l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: febbraio 2009

estemporanea

ehi! c’è qualcuno?

perché, così, ho messo dentro la testa un attimo. sono di corsa oggi.

avrei pure scritto un post adesso se non avessi perso mezzora cercando di fotografare l’imbrunire. insomma c’era la luna, no?, ma una luna bella, quella che pare una scudisciata turcomanna. lei e la prima stella della sera stavano sull’asse perpendicolare all’orizzonte. ma poi mi sono venute delle merde di fotografie che mi tocca buttarle. insomma era più bello stare lì a guardare. bè che poi era bello vederle pure attraverso l’obiettivo perché il resto del mondo diventava solo suono.

ecco io sono una di quelle signorine che si porta sempre nella borsetta la macchina fotografica, oltre alla moleskine e alla penna ovviamente. ché poi valla a chiamare borsetta quella. direi che è piuttosto la borsa di mery poppins. ne vado orgogliosa. sì dai direi di sì.

vabbè. mi spiace pure di non aver scritto sulle schifezze che accadono in giro. ipazia dice che dovrei stare nel terzo girone dell’inferno per questo. eh. un po’ c’ha ragione. le cose accadono, la vita va avanti e qui pare si sta come nel limbo a pettinare le bambole.

comunque sono passata di qui solo per un saluto.

è che volevo dirvi che siete dei minchioni. tutto qui.

e che vi voglio bene lo stesso.

bè ciao mo’ scappo che hanno già citofonato.

onda su onda

il marinaio remando contro corrente un giorno arriverà dove le onde si perdono nella sabbia. e forse un po’ di paura avrà, forse no.
all’improvviso saprà di essere libero sentendo crescere dentro intenso e languido un desiderio di ridere piangendo

ci sono cose che fanno paura ma le si fa per non farsi male. ché se stringo il pugno è per gettare un sasso e trovarci un fiore. e come il sole all’improvviso, scoprire qualcosa di tremendamente semplice e leggero come il volo di un gabbiano sul mare.

desiderai arrivare alla spiaggia piuttosto che al porto. per non attraccare e partire. ma per il vezzo di riposare. perdere lo sguardo, lasciarsi accarezzare dal sole e improvvisamente chiudere gli occhi.

il marinaio che sogna un po’, si stupirà credendo di essere vivo per miracolo.

arrivare sino a qui non è stato facile, lo so. e dalla spiaggia ho sentito languidi brividi scorrere lungo gli ombrelloni in attesa di qualcuno che li abitasse. mi domandai dove posare lo sguardo. spiagge deserte e un sole assolato sembravano ridere di me. ma era un buon inizio. un posto per pensare. questo era certo.

la linea dell’orizzonte si rischiarerà seguendo solo la voce dell’istinto e sembrerà più limpido quello che c’è. il marinaio pensò fosse possibile vivere ancora una volta dal principio.
il marinaio sognò un sogno fantastico e non si accorse di essere già sveglio
.

marinai siamo noi che abbiamo solcato spiagge di ricordi e abbiamo riposato sotto il sole. siamo noi che aspettiamo un’occasione e che sappiamo mettere da parte il destino con una carezza, che sappiamo ancora guardare negli occhi delle persone e dire abbracciandoci, aspettiamola insieme l’estate. ed è sempre domani se il cielo vorrà. un cielo che promette pioggia, un cielo che s’illumina al sole. e viviamo il momento senza curaci del meteo e ci lasciamo cullare dalle onde noi che andiamo in su e in giù per il bagnasciuga in attesa di uno sguardo che sia solo per noi. lo vedi il segno del costume?

e dunque finisce e inizia qui il post alta fedeltà, per lasciare il posto alle cinque migliori spiagge italiane -ma anche no- per i cinque migliori ricordi.

1. civitanova marche_ per le estati con didg e anni dopo un giorno in più con elis

2. bibione_ per i ricordi di bambina e di un amore nato ieri quando non ci speravo più. un amore che correva lungo i sentieri della montagna che mi separò da lui.

3. salerno_per i tramonti, perché steve mi disse domani mi sposo, per aver gettato in mare -ma era il golfo di amalfi- il cellulare con tutti i contatti e sorridendo dissi vabbè, per il regalo più cool che ricordi

4. golfo di baratti_per saverio che non si scollava più e come ultima carta per un’ora d’amore fece dire al dj nella discoteca superaffollata saaaaveriioooooo saluta neruuuuuu

5. vernazza_in occasione del matrimonio di ariel col coniuge scusato, per lo svomittazzo notturno del medico sardo sulla spiaggia e gli ululati a seguire, per caranza che voleva dormire ma taco russava come un trattore, e anch’io ché quando sono alcolica c’ho il respiro pesante.

c’è chi inventerà una realtà, imparerà un po’ di più, la vita passa di qua.

il tempo scorre lungo i bordi

viviamo in simbiosi e per associazioni.

