l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: agosto 2009

come leggi?

come? come lo fai? seduto disteso, all’aperto, al chiuso di una camera, camminando, sdraiato -a pancia in su o a pancia in giù, di sguincio?- a voce alta o in silenzio? insomma come trovi godimento sfogliando una pagina dopo l’altra mentre sai che il tempo impazza, la vita avanza e tu stai fermo e nemmeno capisci se davvero alleni la tua mente scalando una parola dopo l’altra?

ci pensavo oggi quando non riuscivo a trovare una posizione per leggere. sto cambiando abitudini e non so perché. però una cosa la so di sicuro. ed è che ho letto i miei libri migliori ad alta voce. solo quelli.

è stato mentre leggevo un articolo sulla lettura. mi diceva che un buon lettore è una combinazione tra la componente artistica e quella scientifica e cerca di unire in sé la virtù della passione e quella della pazienza. ho capito che è vero. ci vuole un sacco di pazienza per leggere. ma se è vero come dice azar nafisi che la migliore letteratura ci costringe sempre a interrogarci su ciò che tenderemmo a dare per scontato e mette in discussione tradizioni, credenze che sembravano incrollabili, allora vorrei esercitare tutta la pazienza che ho.

a volte però, scassa un po’ le balle quando intuisci che qualcosa ti sta mettendo -forse- troppo in discussione. o quando non sai dove tutta sta discussione vuole andare a parare. allora ci vuole qualcosa che prenda il tuo cervello e che te lo catapulti un po’ più in là.

è sempre azar nafisi a dirci il perché in “leggere lolita a teheran”. la vera democrazia non può esistere senza la libertà d’immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. per vivere una vita vera, completa bisogna avere la possibilità di dare forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri saperi, pensieri e desideri; bisogna che il tuo modo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti.

sì lo so a me piace sognare, è che io la sera mi addormento.

con le domande si costruisce la libertà

qui saviano

tuttavia sono convinta che una società non sarà mai in grado di dare delle risposte, perché troppo spesso non esistono o perlomeno non ci sono risposte giuste. non ci sono risposte giuste da premesse valide o da domande corrette. almeno non necessariamente. ci possono essere risposte giuste da atti sbagliati, anche.

per me una società deve funzionare, deve essere funzionale alla vita. parlo di vita che non prescinde dalla morte, l’una lo specchio dell’altra. parlo prima di tutto di dignità. il come lo si trova di volta in volta in ogni epoca, con quello che si ha fra le mani e nella testa.

un buon viaggiatore

un buon viaggiatore è colui che non sa dove sta andando

-frase attribuita a lin yutang ma non sono ancora riuscita a trovare la fonte ahimè!-

io quando viaggio, uso poco le cartine. io quando viaggio, adoro perdermi. io quando viaggio, trovo sempre. io quando viaggio, vago. io quando viaggio, sono in movimento che mi pare di star ferma. io quando viaggio, annuso l’aria. io quando viaggio, respiro gli sguardi.

io quando viaggio, trovo la strada.

penso di essere un buon viaggiatore, anche se mi viene sempre la nausea prima di partire.

io non mi muovo mai.

guardo il mio futuro perso in una marea d’ombre…

soluzioni a situazioni tutte praticabili e pericolose

è che sono entrata in casa stasera. non era prestissimo e ho detto usti sono entrati i ladri!

e invece mi sono accorta che la casa era come l’avevo lasciata stamattina che poi è come l’ho messa al rientro dalle vacanze e come l’ho lasciata dopo, quando ho dato aria alle borse, alle dispense vuote e finalmente mi sono riappropriata dei mezzi elettronici. tutte le prese occupate, comprese le porte usb. un casino fotonico dunque.

allora sono uscita, ho chiamato taco. ho detto dai andiamo a fare la spesa. ah, vengo a mangiare da te, dovresti avere ancora quella mia bottiglia di bianco. e infatti c’era. lui ha fatto il carpaccio, io l’insalata, ma era una signora insalata!

