l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: giugno 2009

tanto perché si sappiano quelle due cosette sulle donne

l’inferno non è mai tanto scatenato quanto una donna offesa.

trattasi di frase attribuita a shakespeare.

così giusto per renderlo noto.

comunque il bardo sicuramente fa dire a polonio: ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno.

è così che va sempre di culo agli altri. il fatto che legga sempre una riga in più. amo prendere tempo. non so batterlo, il tempo. se per questo non ho orecchio, almeno lui, il tempo, sta dalla mia parte. e così sia.

ciao. vado a sedermi sulla sponda del fiume.

in bilico

se c’è una cosa che mi frega, è che non faccio mai quello che ci si aspetta da me.

ho sempre pensato che fosse ingiusto.

non credo che sia segno di egocentrismo e individualismo, inseguire ciò che mi aspetto da me.

è che secondo me non si capisce bene la differenza fra ruolo e identità.

è che secondo me io cammino di notte da sola, poi piango poi rido. poi lancio una monetina per aria.

tempo di leadershit al femminile

c’è un sito abbastanza interessante. si chiama leadershit perché ritiene che sia passato il tempo del potere esercitato dal leader.

insomma leadership è una parola abusata e ormai dovrebbe andarsene alla baggina per i suoi autori. via, pussa via, modalità autocentrica, autolesionistica e autocentrata sulle caratteristiche personali. spazio a termini come confronto, relazione e collaborazione. anche perché uno su mille – che dico! uno su un milione!- riesce ad essere un buon leader e tutte le altre volte? ecco sarebbe meglio trovare soluzioni alternative praticabili.

peccato che in italia i leader inutili siano congeniali ai poteri forti. è ancora una questione di mentalità.

comunque, su questo sito c’è bell’articolo dove si parla di donne e potere.

l’autore si chiede a conclusione del suo discorso, peraltro già sentito: “insomma donne, ma voi – e sono due uomini a chiedervelo – in questo valoreD dove siete?

il valore d starebbe per donne al vertice per l’azienda di domani. si tratta della -dicono- prima associazione di grandi imprese creata in italia per sostenere la leadership femminile in azienda.

questa associazione ha un obiettivo: aumentare la rappresentanza dei talenti femminili ai vertici delle aziende italiane.

la solita domanda che ci si pone è perché le donne, soprattutto sul lavoro, non mettono in campo caratteristiche proprie e au contraire -figo sto termine eh?- tendono a scimmiottare l’atteggiamento maschile quando ottengono una briciola di potere.

come diceva virginia woolf, in modo molto più elegante di quanto farò io ora, se le donne da sempre imparano a scrivere leggendo testi scritti da maschi, anche il loro modo di pensare, di organizzare il pensiero, e dunque di scrivere sarà ugualmente incline a ricalcare le modalità maschili di scrittura. per le donne trovare un proprio modo di tradurre il pensiero con le parole non è e non è stato facile. ci vuole molto tempo e tanti pianti. e se chiedete in giro, i testi di queste donne non piacciono poi tanto. è una questione di abitudine e mentalità. come adesso. quanti leggono ancora i romanzi dell’ottocento, ad esempio? sapete quali romanzi vogliono? quelli che assomigliano alle sceneggiature, quelli dinamici come un film, quelli veloci.

il fatto è che la mentalità di leadership di un’azienda è maschile, anche quella in generale lo è.

quando una donna prova a scardinare questa mentalità ha due strade davanti a sé:

  • non far carriera
  • essere denigrata

allora qualcuna pensa di far carriera intanto e relega a un momento successivo la possibilità di inserire un valore aggiunto personale. peccato che quel dopo sia già troppo tardi.

strade alternative ci sono? forse. non lo so con certezza.

del resto credo fortemente che qualunque strada si percorra non si sa mai cosa ci sia in serbo per noi. io a sfondare i muri e i tetti di vetro ci proverei.

il guscio della tartaruga

niente di nuovo sotto il sole. i gesti, gli sguardi, le parole dette. quello che abbiamo fatto, visto o ascoltato è già stato detto e fatto e qualcuno lo rifarà, eppure ogni gesto resta nostro.

