l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: febbraio 2010

esterno giorno blu notte

l’uomo giovane che si sentiva vecchio, quando chiamò l’ascensore, lasciò inavvertitamente cadere lo sguardo sul suo dito anulare e su quel riflesso d’oro che aveva perso significato. voleva ancora vita si disse, voleva sentirsi libero. da cosa non l’avrebbe saputo spiegare bene. ma la possibilità di scoparsi una ragazza giovane e piena di vita gli sembrava un ottimo punto di partenza.

molti chilometri più in là una ragazza non così giovane e adolescente nei modi scendeva le scale di corsa col cuore in mano. si disse che era la sua occasione per essere felice. certo, lui era sposato ma si trattava di una storia finita le aveva assicurato e quella donna orribile era una pazza. no lui non la metteva in questi termini ma doveva certamente essere pazza per non renderlo felice. quella pelle e gli sguardi che te la strappavano di dosso. era quell’odore misto sigaretta. lui, lui per sempre e fanculo il resto. tutto si aggiusterà pensò sorridendo piano col fiato sospeso, la testa bassa e gli occhi piantati nel vuoto con un solo riflesso.

la ragazza giovane senza sogni pensò di averne esaudito uno aprendo la porta della casa nuova. non importava che lui non ne avesse voglia. non importava che dopo ventitré giorni le avesse detto di non rompere il cazzo.

attraversò quella strada vuota come i suoi occhi. il ragazzo giovane vecchio dentro se avesse potuto sarebbe scappato più veloce di bipbip. ma non poteva incatenato com’era a una comodità ritagliata addosso da anni di amore. sentiva le sue gambe trascinarsi da un indirizzo a un altro e un sapore acido salirgli su per l’esofago.

l’uomo nato con lo sguardo triste si maledisse per aver sprecato le sue occasioni. le aveva amate per un poco. quel poco necessario per scappare. si vide riflesso nel vetro di un bar di periferia e un sorriso amaro gli sfigurò il volto. si ricordò di lei quando un giorno gli disse che stava scappando da se stesso. ma fu un attimo. si oltrepassò e non c’era più.

l’arte delle doppie punte in roy lichtenstein

alla triennale di milano c’è una personale dell’artista newyorkese dal titolo Meditations on Art. resterà aperta fino al 30 maggio. non ci sono i famosi fumetti giganti. no. peccato ma non tanto.


artista, non pittore.
tutti sono concordi nel pensarlo. anche noi amichetti che eravamo lì.
lichtenstein è stato artista non esattamente poliedrico, forse creativo quanto basta per dire che divertente. è stato perché è nato nel 1923 e morto nel 1997.

artista non di genio. innovativo. questo sì. come pittore era davvero pessimo. se fossi negli organizzatori eliminerei quelle robe orrende da quarta elementare fatte passare per esordi. il resto è piacevole e vale un passaggio.

se penso a lichtenstein, penso a luca cordero di montezemolo -quello della ferrari- e a federico zampaglione -quello dei tiromancino-. il primo perché gli assomiglia in modo impressionante, il secondo perché ci insegna come ci ha insegnato il newyorchese che per aver fama nel mondo dell’arte o sei figlio di papà o sei un genio. non c’è del genio qui.

quindi se avete velleità artistiche guardatevi bene dentro. ma bene bene con un minimo di onestà.

a genio come state? non mentite! non lo fate. siate sinceramente sinceri. siete figli di papà? ma quei figli di papà che hanno la noia genetica, che possono vestirsi da alterna con roba costosissima per dire. no? non esattamente? bè cari miei rassegnatevi. si possono fare ancora tante cose.

la domanda è perché lichtenstein si è dato all’arte?
di solito quando qualcuno vuole fare arte dice di farlo per esprimere se stesso. il più delle volte è per darsi un tono. non so. può essere. a volte mi pare che sia proprio così. il nostro artista no. lui dice che aveva bisogno di qualcosa che lo distraesse mentre pensava ai cazzi suoi. un po’ come faccio io quando mi taglio con la forbicina le doppie punte dei capelli.

