l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: settembre 2009

Ti ruberà la scena e rubamela!

Mi ha detto è opportunista e invadente non invitarla, svegliati ti ruberà la scena.

Io, che su un palco ci sono stata, so che l’unica persona che può rubarmi la scena sono io.

E so quanto è difficile scendere dal palco, sedersi fra il pubblico e non fare di tutto per risalirci. C’è chi farebbe di più di tutto pur di, chi si nasconde dietro le quinte, chi stringe mani e fa sorrisi, chi s’impegna, chi fa cucù.

Credo che comunque su quel palco bisognerebbe salirci prima o poi o prendere coscienza di averlo fatto, altrimenti rimane la voglia e la tristezza di quell’ambizione che ambizione non è. Ché prima o poi ci s’incolla su quel palco.

C’è una cosa che mi fa ridere quando si sta lì un po’ in alto con tutti quei riflettori puntati contro. A volte cerchi di vedere il pubblico e non vedi niente, nessuno tranne te.

E’ allora che ti guardi e ti ascolti. Peccato, perché la cosa più bella che ti può capitare è di accorgerti dei silenzi e a quel punto ascoltare l’aria. Accade che percepisci lo spazio e l’odore e poi esci e quell’aria ce l’hai addosso. È lì che sai se hai fatto bene.

Di solito hai fatto bene quando hai sputato l’anima e l’hai lasciata lì per chiunque ne avesse bisogno.

Ho una grande stima per chi scende da quel palco, strappa via la colla e se ne va camminando dalla parte del pubblico, trattiene il suo occhio languido e dice io devo andare là fuori.

Non so se sono mai riuscita a fare queste cose.

Per quanto mi riguarda non lascio che le persone mi dicano come comportarmi anche se mi piace ascoltare i consigli, che qualcosa di buono lo si tira sempre fuori. Dunque inviterò l’una e l’altra. E inviterò tanti e ci sarà chi vorrà venire e chi non potrà o solo non vorrà ma andrà bene lo stesso o andrà bene uguale. Certe cose non si sommano. Certe cose si vivono e sarà bello viverle uguale che né più né meno sono sempre io insieme agli altri.

and the winner is… ovvero le vacanze della nostra vita

l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va.
-orca miseria, mica m’ero accorta che l’estate è finita già! ahhh la me milan!-

ebbene.
fra poco meno di una settimana il calendario mi dirà che gli anni passano. almeno per me.
le vacanze, come qualcuno di voi ha giustamente detto sono finite da mo’.
vi ho chiesto cosa preferite fare in vacanza.
mi avete detto perdervi. ma lo so che non l’avete fatto. che c’avevate le vostre cartine e quei tomtomgo figli del demonio -ringrazio ora e per sempre paturniosa quando l’ha scritto su un blog, figliodeldemonio dico-.
allora dove vi siete persi eh? non avete avuto il coraggio eh? forse che sì in una spiaggia a pensare? forse che sì nelle vostre camminate su sentieri noti? naaaah non vale!
io c’ho provato mio malgrado e sono tornata da etretat -sulla scogliera normanna- a rouen di notte con la nebbia, senza cartina e navigatore, andando a muzzo per stradine tortuose, dicendo per di là e speriamo che me la mandi buona.
sapete cosa si prova? caga! e voglia di tornare. il primo pensiero? che faccio se mi si ferma la macchina qui in mezzo al nulla? ma son tornata.ché quando ti perdi vuoi tornare. poi però è bello raccontarselo e riderci. c’è una strana magia.
ma comunque. se anche voi. allora lo voglio sapere.

ancora due cose due.

uno. il vincitore del sondaggione estivo è colui che ha detto chiaramente cosa vuole: “un bel figo moro e abbronzato che mi spalma la crema solare…”. amico lettore -se l’italiano avesse il neutro ecco sarebbe il momento per usarlo- tu sei il mio mito. e ti dico anch ‘io, con tutto che il sole o lo prendo a piccole dosi o mi urta e quella crema appiccicosa sul corpo mi annoia! magari facciamo che mi spalma il dopo sole -che quei momenti lì poi s’allungano- eh?
due. chi è l’unico e dico l’unico che preferisce andare al lago?
tre. che la coerenza non è di questa terra. visto che ho tolto sto sondaggio? ma non l’ho cambiato, caro il mio sfrantumatore ignoto.

