mezz’ala*

ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

a volte, nei momenti di tenera malinconia, oso pensare che quando ci accorgiamo di uno sguardo languido e lontano, il nostro compagno stia tenendo nascosta la propria ala per farci capire che non vuole volare senza di noi.

perché vivere non è trascinare la vita, non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita. vivere è anche abbandonarsi mano nella mano, come un gabbiano, all’ebrezza del vento.

vivere è assaporare l’avventura della libertà occhi negli occhi.

vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un compagno di viaggio nonostante tutto, nonostante le planate, nonostante i vuoti e i venti, nonostante le nuvole o il freddo; comunque in volo.

*liberamente tratto e rimasticato, riadattato, impastato, scorticato, tirato, sbuffato, la cui dose di carie ci sta tutta però, dall’omonima preghiera di don tonino bello per ricordare, festeggiare e blablabla l’anniversario di matrimonio di mia sorella e mio cognato oggi, nonché quello dei miei genitori l’altro ieri ma che oggi…mammamia…

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la mia giornata della memoria

consegnate le armi o vi uccidiamo.

così dissero allo zio gino che era stato mandato in guerra a diciannove anni. artiglieria pesante, prima linea. spedito in jugoslavia, poi giù fino al montenegro. in quella prima terra da soldato aveva trovato mezza pentola di pastasciutta per un alpino smunto che gli aveva chiesto da mangiare, l’alpino se l’era messa nel cappello per distribuirla agli altri compagni.

lo zio gino è il fratello di mio nonno e in guerra portava in una mano un’arma e nell’altra il rosario. l’arma gliela aveva consegnata lo stato che si era dimenticato di lui quando nel montenegro erano stati accerchiati e nessuno voleva aiutarli. il rosario gliel’aveva dato sua madre mentre gli diceva che doveva solo tenerlo in mano perché a pregare ci avrebbe pensato lei.

nel montenegro si salvò poi arrivò quell’ordine.

così quella volta dopo aver deposto le armi li fecero salire su un carro bestiame. erano ottanta. quindici giorni di viaggio e un angolo ricavato in quello spazio stretto per la propria intimità.

lo lasciarono in polonia in un campo di concentramento. cercarono di convincere quegli ottanta a partire per l’italia, per salvarla dagli americani che rubavano i mandarini dissero. qualcuno accettò, non lo zio gino. chi partì poco dopo si ritrovò nel gelo russo a combattere una guerra che non sapeva. molti non fecero ritorno. alcuni prigionieri polacchi applaudirono ai pochi italiani che erano rimasti al campo, erano stati coraggiosi. peccato per quell’applauso, ne fecero fuori dieci all’istante con una mitragliata a caso.

Continua a leggere

un virus per amico*

per me uno che sta male è una cosa seria. però uno che sta male è quando lo portano all’ospedale per dire. è quando è una roba che ti tocca dire caspita.

perciò quando ho svomitazzato e scagazzato qua e là e la testa mi girava, bè sono uscita lo stesso. poi mi sono detta no dai è meglio dormire un po’. non mi sentivo la febbre. ma so di non essere attendibile ché la febbre non mi viene spesso. perciò l’ho provata e quella roba di mercurio segnava 38.7.

allora ho dormito. ho dormito per tutte le volte che non l’ho fatto in questo mese. amo il mio corpo, non mi fa mai esagerare. se esagero mi dice ehi sciocchina riposati un po’. e allora lascia entrare un virus, che poverello noi diciamo abbattiamolo, distruggiamolo, invece lui è lì per farti un favore. insomma, come ha detto il mio amico fulì, lui sta a letto con me, mi dà il tempo di leggere, mi fa coccolare dalla famiglia. che si vuole di più da un virus?

comunque ho scoperto che: la televisione fa schifo a ogni ora, è impossibile da guardare. stare al pc fa malissimo agli occhi. leggere è l’unica salvezza anche se stanca. ho riscoperto dürrenmatt.

durante gli stati febbrili i pensieri si aggirano vorticosamente. quando stai male nessuno ti nota, tipo che anche se stai al balcone per respirare un po’ di sana aria inquinata della metropoli giusto per dirti usciamo da queste quattromura che non so nemmeno il tempo che fa, se il tuo vicino passa sotto il tuo balcone di solito ti saluta, in questi casi rutta. è successo e non è che lui se n’è accorto, piuttosto io per timidezza mi sono cartonata sulla finestra. quando stai male tutti ti chiamano e capisci che il cellulare è un’invenzione del demonio; per dire se il fisso è occupato perché mi chiamate sul cellulare?

e infine ho capito che non sono indispensabile, che eclissarsi rigenera e che le cose che non sono state fatte si faranno e che diamine c’è tempo!