peccato non sia figlia di papà, allora.
basterebbe anche essere figlia di papi. ho detto a mio papà che non basta firmarsi così nelle email. il mio papà. che oggi compie un sacco di anni.
vabbè papà non preoccuparti, non è colpa tua se da queste parti non c’è del genio, hai fatto quello che hai potuto, ti sei dimenticato dei soldi ma forse diversamente ti saresti dimenticato di me. chissà.

del perché non guardo la tivvù

perché m’annoia, perché è stronza e perché ha logiche che non condivido.

non lo dico con snobberia.

però gli riconosco l’effetto socializzante che ha. di che si parla sennò?

  1. m’annoia

succede. sì, m’annoia a morte. adesso. mi fa fatica.

m’informo qua e là quanto tanto basta per essere sul pezzo.

per dire i miei spacciatori di sanremo sono stati tfm e i twitter di la stradabreve.

ora su sanremo ho solo alcune considerazioni a margine.

sono canzoni già sentite, molte sono orecchiabili. sono quelle che abbiamo sempre chiamato le canzonette da sanremo.

le perplessità sui vincitori, sul televoto, sulle bimbeminkia, sul potere di alcune famiglie e sobre todo delle case discografiche mi fa dire ahah. su principi e principini stendo un velo pietoso.

insomma si sa che sanremo è un’operazione commerciale.

così tu vuoi che ti racconti la favola di cenerentola e poi t’incazzi se cenerentola non esiste. ma dai.

sull’epilogo di sanremo col cuore in mano faccio un applauso e una standing ovation per il post di tuttofamedia:

quindi ha ragione serra quando attribuisce la responsabilità alla costante “educazione al basso livello”? forse. ma non credo sia questo il cuore del problema. perlomeno non più. il pubblico, in sè, non è nè idiota nè intelligente. il “pubblico”, in sè, non è niente, non esiste. sì, puoi indirizzare, manipolare o educare la massa di spettatori, ma questo è ciò che andava bene negli anni ’50. il giusto approccio alla televisione, oggi, 2010, a mio avviso non può che essere uno e soltanto uno: dare allo spettatore la possibilità di scelta. pensiero di una banalità sconcertante, ma evidentemente poco condiviso. i dirigenti -coloro che dirigono- hanno la responsabilità di guidare lo spettatore -ognuno diverso dall’altro- fornendogli più strumenti per formarsi delle idee. punto.

ecco quello che vorrei dalla televisione.

una piccola riflessione sull’educare al basso livello evidenziata da michele serra. io non sono d’accordo sul dire e ridere dell’effetto educativo della televisione. educa? no. socializza? sì. sposta i consensi? sì. fa muovere delle economie? sì. dai non prendiamoci per il culo por favor.

sono d’accordo con tuttofamedia che deve essere poliedrica e pluralista. stop.

sarebbe bello che la televisione non raccontasse favole. le favole, come si disse tempo fa in altri luoghi hanno la morale, ci dicono cosa dovremmo fare e come dovremmo pensare. io dico che non siamo più bambini.

infine scanu mi ricorda baglioni e secondo me l’hanno votato tutti quelli del genere baglioni non so se mi capite. in pizzeria mandavano già noemi e mengoni e a me ha preso un colpo perché ascoltando mengoni m’è sembrato di risentire alex baroni, non so se mi spiego. sarà pure una questione di cognome, non so. vabbè. dicevo. già sentito. già detto, giusto?

