l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: marzo 2010

la governante di famiglia

interno sushi-mozzarella bar. sera.
atmosfera relax, odore fritto. parole ritrite.

mi chiedono dove voglio sedermi. le opzioni sono:
a. tavolone in mezzo al “mondo” con fiche sedie anni settanta. anche no. troppo centrale.
b. tavolino in mezzo ad altri due occupati da coppiette filanti. bello ma adesso no.
c. tavolino accanto alle cucine vicino a una coppia non ben identificata. vada per questo.

mi siedo e cerco di parlare con la persona davanti a me. impossibile. la coppia accanto attira tutta l’attenzione. la voce di lei sovrasta il chiacchiericcio intorno.

occhio di bue su di lei. il mio.
circa cinquantenne ben tenuta. capello nero liscio trattenuto in una coda. maglioncino senza maniche pericolosissimo a mostrare la carne da scimmia del braccio ormai maturo. la signora sembra messa abbastanza bene però, segno di ore e ore di duro lavoro in palestra. pelle ambrata sufficientemente scura da non essere naturale. tono della voce tendenzialmente sguaiato come l’approccio al suo interlocutore.

ma ora passiamo a lui.
circa sessantenne mal tenuto. braccio ingessato, capo chino, pelo bianco, labbro carnoso. in una parola dimesso.

il passaggio a raggi x è svelto e terribile. lo so, non resisto.

segue conversazione accompagnata da due cocktail e tre sake. quella che l’ha preceduta si divideva in due parti: conversazione da portuali, conversazione da vacanzieri.

lei. ce l’avete ancora la governante?
lui. sì. c’è da sempre. se l’è scopata mio padre. più volte anche.
lei. ma chi? stai parlando di ***?
lui. sì. era per dire che è di famiglia.
lei. era bella?
lui. sì bella. a mio padre piaceva, così porca troia se l’è presa e se l’è fatta.
lei. mentre c’era tua madre?
lui. sì.
lei. e lei sapeva?
lui. ma sì, credo proprio di sì. lei stava al piano di sotto, lui andava al piano di sopra e se la scopava alla grande.
lei. eh noi donne siamo fatte così. lo sappiamo che ci tradiscono, mica siamo sceme. è che se vogliamo tenerci un marito stiamo zitte.
lui. eh.
lei. pensa che col padre della mia seconda figlia, ad esempio, non è che volessi avere un marito. è venuta fuori una bellissima bambina. insomma era quello che ci interessava. ma dimmi la tua casa in toscana è bellissima, no?
lui. mah, sì.
lei. comunque per quei soldi potrei cucinare e stirare, oltre a fare un po’ di compagnia.
lui. come una moglie, allora cosa vuoi i soldi a fare?
lei. certo, farei le mansioni di una moglie ma mi devi pagare che non ho mica lo status di moglie.
lui. mmm
lei. vabbè dimmi come va il tuo ultimo film?

lo schifo e la meraviglia

voi dite che vedo il bello?

no.
vedo lo schifo.
lo schifo delle mie e delle vostre paure dipinte su facce storpiate su risposte senza domande; lo schifo della vostra pedanteria e della mia quando sono stanca e piagnucolo per un po’ d’affetto finto ma è solo me che vorrei amare e forse mi amo troppo e male almeno in quell’esatto momento; lo schifo della vostra querula richiesta di attenzione; lo schifo di prese di posizione su idee da niente; lo schifo di gente che si ferma un attimo ma poi rinuncia; lo schifo di chi lancia il sasso e tira indietro la mano; lo schifo di quando si fa diventare una piccola cosa un muro insormontabile; lo schifo dei ruoli preconfezionati; lo schifo di un perbenismo puritano assecondato al potere; lo schifo di una fede subita e scontata che niente ha a che fare con una fede vissuta; lo schifo quando non si capisce che una risposta non pregiudica un percorso; lo schifo degli umiliati offesi; lo schifo dei servi che si atteggiano come i padroni; lo schifo del mio poco coraggio; lo schifo delle incomprensioni; lo schifo di quando non salgo in piedi su una sedia a urlare; lo schifo di una carezza mancata
 
 
lo schifo è sotto i miei occhi, lo schifo è nella mia bocca; la volgarità è nell’anima.
 
bisognerebbe guardare il mondo col visto aperto e gli occhi puntati, le braccia aperte e i sensi accesi.
 