non possiamo essere certi di niente

[ovvero è vero ma non puoi nemmeno essere certo che non capisca e forse non è il vero punto della questione. è altrettanto vero che non possiamo sapere in anticipo se faremo bene o male ma sappiamo benissimo se stiamo facendo bene o male.]

sapeva che vedevo poco. mi sporgevo sempre un po’ oltre le mie spalle per osservare meglio, come se la vicinanza mi aiutasse a capire. mi disse che se vuoi verificare qualcosa scientificamente devi osservare il fenomeno. ma il semplice guardare, alcune volte, il guardare, cambia il fatto. aggiunse “tu non puoi sapere cosa è successo nella realtà o cosa sarebbe successo se tu non ci avessi ficcato il tuo grosso naso. perciò non ha senso chiederci cosa è successo, guardare cambia il fatto.

sto dicendo che a volte più guardi e meno conosci”.

dovevo riconoscere che era abbastanza vero. una volta, distrattamente, invece di prendere gli occhiali, li gettai lontano con la mano. mi sforzavo di guardare dov’erano finiti, m’inginocchiai, portai gli occhi vicini al pavimento ma niente, non riuscivo a trovarli. poi chiusi gli occhi, la mia mente abbracciò lo spazio e ripercorsi i miei movimenti. sospirai. allungai la mano, in fondo alle dita afferrai gli occhiali.

mi parlava e riconoscevo immagini che non sapevo se erano vere, quando mi disse che si trattava di un principio, quello dell’indeterminazione e che nell’economia del discorso si riferiva a probabilità. ma già non gli credevo. poteva essere una disputa fra einstein e bohr e nutrivo forti dubbi su heisenberg. credevo piuttosto a ciò che diede l’opportunità a beethoven di comporre un’opera quando già era sordo.

mi disse che ci sono cose che non sappiamo e altre che non possiamo sapere, di rassegnarmi all’inconoscibile.

mi chiese di uscire a cena e più lo guardavo più non riuscivo a capire dove finisse la cena. forse non era un problema o forse sì. decisi che comunque l’argomento non m’interessava e declinai gentilmente l’invito. mi disse che credeva che fossi brava a giocare a poker. gli risposi che sì.

era un bel pomeriggio di fine estate, ed ero contenta di godere ancora di quella luce e quel verde. mi chiedevo quale fosse la verità. ero io o erano le cose intorno a me ad essere particolarmente attraenti?

succede che a volte parlo a voce alta mio malgrado o forse un tizio incrociò semplicemente i miei pensieri perché mi disse: “la verità, come l’arte, è nell’occhio di chi guarda”. aggiunse che avrebbe potuto continuare la citazione ma che preferiva dirmi la sua.

e in fondo io preferisco sempre che qualcuno mi dica la sua, indipendentemente dalla verità. mi ricordai che mia nonna difficilmente faceva domande dirette. le domande dirette servono per le bugie e il terreno è più tortuoso per arrivare a una sana conclusione, credo mi dicesse. non sapevo ancora se fosse vero, avevo più dimestichezza con le domande a bruciapelo ma forse lo erano solo per la mia lentezza. insomma il tizio mi disse la sua.

ognuno vede ciò che crede, tu vedi ciò che vuoi, io credo quel che so.

fui d’accordo sulla mia ignoranza e sul fatto che riuscissi a ritrovare la strada di casa oltre che un paio di occhiali.

[ammetto che alcune frasi sono citazioni da film. per la verità due. due film che ho visto e mi hanno lasciato un po’ a bocca aperta e io scema a fare il rewind per scrivere sulla moleskine i dialoghi. il resto è vita vissuta rimaneggiata. mi si perdoni se ho voglia in questi ultimi tempi di raccontare i fatti miei rimaneggiati come se fossero pasta di pizza. mi piace da morire la pizza. ecco. mi si perdonino anche certe lunghezze, cmq..]

pagami

il telefono squillava sul tavolo. l’ho fulminato da lontano. mi sono alzata. in mano sembrava già bollente.

— pronto.

— ho bisogno dei soldi.

— non tutti, lo sai già. quanti?

— centoventi mila euro.

— chi l’ha detto?