  1. la tele ha logiche che non condivido

vorrei parlare del canone rai che non è un canone ma una imposta sul possesso. la legge recita:

“chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi deve per legge r.d.l.21/02/1938 n.246 pagare il canone di abbonamento tv. trattandosi di un’imposta sul possesso o sulla detenzione dell’apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall’uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive.”

e se si parla di imposta e non di tassa è perché l’accento è posto sul soggetto passivo che con la sua attività di voyeur pone in essere il presupposto di utilizzatore di servizio pubblico. quindi si presuppone che se io ho una televisione inevitabilmente ne sia passivamente attratta e piacevolmente compiaciuta.

cioè io devo pagare perché è inequivocabile che la televisione mi attiri e perché mi si raccontino favole e frottole. ragazzi un po’ di dignità prego.

allora se l’italia non fosse tanto fintamente perbenista fra un po’ ci ritroveremo con l’imposta sulla cocaina. a dire il vero dato che ormai è così di moda, quando i capoccia non si divertiranno più a prenderla e passeranno ad altro, resterà solo una droga plebea e allora forse sì.

ma io dico che ragionamenti sono questi?

  1. sul perché è stronza

lo sapete che tutte le musichelle di sanremo sono state tolte dal web da mammarai? se le volete dovete scaricarvele a pagamento. lasciatemi dire. se le scaricate peste vi colga.

if you weren’t smart enough to plan ahead, then doom on you! sciagura a voi! sciagura a voi!

dovreste

pioggia a catinelle. a me la pioggia piace, gli ombrelli no. nelle mie mani un ombrello non dura più di due minuti.

comunque piove. la gente entra gocciolando e imprecando. io soffro. temo le infiltrazioni nel mio box. entra un omone con cappello. ha una barba folta e uno sguardo serio. chiacchieriamo sull’istria finché mi intima voi donne dovreste scrivervi sulle magliette lisistrata. dovreste farlo e cambiare il mondo.

lo guardo non chiedo né perché né percosa e lo lascio continuare.

le sue frasi sono piene di potreste e non fate, di vi fate e non reagite. prosegue con una presa di posizione amorevole e colpevole sui maschi. finisce con un coraggio come se contasse sulle donne suo malgrado.

lo vedo allontanarsi nella pioggia un po’ gobbo come quando si è particolarmente pensierosi.

impedimenti temporanei

tu latiti.

certo che latito kapa. sai che mi succede?

che ho recuperato una cucina degli anni sessanta sia bella che conciata da far schifo e con olio di gomito ne tiro fuori un pezzo ogni giorno, la compongo ogni giorno, rinuncio a qualcosa ogni giorno e aggiungo una nuova idea ogni giorno.

poi ieri sera c’è stata la riunione condominiale. dalle sei e mezza alle dieci e mezza. ho mangiato alle undici. m’è rimasto tutto sullo stomaco e ho bevuto vino bianco. volevo scrivere qualcosa, era già mezzanotte, sono ubriaca ho pensato. è chiaro che come dice lisistrata “noi, anche bevendo, ci siamo comportati saggiamente. è naturale, visto che quando siamo sobri ci comportiamo da stupidi”. così sono andata a dormire ma non ho dormito tanto bene. non importa, tanto ho sempre sonno. quello che importa è che la riunione condominiale è andata benissimo. è la terza e non mi capacito. proprio io che ho sempre evitato le riunioni condominiali. mi dico che non sarà sempre così divertente, non è normale e che se continueremo a essere un condominio di pazzi allora bisognerà attrezzare la sala condominiale almeno col tè e pasticcini. bisognerà che mi ricordi di questi momenti. abbiamo scelto un sacco di cose. abbiamo scelto anche le tende da sole. i maschi hanno detto facciamo scegliere alle donne che in ‘ste cose hanno gusto e noi lì a guardare cataloghi mentre loro se la discutevano. poi è arrivata una ragazza giovane e carina, ci ha detto sono la fidanzata di pinco pallo, mi ha detto di venire che c’erano delle cose da scegliere ma io non conosco nessuno e noi donne le abbiano detto vieni vieni benvenuta.

pareva di fare cabaret.