e dopo tutto questo schifo, dopo tutte queste pietre che se volessi potresti prenderne una e lanciarla tanto per fare, dopo tutto questo schifo, sorrido e mi compaiono piccole rughe attorno agli occhi. e ho ancora tempo per ogni uomo querulo che lo richiede. alla fine m’affretto per paura che la tua porta sia chiusa e invece c’è ancora tempo.

audentes fortuna iuvat

qualcuno sa cos’è la fortuna?

una ruota, un’occasione colta, una donna bendata, cosa?

non so cosa sia.

non so nemmeno se sono in grado di riconoscerla.

ma lasciare la mano scorrere lungo il dorso dei libri, fermarsi su uno piccolo e polveroso, prenderlo fra le mani, farsi trasportare fra le pagine, e finalmente spiccare il volo.

ecco non so. a volte mi sento fortunata.

come gettare distrattamente uno sguardo su una copertina poco colorata, un poco vecchia anche se nuova, e dire tu. ed eri tu. e come un domino saltare dalla mia bocca alle loro orecchie, ad altre mani, mani che avevano bisogno di una storia, la loro storia.

come posarsi su uno sguardo, ritrovarsi a sorridere, passare oltre, voltarsi e abbracciare una schiena. niente altro intorno.

ecco così.

sono una donna fortunata anche se a volte sogno gli aerei cadere. anche se mentre sto per pubblicare sto post mi si spegne il piccì.

marzo xe matto e va de scalso

ovvero dietro ogni scemo c’è un villaggio.

certo che è curioso. è appena passato il primo fine settimana di primavera e mi sono ricordata che marzo è un mese matto. lo sanno tutti, persino le filastrocche. i matti trovano un posto speciale in quelle di marzo.

allora io penso che non dovrei meravigliarmi se a marzo accadono cose matte. matte proprio. tipo che cosa vuol dire che il governo è sceso in piazza? e ha pure dato del matto alla questura per aver diminuito il numero dei manifestanti. cioè litigano con la questura che è “la proiezione sul territorio del dipartimento della pubblica sicurezza che garantisce lo svolgimento, la direzione e l’organizzazione di tutta l’attività della polizia di stato nella provincia”

ché poi sto rebelot per cosa? per non parlare della manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua del giorno prima -se il pdl dice che la privatizzazione dell’acqua è un falso storico mi dica perché ha approvato il decreto legislativo 135/2009-? o della giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie? per confondere i numeri con quelli della maratona? per cosa? eh?

ma per cosa cavolo manifestano? la legalità dello smarrimento? la legalità del ritardo? me lo dovevano dire che sarei scesa in piazza anch’io. in qualche blog del pdl dicevano di andare in piazza per ascoltare il comizio di silvio. e dopo il comizio? un giuramento.

curioso. certo che questi a perdere il potere sono niente.

marzo è matto, lo dicevo io.

e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa, e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.

amo i colori, tempi di un anelito inquieto*

dunque a che punto sto? sono al colore. sono alla graziosa luminescenza del colore. e dunque anche la piccola dresda, la mia adorata casa nuova, sta prendendo forma al colore.

ho due stanze attigue, due stanze che sono due trapezi; i lati obliqui si incontrano; il muro che unisce i due trapezi è stato in parte abbattuto a formare un grande arco squadrato. una delle due stanze è la sala. nella sala ho colorato la base del trapezio di verde. è un verde boston.

poi ho la camera. una parete l’ho colorata di prugna. è un prugna praga.

e c’è l’ingresso. nell’ingresso appenderò una fotografia molto grande in bianco e nero che ritrae un uomo dai capelli bianchi che soffia sulle bolle di sapone. la parete dell’ingresso è grigio lilla. è un grigio parigi.

mi restano ancora due pareti da colorare. una della cucina e la base del secondo trapezio.

se ti metti in mezzo alla sala potrai vedere parte di tutti i muri colorati.

a parte che questa cosa, oltre ad essere una goduria, è anche una figata, devo decidermi a scegliere gli ultimi colori. ho deciso di condividere questa scelta e ho chiesto in giro.

in fondo come dice bruno taut** in un motto preso da paul scheerbart, character is merely obstinacy, i move in all directions.

mi hanno chiesto che colori hai già scelto? ho detto verde boston, grigio parigi e prugna praga. di seguito sono arrivate le proposte.

per la stanza:

bianco niglio

rosso malpelo

giallo/viola los angeles

rosso ferrari ma forse volevano dire ferrara

arancio provenzale

lavanda antibes

malva istambul

iuta art déco

per la cucina:

giallo burro siviglia

pelle scamosciata helsinki

qualcuno ha altre idee che aiutino la mia confusione?

devo far nascere una stella.

prometto che poi invito tutti a cena.