è che nei nostri piccoli passi ci sovrapponiamo. abbiamo le stesse cose da dire al mondo e prima a noi stessi.
perché questi pensieri? non è la solitudine, non vaghiamo dentro una stazione. o forse sì. lo senti il brusio di tutta la gente che passa e non guarda? la testa china o fiera, lo sguardo sotto lenti scure per cercare un carisma impigliato fra l’iride e le ciglia. ma lo sguardo è altrove, magari in un pomeriggio d’estate in un parchetto sotto casa a raccogliere margherite e a fare il fango con la terra e gli sputi.
su queste pareti non ci sono date né nomi né cuori incrociati. tu puoi venire e andartene quando vuoi. mi è bastata una parola e l’avermi fatto sentire importante. io ho qualcosa. sono gli adesivi sulle pareti. e il tempo che scorre lungo i bordi.

se avessi saputo cosa mi aspettava mi sarei preparata meglio. ma non c’è mai tempo per le prove. me lo dovevano dire che era un atto unico. testarda aspetto, come se fosse dovuto a tutti un’altra parte per ricominciare.

credevo di avere un paracadute. magari non mi hanno insegnato ad aprirlo ché per me tirare la corda era quella del gabinetto. o forse semplicemente ho tirato troppo.

ogni cosa qui dentro aspetta un segnale, puoi leggerlo nelle pieghe della mano. c’è un triangolo e una linea che gira. rispondo seria è mia, sottintendo la vita. e la fine del discorso la conosci già.

è il tempo che scorre lungo i bordi. siamo io e te appoggiati su queste sedie ad aspettare.

poi comincia la polvere.

la stessa polvere che ho sentito nella voce di emidio clementi.

la vita che scorre lungo i bordi, io l’ho sentita nelle sue parole mentre leggeva brani del nuovo libro che ha scritto matilde e i suoi tre padri.

ché se penso al nome emidio penso a un ragazzo adolescente che voleva essere ragazza. ma i tempi non erano pronti. non aveva un padre pronto. non aveva chi fosse pronto per lui. soffriva emidio. moltissimo. finché contro tutti e contro tutto diventò donna. ma non si può sempre andare contro. così un giorno emidio decise di volare in cielo su una stella.

piove sui nostri occhi e non è pioggia quella che cade dal cielo ma viole. in questa notte insicura, in questa notte che fa paura.

invece questo emidio io non lo conoscevo fino a poche settimane fa. è stato grazie al mio amico nerd se ieri ho sentito le fate sussurrare in quella sala gremita. raccontavano di storie bambine. è per questo che poi ho ascoltato fino a notte fonda i massimo volume, e ho capito che sono i precursori delle luci della centrale elettrica.

la vera rivoluzione è crederci ancora e sempre.

personalità in testa

quante personalità può avere una donna? dicono tante.

vi ricordate la canzone di meredith brooks? no? ahimè quando si parla si meredith tutti pensano a grey’s anathomy. no! non quella lì. meredith brooks è una cantante che ha fatto successo solo con un singolo: bitch. ché poi mica parlava di puttane. chiedeva al suo ragazzo di essere forte e non innervosirsi se lei passava da un eccesso all’altro, perché una donna è al contempo tante cose. certo era consapevole della confusione che il suo atteggiamento creava in lui, ma in fondo l’indomani sarebbe stata ancora diversa e l’oggi era già passato.

vah che male c’è? non ci si annoia mai.

questo per dire che l’altro giorno me ne andavo in giro con la mia personalità del sabato.

quella del sabato è una personalità un po’ sotto tono da batterie in ricarica, il cervello collegato al parareale e ricettiva alle scariche di energia altrui.

dunque me ne andavo in giro con una destinazione. cambiare qualcosa. obiettivo parrucchiere.

è stato perché da un po’ di tempo mi chiamano icsfactor che ci sono andata.

e non è per il fatto che io abbia quel quid in più. no. è perché dicono che assomiglio a questa.

veronicascoppellitti_xfacto25
ora mi hanno anche detto che sono la sua versione bella e io ringrazio perché a me pare che abbia il viso un po’ porcino. e anche un po’ più in carne di me ma si sa la televisione ingrassa e quindi credo che se andassi anch’io in televisione, sarei paro paro. ché poi a essere in carne c’è solo da guadagnarci. mi sembra che abbia gli occhi un po’ all’ingiù. però devo ammettere che mi ricorda. sicuramente nel modo di atteggiarmi e di ballare. insomma sì, la ricordo. perciò se vi volete fare un’idea vaga di me nel mio quotidiano, ecco qua.

occhei però io credo che a parte il fatto che lei è rossa e io bionda, le cose che abbiamo in comune sono il sorriso e i capelli. allora dopo un anno di latitanza mi sono decisa. visto che il sorriso non posso cambiarlo, ho detto vado dal parrucchiere. anche perché arkika continuava a menarmela. mi diceva vai a tagliarti quei cavolo di capelli, sono senza forma, sono lunghissimi, vai da questa che crea l’immagine, che ha lavorato per attrici e modelle, dai che ti dà un nuovo look.
e io ci sono andata, ma quella mi ha parlato di personalità.

