6 gradi di separazione

l’altro giorno è caduto un aereo a pisa.

non ha fatto molta notizia. era un aereo militare. un volo di addestramento.
sono morti solo in 5. solo.

una delle manovre d’addestramento è il touch and go. si tratta di avvicinarsi a terra come per atterrare e una volta toccata terra con il carrello decollare nuovamente.
a volte, molto raramente, succede anche con i voli civili. quando accade la torre di controllo lo rileva e poi  presenta il conto alla compagnia aerea. si paga ogni volta che si tocca terra.

ancora non si sa come sia successo. normalmente se non ci si mette di mezzo Al-qaeda, un aereo cade per errore umano. ma il pilota era un addestratore militare esperto. un cedimento strutturale è improbabile. una folata di vento meno che mai.
forse sono stati gli uccelli: il bird striking purtroppo non è un gioco.
comunque è solo una mia ipotesi tra le tante. vedremo. ci saranno delle indagini

ad ogni modo, a parte la curiosità e la retorica commozione generale, statisticamente è difficile sentirsi parte in causa della tragedia.

poi però ci si mette la teoria dei 6 gradi di separazione. e così ieri conosci dei piloti della 46a brigata. di stanza sono a pisa. e tutto non è più così distante e asettico.

oggi ci sono i funerali.

e se conoscete neru, siete al massimo a 4 gradi di separazione dalle famiglie delle vittime.

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ho la faccia come il culo

no, così, giusto per proseguire il filone.

[è che mi pare cromaticamente adatto.

ché poi mi pare perfetto per descrivere ieri e oggi. a seguire giusto l’incipit di ieri.

perché se mi si dice “arrivi in anticipo” e io mi sveglio giusto all’ora dell’anticipo, batto i pugni sul cuscino urlando ma porca miseria non ho sentito la sveglia e poi mi alzo e con calma colaziono mi doccio -e già che ci siamo laviamoci pure i capelli, vah- mi vesto esco e dico ci vado lo stesso e fanculo che oggi è sabato e una donna cosa deve fare se ieri sera invece di starsene a casa a riposare è uscita per quella famosa filosofia che dice che la vita è una e finché il fisico tiene resisti e anche quand’anche non dovesse tenere non temere che tutto s’aggiusta, ecco, io sono uscita e ho fatto tardissimo che stavo bene.

e allora ci sono andata con calma appunto a quella cosa che dovevo fare sabato mattina e mi hanno fatto entrare e ho detto mi scusi il ritardo ma ieri sera sono uscita e ho fatto tardi e stamattina non mi sono svegliata così mi hanno risposto non si preoccupi la vita è una, fa ancora in tempo abbiamo appena iniziato e comunque secondo me ha fatto bene.]

Sono una testa di cazzo

Sono una testa di cazzo.

Predicare senza razzolare. Chiacchiera e distintivo. Fumo e senza arrosto.

Voglio essere intelligente ma sono solo banale.
Voglio essere speciale ma sono meno che mediocre.

Vorrei cambiare, io, e che il mondo si fotta.
Ma non ne ho la forza. O solo la voglia.

Crocifiggetemi se vi va, basta che non mi rompiate il cazzo.
Attaccatemi, basta che non me ne accorga.

Vorrei vivere in un altro mondo, ma mi accorgo che mi muovo nel tempo e nello spazio in questo altrove.
E mi ci muovo bene. O forse male. Non importa.

Ho la nausea.

dedicato a chi capisce quando il gioco finisce

non devo niente a nessuno. forse una spiegazione sì.
forse nemmeno. a volte è proprio inutile parlare.
che poi capire è una cosa vieppiù ingenua.
anzi ho scoperto che me l’hanno data a bere per parecchio tempo. tipo che io credevo che se non sapevi spiegare allora non avevi capito e invece un tizio m’ha detto macché . m’ha detto che se sai spiegare mica è vero che hai capito. puoi spiegare e non aver capito e puoi aver capito e non saper spiegare. che poi a che serve sempre spiegare?

amico lettore, dico a te: hai capito? non importa.

forse poco importa anche di questo fatto. che quando non hai capito può succedere che capisci. come qualche sera fa. sono andata a teatro. e c’erano degli attori russi che recitavano in russo zio vanja. francamente non capivo -io il russo non lo so- ma capivo lo stesso. vabbè c’erano i sopratitoli in italiano ma dovevi essere proprio strabico per leggere e guardare la scena. perché era più bello vedere quello che accadeva e vedere come recitavano. davvero era qualcosa di fenomenale. lì, voglio dire, parlavano le emozioni e se leggevi quelle scritte che a tratti non si capivano, finivi per non capire proprio niente dell’animo umano.
o come quando i bambini parlano lingue diverse e si capiscono lo stesso, e continuano a giocare. non sempre è necessario parlare la stessa lingua. qualche volta le parole sono davvero superflue, possono fare male. le emozioni sono intese, la parola è banale, dicono quelli lì, quelli che cantano.