poi la mia amica è dovuta scappare che c’aveva l’appuntamento con un uomo ma si è dimenticata la sedia nella sala, mi ha scritto un sms “poi dire al nostro vicino di tenermi la sedia?”.

quindi caro kapa latito ma c’è troppa vita da ‘ste parti, non riesco a star seduta un momento. o forse è ora che per l’ennesima volta riorganizzi il mio tempo.

riace mi piace

riace si ricorda per i bronzi, dei bonazzi, quand’anche fossero usciti magicamente dalla testa dell’artista. potevano chiamarli i boni di riace, devono aver confuso l’importanza della materia.

anche il sindaco di riace dicono se ne sia ricordato, dei bronzi, dico. quelli trovati sulla spiaggia. dicono quando ha visto le barche degli immigrati kurdi arrivare. ma io non ci credo. fa figo dirlo. sono belle storie. ché se le storie si raccontano belle e piene di colori piacciono di più e si ricordano di più. ma non serve, la storia che ho letto e che riace vive è bella lo stesso. anche così secca secca.

la storia dell’insegnante di riace detto mimmo de li curdi è raccontata su der spigel in questo link e sull’ultimo numero di internazionale [833 – anno17]. il link porta a un testo in inglese.

non sopporto chi non visita il sito perché ancora non sa leggere in inglese. cosa li ho spesi a fare i miei soldi per la vostra istruzione? eh? vabbè. m’han detto che erano per l’istruzione e invece sai i festini che ho contribuito a mettere su? a volte mi vien da piangere.

comunque è di riace che si diceva e del suo sindaco.

anno 1998, l’allora insegnante domenico lucano accoglie in paese dei kurdi appena sbarcati sulle spiagge di riace. riace era un paesotto diventato paesino. dei tremila che erano, rimangono solamente milleseicento anime. gli altri sono fuggiti con la speranza nelle grandi città, nell’europa del nord e in altri continenti.

mimmo, testa dura a questo punto, per accogliere gli immigrati fonda un’associazione e la chiama città futura. ambizioso. il senso dell’associazione è recuperare le tradizioni, dare un posto a chi lo cerca in cambio di forza lavoro che attiri i turisti. ospita nel centro storico ormai vuoto gente del sud del mondo e li paga per riqualificare le case e la storia di riace. gli immigrati imparano l’italiano, l’artigianato locale, ricostruiscono o ristrutturano le vecchie case che saranno abitate dai turisti.

nel 2004 mimmo si candida a sindaco, senza tessera di partito. una sola promessa: “i più poveri dei poveri avrebbero salvato riace e, in cambio, riace avrebbe salvato loro”. vince le elezioni.

l’articolo dice che “lucano è riuscito a convincere sia gli anziani del paese, che avevano paura degli immigrati, sia i giovani, che temevano di perdere il lavoro. città futura è il datore di lavoro più importante del paese, sia per i profughi sia per la gente del posto”.

invero la ‘ndrangheta nel 2009 si rompe un po’ le palle di tutta sta carineria, e nell’ottica della prevenzione pensa bene di lasciare alcuni avvertimenti al sindaco.

ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale e come come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca. fino a quella di win weders che gira un video di ventisette minuti su questa storia e la chiama il volo. dicono anche che wenders abbia detto: “la vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in calabria, a riace”.

sì grazie wim anche senza di te. ma si sa, le storie belle hanno più peso e contro il piombo ci vuole peso. molto.

allora.

vola riace. buon vento.

Sopravvivere al proprio funerale

Il lugubre corteo ricomincia a festeggiare …

Trattasi né di paradosso, né di bozza per canzone di Sergio Caputo.

Oggi è carnevale. O meglio, è carnevale in tutto il mondo tranne che a casa mia dal momento che lì sarà sabato. Ma visto che non sono a casa, oggi è carnevale! Volente o nolente. Dolente o piacente.