***

** mi ha sapientemente detto la mia amica arkika che bruno taut è un architetto tedesco nato nel 1880 e morto nel 1938, il quale impiegò il colore come strumento educativo finalizzato al “risveglio della consapevolezza”. fece ricorso alle più diverse valenze del colore: il colore come espressione di gioia di vivere, come mezzo per educare alla cultura, come oggetto di identificazione, il colore come strumento creativo a basso prezzo, ma anche come elemento necessario all’architettura moderna. stica.

*amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irresolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del mio respiro. (alda merini)

il falso mito del senso materno

è arrivato prima il figlio. indolente, stralunato, studente di filosofia con scarso scarsissimo interesse. non guarda negli occhi, qualcuno pensa che prima o poi farà un gesto insano. lo so che dovrei stare zitta ma l’ho guardato e dopo averlo guardato non ho potuto chiedergli perché? perché studi quando è evidente che non t’interessa? perché odi la realtà?

poi è arrivata la madre. perfetta tranne un labbro troppo grosso, precisa, sofisticata, tutta d’un pezzo. ho guardato anche lei. mi ha chiesto delle precisazioni sul figlio, su suo figlio. avrei voluto dirle che quel ragazzo è maggiorenne, avrei voluto dirle che era lui a doversi informare sulle conseguenze delle proprie azioni. invece le ho risposto argomentando le precisazioni, le ho detto che suo figlio aveva seguito una procedura che anche lei aveva fatto a suo tempo ed evidentemente senza pensarci vi aveva acconsentito.

infine è arrivata una madre. le brillavano gli occhi. mi ha detto sai sono incinta. le ho chiesto a quanto siamo. mi ha risposto siamo al quinto. sei felice le ho chiesto. tantissimo. ero felice anch’io. tantissimo.

la madre si è girata verso quella donna dagli occhi grandi per annunciarle la sua meraviglia. che coraggio! ci vuole predisposizione, ha detto, io ho subìto i figli. è terribilmente faticoso. ne ho avuti due e mi sono bastati, sarebbe stato meglio nessuno. li ho cresciuti però. sono cresciuti educati almeno.

caro mio lettore che passi di qui, io vorrei dirti che il senso materno non è reale, che vale per alcune e non per tutte. che la televisione, i film, una cultura millenaria che sa bene dove vuole arrivare ci bombarda di queste minchiate, di sposarsi prima che i giochi siano finiti, che mettere al mondo un figlio è bello a prescindere, che da soli non si è niente, che siamo tutte fatte per essere madri.

balle. tutt’al più siamo fatte per procreare. ma prima ancora siamo fatte per essere noi stesse.

se li mettete al mondo per tenervi un uomo, per non sentirvi sole, per dare un senso veloce ma che dura per sempre a una vita che non sapete più di chi è, pensateci bene. pensateci prima. e quando lo fate, se lo fate lo stesso, va bene, contornatevi di madri almeno.

e se invece avete solamente paura. beh, l’unica cosa di cui bisognerebbe aver paura è la paura stessa disse roosevelt.

non tutte le donne possono avere figli, non tutte le donne possono essere madre. non c’è nulla di terribile in queste due affermazioni. è bene che lo si dica.

per tirare su una vita, anche la nostra, ci vuole tantissimo amore o una volontà di ferro.

alla fine, che si sappia, restiamo sempre soli. è bene saper restare con se stessi.

occhei basta, per questo mese ho finito con i polpettoni.

grazie caro lettore che hai tenuto duro. anch’io.

se cercando alice trovo tutte le donne

se fossi nella casa editrice, ho pensato, questo libro lo promuoverei ovunque.

invece la marcos y marcos ha deciso alcune date italiane quasi nascoste per camilla trinchieri.

un teatro comunale a valperga (torino), una villa a monticello brianza (lecco), tre librerie in sardegna, una a palermo, una a firenze e dentro un evento dedicato all’editoria a roma. secondo me le ha scelte più per le location e per le vacanze annesse.

