l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: dicembre 2009

conclusioni di dicembre

l’ho scritto lì sopra, in alto a destra. è un augurio secondo me. è un pensiero. è un post-it per me. è una frasella che ho trovato sul nuovo libro di murakami e mi è piaciuta molto. è facile però che passi inosservata e allora la posto qui come mio augurio per chi passerà da queste lande. lo scrivo proprio oggi, proprio oggi che mi sembra in controtendenza, oggi che mi sembra un giorno cucci cucci.

già cucci cucci nonostante il lamento come un mantra per l’anno passato. almeno è quello che noto leggendo qua e là. invece io secondo me ho passato un bell’anno nonostante tutto. me lo ricorderò, eh sìsì che me ne ricorderò.

per una che scoppia dalle emozioni, essere serena e felice è una roba che non si può capire forse. mi sembra di essere in una foresta con le braccia aperte a respirare aria. non faccio bilanci. quest’anno no. vado avanti così. sono curiosa.

ah la frase. eccola qui.

pain is inevitable. suffering is optional. quello era il suo mantra. il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale. supponiamo per esempio che correndo uno pensi: “non ce la faccio più, è troppo faticoso”. la fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno è a esclusiva discrezione di ogni individuo. [h. murakami]

come ho detto al mio amico quadrilatero: ci auguro di credere di potercela fare in tutto quello che vogliamo davvero e ci riusciremo.

io ci auguro di crederci davvero, di sorridere da soli un po’ di più, di fare qualche mossettina ballante la mattina, di chiacchierare con gli sconosciuti, di respirare consapevolmente.

e come disse joyce fra un bicchierino e l’altro non prendo niente. [cit.]

prosit.

e se cado, vorrei che dicesse che mi ha visto fare una capriola finendo in faccia al cielo.

perché è stato bello per me girare la pagina di vista vissuta e portare lo sguardo in alto, dove la storia continuava…

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cerco a serious man, no perditempo. sì ma che balle!

Brutto. M’avevano detto che era brutto.

Il film dei fratelli Coen. A serious man.

Sono settimane che rimandiamo. Sono settimane che dobbiamo vederlo. Non era cosa. Avevo promesso a Lorenzino che l’avrei aspettato, che l’avremmo visto insieme.

Sono fatalista alle volte. Lo sono diventata. Perché più mi accanivo nel far accadere le cose che volevo o che credevo di volere, più queste non accadevano o accadevano male. E mi capitava di perdere il senso del desiderio e alcune ottime occasioni che mi si presentavano sotto il naso.

Accade poi che a volte le cose si rompono -ma qui ci vorrebbe il congiuntivo? La lingua italiana m’ammazza ogni tanto. Però è un fatto che si rompono, non una possibilità-. E quando si rompono? Ma quando si rompono davvero? In un momento loro, o quando te ne accorgi, o quando lo vedi che si sono rotte, o quando vedi che sta per accadere, oppure quando?

Cosa accade allora? Tutto è perduto? A volte l’ho creduto; nel tempo mi sono accorta di avere alcune possibilità in queste occasioni:

  1. smadonnare;
  2. arrabbiarmi con l’autore del danno;
  3. arrabbiarmi con me;
  4. dire toh;
  5. dire vaffanculo va bene, adesso?

Del fatto che le cose son cose e che si possono rompere l’ho scoperto in modo chiaro con i miei nipoti che nel giro di poco tempo erano riusciti a rompere alcuni oggetti a cui credevo di tenere, poi sono riuscita a cancellare messaggi sul cellulare a cui tenevo e che mai più torneranno. Del fatto che i rapporti umani si rompono e prendono altre pieghe me ne sono accorta quando è finita una storia importante. Mi sono accorta che si stava rompendo -o si era già rotta?- quando ho notato che la foto di noi due appesa in camera mia si stava consumando, come se fosse in dissolvenza. Pluf. Adieu.

Bene. Ma che c’azzecca con il film dei fratelli Cohen dirà il mio lettore più distratto.

Non lo so. Ci sono risposte che valgono?

Il fatto è che alla fine l’abbiamo visto.

Il film inizia con un prologo preceduto dalla citazione di Rashi [Rabbi Shlomo Yitzhaki], uno dei più famosi commentatori medioevali della Bibbia vissuto nell’XI secolo: “Ricevi con semplicità quello che ti accade“. In verità tutto il verso dice: “Non domandare del futuro, accetta invece quello che ti accade con semplicità, e tu sarai con Lui”.

Ad essere sincera le due affermazioni mi danno un senso diverso, ma si sa il cinema è il cinema così come la comunicazione è la comunicazione. Ti portano un po’ dove vogliono e tu vai un po’ dove credi di andare. Non come le emozioni, forse. Le emozioni ti portano esattamente dove vuoi tu anche se non ci volevi andare. Comunque.