— il mio compare.

— te li scordi.

— allora facciamo centomila.

— ehi siamo al mercato delle vacche?

ho sbattuto giù il telefono. dovevo trovare una soluzione e in fretta. un paio di jeans stirati male, una maglietta buttata sullo schienale della sedia andavano benissimo. ho messo a tracolla la borsa e ho inforcato la bicicletta. gli auricolari sparavano una canzoncina niente male. dovevo trovare quel tale. mi avevano detto che mi avrebbe aiutato.

ho bussato. sono entrata. si accomodi qui mi hanno detto. fare anticamera non è mai stato un problema. non ho aspettato a lungo. sapeva che sarei arrivata prima o poi.

— quanto ti hanno chiesto?

— centomila euro.

— ce li hai?

— sì.

— allora?

— è una questione di principio.

— voi donne avete un problema con le questioni di principio. prendi noi uomini, siamo più accomodanti, sappiamo trattare.

— le cose vanno fatte bene. non mi devono prendere in giro.

— quando capirai che tutto è monetizzabile.

— tutto?

— no forse non tutto, ma tutto è trattabile.

— come con le prostitute.

— si dice che loro sappiano il prezzo giusto.

— sicuramente sono oneste.

— voi donne vi date sempre contro, è come se doveste dimostrare che valete, che vi meritate tutto. ma chi non si merita qualcosa? ognuno faccia il suo gioco. tratta e cerca di ottenere il meglio per te.

me ne sono andata. avevo capito cosa dovevo fare ormai. aspettare e giocare di fino. (altro…)

confessioni in ritardo

va bene adesso lo dico.

perché sono in ritardo? talvolta. occhei, spesso.

ho paura.

se ci si domandasse per cosa, sarebbe già sbagliata la domanda.

basta che funzioni

e woody allen è un genio.

andatelo a vedere se vi capita, io lo farei capitare. funziona.

***

ché poi a margine fai le tue considerazioni, ma quelle tue personali.

quello che voglio dire è che, in linea di massima, fare la recensione a volte è una grandissima pirlata autocelebrativa.

ad esempio, io dico che un libro è bellissimo e ci tiro fuori tutto quello che credo valga la pena debba avere un libro, invece è quello che io penso o che colgo e che non è esattamente il libro. certo posso arricchirlo e dare informazioni in più ma non è detto che se lo trovo geniale debba piacere. magari, quando ne casso uno, per qualcuno vale la pena leggerlo.

allora preferisco consigliare un libro a te persona, dopo che mi hai detto come stai, che colore ti piace, cosa hai fatto negli ultimi tempi e dove vorresti essere adesso. cose così insomma. di solito non sbaglio. a consigliare, dico. e penso che anche per i film andrebbe meglio un suggerimento di questo tipo.

però. ci sono sempre dei però e qui, right here right now, ho due precisazioni da fare. se gianni biondillo non avesse scritto la recensione di un bellissimo libro di herta müller, non l’avrei letto e dunque gli sono riconoscente per la vita, che quel libro è quello che stavo cercando.

secondo. a volte un film è piacevole comunque, e ne vale la pena. ecco, questo film di woody allen vale la pena di alzarsi dal divano, lasciare il dolce a metà, chiudere la porta, girare la chiave e incamminarsi. vale la pena anche tornare tardi, e dormire poco. ma io non faccio testo. mi piace woody allen e ho visto tutti i suoi film.

alla fine finisce che, se non ha tantissimo senso fare considerazioni su un film, che capisci che funziona e va bene così, le fai su di te.  a volte penso che non funzioni nulla e invece funziona tutto, ché non mi faccio illusioni no, ma ho questa mania che vorrei che funzionasse tutto come l’avevo pensato e invece.

bisognerebbe fare come kapa che per far funzionare una macchina fotografica ha messo della stagnola sopra una batteria.