poi sono arrivati myskin e fulì. troppo caldo in casa. quell’afa prima della pioggia. una cosa terribile, tanto che ogni volta devo per forza dire viene a piovere. non sono le ossa che scricchiolano, è l’afa. e infatti adesso piove ma prima no, si soffriva e basta.

allora ci siamo seduti a un tavolino all’aperto. le birre davanti. ho detto ragazzi devo fare la lettera all’impresa prima del rogito, che in casa mia ci voglio entrare da signorina. perché mi sono accorta che nel nuovo appartamento, quello che sto acquistando, c’è già un alone di umido.

non ti preoccupare, mi hanno risposto, ti aiutiamo noi. a chi devi scrivere, mi hanno chiesto. a un pirletta di geometra, dico io, che se la tira a mille. non c’è problema. erano sicuri.

questa che segue è la bozza.

bella geome,

ma quanto sei soprelema? [preso male, ndr]

lo sai o no che c’è una macchia umida sullo spigolo portante di casa mia? stizzica! [sti cazzi, ndr]

vedi di sistemare il casino prima che scacci la grana o non la vedi. il rogito poi ti diventa un rigurgito. semina le mie perplessità, così veloce che devo vedere le pannocchie.

bello, non fare lo stiloso. inutile. tranqui, per ora sto tranzolla.

se non aggiusti, è claro, cause a nastro.

ah, ti saluta capitan alcol.

bella zio,

neru

dite che può andare?

ad ogni modo, io i soldi al geometrino, finché non si fa in quattro per sistemare il tutto, non glieli do. magari allego un binocolo. magari.

e tornare a viaggiare e di notte con i fari illuminare

dove eravamo rimasti?

a un tramonto. a me che penso.

neru a etretat

e le storie entrano ed escono.

non sei tu che crei le storie, sono loro che ti vengono incontro. e se non le sai dire, non sono pronte a dirsi. tanto tu, rassegnati, non sai. aspettare. sì anche quando vorresti fare. e fare quando vorresti aspettare. ma è un gran casino. e se le parole non sono più della vita, sono certamente vita.

allora mi sono ritrovata in una spiaggia grande dove c’era stato lo sbarco e tirava un vento lieve. i piedi sulla sabbia erano buoni anche per camminare. ho ascoltato le onde. ho pensato per fortuna sono arrivata in ritardo. e abbiamo parlato della guerra, di quello che ci sta dietro la guerra e chi vive e chi muore e chi la fa sempre franca e chi soffre. ma poi alla fine mi pareva un discorso senza fine e senza fine è solo quel volersi bene che non sappiamo nemmeno noi perché. e volersi bene cos’è? e cosa serve capire? vivere, allontanarsi, avvicinarsi. andare a naso, sì a naso. che il fiuto non è solo dei segugi. vabbè. io dico che va tutto bene.

e poi arrivare in un prato grandissimo pieno di croci bianche e tanti nomi e tante date e tanti luoghi e tante speranze nate morte sopra. e tanti destini compiuti e tante frasi rimaste a metà. e camminare fra le croci, ascoltare se il vento almeno e non essere capaci di capire. e poi dire ci hanno creduto o no, erano lì. essere lì fa la differenza. ed elizabeth c’era.

croci neru fra le croci

fra tante croci di uomini, ho incontrato per caso lei. non ho visto altre donne. c’era scritto che faceva parte della croce rossa. non m’interessava niente, né chi fosse, né perché, né il suo volto di donna. strano, sono curiosa. ho pensato che aveva avuto del coraggio. le ho fatto l’occhiolino. sarà stato per questo che in quella stanza non ci dovevo andare e invece ci sono andata. e lei era lì per farsi conoscere, per presentarsi. e le ho detto ciao.

elizabeth richardson aveva 27 anni, veniva dall’indiana, faceva parte della croce rossa americana. era una sportiva e un’artista. così c’è scritto. lei aveva detto ai suoi che doveva farlo. doveva andare in quel paese vecchio e martoriato. partire e viaggiare oltre il mare e arrivare. planare. non tornare. il 25 luglio 1945.