Tutto l’intreccio del film si sviluppa in una serie di eventi e reazioni che non hanno un epilogo. Il prologo c’è, manca l’epilogo. Mancano le risposte alle domande. Manca la favola educativa. Manca.

E’ un film che toglie, a volte anche la speranza. Non ci sono risposte per chi le ha e per chi le cerca. Uno dei personaggi minori dice al protagonista, Larry Gopnik, in una frase fuori dal contesto e dalla logica del dialogo, “accetta il mistero“.

Ma forse il film mi è piaciuto perché le fotografie hanno le inquadrature che piacciono a me: sbilenche. La geometria del film è il triangolo. E tutti sembrano restare incastrati lì dentro. Mirabile regia.

E si sa, il triangolo ha molteplici simbologie. Non vorrei fare dell’ironia però, ché questo film m’è sembrato sincero. E si sa, sincero non vuol dire niente. E niente ti possono dire. Cineasti, amici, parenti, passanti, amori e semplici conoscenti. Per quanti consigli cerchi, per quante risposte cerchi, per quante domande giuste cerchi, per quante aspettative ti poni, per quanto credi di conoscerti, sai solo che boh . Che per quanto vuoi fare del bene, farai anche del male. Che per quanto, altro accadrà. Che la gente ti può stare accanto ma non essere risolutiva. Che tanto vale vivere finché ce n’è.

Sì a questo punto se fossi un maschio mi toccherei i gioielli.

Due, due anni e non sentirli ma anche sì > auguri Nerugiada <3

Mai dire mai.

È finito il secondo anno. Oggi il blog compie gli anni e mi sento boh. Incredula forse.

Non credevo di arrivare sin qui senza essere carne né pesce ma brodo. Nel mio brodo ci sto bene e poi ci posso mettere dentro un po’ di tutto, carne, pesce e anche le crepes; i passatelli sono i miei preferiti però.

Pensavo a qualcosa di più succulento ma chi sa quali sono davvero i propri talenti? Il brodo va bene quando stai male, quando ti vuoi mantenere in linea e nelle cene davvero eleganti. Già avrei dovuto chiamarlo B.B. un brodo di blog.

Ma lo dico adesso che sono diventata me. Allora mi interessavano altre cose. Adesso so cosa vuol dire avere un blog e quali interessi ho. Però per certo ho trovato tante albe e sono sopravvissuta a tutto.

Grazie a tutti quelli che sono passati di qua in tutto questo tempo.

Grazie di cuore. È stato bello.

c’è chi sa e chi ne sa

il ventiquattro dicembre ho lavorato. nel pomeriggio mia sorella, mio cognato e mio fratello sono passati a prelevarmi per raggiungere nella campagna padovana gran parte del resto della famiglia compresa la nonna novantenne, così da passare il natale tutti assieme. bene.

il tempo normale necessario per percorrere il tragitto milano padova è di circa due ore. ne abbiamo impiegate quattro e un bel po’. ci siamo persi. causa nebbia e pioggia.

però il natale è stato bello. siamo stati bene. ci siamo divertiti.

il venticinque, cioè ieri, eravamo già sulla via del ritorno. tempo impiegato? quattro ore e mezza. sta diventando una mania.

dovevo capire già da questo che qualcosa non quadrava affatto.

oggi ho dormito. ça va sans dire. il mio programma odierno prevedeva il sano sonno e la sana lettura. puLtroppo, regalino di natale, la caldaia non va. ancora. cazzo!

ora mi si spieghi perché:

a. la caldaia non va mai durante le feste;

b. quando sei impegnata a studiarti la caldaia, mentre smadonni in tutte le lingue compreso il sanscrito antico, ti chiama un casino di gente al telefono per dirti o chiederti qualcosa. è cominciato col fisso e mentre ero sul fisso ha squillato il cellulare e mentre stavo finendo la conversazione sul cellulare di nuovo il fisso s’è messo a strillare e potrei andare avanti per un bel po’ se non avessi un minimo di generosità per dire che a un certo punto ho scelto la modalità manda affanculo tutti. spero solo nel buonismo natalizio.

ora. ho deciso che andrò in piscina per la doccia e sotto il piumone, la notte, fa ancora caldo. ce la posso fare. ma.

non intendo chiamare il signore della caldaia che minimo minimo mi spenna. così ho deciso di documentarmi.

ci sono diversi siti e diversi forum che parlano di caldaie. ho aperto un forum che sembrava fare al caso mio. ho letto le prime cinque righe e ho chiuso tutto. chi mi parla di accua e mi dice ke la caldaia a un rubineto, cosa può dirmi davvero? compreso il fatto che le frasi non hanno un senso e che si deve andare per approssimazione e interpretazione?

la quinta telefonata però mi ha illuminato. fidati, m’hanno detto, tanti più errori grammaticali tanta più professionalità.

ho fatto un bel respirone e per ora sono arrivata al flussostato. devo essere quasi alla soluzione del problema.