***

p.s. scusate! piccola nota margine da donnina. ma quanto è figo quel ragazzo scelto da woody, quel henry cavill. woody grazie grazie grazie. era da un po’ che non vedevo un uomo bello bello. certo non ha ancora scalzato il mio clive owen, però. per dire, se gli assomigliate fate un fischio vah, che io ho gli stessi capelli di evan rachel wood. henry-cavill-whatever-works-01grazie.

henry-cavill-interview

la tristezza di ammaniti, la delicatezza di gondry, la meraviglia dell’animazione e l’elogio dell’imperfezione

al milano film festival un mercoledì notte un piccolo niccolò ammaniti ha dichiarato che a scrivere non ci vuole niente. bravo lui. anche fortunato lui. sarà.
ho registrato per anni, in chi lo sapeva fare, inadeguatezza, talvolta frustazione, determinazione e duro lavoro, contornato da momenti di gioia e destino. ma tant’è.

ché quando si parla di destino tutti si mettono sull’attenti, senza sapere che dire o che fare. soprattutto cosa pensare.

indadeguati. è che ci sentiamo inadeguati e spariamo cazzate. per temporeggiare. mica per altro. c’è chi cerca aiuto come mary daisy dinkle.

marydaisydinkle

lei cerca amici e lo fa con un guizzo di follia. così trova max.
maxjerryhorowitzmary è la coprotagonista insieme a max di un lungometraggio d’animazione di adam elliot. un genio lui. il film è bellissimo e se vi fidate di me -ma anche no, che è meglio, ché nella vita non si sa mai, tuttavia qualche volta ci si deve pur fidare- insomma fate quello che volete, però andatelo a vedere.
non è ancora distribuito in italia, lo sarà. sarebbero dei cretini se non lo facessero.

ricordatevi questo titolo: mary and max.
commovente, ironico, sapiente. magistrale.
vi piacerà. e vi piacerà perché ci dice che siamo tutti un po’ diversi e tutti un po’ unici. siamo loro, i protagonisti, ma non lo siamo nella realtà, perché loro sono estremi mentre noi ci crediamo normali. normali e speciali. e allora possiamo identificarci con comodo in questi pupazzetti buffi e piangere anche un po’.

però io dico che non siamo normali e speciali. siamo pazzi e quotidiani. un po’ come appaiono i personaggi del documentario di gondry. l’ultima sua fatica, dove racconta della zia suzette. parlare di zia suzette per michel gondry è l’occasione per parlare di possibilità, di rapporti familiari, quelli tra generazioni, quelli con le minoranze. racconta del quotidiano che è il luogo dove nasce la sua arte, e lo fa con una delicatezza incredibile.

amo gondry. lo amo perché è visionario. al milano film festival non è piaciuto. eravamo tanti, siamo rimasti in pochi. forse perché questa volta parla davvero di noi e della nostra inadeguatezza quotidiana. è difficile stare allo specchio. è come sentire l’épine dans le coeur -una spina nel cuore-.

comunque io a mary daisy dinkle ci voglio bene, ma ve lo immaginate avere una mamma così?

vera

e anche alla zia suzette ci voglio bene. perché è una donna che ha insegnato la curiosità. il resto vien da sé.

Max Jerry Horowitz Mary and Max

che peso la spesa signora maria, parola mia

sul potere salvifico della parola, ci credo. da sempre. -anche in quello dell’immagine, ma questa è un’altra storia-. sarà per questo che parlo sempre. troppo. bè non sempre. a volte parlo in più. cioè infilo qualche frase oltre il ciglio del burrone. allora rotola tutto giù. non le parole, rotolano le emozioni e i fraintendimenti. fino a terra. poi c’è il silenzio.
adoro il silenzio. ma la parola salva. il silenzio alleggerisce. il silenzio mette distanze, forse fra due altezze, forse fra la terra e il cielo. non so.

comunque è complicato parlare. la dose giusta delle parole. chi sa qual è?
quante ne vuole? un chilo grazie. anche a lei signora? no, oggi sono stanca, facciamo due etti.