è una storia. ce ne sono altre. alcune recenti, altre antiche. alcune sono divertenti, altre non so. lei, elizabeth, però nelle sue foto sorrideva sempre.lipstick-coffee-m

io dico che è sempre bene sorridere.

ed esserci. come, lo decidi tu.

bimbo e la croce

le falesie e l’elefante

amo gli elefanti in acqua forse dai tempi di gregory colbert, quando nel 2002, presentò per la prima volta all’arsenale di venezia la mostra itinerante ashes and snow.

image05_gregory colbert

così adesso, non più di tre giorni fa, mentre vagavo per le strade di normandia, mi sono sporta a picco sul mare per fotografare un elefante. lui.

l'elefante falesia

ci sono arrivata da una stradina stretta e lì, al limitare del sentiero, inginocchiata sullo strapiombo, ho capito che la gente dietro di me, al riparo dal vuoto, mi credeva temeraria. invece io volevo dire loro che avevo paura. sì, paura. con tutta quell’aria intorno, in equilibrio sul cielo. ma la voce si perdeva nel vento, andava in direzione del mare. e allora.

è che non è per il coraggio, per la voglia di fare qualcosa di avventato, per dire io ci sono stata.

avete presente quando la faccia si trasforma dalla meraviglia e voi vi dite, sì dovevo arrivare fin qui? e se qualcuno vi chiede perché, voi non lo sapete? potreste rispondere perché mi andava o perché dovevo. rischiare si rischia sempre. perciò, perché no?

ma poi lo vogliamo dire quello che si prova a essere lì, proprio lì, a scattare fotografie? in mezzo all’orgia dei gabbiani e d’un tratto ti accorgi che il vento respira.

normandia tramonto ago 2009 normandia tramonto i

e poi. tornare. guardarsi intorno, dire ma ti rendi conto dove siamo? e sentirti rispondere sì davanti a una che scatarra. in effetti un po’ di umidità e freschino si sentivano. per dire, a me scappava già la pipì. erano le sette e mezza di sera e mancavano ancora due ore al tramonto. ancora non lo sapevo.

normandia strapiombonormandia gabbiano

non cercare

tutti parlano della mia arte e credono di capirla; come se fosse necessario capirla, quando invece basterebbe amarla“.

forse adesso si potrebbe sapere il luogo e il tempo del mio ultimo peregrinare.

la frase è una frase di un pittore. qui accanto a dove mi trovo ora, un giorno c’è stato un rogo. adesso non fa troppo caldo; sono lontano dall’afa ma vicinissima alla nebbia. ho visto un tramonto da favola e un elefante che si tufffava in mare.

c’è una cosa pero’ che mi fa troppo incazzare… è sta tastierina di merda! percio’ adesso il post lo lascio qui.

à bientot!

Ti ho chiamato fratello ma forse mi sto un po’ sul cazzo

È curioso che una donna medico mi abbia incitato a leggere un libro la cui quarta di copertina riporta queste parole di Luca Doninelli:

“C’è una cosa su cui siamo completamente d’accordo. Se le nostre dottrine sono (in parte) diverse, esiste qualcosa che eccede le dottrine: le nostre persone. Non siamo due persone speciali, ma non siamo nemmeno due semplici rappresentanti di religioni diverse. E poi amicizia vuol dire perdono, è inevitabile. In tutti questi anni Naghib e io ci siamo dovuti perdonare a vicenda molte volte, spesso per sciocchezze, talora per ragioni serie: e niente matura l’idea della propria unicità come il bisogno di essere perdonati e il coraggio di perdonare”.