(altro…)

fiumi di parole

mancanza di testo per eccesso di chat.

[da ora parte il meme di quadrilatero con una deroga al prossimo post che sto cercando di scrivere da giorni. ma fra cene a sbafo, whisky con l’arancia -slurp-, chiacchiere vere e virtuali, è un casino, il resto è magna magna]

dubbio amletico

ma i sardi che hanno votato marco carta sono gli stessi che hanno votato ugo cappellacci?

no, così, tanto per sapere eh!

perché a dirla tutta, nel gioco delle parentele e amicizie e legami uptown girl siamo lì eh!

i’m addicted to him

claudio rossi marcelli è un figo da paura.

per scoprirlo leggete qua -su cosa vuol dire essere donne- e qua -su cosa vuol dire essere trash-hot-pop- .

poi mi dite se vi diverte o vi commuove di più?

meglio una brutta figura ogni tanto

ogni tanto vado a mangiare dai miei genitori. ieri ci sono andata perché dopo ho portato mia mamma al cinema a vedere questo.

mi piace quando vado da loro che poi si esce. stare in cucina a chiacchierare di tutto e niente. ché a volte stare in famiglia è un po’ come stare in attesa a farsi coccolare. in inverno è speciale. fuori fa freddo, francamente anche la casa è un po’ freddina; ma quando si fa da mangiare, la cucina si riscalda, i vetri si appannano col vapore del cibo che lentamente cuoce. intanto mia mamma gironzola intorno ai fornelli, io mi siedo sullo sgabello e comincio a mangiare bocconi di pane  accompagnati da un buon vino.

così ieri sera. me ne stavo lì sul mio sgabello a guardare mia mamma che cucinava. mi piace guardare gli altri che cucinano mentre rubo qualcosa dalla tavola o dai taglieri, insomma me ne stavo lì a guardarla e a parlare di opportunità e progetti.

lei mi ha ascoltato. fino in fondo. ha lasciato che finissi di parlare e poi mi ha detto osa. non rinunciare. io non le avevo detto che avrei voluto rinunciare. c’è arrivata lei. e ha concluso non rinunciare a un passo dalla fine. è peggio rinunciare che fare una brutta figura.

certo non si stava riferendo al berlusca.

perché la mia mamma presuppone sempre il rispetto.

qualità o consapevolezza? patre uan e parte tu

la qualità della comunicazione dipende dalla qualità dell’interazione.

quando l’altro viene considerato solo parzialmente, frainteso, ignorato o negato, la comunicazione si ammala: diventa patologica.

annamaria testa

per questo ho fatto quel che ho fatto.

ma il problema è: aborigeno …ma io e te… che cazzo se dovemo di’?


UPDATE e un passo un po’ più in là.

mi sono arrivate delle email gratificanti oggi. neru non si capisce una mazza di quello che hai scritto nel post.

ogni tanto c’ho i pensieri confusi dentro e butto là qualche frase sperando che piano piano la matassa si dipani. è che poi nel post evidentemente lascio solo la confusione. a me piace la confusione, fino a che non è caotica. quando lo diventa, come una dannata in preda ai demoni, ripulisco e ordino tutto. non lo farò adesso.

ma qualche parola in più la vorrei mettere, lì nel piatto come le caramelle dal dentista.

così per dire. io che parlo con te ho bisogno di un feedback. cioè famme capì che hai capito, sennò te lo ripeto una due tre, venti volte e tu mi guardi sempre con la faccia da ebete. eh no, poi mi arrabbio, e tu mi rispondi ma cosa vuoi?

insomma ci vuole una certa qual reciprocità.

che poi magari finisce che il feedback tu me lo dai pure ma io non lo capisco. quindi, forse, io e te abbiamo codici diversi. oppure semplicemente abbiamo esperienze diverse, magari siamo due mondi diversi.

tu amico che ti relazioni con me e io non ti capisco, a volte mi pari un aborigeno, il nativo di una terra nuova e inesplorata, che sarà pure tanto carina ma non quando sono stanca o presa dall’organizzazione delle mie terre.

però alla fine, dopo tutto sto sbattimento di palle per cercare di capirti e di farmi capire, se semplicemente non avessimo niente da dirci?

questa l’amara conclusione che io vedo nel mondo in generale, a meno che non si sia spinti da una stupida curiosità e un intrinseco interesse per l’altro; per cui caro mio aborigeno, anche se non abbiamo un cazzo da dirci e io capisco il 5%  dei tuoi farfugliamenti, ci vieni con me a vedere il tramonto?


addio coste sarde

la sinistra si metta una mano sul cuore.

no. non batte, eh?