*cit. del grande fulì

offrire pensieri non vendere idee

pensavo. e già qui avrei dovuto dire basta. comunque pensavo e pensavo a quanto vale più l’idea di una cosa che la cosa stessa. a quante cazzate facciamo per quelle idee.

tipo. prendiamo la ragazza di oggi davanti a me. consulente onu. sì dai, ammettetelo, avete tutti pensato che figata. ma è davvero una figata? i lavori che cerchiamo di fare nascono da quell’idea di dire che figata o dai nostri desideri, dal riconoscere chi e cosa siamo, chi o cosa vogliamo o non vogliamo? c’ho provato una volta, ad abbracciare quell’idea di figata dico, poco dopo ho detto ciao bella non mi freghi più.

pensavo che le idee mi piacessero. ho scoperto che invece no. mi piacciono i pensieri. perché i pensieri hanno il ragionamento. perché i pensieri sono fiumi con gli affluenti. mi sembra che diano più linfa alla vita.

così. magari ho detto una cretinata.

è che non faccio più un lavoro per un idea. oggi ho scelto di offrire pensieri. che i pensieri non si vendono mica. certo che nel mio lavoro ho avuto culo e spero di averne anche di più, che mica ho chiuso con quello che vorrei fare.

i compromessi, sì, quelli sono sempre messi in conto.

ci avete provato ma io

ci avete provato a farmi incazzare.

avete fatto passare il processo breve in senato; avete voluto riabilitare bettino craxi che se vi vedesse adesso pure lui vi sputerebbe in faccia; quello lì, l’onnipotente smentitore, ha detto mando bertolaso ad haiti come se fosse il deus ex machina, come se fosse il salvatore della patria. avete voluto chiudere il liceo serale pubblico a milano. volete controllare la rete molto più di quanto non state già facendo. lui, il mentitore di prima, parla come il papa buono ai bambini aquilani. avete candidato brunetta a sindaco di venezia -ma tanto affogherà alla prima acqua alta-; avete voluto dare borse di studio ai soli cittadini italiani dicendo che anche al festival di sanremo non sono ammessi stranieri. avete messo in banca -quella dove oggi ho passato gran parte della mattina-, in bella vista, un crocefisso così grande che dimostra solo la vostra ipocrisia. avete provato a vendermi una casa nuova con una tapparella difettosa e una macchia sul muro. dopo che me l’avete venduta, la casa ma non di certo la tapparella o la macchia, mi avete dato le chiavi sbagliate, mi avete dato le chiavi di un altro.

bravi, vi siete messi d’impegno. ce l’avete messa tutta. ma questa volta non ci sono appigli. io questa volta vi guardo e rido. io questa volta sono contenta. io questa volta sono proprietaria di una casa. è non è tanto per l’essere proprietaria che sono contenta, sinceramente non m’interessa poi tanto la proprietà. è tutto quello che mi ha portato a esserlo e tutto quello che ci sarà poi. è l’aver raggiunto un obiettivo, è averlo condiviso, è l’essermi battuta, è l’aver trovato soluzioni adeguate, è aver trovato i soldi, è aver fatto fatica, è aver coinvolto, è averci creduto fino in fondo anche quando non c’erano ragioni per farlo. è aver fatto tutto col sorriso sulla faccia alla faccia vostra.

oggi la piccola dresda, la casa che ho comprato, entra a far parte della mia vita. adesso torno da lì, fa freddino, non c’è la luce. ho sparso sul pavimento le candele, le ho accese e ho fatto un giro su me stessa. oggi non mi avrete. oggi volo leggera.

prosit.

p.s. lo so che dovrei mettere i link ma capitemi sono stracca. domani. sì dai domani.

non me le devi dire

ci sono parole che mi buttano giù. non dovete usarle in mia presenza. mi viene l’orticaria a sentirle. m’innervosisco. che volete sono fatta così.

ecco le mie cinque parole del disonore:

1. apposito. in alcuni casi è appositamente previsto il suo uso, in tutti gli altri è ASSOLUTAMENTE inutile. burocrati!

2. quant’altro. è che non c’hai un cazzo da dire e pensi di fare la persona colta mettendolo alla fine della tua inutile frase. ignorante!

