l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: maggio 2009

màndala a fancùlo

ovvero bisguru – seconda parte dei consigli di due figosissimi stracotti…credi, credici un po’ di più di più davvero.

màndala: rappresentazione simbolica del cosmo nella tradizione religiosa buddista. voce sanscrita che significa cerchio.
fancùlo:  lo stesso che vaffanculo, con grossa aferesi iniziale. > vaffanculo: insulto che esprime un violento rifiuto della propria attenzione o considerazione o anche adirata avversione o rigetto clamoroso.
[neru ringrazia il santissimo devoto-oli]

SITUAZIONE A
giovane uomo in piena tempesta ormonale, aggravata da precoce primavera, sta seduto e sospira. è innamorato. lei, la sua lei, no. lui sogna. lei depista. lui ci prova. lei distrugge. lui si farebbe schiacciare, torturare, intimidire, rimbalzare -cosa che puntualmente avviene- ma indomito sta lì, in piedi, di gomma, come un pungiball che prontamente torna al suo posto.
lui non ha capito. lei è innamorata, non di lui. la situazione imbarca. ci vuole un taglio netto. si veda titolo.

SITUAZIONE B
la mia amica riceve una mail d’insulti da una donna che conosce poco. alterata, la mia amica mi chiama al telefono, mi racconta i fatti e chiede consiglio. m’innervosisco anch’io, ma la esorto a cambiare prospettiva. non facciamoci del male fra noi donne, mi sento dirle, troviamo una formula che le faccia capire come abbia preso una cantonata e che il problema è altrove.
curiamo in due la mail di risposta. modestamente parlando, è bellissima. la mia amica spedisce l’email. ecco. non avevamo preventivato la grettezza. la tipa controbatte e rincara la dose. afferma: non credere che m’inganni la tua dolcezza, non mi freghi.
io e la mia amica ci guardiamo negli occhi esterrefatte. ci vuole un taglio netto. si veda titolo.

corollario alla situazione A
al di là della volontà di agire sulla propria vita per non farsi male ad oltranza, è bello sognare. tiene accesa la speranza. qualsiasi miccia vi capiti fra le mani che possa alimentare la speranza, tenetela stretta, tenetela alta. la strada è lunga, i vicoli sono bui. non perdetela, alimentatela. sognate e immaginate. c’è tempo. e quando la vita vera vi strizza l’occhio, corretele dietro come la vispateresa con la sua farfalla.

corollario alla situazione B
in genere, quando si accusa qualcuno, lo si accusa per qualche nostra caratteristica che spesso mal sopportiamo o di cui abbiamo paura o di cui non vogliamo prendere coscienza. accusiamo gli altri per non accusare noi stessi.
in un certo qual modo, mettiamo le mani avanti.
volete un esempio concreto?
se mi dici che sono egoista, è molto probabile che tu lo sia. se mi accusi di essere bugiarda, idem. se mi dici che faccio le cose solo per interesse, è molto probabile che tu ti comporti in questo modo. se mi accusi di architettare complotti, è molto probabile che tu li faccia.
capito nani? capito silvio?

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siete malinconici?

niente paura, state mantenendo l’equilibrio spirituale.

parola di muriel barbery.

state of mind

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(altro…)

Vivere pur se al cuore

Sono giorni frenetici. Fuori e dentro. Volti, cose, immagini, parole che risuonano nella mente e parole che ti senti dire. Frivolezze, leggerezze, frescure e grandi caldi. Piante a delimitare un tempo che corre veloce.

Non riesco a fare tutto quello che vorrei fare, ma a pensare sì, ci riesco. Sogno, ma non sono tanto capace a immaginare, cosa in cui dovrebbero essere capacissime le donne.

Una cosa dovrei fare. Pulire. Pulire casa. E invece oggi leggo.

Dice Flaubert: “Non leggete, come fanno i bambini per divertirvi, né, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere”.

E siccome finché sono viva vorrei vivere, lascio che la casa si assesti su un disordine cronico fino a quando il caos cosmico mi chiederà di generare una stella e allora io e il mastro lindo faremo un patto.

