l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: gennaio 2009

a quelle pitocche che mi stanno sul gargarozzo

donne! è arrivato l’arrotino!

su scendete in fila, in ordine e tirate fuori quella linguetta che vi ritrovate. c’è l’arrotino che vi aspetta! su mica sarà difficile no? e mentre aspettate potete raccontarvi tutte le fregnacce che volete.

è arrivato l’arrotino.
arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto!

avete notato come vi s’ingrossa la lingua con tutto quello sparlare? no? e volete pure dimagrire. cozze siete. e se siete cozze dentro non c’è niente da fare.
donne è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli; l’ombrellaio, donne!

sono mesi che vi faccio l’ombrello e voi imperterrite dietro le vostre porticine a chiacchierare con quello sfregare di mani. chissà cosa vi direte mai! pensate forse di emettere sussurri silenziosi? beh ve lo dico. vi sentiamo. noi che stiamo di qua dalla porta vi sentiamo! noi che se c’è bisogno stiamo in prima fila. sì vi sentiamo. magia!

ripariamo cucine a gasse: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gasse.
se avete perdite di gas noi le aggiustiamo, se la cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina a gas.

ché c’è il fumo nelle vostre stanzette che vi accorgete di tutte le minchiate e di niente, soprattutto se si tratta di voi. ché mica ci riuscite a dire le cose in faccia eh? no! è comodo stare dietro alla porta?

lavoro subito, immediato.
è arrivato l’arrotino!

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ho scoperto che

sono inversamente proporzionale

direi in buona sostanza che si evince da:

-• il mio modo di scrivere sul mio modo di vivere. vedi della malinconia in ciò che scrivo? stai sicuro che sono in gran forma.

-• la mia comprensione personale con la mia capacità di farmi comprendere. so qualcosa in più di me? gli altri non capiranno una mazza di me perché non mi farò capire.

-• la mia capacità di anticipare il futuro con la mia collaudata memoria degli eventi passati. ti anticipo il futuro in modo impressionante? bene è chiaro che mi dimenticherò gran parte delle ricorrenze, degli appuntamenti presi e così sia. questo fatto porta direttamente alla mia seconda scoperta.

so anticipare il futuro

ora forse è il caso che spieghi questa cosa di anticipare il futuro che mica sono indovina e una tipa molto prima di me che lo diceva ha fatto una brutta fine. è che secondo me tutti ne sono capaci potenzialmente. è questione di sintesi. sintesi per i dettagli.

premessa. credo che per avere fortuna e fama nella vita sia necessaria una certa qual sintesi degli aspetti generali nella loro complessità. così facendo però si perde una serie infinita di dettagli che orientano e determinano le vicende future.

come nella moda sono gli accessori a determinare lo stile così nella vita sono i dettagli a fare la differenza.

il fatto. non ho sintesi nella mia vita vissuta. prolissa nello scrivere, prolissa nel parlare, prolissa nell’atteggiarmi e nel decidere, a un certo punto mi annoio e mi distraggo. non mi resta che captare i segnali qua e là e farne sintesi prima di riprendermi dalla mia prolissità.

insomma succede così. mi annoio di me? prevedo l’immediato futuro. purtroppo ci becco quasi sempre. un amico dice che è fastidioso darmi sempre ragione. come posso dargli torto? mi do fastidio pure io. difatti questa è la domanda della settimana aren’t you warry to be always right?

un esempio? ve ne do due.

il primo ieri sera. io e il mio divano. a un certo punto alzo la testa così dal niente. mi volto in direzione del bagno, e lì mi dirigo. accendo la luce, entro e mi guardo intorno. tutto a posto. dico a voce alta toh credevo fosse caduta la tenda della doccia. aggiungo danke schön, grata di aver scampato una grande rottura di palle e faccio per ritornare a stravaccarmi confusa e felice. senonché dopo quei cinque passi, sento franare per terra la sopraddetta tenda. torno indietro indispettita e affacciando la testa dentro al bagno dico con voce irritata a una triste tenda contusa, cavolo avevo pure detto danke schön!