le vite degli uomini illustri non sono molto diverse dagli sconosciuti che non abbiamo incontrato, eppure quelle dei primi vengono tramandate nel tempo e assumono una nuova dimensione, probabilmente la quarta. noi le leggiamo e talvolta viene da confrontarsi.

c’è un bel libro, che parla di alcuni di loro. si chiama il guscio della tartaruga. è stato scritto da silvia ronchey. ho conosciuto la ronchey grazie a hillman, a dire il vero. ma del libro volevo parlare. non diventerà un classico, tratta di classici in modo originale. è piacevole, scorrevole e si ciba di citazioni nascoste. ha il dono della sintesi e dei piani trasversali di lettura. ilgusciodellatartaruga

l’editore –nottetempo-, in coda al libro, scrive una cosa che riporto qui sotto. mi è piaciuta questa cosa. mi è piaciuta perché penso che in fondo parli di tutti gli uomini, riferendosi ai racconti. scrive di noi. di tutti noi che siamo un racconto. di noi che viviamo, soprattutto che viviamo come possiamo. che non stiamo qui a pettinare le bambole, nemmeno quando lo sguardo si perde nel vuoto. noi che non siamo nuovi agli altri ma lo siamo ogni giorno a noi stessi. noi che viviamo di segreti, anche quando siamo zabette. noi che i nostri segreti ce li portiamo tatuati sul viso. noi che costruiamo pezzo dopo pezzo il nostro guscio. noi che siamo un mosaico, e va bene così. a posto così.

queste vite hanno un segreto. tutte le vite ce l’hanno, quelle che non si raccontano ancora di più di quelle che si raccontano. ma anche il racconto ha i suoi segreti, ed è l’ordito su cui s’intesse la trama. senza questo segreto (ogni racconto il suo) non ci sarebbe racconto.

il guscio della tartaruga è il segreto di queste vite: è più largo del corpo della tartaruga, lo ricopre, lo adorna, lo protegge, lo nasconde, lo trasporta, lo tramanda. il guscio è coperto a sua volta da un mosaico di scaglie che insieme formano la corazza, lo scudo della altrimenti povera esistenza della tartaruga.
anche queste vite sono un mosaico. un mosaico di citazioni: frasi dette o scritte dai personaggi di cui si racconta la vita e da quanti hanno parlato di loro nella letteratura.
le citazioni sono l’ordito, i “fili destinati a formare la lunghezza del panno” (come dice il dizionario): fra loro passa il vento dell’ispirazione, che si chiama trama.


cit. dal libro


dickens. l’arte di dickens somigliava alla vita. come lei era egoista e responsabile. più l’enigma era impressionante, più la soluzione era banale. in dickens la superficie delle cose sembrava più tremenda delle loro profondità. la vita e dickens producevano mostri.

empedocle. ogni cosa muore di desiderio per l’altra.

huxley. secondo huxley, se si vuole che gli uomini agiscano ragionevolmente bisogna persuaderli in modo demente.

lucrezio. ognuno osservava lucrezio, vorrebbe fuggire da sé, ma non è possibile, e più affonda in se stesso più si odia. perché allora, si domandava, questa smania atroce di vivere? la via che percorriamo affannati è sempre la stessa. ci sembrano belle solo le cose lontane.

merton. secondo father louis, le parole stanno fra due silenzi: il silenzio delle cose e  il silenzio del nostro essere. secondo father louis, le parole non ci separano più dal mondo né dagli altri uomini né da noi stessi quando smettiamo di credere che il linguaggio contenga realtà.

cose che non vorrei sapere

nell’esatto istante in cui mi dici che non mi farai del male, già sai che mi stai dicendo una bugia.

mi sono fatta tartaruga. talvolta tiri fuori dal taschino una foglia verde. mi dici mangia è brillante. lo sai che la foglia migliore è quella scura?

le grande macabre

il mio disordine l’aveva detto. se sei a roma vai a vedere le grand macabre. e io ci sono andata.

la scena occupata da una donna enorme. le vedevi la testa, la mano, il piede accasciato, il sedere e le budella.

le_grand_macabre_img_spettacolo_oriz
una bambolona biotta di diciassette metri, un agonizzante gesso umano come quelli di pompei destinato a ruotare su se stesso e a mettersi completamente a nudo per raccontare la paura della fine del mondo.
d’altro canto nekrotzar, il grand macabre, l’aveva annunciata questa fine che ti chiedi se sarà eterna e avrà pietà per qualcuno. dice che non vi sarà scampo né per i buoni né per i cattivi.