Mi guardavo intorno poco fa. Il pavimento è disseminato di cose. Due paia di scarpe da ginnastica, un paio con i tacchi, uno senza, due tipi di ciabatte, quattro quaderni, sacchetti di carta, uno contiene libri, gli altri due sono vuoti, due sacchetti di plastica, uno sciampo, cd rigorosamente nelle loro custodie, dvd che vanno da Akira Kurosawa ad Attila il flagello di Dio, libri -parecchi-, dalla saggistica alla narrativa, dal fumetto alle interviste. Volantini, un mazzo di chiavi, la custodia degli occhiali scuri che sono appoggiati sul tavolo sul quale sto scrivendo, una borsa, una gruccia, un poster, giornali, riviste, il telecomando della radio, l’alimentatore del cellulare e una scatola nera. Tutto rigorosamente per terra. Tutto incastonato in una chiara ma non evidente coltre di polvere. A ben guardare ci dovrebbe essere qualche briciola, ma si sa la mia vista mi fa difetto.

Prima guardavo tutto questo e mi dicevo cavolo! Poi mi sono distesa sul mio divano-letto e mi sono messa a guardare in alto. dal basso in alto. casa maggio 2009 027

Mi pareva una bella prospettiva. Se la donna è la signora della casa, questa mi pare una bella casa. Un giorno quando pulire sarà fra le attività del vivere, sarà pure linda. Per ora mi va bene così.

separè

Vabbuò questo è un post di contenimento che ne vorrei scrivere un altro, una roba che riguarda Lost e Berlusconi. Ce l’ho nel pensiero. Lo so che quando scrivo, non scrivo esattamente quello che avevo pensato, ma una mediazione fra il pensiero, l’immediatezza e l’istinto. Tuttavia il mezzo scrittura mi dice che non ci siamo, troppo distanti. Volevo allora registrare la voce ma lo stesso non ci siamo. Non è un gran ché comunque, il post che devo scrivere dico, è che non riesco mai a capire quando il pensiero è maturo.

Intanto ciao, non mi resta che vivere. C’ho un pensiero in fondo al cuor. cerchi

alla fine del concerto fermati

se c’è una cosa che mi dà fastidio quando vado ai concerti, è l’applauso prima che sia finito tutto. e quando dico tutto, parlo del silenzio. quel niente che è il silenzio, è il senso della figata che ho ascoltato prima.

anche quando stai davanti a una persona in silenzio, chissà come, ti senti sempre in dovere di dire qualcosa. e invece per me, quel silenzio dopo che si è parlato, è bello. quel niente che è silenzio, è la magia di un pieno.

insomma, io alla fine di un concerto voglio gustarmi il silenzio. cosa ti spinge ad applaudire prima che sia finito tutto? cosa ti spinge a parlare quando ci stiamo ascoltando?

ché poi per me vale anche per i luoghi. per esempio, ieri mi hanno detto ma lì non c’è niente. e io ho risposto, bello! ma niente niente, hanno replicato. esatto ho detto, perché è il cuore. non sempre, dico, ma ogni tanto arrivare al cuore delle cose, sarebbe bello.
riuscire ad entrare nel cuore delle cose, sarebbe bello. ché come dice la volpe a quel principino, che piace tanto a elis, l’essenziale è invisibile agli occhi.

come quando dici, cos’hai? niente. no tu hai qualcosa, incalzano. e tu costretto a dire che sì, c’è qualcosa che è anche vero, ma insomma hai pure bisogno di quel silenzio che è niente. forse mica per capire. forse solo per stare. stare lì e perderti nel niente. che poi dopo basterebbe pure solo uno sguardo.

capitolo 2_ se gli ultimi fanno meta

domenica mattina. quattro ore di sonno in corpo e sono seduta sui gradoni delle tribune a sinistra. fa un caldo porco. i bambini giocano a rugby. anche le bambine giocano. loro sono misti. io non so chi sono, e non lo saprò per tutto il giorno. i miei amici mi scortano e mi portano come un fiore lungo il fiume.
poi sento una voce. dici che arriveremo ultimi nel campionato? abbiamo perso tutte le partite. però abbiamo fatto tante mete.
mi volto, kapa sorride. non mi ascolta quando il bambino dagli occhi cerulei cerca di entrare in azione. è buono il bambino, sembra che balli ma senza di lui non ci sarebbe la squadra. è l’azione che conta. loro, fra il campo e gli spogliatoi, fra il prato e le salamelle sono giocatori d’azione che sanno pareggiare.
kapa, santoiddio, continuiamo a fare meta vah…

capitolo uno_ guarda come gongolo

ovvero, torino on my mind.

premessa. vi scrivo una lunga lettera perché non ho il tempo di scriverne una breve. voltaire

le sette del mattino. sabato. suona la sveglia. apro un occhio. l’altro dice col cazzo che mi sveglio. il primo gli dà ragione e si richiude. c’è tempo per il treno. quadrilatero mi capirà.