il secondo non pertinente. lunedì a casa altrui, con divano altrui e sacher altrui. finalmente in panciolle a guardare le prime puntate di lost quinta serie. mi si fanno domande e io rispondo anticipando le scene mai viste prima. imbarazzante. sembrava mi fossi fatta lo sceneggiatore da quanto ne sapevo. imbarazzante.

le donne con prole o in procinto di parlano solo di figli

ovunque siano, qualsiasi cosa stiano facendo con chiunque gli capiti a tiro. impressionante e tremendamente noioso. sembra non esista altro.

anche un giudice mentre stava riassumendo la causa davanti ai teste e agli avvocati è riuscita a parlare beatamente dei fatti dei suoi figli nella costernazione generale.

non riesco a capacitarmi del fatto che se la mucca fa mu il merlo non fa me

una ragione di più

è morto mino reitano. non mi è mai piaciuto mino reitano. non dovrei dirlo? lo dico. forse perché l’ho conosciuto negli anni in cui era passato al riciclo. aveva un fare triste. non mi piace chi chiede di piacere.

dignità. sì purtroppo preferisco il gelido declino ad opera della dignità. in pubblico. la mancanza di dignità è una cosa che si riserva al privato e che resta tale. tutti abbiamo un’occasione che teniamo come un talismano in cui la nostra dignità è venuta meno. ma deve restare nostra e di chi ha avuto l’ardire e l’onore di vederla. non che abbia mai visto mancanza di dignità nel fare di reitano, onestamente. ma a pelle quella era la sensazione che mi trasmetteva. eppure gli riconosco una certa simpatia. sicuramente gli sono riconoscente per la musica di una canzone che mi tocca il cuore. l’ho vista sul fondo dei miei occhi e c’è rimasta.

è questa

le parole sono di califano.

sai c’è una ragione di più
per dirti che vado via.
vado e porto anche con me la tua malinconia.
certo le mie mani ti vorranno ancora
ma ci sarà chi me le tiene.
oggi e domani e poi domani ancora
finché il mio cuore ce la fa.
sei tu quella ragione di più
mi hai chiesto talmente tanto.
io non ho più niente per te
e t’amo tu non sai quanto.
amo da morire anche il tuo silenzio
che non mi lascia andare via
vado, ma se mi dici non lasciarmi sola
non so se il cuore ce la fa

se riesci a dimenticare fai prima a ricordare

così a naso mi viene da dire che le cose belle si legano al ricordo mentre il dimenticare evoca qualcosa di brutto.
oggi è il giorno della memoria.
si dice che è stato istituito per non dimenticare, non tanto per ricordare -ché fa male-.
dunque non ricordiamoci le cose brutte e ugualmente e semplicemente non dimentichiamocele.
ma quello che mi va da dire qui è che la cosa che mi stupisce di più, e che non dimenticherei, è quanto sia stato sottovalutato dalla maggior parte di chi viveva in quegli anni la portata di un genocidio come quello. sembrava impossibile che l’uomo sarebbe arrivato a tanto. eppure ci è arrivato. e sembra tanto impossibile che ancora qualcuno si permetta di dire che non è andata veramente così. tipo negare le camere a gas.
è che le cose si dicono. la gente dice massì. oggi una battuta qua, poi una là e domani il mondo cambia come non avresti voluto.
lucio dalla diceva a modo mio quel che sono l’ho voluto io.

nessuno dica io non c’ero.
e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.

tre cose tre

  1. mi piace da morire questo posto qui. si chiama frida e sta a milano zona isola. pare sia stato fatto apposta per me. avete presente quei locali che ti vestono? se dura sto feeling ci faccio il compleanno che è fra tanto ma se il tempo passa così in fretta come adesso, cari ragazzi miei direi che è domani. ché poi il tempo passa in fretta e non passa mai, com’è sto fatto?

  2. a casa dei miei genitori c’è la battaglia su quale vino sia più buono e indicato per ogni occasione. mi mamma tiene in mano il vessillo del cartizze da secoli ormai. e ora che barak obama ha brindato la nuova avventura di presidente usa con il cartizze ahi noi. comunque io ritengo che sia ottimo per aprire una cena. provate. per me è un vino per iniziare. che cosa bisogna scoprirlo.

