l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: luglio 2009

kung fu berlusconi

“la tirannia è il desiderio di dominare in modo universale e fuori dal proprio ordine”

“il tiranno cerca di ottenere in un modo quello che si può avere solo in un altro”

blaise pascal

il titolo del post non è mio.

è della redazione di internazionale. sì, c’è un altro articolo di questa rivista -24/30 luglio 2009 n. 805- che voglio suggerire. è di slavoj žižek, scritto per la london review of books. quello che riporta internazionale è solo la seconda parte del lungo articolo di žižek, che s’intitola “berlusconi in tehran”. la traduzione è a cura di marina astrologo.

slavoj žižek è fondamentalmente un filosofo sloveno nato a ljubljana (lubiana). l’ho già citato nel mio blog una volta –la realtà è per chi non riesce a sostenere il sogno-. mi piace abbastanza il suo incedere. questo articolo mi è sembrato molto interessante. ve lo propongo.

non lo riporto tutto; solo alcuni pezzi. se v’interessa, leggetevelo in inglese cliccando sul link. se nel 2009 ancora vi mette ansia leggere in inglese -eddaiiii, un po’ d’impegno su- compratevi internazionale.

  • ci comportiamo come se fossimo liberi e, al tempo stesso, accettiamo o addirittura invochiamo qualcuno o qualcosa che ci dica cosa fare e cosa pensare;
  • la “crisi della democrazia” non si verifica quando il popolo smette di credere nel proprio potere, ma quando smette di fidarsi delle élite, e si accorge che il trono è vuoto e tocca ai cittadini prendere delle decisioni;


  • l’italia è un laboratorio dove si sperimenta il nostro futuro. la grande conquista del presidente del consiglio italiano è stata unire la tecnocrazia liberale permissiva e il populismo fondamentalista. questa combinazione lo rende imbattibile, almeno per ora, visto che la sinistra italiana -o quel che ne resta- sembra rassegnata a berlusconi. è probabilmente l’aspetto più triste del suo potere: la sua democrazia è la democrazia di chi vince per default e governa attraverso una cinica demoralizzazione;
  • con le sue volgarità, berlusconi fa una scommessa: spinge la gente a identificarsi con lui perché incarna l’immagine mitica dell’italiano medio. sembra voler dire: “sono uno di voi: sono un po’ corrotto, ho problemi con la giustizia e pure con mia moglie perché mi piacciono le altre donne”. perfino la sua grandiosa interpretazione del ruolo del politico nobile – il cavaliere- ricorda più che altro il sogno da operetta. non facciamoci ingannare, però: dietro la maschera da pagliaccio c’è un potere spietatamente efficiente. ma un’amministrazione tecnocratica dell’economia e l’atteggiamento da pagliaccio non bastano. serve qualcosa di più, ed è la paura. qui entra in scena il drago a due teste di berlusconi: immigrati e “comunisti” (un termine generico che lui usa per indicare chiunque lo critichi, compreso l’economist);
  • il cartone animato kung fu panda (2008) illustra bene la situazione ideologica che ho appena descritto […], il film prende sul serio il bersaglio del suo incessante sfottò;
  • è così che oggi funzionano le ideologie: nessuno prende sul serio la democrazia né la giustizia -siamo tutti consapevoli che sono corrotte- ma le difendiamo perché presumiamo che funzionino anche se non ci crediamo più. berlusconi è il nostro “kung fu panda”;
  • si sta materializzando il concetto di homo sacer (la figura cioè dell’escluso dall’ordine civile, che può essere ucciso impunemente) introdotto dal filosofo italiano giorgio agamben. non solo nella guerra al terrorismo globale condotta dagli stati uniti, ma anche in europa, il presunto bastione dei diritti umani.

e se pensate che tutto ciò che ho citato dall’articolo di žižek sia risaputo e banale vi riporto una storiella che mi è stata raccontata dal mio amico sammy.

una volta un tizio chiese a un maestro zen cosa avrebbe dovuto fare d’importante nella vita.

“sii buono e generoso”, rispose

“ma questo lo sa anche un bambino di tre anni”, disse il tizio.