quattro ore dopo sono sul treno. e. è un regionale. mi maledico che mi sembra incasinato, puzzolente e pieno di gente. non c’è posto, mi lamento. mi dico, neru proprio tu sei diventata così signorina che vuoi il posto assegnato? sì proprio io. si fa presto a dire io. ed è lì, è in quel momento che devi aprire il cancello del tuo orto. possibile che tu non abbia una prospettiva più ampia, mi lamento con me stessa. chetelodicoaffare se trovo il posto, se c’è il mondo dentro a quella carrozza e mi torna la voglia di vivere. senza profumi, con le storie negli occhi, con l’arcobaleno nella pelle.

non penso a quadrilatero che incontrerò. non ne ho paura. ecco, c’è da dire che io sta cosa del web mica la capivo tanto. le persone sul web sono tante lettere una dopo l’altra, ne conosci aspetti inaspettati ma tutto il non detto del corpo mica lo sai, non conosci le bugie di chi si nasconde a se stesso. che è poi è una cosa bellissima perché per me dà la dimensione del nostro essere al mondo.

all’inizio mi spaventava. non sapevo cosa aspettarmi e come tutte le cose che non si conoscono bisogna scoprire i pregiudizi per poi metterli da parte, oppure è inutile che ti metti in ascolto. la prima volta che incontri qualcuno così, come quando fai l’amore per la prima volta, non va mai tanto bene ma ti dà la misura per quello che devi fare dopo. e io a quadrilatero l’avevo detto: se quando ci vediamo non sappiamo che dirci e ci stiamo sulle balle, che facciamo? massì inventerò qualche cagata da dire mi aveva risposto saggiamente. parola d’ordine: come sei orribile.

e invece no. il mio amico quadrilatero è un tipo simpaticissimo. gesù che risate. satolli di pizza con un sacco di cose ancora da dirci, siamo partiti alla volta della fiera del libro.

ma cosa ti puoi aspettare poi da una fiera del libro? se resisti alle critiche da radical chic puoi trovarci solo sorprese. dalle tre del pomeriggio, non ho fatto altro che essere sorpresa. trovare nightnurse sotto una kappa e myskin all’entrata quando ormai ce ne stavamo per andare non ha prezzo. avete presente una cretina saltellante di gioia? ecco io.

e in mezzo, tutto il resto. da quel figheiro di travaglio -non me l’aspettavo il fascino-, a cofferati che mi ha sorriso probabilmente per la naturale inclinazione politica. e poi ancora libri, di tutti i tipi, parole parole parole. inutili, importanti, interessanti, decorative e di sostanza. la letteratura salverà il mondo, l’ha detto pure quel gran figo di andrea bajani.
e poi le rilegature, le facce, le digressioni e i dibattiti e la fidanzata di quadrilatero che è bella, e che ha un senso degli spazi innato, un’indipendenza femminile di sostanza e un certo bianconiglio che ci aspettava all’entrata dell’egitto. già, pareva il paese delle meraviglie di un paese allo specchio.

insomma in tutta sta giostra alla fine dovevo pure avere un cedimento, no?
sono andata a casa di gap, mi sono infiltrata, gli ho tolto il piatto dalla bocca. mi sono seduta e ho detto che se magna? io gap l’avevo visto solo una volta. voleva dirmi cazzo ti sfrugugli a casa mia? ma alla fine si  limitato a chiamarmi talpa, per questa mia propensione ad infilarmi nelle case altrui a respirarne l’aria. forse l’ho fatto per il gatto arturo che mi faceva le fusa o per il pisello odoroso che era nato nonostante tutto, ché io alla magia della vita mi c’affeziono. forse per il ballatoio sopra un tramonto sincero. forse per la sapiente cucina della paziente moglie. alla fine, dopo i piselli, dopo i carciofi e le fragole, mi hanno portato a bere una birra, carcati sulla macchina del mio amico myskin che avevo lasciato solo alla fiera.

ora, cos’è quella cosa che ti fa sentire a casa, come si chiama?
io al circolo degli harry loman mi sono divertita un sacco. gli harry loman sono un gruppo torinese che suona. mica li ho mai sentiti. chissà se mi piacciono. ma io a questi gli do un bacio in fronte che se lo meritano.

dunque mi pareva tutto troppo bello per finire in gloria. volta la carta e ci trovi gli amici di maria, sarà stato un caso nel giorno del gay pride. non so. quello che so è che per colpa di sti qua io e myskin ci siamo fatti un’ora e mezza di coda in città e siamo tornati alle tre e mezza del mattino. il giorno dopo avevamo appuntamento alle nove e mezza. ma questa è un’altra storia.