  3. il mio balcone affaccia su un cortile. la casa di fronte è vicinissima, per questo hanno chiamato il condominio “la corte”. ché poi. che figo sarebbe dire andiamo alla corte di lady neru? è che non ho il vestito adatto. e poi in verità è proprio come le case di corte de milan dove la tua dirimpettaia sta sul balcone a parlare con i vicini e a segnare i tuoi movimenti. entra esce entra esce. ma in fondo questo non mi irrita, mi pare di essere dal dottore. come dire. controlla il mio stato di salute. comunque non è lei che adesso mi interessa ma la sua vicina di balcone. è arrivata da poco insieme ad un tizio. e fa tutti i mestieri che si devono fare quando vai ad abitare per la prima volta in una casa. sbianca, lava, aggiusta. casa sua è un continuo cantiere. c’ha i fogli di giornale appesi un po’ ovunque e devo dire che più la guardo più penso che per la qualità del giornalismo di oggi quello è l’uso migliore dei giornali. non ha ancora le tende. ça va sans dire. le tende sono sempre l’ultima cosa che si mette in una casa, cosa che la rende vulnerabile alla curiosità altrui. bè ieri sera sola soletta la nuova inquilina se ne stava fra quelle quattro mura ancora un po’ fredde a detta di tutti -ha messo una luce azzurra tetra tetra, tanto che noi c si voleva affacciare sul balcone con i cartelli dei punti tipo ok il prezzo è giusto; pensavamo ad un range da 1 a 10. non so 2 sarebbe un punteggio basso che vuol dire cambia subito, 6 sarebbe una cosa intermedia per dire puoi fare di più, cose così- insomma lei se ne stava in sti spazi embrioni e di punto in bianco si è messa a ballare. uh come balla bene. e com’era felice. ha portato un po’ d’aria di festa. ecco. che questi giorni sono tristi. ma quando passano i giorni della merla? io però prevedo grandi amicizie prima di andarmene.

i percorsi che non voglio segnare e la mappa che andrai a disegnare

per arrivare alle persone ci sono i percorsi e per orientarsi nella vita le mappe.

non bisognerebbe credere a chi ci dice che c’è un solo percorso e una sola mappa. ci sono tante città e mari e terre e cieli da solcare. ci sono le isole, le prigioni, i deserti. ci sono le mappe per trovare il tesoro, quelle per uscire ed entrare, quelle dei labirinti e quelle per orientarsi nella stanza degli specchi o dei bottoni.

ma di te mi chiedevi. e volevi sapere se è vero che fai paura agli uomini, se le donne spaventano e quale potrebbe essere il percorso da fare. non lo so. non lo so perché non voglio più segnare percorsi.

troppo spesso le donne segnano i percorsi per se stesse e per gli altri, ma gli altri hanno la loro strada da fare e un terreno da fiutare.

un mio amico dice che le donne che fanno paura sono quelle che mostrano la loro complessità e ti pare che ci sia un groviglio di strade per arrivarci e sensi unici e divieti che alla fine hai paura di perderti e non tornare più.

è per questo che le nostre nonne hanno imparato a segnare percorsi? lineari e troppo spesso noiosi. tante docili arianne che talvolta vengono lasciate sulla spiaggia a piangere il loro teseo. non so se ad arianna basta sapere che sarà una costellazione nel cielo perché è del qui e ora che mi chiedi. il fatto è che uno la strada alla fine la vuole trovare da sé e allora impara scorciatoie, fughe, svincoli ma sempre vicino al tracciato per non sbagliarsi casomai ci fosse aria di tempesta.

le nostre nonne, che lo sapevano, sorridevano e tenevano in mano la scopa di saggina pronta a spazzare le tracce dei percorsi che deviavano dal cammino dicendo succede, purché i loro uomini tornassero sulla via che loro stesse avevano tracciato.

e poi c’erano donne che non tracciavano percorsi, disegnavano mappe. donne che sapevano come la complessità non si può spiegare, e che c’è un percorso ma non una sola strada per raggiungerla. la complessità che si snoda come una città. dentro quelle donne non ti perdevi, trovavi cose, sentieri e porte da aprire. quelle donne accettavano la loro complessità e la dichiaravano. non la temevano e non temevano nemmeno i percorsi per arrivare a loro.

ecco io ti consiglierei di fare come quelle donne. segna la mappa del tuo cammino e parti dai profili e dalle ombre, riconosciti negli occhi di chi incontri e guarda oltre il confine all’orizzonte.

mi chiedi se è difficile. credo di sì.

mi dici che quello che cerchi è l’equilibrio fra te e lui, ma io penso che l’equilibrio sia personale. piuttosto cercherei compensazione. riconoscersi e compensare. e perdersi nelle città di ognuno. forse dovrai imparare a volare, forse a nuotare o forse a navigare a vista. chissà.