comunque.

camilla trinchieri ha scritto due libri, quello a cui mi riferisco è appena uscito e si chiama cercando alice.

camilla trinchieri è una tizia nata a praga, vissuta negli stati uniti e a roma, è figlia di un diplomatico italiano e un’americana. gli stessi ingredienti che si trovano nel libro.

e allora ho pensato che la casa editrice ha fatto bene a scegliere posti così, come dire, di nicchia. perché la prima cosa che faresti incontrando camilla è chiederle della sua vita, quanto c’è di vero e di suo in quella storia che ha scritto; allora sì che perderesti la storia e i personaggi, ti scivolerebbero dalle mani in una banalità disarmante.

ed è facile che le faranno quelle domande dementi. peccato. deve essere una roba terribile rispondere a certi interrogativi. proprio quando hai lasciato il libro che a quel punto non ne puoi più e ti viene anche un po’ di vomitillo a riprenderlo in mano e sembra magari di parlare di un morto appena dopo il funerale per spiegare perché e come è morto, quando lo vorresti lasciare riposare in pace. qualcosa che se non sei un medico legale nell’anima non ce la fai.

insomma fare domande inopportune a un autore appena ha pubblicato un libro è qualcosa di aberrante, bisognerebbe farle al libro. tipo com’è ad essere sfogliato? che faccia ha fatto la massaia gina quando è arrivata a pagina 195? e il signor achille che ha pensato di alice? ha detto tutte uguali ‘ste donne? e di aldo? credi che non si sia sentito toccato da un uomo così? credi che abbia detto d’un fiato no io mai? che effetto fa quando ti prendono in mano e ti ripongono? ti piace la tua copertina? preferisci una biblioteca o una libreria? quando ti hanno tagliato hai pianto o hai provato un senso di libertà?

perché il libro è bello ma bello bello. non è un’opera narrativa di quelle che dici “caspita!”. tipo che se leggeste il primo paragrafo dell’airone di giorgio bassani mi capireste. ma è una storia bellissima.

si svolge durante la seconda guerra mondiale, è raccontato a due voci: quella della figlia e quella della madre a dodici anni di distanza.

si parla di disfatte, di bene e male, di morte, di buoni e cattivi. se ne parla per mettere tutto questo da parte perché nella storia non ci sono né vincitori né vinti, non c’è bene e male, non c’è solo bianco e nero, tutto si mescola per mettere in luce l’umanità per quello che è.

ci sono profili di donna bellissimi. ne senti il profumo. ci sono luci e ombre e ci sono colori, ci sono odori.

tutte le donne del racconto potrebbero essere una donna sola. ci sono le persone, vere, vive.

se ho naso, il lavoro di editing è stato determinante. c’è un filo rosso che segue tutto il profilo del libro. un filo dolce e delicato che dona dignità alle ombre che alitano lungo le righe.

è un rosso bordeaux. se vi piace il rosso bordeaux e non lo trovate fuori moda, leggetevi il libro. se avete voglia di conoscere le donne, leggetelo; se vi siete detti almeno una volta nella vita che a volte la guerra è inevitabile, leggetelo. non c’è scampo per chi ha certezze. non c’è scampo dalla guerra. come non c’è scampo dalla vita, soprattutto se la si vuole vivere fino in fondo.

alice per me è una donna bellissima. e per questo senza scampo. ma verrà un giorno in cui sarà possibile essere donne bellissime con una via di fuga per tornare a casa.

natale 2010

è pur vero che mi stanno accadendo tante cose che ciò che è successo un mese fa mi sembra roba di un anno fa. sarà per questo che stamattina mi sembrava di essere stata catapultata dentro al natale 2010? mancano i regali però. e che ho fatto questa estate? mi ricordo di aver indossato vestiti leggeri e di aver annusato un po’ d’aria di primavera. lo so perché c’erano in giro gli ormoni. poi più niente. non ricordo più niente. qui è tutto bianco.

con il bicchiere di latte in mano

tu non scrivi più di attualità mi dici guardandomi di traverso. cosa vuoi che scriva, potrei piangere questo sì o potrei ridere. ma servirebbe solamente a sfogarmi.

e chi mi tiene più questa rabbia che ho?