un ultimo ringrazimento a quadrilatero per tutto e a myskin che mi ha riportato a casa, che mi ha ascoltato per ore impassibile come un buddha, che mi ha evitato il ritorno in treno con le signorine della notte e che ha sostenuto per tutta la sera e il giorno dopo il mio meraviglioso ruolo di amante.  jules…si scherza eh! 😉

ma siete arrivati fin qui? cazzo!

intro_ il coltello non taglia se stesso

sono le undici e mezza. è domenica sera. entro finalmente a casa. chiudo la porta dietro di me. lascio le chiavi nel porta tutto raku. la casa è un casino, come me. c’è un messaggio in segreteria. la luce arancione abbaia. schiaccio play. voce di mammà.

neru se sei a casa c’è massimo gramellini sul terzo. parla degli uomini che scappano dopo poco che conoscono una donna. ciao ti voglio bene mamma.

sorrido. penso che gramellini stesse presentando il suo nuovo libro “cuori allo specchio“. magari scritto apposta per la fiera del libro. per fortuna ero fuori. gli uomini fuggono. sai che novità. e le donne no? anche se restano, spesso fuggono. chessò saremo una società di corridori. non tutti però. e fanno meglio, quelli. se ne stanno in panciolle in poltrona a godersi il tramonto.

è domenica sera, sono le undici e mezza. faccio i conti con me stessa. sono distrutta, assonnata, dolorante, ustionata. non posso mettere in moto il cervello che fa ahi e la sola parola movimento mi procura l’orticaria. vorrei svenire sul letto ma accendo il pc. sì, lo accendo perché alla fine è stato lui il motore di sto casino di fine settimana. un fine settimana colmo di vita con solamente quattro ore di sonno. e sono felice. sì, sono felice. per questa affermazione mi hanno detto ma allora va tutto bene. no, non va tutto bene. per niente. però sono felice. cipi dice che è già un bel traguardo. lo credo anch’io.

ora sono davanti al video e vorrei scrivere di questi due giorni. ma come si fa a scrivere della felicità?

ecco, potrei cominciare dal potere delle anime belle.

per te

vorrei viverti per tutto il tempo che mi resta e tu non fai altro che allontanarmi. o sono io?

scuse, alibi e la gente passa la vita a raccontarsela.

ti discuto o ti dialogo?

c’è un vetro e dentro gente che parla senza ascoltare. parla così animatamente a se stessa che cambio canale.
quello che vorrei fare adesso. ti guardo da qui, a un metro da me, mentre sciorini parole che ti piacciono tanto e fai quella mossettina con le spalle per darti arie da super vamp che non sei. ma quanto cazzo discutete?
se ti fermassi un momento. sai che cos’hai? ansia. ma quella che sta dentro nel profondo e t’ha rattrappito la simpatia.
ma un bel dialogo mai?
dove cercare il significato profondo delle nostre convinzioni? dove conoscere l’altro?
se tu ti parlassi addosso per conoscerti, forse capirei. è che non ti muovi mai di un passo. ma non ci conosciamo abbastanza.
così arriva quel ragazzo, preso in giro da tutti. non capisce niente, dicono. tanti sorrisi in faccia e dietro le spalle i commenti si sprecano, li danno via come vecchie signore ai lati della strada. è strano lui, questo è vero, ma dimmi tu cosa è normale. entra dalla porta e mi chiede a cosa sto pensando. gli è bastato un secondo per leggere i miei pensieri. eppure adesso lo guardano e non lo ascoltano nemmeno, gli parlano e non sanno nemmeno con chi. lui passa via come un fantasma e nessuno se ne accorge.
discussioni. sanno solo intavolare discussioni. chiusi in teche di vetro come quegli omuncoli in matrix.
è che viene così facile separare. le partite. ci piacciono le partite. prendi il tennis. tac toc ton tonc tonc smash. 40-15.
e così dici la tua. anche a me. mi guardi con quell’aria di sufficienza come se solo tu custodissi la conoscenza. e mi fai un po’ pena. guardo fuori dalla finestra i prati verdi, avrei voglia di andare a raccogliere margherite. ma resto. spero di farti da contrappeso, chissà perché.
poi mi dici come fare. ma io ho il mio modo. che t’importa se non sono come te? che t’importa, eh?
perché non ti siedi accanto a me e non ci raccontiamo una storia? di come quel giorno ti ho incontrato e mi stavi già sul culo…
va bene, allora. niente storie. cominciamo a parlare davvero.