è questo che sogno per te. liberarti dalle strategie ed essere te stessa, segnare la mappa della tua città e consegnarla a chi un giorno te la chiederà. è una mappa fatta di profili e ombre, di sorrisi buoni e sguardi sfuggenti, di pensieri intricati e desideri semplici.

milano e francesco

conosco abbastanza bene ruggero. ha settant’anni. è un attore amatoriale che adora recitare le commedie di de filippo. viene dalla campania ed è arrivato a milano negli anni cinquanta. ci sono voluti tre mesi per perdere l’accento meridionale. gli ho chiesto perché. per trovare casa, mi ha detto. nessuno gliene voleva affittare una, nemmeno una stanza. così ha continuato la sua ricerca per telefono imitando il dialetto milanese. è lì che gli è venuta la passione per la recitazione. ha pensato di essere bravo, visto che era riuscito a strappare un contratto per una stanzetta.

mi piacciono i tuoi quadri grigi le luci gialle, i tuoi cortei oh milano, sono contento che ci sei.

me ne sono ricordata ieri quando ho conosciuto francesco. un arzillo giovanotto di ottanta due anni. nato a milano, la sua famiglia si trasferì a bari quando ne aveva cinque. diventato ormai grandicello, all’inizio degli anni cinquanta decise di tornare nella futura “metropoli” per diventare qualcuno. aveva pochi soldi però. all’inizio, ha abitato vicino alla stazione centrale dividendo una stanza con altre quattordici persone. la notte per andare in bagno, che stava nel ballatoio, doveva scavalcare i corpi degli altri inquilini. so due lingue, mi ha detto. il barese e il milanese. il milanese l’ho dovuto imparare che mica ci credevano che fossi de milan. milano è cattiva, ha continuato. cattiva con chi è debole e con chi non ha niente.

alberto non la pensava così. lui diceva ti devo tanto come uomo lavoro insieme ai figli tuoi oh milano, fa’ di me quello che vuoi. ti lascio tutti i miei progetti le mie vendette e la mia eta’ oh non tradirmi sono vecchio e il tempo va. ma alberto era uno che sapeva e forse amava soffrire.


ieri ho letto qualche post su una milano ingiusta. una milano che chiude i centri sociali. qualcuno, nei commenti, ha scritto che forse milano è un’isola infelice. non so se milano sia così ma cattiva a volte sì.

la gente a milano ha sempre dovuto inventarsi, ha sempre dovuto recitare una parte per sopravvivere. a milano è vero che è difficile essere se stessi. troppo spesso è necessario recitare la propria parte se si vuole “arrivare”, se vuole essere parte di un tutto. altrimenti sei “fuori”. è per questo, credo, che la gente da queste parti è notoriamente isterica e insoddisfatta.

è come essere su un palcoscenico. ma io credo che sia quello di chorus line. un gran casino per diventare ballerini di fila.

per questo credo che finché si starà al gioco, milano non potrà essere altro che provinciale.

le cose che piacciono

un po’ di tempo fa una ragazza col talento per la scrittura e un fare ironico proponeva un post sulle cose che piacciono. le cose che piacciono a me credo le chiamasse. me ne sono ricordata per caso oggi. mi andava di proporlo qui. un po’ per scongiurare questo tempo grigio topo, un po’ per ricordarmi le cose belle, un po’ per me, un po’ per assecondare il mio amico fuliggi che c’ha la malinconiconoia del giorno della merla.