Nueva imagen_le gran macabre

pareva ti parlassero con le parole di lorenzo de’ medici “chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza…perché ‘l tempo fugge e inganna”, o che ti scorinassero i versetti del qoelet per dirti che tutto è vanità, che vi è una sorte unica per tutti, che polvere siamo e polvere torneremo e che comunque abbiamo la presunzione di essere polvere di stelle. ma che tutto in fondo è un inseguire il vento.

la donna grande continuava a trascinarsi e quella piccola le ha urlato: viviamo o non viviamo? al gong, il tempo sarà?

non ha risposto. il primo tempo era finito. una maschera mi ha portato in un palchetto tutto mio per capire meglio.

ho visto allora ogni cosa uscire dalla bambolona, in molti sono entrati, altri l’hanno trapassata. tutti erano delle maschere o delle macchiette.
un gran macello, un gran macabre.

qualcuno ha detto:

nessuno sa la sua ora, e quando verrà allora sarà.
così la donna si è alzata, si è asciugata il viso e ha sorriso allo specchio. chissà cosa ha visto.

il tema è banale? forse. anche il fatto di sapere che tutti moriremo pare una banalità, ma nekrotzar ricorda che non è più banale quando realizzi che non hai la minima idea di quando sarà e che in fondo passi più tempo a pensarci di quanto sarebbe legittimo. asciugati quel viso, intima, e smettila di strisciare sul pavimento.
insomma al teatro dell’opera di roma ci sono andata una sera di sole, quando a milano pioveva, ci sono andata a vedere l’opera del compositore di origine ungherese györgy ligéti, “le grand macabre”, nel nuovo allestimento della monnaie di bruxelles, coprodotto con english national opera di londra, gran teatro del liceu di barcellona e teatro dell’opera di roma -appunto-, il tutto a cura della compagnia teatrale catalana d’avanguardia la fura dels baus.

mi spiace. non ci sono altre repliche in italia. mi spiace davvero.

se alice dice che problema c’è [parte 2]

uh eccomi!
sono tornata. di solito riesco a scrivere in vacanza ma tutto il tempo per aggiornare il blog è stato sprecato dal mio passo lento. mi sono fregata così. e proprio dal piede affaticato, mi sembrava di dover ripartire.

dunque. camminare mica potevo tanto, allora elis ha detto no problem baby, ho la tessera per il bike sharing.
il bike sharing è una cosa bellissima. tu acquisti a cinque euro una tessera magnetica che si ricarica. per ogni mezzora che usi la bici, paghi cinquanta centesimi. e vai dove vuoi. sembra una cosa complicata e costosa. ma non lo è. sembra una cosa che nel traffico di roma ti ci potresti ammazzare. ma non lo è. chi ti potrebbe ammazzare è solo uno, lui, l’unico: il pedone. i pedoni stanno ovunque: in mezzo alla strada, sui gradini, in mezzo al marciapiede e sopra il muretto, ma soprattutto davanti alle porte quando devi uscire ed entrare. soprattutto non passano sulle strisce, anche se invitati a farlo ma si lanciano in pericolosi attraversamenti nei posti più pericolosi che manco il suicida più efferato sarebbe disposto a tentare.

comunque, io ed elis, accompagnate dal nostro scudiero piolo, siamo partite una sera di giugno alla conquista di roma.