me la tengo stretta allora, pronta a prendere un volo. questa estate la vacanza è dedicata a vedere posti dove espatriare. sul serio? sul serio. i miei amici vogliono aprire una gelateria in spagna e dire che hanno un lavoro che daresti il braccio destro per farlo.

pensavo all’articolo 18. per me ha  un fascino l’articolo 18, quello dello statuto dei lavoratori.

qualsiasi studentello di giurisprudenza sa che l’articolo 18 è stato un traguardo importante per l’essenza stessa del lavoratore. dicevano che si trattava di una conquista. bella conquista di merda se poi un soffio di vento te la porta via. e se ne vola lontano senza che nessuno s’indigni. ma non è sempre così? ti arrabbi per stronzate e poi quando vanno a ledere un diritto acquisito, un diritto importante taci. perché? perché è più facile stare dietro alle stronzate. meno figure di merda forse. non facciamo così anche in amore?

il sondaggio. sì ho pensato al sondaggio che ho messo qui a lato e credo che il vincitore morale sia chi ha scritto che “la cosa che tira di più è la fica”. si parlava di politica.

del resto la maggior parte dei miei lettori dice che la mancanza di dignità dei politici italiani sia da ascriversi alla mancanza di dignità degli italiani. peccato. gli italiani siamo noi. come la storia. siamo noi, padri e figli.

e adesso vai a votare amico mio. con la leggerezza nel cuore.

ma non mi dire che non serve piangere sul latte versato. ho il bicchiere ancora in mano.

  (altro…)

il perché di tutto sommato

parte da adesso la rubrica “scelti per voi”.

libri brevi brevissimi da leggere sulla panchina nelle belle giornate di sole in pausa pranzo o quando cavolo volete -tipo sotto l’ombrellone ma mi pare ancora presto a meno che non siate, bastardi fortunelli, in uno di quei posti tipo sicilia, puglia , calafrica etc.- comunque dove volete purché vi faccia piacere e vi metta in pace col mondo o del mondo vi faccia godere la pazzia.

questo libro è dedicato all’amica scogliera, al suo corso di catalano e alla meravigliosa barcellona che presto mi avrà tra le sue vie. scandalosa! -barcellona non scogliera poretta!-

un consiglio. non li comprate, andate a prenderli in biblioteca; lo dico anche a te sammy che hai un rapporto feticista con i libri!

autore: quim monzó nato a barcellona nel 1952 viene considerato fra i più significativi scrittori catalani viventi. è giornalista. ha scritto canzoni e sceneggiature di film.

cosa si può trovare in questo libro:

micro storie sulla vita sentimentale e sulla difficoltà di comunicazione. uno stile da sceneggiatura. pillole tipo blob con una forte vena sarcastica. a dire il vero pure blob è sarcastico. vabbè.

cosa ne penso:

apprezzabile per la poliedricità della scrittura e la grande creatività -di solito non parlo così giuro-. come un ottimo balletto per esserlo deve sembrare facile anche a un bambino così la sua scrittura appare semplice. dotato di grande sintesi. provocatorio, godibile e amaro-divertente. non lo legga chi ha intenzioni suicide, lo faccia chi pensa che la delusione sia dietro l’angolo. sì vabbè adesso non andate tutti a prenderlo!

adatto a chi:

ama il giallo sole venato di strisce grigio chiaro; ama il prugna e i sapori agrodolci, gli piace fare cenni d’assenso mentre legge, ama veder comparire un sorrisino sulla propria faccia; desidera essere scioccato; se ne sbatte del perbenismo puritano.

uno stralcio:

“ forse è che non mi ami”.

“ti amo”.

“come lo sai?”

“non lo so. lo sento. me ne accorgo”.

“come puoi essere sicuro che quello che senti è che mi ami e non un’altra cosa?”

“ti amo perché sei diversa da tutte le donne che ho conosciuto in vita mia. ti amo come non ho mai amato nessuno, e come non potrò mai amare nessun altro. ti amo più di me stesso. per te darei la vita, mi farei scorticare vivo, lascerei che giocassero con i miei occhi come fossero biglie. che mi gettassero in un mare di acido muriatico. ti amo. amo ogni piega del tuo corpo. mi basta guardarti negli occhi per essere felice. mi vedo nelle tue pupille, piccolo piccolo”.

lei scuote la testa inquieta.

“dici davvero? oh, raul, se sapessi che mi ami davvero, che posso crederti, che non inganni te stesso e, quindi, me… davvero mi ami?”