è difficile calibrarsi. bisognerebbe avere una borsa di mary poppins e tirare fuori frasi all’uopo. frasi non scontate, frasi a benzina, quelle con l’accelerazione svelta, che poi puoi anche frenare. per frenare ci vuole tecnica, tipo che devi scalare le marce quando c’è il ghiaccio o che in curva non si frena ma si accelera, soltanto per non sbandare.

io una borsa come quella non ce l’ho. però una cosa la so. quando mi emoziono, o parlo tanto o non parlo per niente. non ho mezze misure e non so mai quale delle due versioni di me salterà fuori.
una cosa me l’ha detta una bambina di quattro anni. ammetto di adorare questa bimbetta che si chiama greta. greta ogni tanto viene a trovarmi. greta ieri aveva in mano un librino di beatrix potter e me lo mostrava felice. mi ha detto mi piaciono questi topini poi mi ha guardato e ha confessato: sai che vado alla scuola materna fra poco? sei contenta, le ho chiesto. tantissimo, ha risposto, imparo un sacco di cose. non so, sarà stato allora che mi sono emozionata e ho cominciato a parlare a parlare. a un certo punto greta si è girata di spalle e ha detto alla mamma, che le stava accanto, ho paura. perché hai paura le abbiamo chiesto.
parlare è un’avventura, ha risposto.

Inconvenienti

Gira il mondo gira e io manco lo so. I giornali parlano di alcune cose che preferisco leggere da lontano. Ma tanto m’innervosisco lo stesso. Che c’è un quotidiano che accade. Gente che sta male, gente che si organizza, gente che chiede, gente che dà, gente che preferisce far finta di niente e gente figlio di buona donna.

Stamattina mi son svegliata e.

Ho trovato il finestrino della macchina sfasciato.

Ora.

Non possiedo una macchina. L’ho già detto. L’ho in car sharing, con mia mamma. Car che? Mi ha chiesto il Maresciallo. A Merescià, gli ho risposto, è ora che si evolva. Ma io sono laureato in Giurisprudenza, mi ha detto. E allora, ho risposto? Però. Carino è stato carino. Mi ha aiutato. Spero non sia stato per il capello biondo cenere. Gentilissimo il Maresciallo.

Facciamo un passo indietro.

Sono sempre di corsa, pure stamattina. Ho sceso le scale. Avrei preferito dandoti il braccio e invece ero in volata. Il portone si è chiuso dietro di me. Ero in strada. E. Pietrificata. Poi mi è scappato un maporc…

A me la macchina questa settimana sarebbe servita: lunedì sera, giovedì mattina, venerdì sera. Per il resto mi arrangio. Ho chiesto: mami va bene a te? Va bene. Ma che glielo chiedo affare che a lei va sempre bene?

A dire il vero la mia mamma no sa esattamente cos’è un car sharing, sa solo che se lo fa mi vede di più perché sono costretta a mettermi d’accordo con lei. Così la mia mamma dice che il car sharing è cosa buona e giusta.

Dunque, qualche giorno fa, sono andata a prendere la macchina in bicicletta e l’ho parcheggiata sotto casa mia. Casa mia è un bel posto. Almeno credevo. Lo credo ancora. Ha solo l’aggravante che ogni tanto passano delle teste di…come dire…di…di.

Devo dire che io e la mia mamma non abbiamo alcuna velleità nei confronti delle macchine. Insomma, l’unica loro funzione è che ci portino da un posto a un altro. Fine. Autoradio? Cos’è? Tanto, io canto with myself. Condizionatore? Ma se esistono i finestrini? Ammennicoli vari non sappiamo nemmeno quali possano essere. Insomma la macchina che guidiamo è base base e ci piace così. Manco la laviamo per dire. Cioè, non la laviamo spesso, ecco.

Tempo fa un fighetto mi disse ma quando laviamo questa macchina eh?

Però lui non aveva capito che fra lo specchietto e il tergicristallo c’era una ragnatela che oh! Dico, provate ad andare a novanta all’ora e vedere che quella ragnatela resta sempre lì, che si deforma al vento ma resta lì. Credo che un fighetto non potrebbe capire, no. Insomma, mi dicevo chi vuoi che s’interessi a questa macchinina? E invece sì. Qualcuno l’ha fatto e mi ha rotto il finestrino posteriore di sinistra -papà, maresciallo, taco, ho detto bene stavolta???- e mi ha scassinato pure la serratura. Poi è entrato e gli sono girati i maroni perché non ha trovato niente. Ma va? Insomma alla fine abbiamo smadonnato in due per cosa?

Io, nella persona di neru ho una sola cosa da dire al mio scassinatore del lunedì. Ma vaffanculo vah!

scusa con che scusa festeggi la letteratura?

Allora da queste parti tutto bene? Io bene, grazie. Qualcuno credeva che mi stessi suicidando? Naaaah.