“sì, tutti lo sanno, ma nessuno sa farlo”.

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senza fine

due birre davanti, un tavolo color acciaio, una conversazione di niente. due blogger. limita dire blogger. ma tant’è.

s: le storie d’amore sono senza fine. sono le relazioni che possono avere una fine. si ama molto di più di quanto non ci si relazioni.

n: altro da dire sull’argomento?

s: basta. facciamo una passeggiata?

n: sì.

dubbi sulle mie doti

ho scoperto che mia mamma mi ha comprato i quattro salti in padella, senza dirmi nulla, e me li ha ficcati dentro il freezer. che dubiti delle mie doti culinarie?

leggi il labiale

non è perché tu hai sofferto che gli altri devono soffrire

Sul camiòn

C’è stato un periodo che mi pareva di vivere le pagine dei ragazzi della via Pál. Ero ragazzina allora.

Passavo tutte le estati nella campagna in provincia di Padova, in un quartiere che contava quattro vie, una lunghissima e sinuosa in mezzo alle case.

Le vie erano interne e frequentate solo da chi ci abitava, perciò ci passavamo tutto il tempo a giocare. Mi ricordo una volta una gara di biciclette. Un bambinetto mi urtò e col parafango arrugginito della sua bici mi squarciò il polpaccio. Dissi oh cavolo. Ritornai a casa, lo feci vedere a mia zia che disse solo oh accidenti, dovremmo andare al pronto soccorso. Fu così che ci incamminammo verso l’ospedale. Non ci misero molto a rimettere tutto a posto. Una volta a casa chiesi a mia zia posso tornare a giocare? Lei mi disse .

Giocavamo dalla mattina, fino alla sera. Palla guerra, gare di bicicletta, nascondino, caccia al tesoro, gavettoni e quando faceva troppo caldo si disegnava. Prendevamo dei fogli bianchi. Ognuno ci faceva sopra degli scarabocchi e poi da quegli scarabocchi bisognava elaborare un disegno credibile. I migliori di noi in quel gioco, poi, sono diventati designer o architetti.

Se facevamo troppa confusione, le signorine ci richiamavano all’ordine. Erano due sorelle che erano sempre vissute da sole in compagnia di un gatto. Uscivano dalla porta di casa e dicevano a qualcuno di noi bambini state facendo troppo chiasso. Noi non protestavamo mai. I nostri genitori ci avevano detto che dovevamo essere gentili con loro, che non erano abituate alla confusione. Allora noi rispondevamo va bene signorine. Così le chiamavamo: Signorine. Avevano più di sessantanni.

Poi alle sette di sera arrivava mio zio su un camion col cassone fisso. Erano urla di gioia. Gli andavamo tutti incontro, lui ci prendeva uno a uno e ci faceva salire. I più grandi no, ci saltavano su. A turno c’era chi stava accanto a lui alla guida e chi si sistemava sul cassone. I più grandi in piedi attaccati alla cabina, i più piccoli seduti lungo tutto il perimetro. Una volta sistemati, lui metteva in moto e ci faceva fare il giro del quartiere e della piazza. Essere grandi voleva dire prendere il vento in faccia e stare attaccati con una sola mano. Quel giro era la fine del pomeriggio. Una volta terminato, sapevamo che dovevamo rientrare a casa per cena. Quando i piatti erano lavati e la tavola sistemata, correvamo tutti di nuovo in strada a giocare, finché il sole se ne andava. Allora uscivano le Signorine e ci dicevano ragazzi è ora di smettere. I piccoli tornavano a casa e i grandi si sedevano sugli scalini a parlare finché qualche genitore li andava a chiamare.

