzo sei stata?

– a fare la spesa

– ti sei divertita e hai vissuto mentre ho arato tutto il giorno

– ho comprato storie

– e io?

– hai curato che crescesse la vita

i maschi sono sempre un poco bambini quando non li consideri per un tempo che ritengono troppo lungo. richiedono attenzioni. così quando torni, racconti e ascolti il giusto o l’attesa è stata solo un inferno di solitudini immeritate. poi tornare a vivere nel posto dove sei sempre stato. e scoprire che non sei mai stato altrove che a casa.

ho cominciato a svestirmi in corridoio.

– dai andiamo a letto

– telemaco è di là

– che senta, è ora che diventi grande. ti sono mancata?