3. tutte quelle che finiscono con -ina -ino -ini, i diminutivi insomma. dico ma che ti passa per la testa di chiamarmi biondina che poi ti tiro un ceffone? mi pigliano i cinque minuti quando mi chiamano biondina. biondina a chi? sminuisce la mia personalità dissi una volta. vabbè me la stavo tirando. oppure quando ti chiedono hai delle monetine? oppure quando ti dicono “ci metto un minutino” e ti parcheggiano l’auto in mezzo alle palle per venti minuti. ecco io gliela fracasserei l’auto.

4. praticamente. non sai cosa dire? il tuo parlare è teorico? me ne devi dare una dimostrazione pratica ? cosa? cosa è praticamente? che dopo avermene detti quattro in una frase piccola così non mi hai ancora detto nulla e l’unica cosa che posso risponderti è “stringi” o “dunque”?

5. coppino. non so perché, deve essere una storia vecchia. ma vecchia vecchia.

certe cose vanno fatte da soli

ho modi britannici. probabilmente vanto un avo recuperato dal porto di liverpool o manchester per il fare spiccio, l’inclinazione al gioco delle carte e un carnet di parole volgari di cui vado fiera; qualche altro avo, chissà, forse dalla brughiera per alcuni silenzi, per il bere forte, il camminare sotto la pioggia senza ombrello, il sentirsi a casa sotto un cielo grigio e infine per una smodata passione per le distese verdi.

eppure ho abitudini francesi. come sedersi a un tavolino di un bar a leggere.

ed è così che stavo venerdì a pranzo, seduta in un bar latteria davanti a un grande vetro. fuori il cielo grigio e luminoso, una strada e un marciapiede, macchine e passanti, ma quello che notavo era un albero nero che si ergeva fiero in quella luce di gennaio che solo un mese freddo conosce.

ero seduta a un tavolino rotondo, buono solo per me, con un libro gelosamente custodito fra le mani, appena scoperto. l’ho letto lì fra un toast e un caffè americano mentre qualcuno entrava, qualcuno lanciava un occhio, qualcuno discuteva, qualcuno pagava e usciva. un uomo dal marciapiede ha lanciato uno sguardo dentro al locale, è passato oltre la porta, il tempo di una pagina ed è entrato; ha ordinato un caffè, se n’è uscito forse con la voglia di leggere.

a volte, direi anche spesso, mi chiedono consigli di lettura. domando cosa piace loro e se mi rispondono tutto -quasi sempre- m’arrabbio e rispondo male. allora non sa leggere dico. poi faccio due domande; voglio che mi dicano un colore e un aggettivo. se ne vanno con un libro e tornano con un sorriso, qualche volta con una scatola di cioccolatini.

quasi sempre pensiamo di aver bisogno di qualcuno quando gli ostacoli sembrano alti e non vediamo che poche vie di fuga eppure, come la lettura, alcune cose vanno fatte da soli per poi accorgerci che qualcuno al nostro fianco c’era già o c’è stato, ma intanto abbiamo camminato sulle nostre gambe.

ci pensavo mentre bevevo il mio caffè fra una pagina e l’altra di quel libro affascinante che ho letto un venerdì in pausa pranzo, mentre il mondo mi passava accanto e me ne accorgevo.

è un libro azzurro. è un libro duro con la consistenza di una nuvola. è un libro unico perché è l’unico che ha scritto l’autrice. è un libro piccolo, poche pagine. a dire il vero non è nemmeno un libro, sono delle riflessioni in risposta a un amore finito e alla lettera che lui le scrive per comunicarglielo, chiedendole al contempo l’amicizia. lei risponde: “lo sai che cos’è l’amicizia? credi che sia un sentimento più tiepido, che si accontenta degli avanzi e di qualche piccolo, inevitabile favore reciproco? l’amicizia per me, è anche più forte e più esclusiva dell’amore… solo che è meno teatrale. anche l’amicizia conosce la gelosia, l’aspettativa, il desiderio…”

l’autrice è marcelle sauvageot, nata nel 1900 nello stesso paese di rimbaud. marcelle ha scritto questi pensieri nel 1930, è morta di tubercolosi nel 1934. è stata una donna, come tutte le donne consapevoli di esserlo lo sono, e questo libro, lasciami sola, è il blues di una donna; ne ha il ritmo, ne ha la forza, ne ha l’impatto emotivo.