qualche volta ci si fa male e si usa violenza. e non è che se sei uomo o donna è diverso.
a dirla tutta sto post era nato giorni fa sotto la doccia ed era tutto diverso, pure più bello. quando hai delle cose in testa dovresti scriverle subito. per questo tengo la mia moleskine sempre a portata di penna. ma non l’ho fatto, forse perché ero sotto la doccia. poi c’ho pensato mentre camminavo e già ad ogni passo le parole cambiavano. e poi sono successe cose, si sono dette parole. e ad ogni movimento e ad ogni suono le parole cambiavano. solo le emozioni sono rimaste le stesse.
chissà dov’è ora quel post che mi piaceva. magari se n’è volato via verso i paesi più caldi, chissà.
adesso m’è rimasta sta roba e non so che farne.

dico a te amico lettore. tu capisci quando il gioco finisce? perché io no.

parole ma solo alla fine

è strano come le cose assumano un senso quando finiscono… a quel punto inizia la storia. (j.l. godard)

 

parliamo, parliamo un fiume di parole che giocano a rincorrersi, ma soltanto quando l’intonazione musicale della voce prelude al finale capiamo dove volevano portarci. viviamo la nostra vita giorno dopo giorno, alimentata da fatti sempre nuovi, ma soltanto quando il tempo concede una pausa di riflessione cogliamo il vero significato della nostra esistenza. “il senso può emergere unicamente perché le parole muoiono succedendosi le une alle altre” (g. haldas). quando l’infanzia giunge alla fine, la ricostruiamo in una storia e quando la vita arriva al tramonto, scopriamo perché abbiamo dovuto viverla.

boris cyrunik

 

raccontare storie arriva alla fine. alla fine di un pensiero, alla fine di un vissuto. per questo non riusciamo mai a raccontare mentre stiamo vivendo e ci mancano le parole.

per questo in questi giorni andrò ad intervistare degli ultra ottantenni e mi racconteranno di loro con la voglia e la paura di farlo. andrò ad intervistare anche uno zio, il fratello di mio nonno, che è stato prigioniero ad auschwitz. mi ha detto vieni a trovarmi prima che il tempo metta la parola fine all’inizio della mia storia. a dire il vero sto tergiversando, non so perché. forse perché dentro quella storia ci sono anch’io.

ma io adoro le storie. forse perché inevitabilmente iniziano dalla fine. forse perché dentro ogni fine c’è un inizio. forse perché bisogna avere coraggio. lo stesso coraggio per vedere alla fine di ogni passione, l’amore.

geografie del cuore_chapter four

un calzino, messo nel cassetto,

cercherà quasi sempre di fare coppia con un calzino diverso.

stefano benni in “pane e tempesta”

è per questo che lascio sempre i miei calzetti, i calzini e le calze -che mica si sa le pieghe che prendono i collant- sparsi in giro per terra?

A cena è imbarazzante

Ormai ci ho fatto il callo a quelle cene di famiglia a casa di mio padre e mia madre dove ci sono anche mia sorella con il ragazzo-di-mia-sorella, l’altra mia sorella con il ragazzo-dell’altra-mia-sorella, mio fratello con la ragazza-di-mio-fratello e Io, che al massimo posso sfoggiare il mio ego.
Non che mi lamenti, il mio ego in queste situazioni è più che sufficiente. Tutt’al più non posso abbracciarlo. Ma pazienza.

Particolari poi, quelle volte che mio fratello con la-ragazza-di-mio-fratello portano anche i genitori-della-ragazza-di-mio-fratello che si trovano in visita in città.

Questa volta però  ho un ospite anche io: la mia migliore amica!

Il problema è che avere a cena una che conosce (quasi) tutti i tuoi segreti e che per indole si diverte a bastonarti con la scusa di volerti educare, a volte può essere problematico.
Se poi tua sorella si sfrega le mani dicendo dai adesso tiriamo fuori gli altarini del sottoscritto, e sai che la tua migliore amica in questi frangenti ci sguazza, la situazione può diventare imbarazzante.
Se inoltre aggiungiamo i propositi di vendetta-tremenda-vendetta che la accompagnano dopo che nel pomeriggio, facendoti conoscere sua madre, lei ti ha fatto notare che hai brillato fin troppo di luce propria abbagliante et obscurante,  allora la situazione rischia davvero di volgere verso l’incidente diplomatico!

Fortuna vuole però che mia sorella ad un certo punto, tirando fuori da chissà quale cassetto una scatola piena di palle colorate et profumate, se ne esca con un:
– ma lo sai che una volta a Natale ha avuto il coraggio di regalarmi …

Flash-back in bianco e nero alla Quentin Tarantino. Io e la mia migliore amica al telefono:
– hey G., dammi un consiglio …

–  … queste cose con su scritto Lush!!!