Felicità è l’acqua che scende dietro le tende -ovvero- la scoperta dell’acqua calda

Scoprire l’acqua calda è qualcosa di bellissimo.

È qualcosa che ti fa saltellare qua e là cantando peppèpereppeppè con le braccia alzate.

Ché poi calda calda proprio no. Tiepida magari. E lo so perché lo specchio del bagno non era minimamente appannato alla fine della mia doccia. Ma io non me ne sono accorta al momento; c’era un getto d’acqua sopportabile e tanto mi bastava. E poi mi ci sono immersa continuando a ballare mentre cantavo peppèpereppeppè.

Lo dico pubblicamente. In questi frangenti ringrazio mamma e papà che mi hanno abituato al freddo sin dalla tenera età. Forse sanno che Milano non è la Sicilia. Accidenti!

Milano non è in Sicilia

La casa dove abito adesso è abbastanza nuova. Cinque anni. Non mi sembrano molti.

La casa dove abito ora è carina.

La casa dove abito ora è stata costruita da un’impresa i cui titolari sono siciliani.

Ci ho pensato questa mattina quando fuori faceva meno sei -adesso fa un po’ più caldo visto che nevica ma alle due la neve era ghiacciata metà neve metà grandine-, l’appartamento era freddino e dai rubinetti usciva solo acqua gelata.

Sono uscita in balcone ho guardato la caldaia con tutto l’amore che potevo e lei mi ha risposto mostrandomi il fianco. Sul fianco c’era scritto: funziono bene fra i +30° e i -3°.

Maporcamiseiaporca. Sono al freddo e al gelo come il bambin gesu e perché? Perché chi m’ha costruito casa credeva di essere in Sicilia?

Ma io che devo fare eh? Ditemelo voi! Cerco casa! Ho freddoh!

Dieci inverni per incontrarsi

Quanto tempo ci vuole a innamorarsi?

Non andate oltre i secondi.

Quanto tempo ci vuole per saperlo?

Andate oltre gli anni.

Dieci inverni è un film dolce e vero che ve lo racconta.

Forse il caldo scalda i letti e il freddo i cuori. Forse per questo il film si svolge sempre in inverno.

Come in quel librino di favolette che si chiama il libro dei forse e dice: forse i bruchi si trasformano in farfalle perché è più facile che trasformarsi in unicorni.

Dunque non temete, tenderete sempre alla vostra natura, al vostro cuore e alla vostra prima impressione.

Dieci inverni è un film leggero e denso, i sentimenti si spiegano nei volti dei protagonisti Michele Riondino e Isabella Ragonese che imparano ad amarsi, perché ad amarsi s’impara. Ci vuole tempo. Il suo tempo. E se il tempo fugge, il tempo porta sempre a un porto che non t’aspettavi ma era tuo.

È un bel film. Dieci inverni. Andatelo a vedere se vi va. Se vi capita o se lo fate capitare. Così una sera d’inverno. Come adesso. Adesso che nevica. Ed è inverno. Beh non ancora ma ci siamo. Ci vuole tempo. Il tempo oggi è di neve, anche il cielo è neve e per terra è bianco. E l’inverno arriva fra pochi giorni.

Forse le api fanno il miele perché non sanno fare il cioccolato. Forse le pecore portano la lana perché sono allergiche al cotone. Forse i draghi sputano fuoco perché se sputassero l’acqua li scambieremmo per dei pompieri. Forse i canguri hanno il marsupio perché non gli piacciono le borse.

Forse. Parla piano intanto. E lasciati scaldare il cuore.

Il film però non è mieloso. Mica è un’ape lui.

Yes i like inda (cit.) bufera

In questi giorni di gran parlare e di grande fiato alle trombe, prima ho sentito poi ho visto poi ho ascoltato poi ho sbuffato poi mi sono girata e sono andata a farmi un giro poi ho letto poi ho messo le mani sulle orecchie poi le ho tolte -le mani non le orecchie- poi mi sono meravigliata poi mi sono imbronciata poi mi sono stufata poi mi sono detta ehi e infine sono tornata a leggere. Qualcosa.

Di quel qualcosa tiro fuori due post che mi sono piaciuti e che secondo me vale la pena linkare.

Adoro vedere il bicchiere mezzo pieno.

qui Catriona _ il popolo del té;

qui Leonardo _ a dar retta agli undicenni;

e così sia.