c’è un altro libro che ho finito oggi per la seconda volta. è un libro verde con venature nere e d’oro. anche lui m’ha detto che ci sono cose che dobbiamo fare da soli e farle quando è il momento per noi, farle non quando siamo sicuri, vanno fatte con l’incoscienza della nostra consapevolezza. però le abbiamo fatte noi, senza rimpianti. e ci sono cose che ci accadono e vanno prese così per quello che sono. è un libro antico, delicato e leggero come si più essere leggeri nel pianto. si chiama gli scali del levante. l’autore è amin maalouf.

sono due libri che consiglio e non perché siano due capolavori della letteratura. è perché quando chiudi l’ultima pagina, sposti il pensiero un po’ più in là. e sai che anche se hai paura, ci sono cose che vanno fatte da soli. poi quando hai posato il libro, ti vesti, apri la porta, dai un ultimo sguardo alla stanza e ti volti senza curarti se è in disordine, se sei in disordine, non torni nemmeno indietro per controllare se hai chiuso. esci.

ti potrebbe capitare di fare una passeggiata con qualcuno che ti aspetta.

travolta da un insolito destino nel cielo grigio di gennaio

Felicità è essere travolti e non capire più niente. Ma conservare un angolo recondito di coscienza che sia sempre vigile, che proprio per questo permetta anche alla parte intellettuale e razionale di noi di godere ogni attimo del piacere che ci investe, conservare questo angolo recondito di coscienza che assapora poco a poco il crescendo della gioia, la segue fino alle sue mete più estreme, non è forse anche questa felicità? C’è un angolo recondito che non vibra, ma che rimane testimone del godimento. È la parte di noi che ricorda e che può dire: sono stato felice e so perché. Certo che voglio perdere la testa, ma voglio cogliere il momento in cui la perdo, e spingere la conoscenza più lontano della coscienza che desiste. Bisogna essere presenti alla propria felicità.

Marcelle Sauvageot

perchè gli uomini hanno i capezzoli

in un attimo di stanca in ufficio ascolto why do my heart feels so bad di moby.
il video sa molto di piccolo principe e così comincio a fare una ricerca con google (si lo ammetto: ogni tanto gugolo anche io, beh spesso … quasi sempre cia va! …  ho detto QUASI).

potenza dell’autocompletamento!
se comincio a scrivere why ho varie opzioni. la prima è why not.
già, perché no? perché non dovrei farlo? cosa mi trattiene? nulla …
e infatti vado avanti con why do. la prima scelta è una specie di presagio, un indizio che recita why don’t you do right.
già, perché non  faccio le cose giuste? cos’è che sbaglio? e soprattutto, perché sbaglio sempre?
ma io me ne sbatto e imperterrito continuo con why do m. e qui mi fermo subito, basito: solo due opzioni.
la seconda (ma con il doppio dei riferimenti) è why do men cheat, ergo: perché gli uomini imbrogliano! ma il perché lo so, o credo di saperlo o comunque non mi porterà nessun vantaggio in un dibattito futuro. immagino. ipotizzo. ma fondamentalmente me ne infischio.
per cui trovo molto più interessante e curiosa la prima why do men have nipples?
già, perché gli uomini hanno i capezzoli? non me lo sono mai chiesto, ma adesso si!

e così passo mezz’ora di troppo a cazzeggiare.

mezz’ora che termina quando torna il mio capo chiedendomi perché il documento che avevo detto di aver finito non lo era, e mi rendo conto che il mio amico Ricky, quello vero, non il telefilm degli anni 80, ha sempre ragione quando dice che la vita è un percorso coperto di indizi e che l’importante è saperli leggere.

quando muore un amore?

Mio cugino mi ha chiesto quando finisce un amore.

Quando non ne puoi più che girandoti sul letto dici ma chi è questo, chi è questa? Quando ti tratta male e te ne accorgi perché ti chiama col nome di un’altra o di un altro? Quando ti guardi intorno e dici ma che sto facendo? Quando la chiami o lo chiami cento volte e ti rimbalza che nemmeno una pallina da flipper? Quando scopri messaggi hot sul suo cellulare e non sono rivolti a te? Quando se ne va in un altro continente tu dici vengo a trovarti e ti risponde non so e allora tu chiedi ma come stiamo messi a interesse oggi qui in questo esatto momento anche se una settimana fa vivevamo l’uno per l’altra, e dall’altra parte di skipe ti senti rispondere il cuore c’è la testa no?

Non sapevo bene cosa dirgli. Sono andata a svestire l’esperienza. M’ha detto poco.

Gli ho risposto quando delude. Ma solo nelle storie di sesso. Però nelle storie di sesso quando non si tratta di sesso. Per il resto, secondo me, bisognerebbe mettersi l’animo in pace, almeno quello.