Proprio qualche anno fa, io e un’altra donna medico non ci siamo perdonate alcune banalità basate sul nulla per poi lasciare alla pigrizia, all’orgoglio e al timore del non detto, il proseguire di una lenta e inesorabile erosione di quella che tanto tempo prima veniva chiamata amicizia.

Cosa mi spinge a non tornare da lei?

Forse quella stessa cosa che ci spinge a non incontrare gli altri, la stessa cosa che spinge il dilagare della lega e un certo imbarazzante razzismo, forse l’inequivocabile paura di sé.

Perché come dice Doninelli, in quel libro che mi è stato messo fra le mani, “non è vero che per  superare le barriere culturali sia necessario rinunciare a una parte di sé. Bisogna, piuttosto, fare la fatica di conoscere davvero se stessi”.

Detto questo, vorrei ricordare ai correttori di bozze della Garzanti e alla Garzanti stessa che se stessi si scrive senza accento sul se e che trovarlo per ben due volte nello stesso libro, mi fa dire che poi non so mica se si tratta davvero di un refuso…

non di soli ricordi vive l’uomo

nelle storie non è la morale che importa ma lo specchio, l’innocenza di forme incompiute in uno specchio, e di volta in volta, non il vedersi invecchiati ma cresciuti.

è più struggente ricordare una storia o leggersela o viversela? irena conti scrive che i ricordi sono i ladri del tempo presente.

è che ci sono e non ci sono, domandandomi dov’ero e dove vorrei essere.

finisce sempre che sono le coordinate a fare la differenza, non credo la sostanza. le coordinate del ricordo ci spostano su un tempo letterario, perché il ricordo non è mai esatto e non è mai presente.

tuttavia, forse, evocare non ci distoglie dalla meraviglia che potremmo trovare nel tempo presente? io credo che i ricordi siano buoni quando mi aiutano a vedere. sì ma a vedere cosa?

c’è anche un altro modo di evocare, riguarda la memoria. anche se ricordo e memoria sembrano tutt’uno, forse non è vero perché la memoria è intatta, è nostra e al tempo stesso, a volte, collettiva, è struttura portante.

forse ognuno di noi ha un posto dove la memoria si esprime.

io invece ho un luogo dove esiste solo il tempo presente ed è una strada che passa in mezzo a due campi di terra, ora verdi, ora marroni, ora bianchi. lì non c’è passato, non c’è futuro, c’è il tempo immobile del presente. il resto è il tempo lento di memoria passata e futura.

stavo sfogliando un libretto di un certo jaroslaw iwaszkiewicz, e mi sono accorta che i giardini sono luoghi di meraviglia dove si coltiva la memoria.

c’ho pensato oggi a queste banalità, mentre lo sguardo scorreva fra le righe. leggevo che i poeti d’una volta erano felici perché non vedevano un albero solo. vedevano moltitudini di alberi, che nulla minacciava; vedevano foreste, vedevano giardini. forse fra breve non ci saranno più giardini. le immense distese della terra verranno ricoperte di serre dalle luci morte e di fiori che, come tutte le altre cose, saranno frutto della produzione organizzata; niente d’improvvisato, nessuno elemento di sorpresa.

poi ho pensato si vabbè la sorpresa è anche uno stato personale. ma poi ho anche capito che questo non è proprio un post estivo. devo aver fame.

io sono qui. sì ma dove?

contemplando i musi dei cavalli e le facce della gente, tutta questa viva corrente senza rive sollevata dalla mia volontà e che corre a precipizio verso il nulla nella steppa purpurea al tramonto, spesso penso: dove sono io, in questa corrente?

gengis khan

personalmente mi trovo nella polvere con un piumino in mano, a decidere il destino e la futura fruibilità di nomi malpronuciabili, rubando frasi come un criminale spuntato da un angolo di baker street. starnutisco e medito, senza sapere se servirà.

e voi?