Ero a Mantova al Festival della letteratura. A dire il vero non ho capito bene cosa vuole dire. Cioè cosa vuol dire festivaldellaletteratura. Sì, tutto attaccato; un evento unico. Quello che ho capito io è che: non si fa letteratura, non la si celebra, non è l’occasione per farla. Secondo me si mette in moto l’economia, magari le possibilità, ci s’incontra, non a metà, non si sa bene dove, di sicuro da qualche parte.

Succede che si parla, si vede, si ascolta ma anche no; si fanno cose. C’è un’ampia gamma di genere letterario, genere curiosibus, e del genere “ti presento”.

Certo potremmo anche chiamarlo festival delle autocelebrazioni che andrebbe bene lo stesso, però è bello. Bella l’atmosfera, bella la cornice. Belle anche alcune cose dette, alcune cose lasciate là. Bello.

Due cose due, che ho sentito.

Uno. “Cattivi libri fanno buoni film, buoni libri fanno cattivi film”.

L’ha detto Anne Fine per dire che il suo libro è bello perché parla di emozioni vere, reali o realistiche chissà, mentre la trasposizione filmica del libro -che risponde al nome di Mrs. Doubtfire– è un brutto film perché non è credibile, almeno nella caratterizzazione dei personaggi.

Ora a me quel film è piaciuto, e lei con quel film ha guadagnato un bel po’. Come giustamente ha detto il paguro romano che l’intervistava -ne dovrò parlare ché mi stava sul culo ma lo sto rivalutando, un poco, solo un poco-, insomma ha detto che intanto lei c’ha comprato la casa.

Due. “Preferisco l’emozione alla parola”.

Parola di Donato Carrisi dalla postazione di RaiRadio3 durante il programma Fahrenheit.

Ora, io, Donato Carrisi non me l’ero mai filato di striscio, anche se ha vinto il premio Bancarella2009. Se fossi una rocker direi che sui premi ci scatarro su, e siccome non lo sono, dico che non m’interessano molto quelle kermesse letterarie create per far girare l’economia, dare una nuova spinta alle case editrici o ai manager che ci sanno fare o. Insomma non me lo consideravo per il minimo questo Carrisi, finché ho letto la recensione dello scorfano -che non linko perché sennò il mio blog sarebbe un linkaggio unico al suo e non va bene, no-. Lo dico subito: lo scorfano non ne aveva parlato in modo lusinghiero. In due parole, se non ho capito male, lo definiva un libro da passeggio, cioè uno di quei libri con cui ci passi il tempo senza impegno.

Insomma sono lì alla postazione di RaiRadio3, accanto ho Piero Dorfles in forma smagliante, intanto Jules coglie l’occasione per dirgli “lei mi dà sempre qualcosa”, e mentre un sorriso scoppia sulla mia faccia mi accorgo che seduto a parlare dai microfoni c’è lui, Donato Carrisi. Simpatico. Simpatico è simpatico.

Poi dice la frase che ho riportato sopra e capisco che non leggerò mai un suo libro e che sono stufa che ci siano più scrittori che lettori, e che la gente vuole emozioni emozioni emozioni come se la vita non fosse già di suo emozionante e fantasiosa -e cosa ci posso fare io se siete già morti prima di essere nati?- e che sono stanca che la sceneggiatura si intrometta nella letteratura, che a me i film piacciono e anche i libri, e una cosa è fare lo scrittore e un’altra lo sceneggiatore e non mi confondere la poesia di un film con la poesia di un libro; e se non hai tempo per fermarti a capire, la maggior parte del tempo, è perché non lo trovi. Gesù!

Quello che voglio dire è che un libro è un libro, una sceneggiatura è una sceneggiatura, un blog è un blog. E non è un piccolo particolare. Nel primo dovrebbe predominare la parola, nel secondo l’emozione, nell’altro fatti tuoi. Fermi! Lo so, anche tantissime altre cose dovrebbero stare sia nel libro sia nella sceneggiatura, per carità. Ma è mai possibile che ormai un libro si giudica dall’emozione che lascia al lettore? E’ mai possibile che non ci sia soluzione di continuità fra un libro e una sceneggiatura? E’ vero che ormai il lettore è un lettore da passeggio? Naaaah.