Sicché oggi è carnevale e mi ricordo, sì! io mi ricordo, di quella volta che organizzammo un funerale. E mentre noi ci stupivamo nel vedere gli altri …

– guarda quello s’è vestito da Elio …
– no, guarda! Quello E’ ELIO!!!
– oh, ma allora il monociglio esiste davvero!!! INCREDIBILE!

gli altri si stupivano di più a vedere noi sfilare in centro:
4 ante di un armadio e  un mio amico costruì la bara. Qualche lumino e un paio di vecchi lenzuoli grigio/viola ed ecco che il fiorino del lavoro divenne un carro funebre. 4 ragazzi belli prestanti vestiti di nero come becchini per trasportare a spalla la bara (che a proposito pesava uno sproposito). Un futuro avvocato di grido mascherato da prete a improvvisare, da anticlericale qual’era, sermoni blasfemi. E in coda una pletora di comari piangenti, parenti inconsolabili, amici mortificati e un campionario umano tra i peggiori mai visti.

E io? … io che di solito mi organizzo all’ultimo secondo stavolta ebbi l’IDEA: faccio lo zombie!
Il che in pratica voleva dire fare di sera ciò che sono la mattina! :-D.
Jeans strappato, camiciona da boscaiolo di flanella bucata, un paio di evidenziatori spalmati sul viso per esaltare il colorito plumbeo e una bomboletta di lacca fregata a mia sorella  per farmi stare in piedi i capelli lunghi dell’epoca. Et voilà, il vostro zombie, personale, automatico, ricaricabile e non è pronto!

Durante il corteo, con lo sguardo inebetito, le braccia penzoloni e due km di lingua fuori dalla bocca, saltavo qua e la come una mosca fastidiosa cercando di spaventare gli ignari passanti e abbrancare senza troppo successo le  ragazze.
Ogni tanto ci fermavamo per far rifiatare i becchini e io mi infilavo immobile dentro la bara. La gente passava e mormorava “guarda! dentro hanno pure il bambolotto del morto!”, poi mi toccavano e io tornavo in vita “oddio! si muove!!!”.

Ma il bello doveva ancora venire: a fine serata, parte della comitiva decide di andare a bere da qualche parte. Le macchine sono poche, i posti contati, per cui mi ritrovo nel carro funebre, dietro, seduto sulla bara. Ad un certo punto l’illuminazione: e quando mi ricapita? … per cui apro il coperchio, entro, e mi stendo … e infine chiudo. Buio!

Sicché, quanti altri possono vantare aver fatto un viaggio dentro la bara e raccontarlo?

perché non scrivo

perché non c’è silenzio dentro me.

non ancora.

non posso.

non voglio.

ancora davvero.

c’è musica. ci sono parole. ci sono gesti. ci sono volti. come sempre del resto ma non c’è silenzio.

mi manca.

sono contenta che mi manchi.

ogni cosa a suo tempo.

non so se quello giusto.

il mio. posso farlo. voglio farlo.

il mio tempo.

e tu mi chiedi perché. ancora.

perché ho una mente affollata.

anche di te.

questioni poco filosofiche #1

se non sai, perché parli affermando?

il polso metereologico

zunstraal: buon giorno mia cara, qui a roma nevica che dio la manda. com’è la situazione a milano?

neru: sole che dio lo manda! infatti si sta da dio.

zun: …

neru: la posto

zun cosa?

neru: la nostra conversazione

zun: e la chiami conversazione? …
1. saluto
2. affermazione
3. domanda
4. risposta …

neru: la gente si accontenta di molto meno.
zun: hhhmmm… beh c’è gente che ha scritto libri con molto meno tipo:
un tizio va all’inferno, fa un giro ed esce.

neru: nevicava anche lì?

zun: bè ai tempi di dante faceva più freddo.

neru: osti il riscaldamento globale è un problema di sempre!

passa qualche ora.

neru: hai messo gli sci?

zun: ha smesso di nevicare ,
poi è piovuto,
poi spuntò il sole,
infine fece freddissimo, con il vento che ululava …