da torre argentina al ghetto, circumnavigando la fontana delle tartarughe, ci siamo fermati su un ponte accanto al teatro marcello, fra una sonata al pianoforte a quattro mani e un tramonto da favola. fontana delle tartarughe

abbiamo solcato le strade per approdare all’isola tiberina. l’abbiamo scampata bella, ché volevamo vedere un posto ma ci hanno chiuso le porte in faccia, e a me pareva di aver visto la mano di circe chiudere la porta. concerto al teatro marcello

è stato allora che siamo trapassati a trastevere, con acclami di gioia e tripudio: un vecchio mi ha dato una pacca sulla spalla, un altro mi ha urlato “ma quanto sei europea”, altri hanno sorriso, altri ancora si sono commossi dicendo “bravaaaa”. è stato un bel momento. tutto per stare in sella a delle comodissime bici verdi. è per questo che dopo aver aiutato due turisti milanesi che mi avevano scambiato per romana, abbiamo dato credito al coro arcobaleno a santa dorotea, per finire col mangiarci un paninazzo a campo dei fiori.

insomma il fatto è che me ne sarei dovuta stare a casa e invece no. c’è sempre un’alternativa possibile. una strada praticabile se la sai trovare e ci sono amici che mai ti saresti aspettata. da quando ho aperto il blog è stata sempre una continua scoperta, una continua meraviglia, e io che pensavo che fosse tutto un grande bluff. sta partita mi sta piacendo davvero. e per quanto mi riguarda ho vinto la mia mano, il piede no è ancora un po’ sciancatello, ma kapa dice che sono un rottame, che appena mi muovo faccio danni.

come l’altro giorno che sono entrata nel negozio del giornalaio e lui forse voleva chiudere o forse si è indispettito perché poi alla fine non ho preso nulla, così quando sono uscita, la saracinesca proprio non l’ho vista. si è sentito un botto e una bionda che ha urlato un porca boia. il giornalaio ha scosso la testa, la gente seduta ai tavoli si è fatta una grassa risata e tutto è finito in gloria.

poi è finito in gloria pure quel giorno lì, quello delle biciclette. le abbiamo posate e siamo tornati in autobus, mica in taxi come i vips. ché poi si perderebbe la poesia che sta nel cuore pulsante della città. insomma sull’autobus c’era un tizio sulla sessantina, caschetto sfrangiato ossigenato, la camicia aperta sul petto villoso e sui catenacci dorati che cingevano il collo. questo signore, prima ha ascoltato i nostri discorsi poi si è introdotto con grazia e come uno spadaccino di fioretto, ha pronunciato queste testuali parole: “andreotti era un fijo de na mignotta ma almeno se ricordava de noi, qualche briciola c’a-ha dava, ma sti qua manco pe’ gnente, se fanno solo li cazzi sua, nun guardano in faccia a nessuno, se fanno ricchi pure coa pensione nostra. ce l’hanno messa diretamente in quer posto e manco ce semo accorti”.

se alice dice ma che problema c’è?

dunque pare che combinare in sequenza quattro ore di treno, una di riposo per insediarsi nella stanza, sette di camminata a passo spedito con una pausa per mangiare, e il caldo paura che arriva da asfalto e sanpietrini sia letale per il mio passo principesco.

fatto sta che ho uno spillone puntato nella parte destra del piede destro che si sposta con grazia e impegno verso il tallone. la destra duole e la sinistra non aiuta. non aiuta il fatto che voglio girare, fare cose, vedere gente, conoscere, muovermi. questo voglio fare concretamente. e poi, cerco di non zoppicare.

stamattina mi sono svegliata e mi pareva di avere novntanni, quasi come la mia nonnina -caruccia- che di anni ne ha novantasei e ormai deve stare sempre a letto. l’altro giorno le abbiamo fatto la festa di compleanno. ci siamo resi conto che si sta spegnendo, ma lentamente. poi abbiamo scoperto perché sembra ogni volta che domani morirà e invece è un lento fluire verso il sonno. due giorni fa ha detto che sì ha delle cose da fare da morta, tipo rivedere e stare con delle persone, ma adesso vuole ancora vivere. il fatto è che le piace tanto sentirci parlare intorno al suo letto, sentire la vita che si arrabatta, le piace che ci prendiamo cura di lei, che l’accarezziamo e la baciamo. le piace. e finché le piace, c’è tempo per morire.

comunque sto scrivendo da una postazione di fortuna con i piedi in una bacinella colma d’acqua col sale dentro. ora non arrivate a conclusioni affrettate. provate a camminare nelle mie scarpe, potreste inciampare nei miei passi.