– … vai tranquillo che tutte le ragazze adorano i massaggi e le bollicine …

Di fronte alla faccia stranita di lei, io comincio a ridere a crepapelle. Mia sorella interdetta non sa cosa pensare. Tutto il resto della tavola, compresi i genitori-della-ragazza-di-mio-fratello, si volta.

Il mio ego non può trattenersi:
– HAHAHA, è stata lei … HAHAHA, è stata lei che me lo ha detto, HAHAHA, lei!!! HAHAHA

Certe soddisfazioni sono decisamente impagabili!

u lupu di mala cuscienza

“u lupu di mala cuscienza comu opera accussì pensa”, ovvero “il lupo di cattiva coscienza come opera così pensa”.

 

il fatto è che il lupo s’incazza quando si toccano le cose sue. e forse bisognerebbe capire cosa è davvero proprio e cosa in fondo non lo è.

c’è stato un tempo che credevo che tante cose fossero mie e poi però si rompevano, e a dire il vero non sapevo proprio con chi arrabbiarmi. a dirla meglio, non sapevo come arrabbiarmiché la mia mamma mi ha sempre insegnato che bisogna capire, non giustificare se non è il caso, ma capire sì. e che palle mamma dicevo e chi mi capisce ammè? capisciti tu intanto mi diceva mammà. e poi vai, fai.

poi ho letto sta cosa di italo e ho detto porca miseria però.

 

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Si sta come d’autunno

Il mio balcone sta in un cortile che pare una casa di corte ma non lo è. Sono quattro case e tanti appartamenti e insieme fanno la corte. Così ci hanno chiamati ma ci salutiamo a malapena. È solo un nome amarcord.

Chi si saluta a malapena, lo si fa a modo suo. Ci si saluta a gruppi o per caso o per simpatia, o distrattamente e magari non ne avevano voglia ma gli è scappato, alcuni si parlano dai balconi ma hanno del sud alle spalle.

La corte si chiama così perché ci si guarda dentro nelle case ché allora sarebbe stato meglio chiamarle case voyeur.

Davanti al mio balcone c’è un albero. Un albero piccolo che prima era un alberello. Poi è stato attaccato da chissà che da chissà chi. L’ho amato con lo sguardo, gli dicevo forza ce la puoi fare. Ché poi speravo crescesse per un senso di protezione. Nei miei confronti chiaramente. Chissà se diversamente avrei tifato lo stesso per lui. Comunque è cresciuto. Adesso è un alberello arcobaleno. È verde, poi si tinge di rosa. Torna verde e diventa rosso. Ora è giallo. Ora è grande. Ho tolto persino una tenda. La tenda l’ho tolta dalla mia finestra. Ché mi piace guardarlo diventare grande. L’albero dico. Di mattina, all’alba, quando il frigo smette di rantolare, lo senti crescere, fra il vociare dei merli, stronzetti, che ti dicono che è ora d’alzarsi mentre tu ti rigiri fra le coperte e rispondi con gli occhi cisposi ancora un minuto. È birichino. Quando piove, non t’aiuta proprio, perché non capisci se ha smesso o se è lui che gioca con l’acqua. Se stai leggendo è bello perché ci dà dentro con l’atmosfera, se devi uscire no, ti tocca mettere la mano fuori dal balcone e devi stare attenta che il palmo stia dalla parte giusta.

 

Prima ero fuori sul balcone e lo guardavo. Guardavo il suo giallo che è bello in autunno, l’altro ieri era anche un po’ rosso, oggi è solo giallo. Oggi è giallo e parla. Dice parole che sono foglie e finisce con fiussss toc. Il prato è mezzo verde e ha un tappeto giallo con le frange. È un belvedere. Pare un quadro. È bello. Proprio.

dal vivo è imbarazzante

– ciao.
– ciao.
– sei contenta oggi.
– sì
– come mai?
– ho un fidanzato.
– uh che bello.
– veramente ne ho due: uno dal vivo e uno su messanger.
– scusa ma quanti anni hai?
– undici.
– e cosa vuol dire avere un fidanzato su messanger?
– dal vivo è imbarazzante. su messanger posso scrivergli cose e dire che le ha scritte la mia amica.
– ma i due fidanzati sanno l’uno dell’altro?
– quello di messanger sì.
– e che dice?
– niente. lui ha un sacco di ragazze che gli corrono dietro dal vivo.
– e preferisce te?
– sì. dice che è meglio su messanger.
– e tu? non è difficile averne due?
– beh no. per dire se quello di messanger fa cose brutte, posso lasciarlo tanto ho quello dal vivo.
– e se quello dal vivo fa delle cose brutte?
– bè no non lo lascio.
– e perché?
– perché è carino.
– …

certe conversazioni che mi accadono mi lasciano imbrazzata.