Sull’abbandono del feticismo

ultimamente ho sentito un gran parlare di kindle, il reader per libri elettronici.

all’inizio non ne avevo un’opinione. poi ho pensato che era una mezza boiata: tanto valeva usare il pc, o uno di quei comodissimi netbook da viaggio.

l’altro giorno un articolo mi ha finalmente chiarito alcuni aspetti, sia tecnici che non.
ad esempio kindle (ma anche altri reader) utilizzano una tecnologia per gli schermi che simula la carta reale. In pratica gli schermi non sono retroilluminati come i comuni monitor, bensì c’è bisogno di una fonte di luce esterna: sole, lampadina o candela che dir si voglia.

l’articolo termina facendo considerazioni sul fatto che, come gli mp3 per la musica, gli e-reader potrebbero rivoluzionare il mercato letterario. in america pare stia già succendendo.
le ragioni contrarie a questa tesi riguardano tutte il piacere.
il piacere di annusare il libro in libreria. il piacere del possesso. il piacere arredamentale. il piacere di toccare la carta. il piacere di sfogliare le pagine, di scriverci sopra delle note, di farci le orecchie etcetera eccetera eccetera.
Tutte considerazioni condivisibili.

Quando ero adolescente spendevo tutti i miei soldi in libri (e cassette). Non che rinneghi qualcosa. Tutt’altro, sono sempre stato molto contento dei miei (purtroppo pochi) acquisti dell’epoca.

Poi come Paolo sulla via per Damasco ho cominciato a riconsiderare il tutto.
Dei piaceri tattili-olfattivi posso farne a meno. Segno forse che la fase onanista è terminata 😀
Quando prestavo un libro a mio fratello inorridivo per le orecchie e le note a lato.
Di possedere un libro non me ne frega nulla. La volta che mi hanno regalato un buono di 200 euro per la Feltrinelli ho comprato una quindicina di libri e ne ho letti solo due, e la metà sono ancora incellophanati. Se c’è qualcosa che mi interessa vado in biblioteca e mi faccio prestare il libro (che poi normalmente rendo in ritardo, tanto la bibliotecaria mi perdona ;-)), oppure, vado in biblioteca, mi faccio venire l’ispirazione e mi faccio prestare il libro (tanto la bibliotecaria non si ricorda che li consegno sempre in ritardo :-D)

Insomma, to cut a long story short, se dovessi trovarmi tra le mani uno di questi affari e scoprire che la lettura è davvero agevole, c’è disponibilità di titoli (in Italia ci vorrà un sacco di tempo) e, non ultimo, i prezzi delle pubblicazioni fossero abbattuti… per quanto mi riguarda la rivoluzione può cominciare.

e così salviamo pure la foresta amazzonica! e le schiene dei bambini, e lo spazio sulle mensole e nelle valigie, ma soprattutto potremmo davvero cominciare a comprare libri a scopo ornamentale:

no, guardi architetto, pensavo di riempire quello spazio con un metro di libri con le coste color pastello, invece sulla parete opposta vedrei meglio un’eciclopedia con la copertura in simil-pelle verde. lei che ne pensa?

Aspetta un attimo

imparare ad aspettare è un tormento se non sai cosa stai aspettando, dice hanif kureishi.

E sono qui così in attesa non di una parola sfuggita non della voglia ma in attesa. Come quando ti rifilano mille informazioni e tesi contrapposte una dietro l’altra, una dietro l’altra, una dietro l’altra e vai in overload di informazioni, un sovraccarico per non permetterti di scegliere, per non permetterti di pensare. Come quando mia nonna diceva mangia mangia e io la guardavo, avevo sei anni, e volevo dirle che non è che non avessi fame ma avevo un groppo sullo stomaco e io lo so che lo faceva per liberarsi dal peso di farmi stare bene ma non c’è un solo modo per stare bene. E si può anche stare male alle volte. E non si può imporre cosa fare. Come quando ti danno tutti gli elementi per farti un comodo pregiudizio e lo sai che se ti avvicini le cose cambiano colore, che il colore cambia se vai avanti e indietro, se vai a destra e a sinistra, allora ti domandi se devi scegliere una posizione o continuare a ballare e a osservare e infine vedere -ma non lo sai se lo vuoi davvero-. Come quando conosci le fantasie e la tua realtà, e sai che non devi fare confusione per far diventare alcune fantasie, forse le più belle le più vere, realtà e alcune realtà riconoscerle come fantasie. Come quando sei stanca e dovresti andare a dormire e invece scrivi cazzate su un blog.


[o forse ha ragione lo scrittore lì sopra, per il quale chi scrive commercia in insoddisfazione e francamente non sono per niente insoddisfatta e la soddisfazione magari è banale e me la voglio vivere per un po’ senza sentimentalismi e false emozioni. o forse sto solo mescolando i miei ingredienti e magari ho pure fatto la pasta e la devo lasciare riposare per farla lievitare. forse]