Era bellissimo allora. E la cosa più bella era quel giro sul camion. Mio zio ci teneva moltissimo, tanto quanto noi. Me l’ha ricordato questa domenica che ero a casa sua. E parola dopo parola, immagine dopo immagine, ci siamo lasciati andare ai racconti e agli aneddoti. Mio zio adorava i bambini del quartiere. Lui che figli non ne ha avuti mai, è stato sempre circondato dai bambini. Oggi compie gli anni. Ne compie 75. Oggi ha un orto e per cena mi ha preparato il melone, i pomodori e le verdure che aveva appena raccolto. Nel bicchiere dell’ottimo vino. Non c’è cena senza del buon vino artigianale. Mi ha promesso che ad agosto quando torno a trovarlo, m’insegna come si coltivano i meloni.

le parole di davide e la presunzione di golia

ho scoperto la rivista internazionale anni fa grazie a un amico che stimo. il direttore di questa testata si chiama giovanni de mauro e ha fondato il settimanale quando aveva ventotto anni. ora ne ha quarantaquattro. se io fossi un maschio e mi piacesse la scrittura, aspirerei a scrivere un editoriale come il suo. l’editoriale si chiama la settimana e solitamente è un piacere leggerlo, per le cose che dice e per come le scrive.

internazionale fondamentalmente pubblica articoli della stampa straniera tradotti in italiano.

non sempre compro internazionale. costicchia e non sempre avrei il tempo di leggerlo. a volte lo rubo a chi so che ce l’ha. comunque, lo compro quando so che posso dedicagli attenzione. come questa settimana. l’ho comprato e l’ho letto tutto. poi ho deciso di trascrivere uno degli editoriali tradotto da non ho capito chi. mi ha colpito talmente tanto che ho deciso di fare la fatica di trascriverlo e beccarmi una sgridata dalla rivista, ché magari non si può.

il fatto è che questo editoriale è uno degli ultimi articoli scritti da natalia estemirova per la novaja gazeta russa. la estemirova è stata un’attivista per i diritti umani, una giornalista e un’insegnante. nata il 28 febbraio 1959, è morta il 19 luglio scorso. stiamo parlando di poco più di una settimana fa. non è morta nel suo letto, né in un ospedale.

l’articolo è sotto, per sapere di più sul conto della estemirova: qui e qui.

(altro…)

basta poco -forse-!

sono sul balcone e sto guardando le mie piante morte. si sono rinsecchite quando sono andata a roma. nessuno gli ha dato da bere e faceva un caldo boia. non ho avuto l’accortezza di chiedere aiuto e di portarle da qualcuno. mi dico che è ora di separarmene. già che ci sono guardo da un’altra parte, lontano, alla fine del mio trampolino sul cortile. c’è un vaso vuoto appeso alla ringhiera. l’ho lasciato con soltanto della terra secca e due bastoncini a ricordarmi che c’erano delle piante. strabuzzo gli occhi. c’è qualcosa di verde in quel vaso. mi avvicino. in quella terra secca e sola, sono nate delle foglie verdi. così dal nulla, senza fare niente. sono lì belle rigogliose e si aprono a fiore.

è in questo preciso momento che mi sale una cosa dal cuore alla testa, una cosa di meraviglia mista a felicità.

e mentre il mio sorriso si allarga, sotto il balcone passa pedalando una bambina che grida ciao, un bambino su un triciclo la segue a perdifiato, una donna esce da una tenda, un uomo grasso saluta la vicina, il cielo è blu, il caldo è piacevole e la vita mi sembra davvero bella.

saggezza cinese dipana il ministero

tutti gli uomini desiderano

che il loro figlio sia intelligente.

io, a causa dell’intelligenza,

mi sono rovinato la vita.

mi auguro che mio figlio

cresca stupido e tardo:

coronerà una vita beata

divenendo ministro.

su shih, hsi-erh, lavando il figlio

admiratio non petita

la signora catriona potts è adorabile non solo per il nome e per le cose che scrive, lo è soprattutto per il piglio che mette in quello che confessa. in particolare qui sugli imparati.

salvarsi

r: come va a uomini?

io: mah, ho come l’impressione che scappino.

r: davvero?

io: già. ma perché gli uomini scappano?

r: la domanda che dovresti porre è perché fai scappare gli uomini.

sono tornata a casa pensierosa. chissà poi se era quello il punto. ho aperto la porta. la mia libreria inizia dall’ingresso. ho lasciato scorrere la mano sul dorso dei libri. ne ho preso uno a caso. fausta cialente mi ha detto: “ impossibile salvarsi senza perdere qualche cosa”.