[vi dovrei raccontare di ieri sera, di una milanese che hanno scambiato per olandese e di come la sua amica elis l’ha resa europea e le ha dato un motivo per l’isola tiberina. ma ve lo racconto dopo su questo stesso post, che ora devo andare a villa torlonia e a fare altre cosette, tipo che devo incontrare una gatta. stay tuned]

puoi capire? forse nun potete capì io daha curva sudde coi depeche

e mentre a roma sfila la rabbia dei terremotati abruzzesi quasi sotto silenzio, montecitorio boccheggia. gente in giacca e cravatta corre con i fogli ancora aperti in mano, ragazzotte e ragazzetti di telecamera muniti si aggirano sperando cosa non si sa.

ma sono gentili ‘sti abruzzesi, mi ricordo che faceva più casino un fascistello in piazza duomo a milano su un trespolino con quattro persone davanti. qui ci sono anche i bambini per mano alle mamme. qui c’è qualcosa di concreto di cui parlare.

alla radio hanno detto che martin gore dei depeche si aggira per piazza di spagna. anche se nightnurse lo vuole limonare, ci fermiamo a vedere gli striscioni degli abruzzesi senza capire niente. troppa gente, aggiriamo cortei transenne, turisti curiosi e aspettiamo la sera.

poi. non potete capire.

scendiamo a flaminio, dove quel ragazzo quella volta, senza conoscermi, mi aveva regalato tre cavalli di erri de luca, aveva aperto dolcemente la copertina. ce l’hai una penna? sì. e mi accorgevo all’improvviso, sorridendo divertita, di tornare a casa con qualcosa di nuovo fra le mani. un libro, un nome e dei numeri. guai a quelli che non praticano la propria purezza con ferocia.

il 2 è già lì, lo prendiamo al volo, in barba alla mia tendinite. odore di caffè, aria calda, afrori e parole concitate. in quale girone siamo finiti, chiedo. capolinea. saltiamo giù. ehi fratello per di qua? vieni con me.

un fiume di gente e i suoi affluenti. e poi passare tra qualche albero a cornice di magliette urlate. un attimo di frescura. e in meno di un momento, il mondo si apre sul tevere. tutti sul ponte, un tramonto technicolor in faccia e un’allegria che puoi stringere.

non potete capire.

poi gli amici. ritiriamo i biglietti. dove siamo? naha curva sudde abbella, ce devi entrà cantando grazie roma.

poi i controlli. passa lo stesso. le scale, un pezzo di cielo, un po’ di rumore, l’ultimo scalino, la musica a palla, l’olimpico.

non potete capire.

i sedili sporchi, il posto assegnato, le telefonate senti qui, le risa, non ho fame ma se questo continua a fumare mi viene la fame chimica, tu fa le foto che io riprendo.

e poi all’improvviso, loro. i depeche mode.

non potete capire.

in piedi, mi dico seduta che c’hai il piede sbilenco e domani sono guai. che me ne frega, urliamo, balliamo e la sua voce che entra dentro e se non canti è perché vuoi ascoltare, ma enjoy the silence no ti prego devo devo cantarla.

sì che potete capire. tu lo puoi.

and i thank you for bringing me here for showing me home for singing these tears finally i’ve found that i belong. feels like home i should have known from my first breath.

finally i’ve found that i belong here.

ma come faceva audrey hepburn?

sono a roma da lunedì sera. cos’è, un giorno? bene.

ho la tendinite al piede destro e ho perso il senso del pudore.

ridi roma, ridi amore, dice il telegiornale, che la fine si avvicina, io m’invento un gran finale. neru esce stasera. l’olimpico apre ai depeche mode.

non ci motorette per me oggi.  solo la pazienza di piolo, nignthnurse ed elis.