dapprima, ho pensato che fosse una cosa romantica, di quelle che illuminano gli occhi delle femmine. e forse è anche così. mi pare così leziosa. è il gioco di amelie nel suo favoloso mondo. affondare le mani nei legumi. che meraviglia. se non lo avete mai fatto provateci. ma poi mi è venuta in mente una canzone che ho cantato tanto con il mio amico cipi. che bella quella canzone. ci commuovevamo sempre. e ci commuoviamo ancora al sentirla. si chiama l’autostrada. è di daniele silvestri. di un uomo.

trovare per caso il destino / e non sapere che dire / ma invece fu lei a parlare / “mi piace guardare la faccia nascosta del sole / vedere che in fondo si muove / dormire distesa su un letto di viole” mi disse / e a te cosa piace? / “mi piace sentire la forza di un’ala che si apre / volare lontano
sentirmi rapace, capace di dirti ti amo / aspettiamola insieme l’estate” / e intanto volevo sparire / pensando alle cose che avevo da offrire

il fatto è che è quasi sempre lei che inizia a parlare e quasi sempre lui che vuole sparire. sparire. anch’io ogni tanto vorrei sparire. nel cilindro di un cappello. chi ha voglia di continuare?

correre in mezzo alla neve e prenderla fra le mani fino a che si scioglie

il verde dell’erba quando ci brilla il sole

il profumo del caffè alla mattina

camminare a piedi nudi sulla terra

toccare con la mano il filo dell’acqua

ascoltare le voci del palazzo alla mattina sotto le coperte

l’odore dei libri appena comprati

guidare in una stradina di periferia che passa attraverso i campi

guardare fuori dal finestrino del treno

origliare i discorsi della gente nei bagni pubblici

chiacchierare con i bambini

preparare la frittata

scrivere a mano lettere e numeri

camminare dritta sotto la pioggia

respirare l’aria quando si vede l’arcobaleno

…continua…

impressioni

c’era una foto. eravamo io e te. eravamo al mare. ed era una bella foto.

ce l’ha fatta un signore distinto passato per caso. ho scelto lui. gli ho chiesto ci fa una foto? è rimasto del tempo incastrato lì a guardarci attraverso la lente. ha aspettato a scattare come se ci stesse scrutando. ricordi? ha chiesto di stringerci e io ti ho messo le braccia intorno al collo e non ho pensato a niente. ho capito che aveva pigiato il bottone perché è spuntata una faccia. teneva la macchina fotografica come se tenesse uno scrigno. me l’ha messa nelle mani, mi ha guardato negli occhi e mentre mi sorrideva si è girato a guardare il mare. come siete belli, ha detto, sei innamorata vero?

ho sviluppato la foto. la tenevo tra le mani. tu guardavi l’obiettivo, io guardavo te. sì ero innamorata. certo che ero molto innamorata anche se il giorno prima avevamo litigato. a me non importava, serviva a delineare un terreno.

ho appeso quell’immagine di noi due in un posto che non fosse ordinario, non l’ho appeso alla parete.

poi un giorno la foto ha cominciato a scolorire. la guardavo con apprensione. ti ho osservato e ho detto sta finendo la nostra storia. hai riso. mi hai detto che stavo esagerando. un mese dopo non eravamo più insieme. e non sono stata io a cambiare strada, semmai ti ho mostrato una città e tu ti sei sentito libero. avresti potuto camminare con me per quei vicoli. mi dicono che poi ti sei perso. io ho acquistato casa, e mi piace ancora camminare. mi piace stare alla finestra con una tazza di tè in mano ad osservare fuori, poi prendere le chiavi, aprire la porta ed uscire.

se non ho riconosciuto te, ho saputo riconoscere quel signore di passaggio.

mimi che mi ami?

seratona mimo ieri sera.
io odio le seratone mimo.
non mi capiscono. o non mi faccio capire. non so. preferisco pensare che non mi capiscono.

è che io ho un concetto di mimo. ho anche dei riferimenti miei. ugualmente non capisco come mai la gente normale capisce cose assurde.
tipo la parola fata. per mimare la fata io faccio le alette con le braccia. cosa vuoi che sia quando uno mima le alette con le mezze braccia? un uccello si fa con le braccia spiegate. e se le si agita in su e in giù muovendosi pure con il corpo allora vuol dire che sto volando. dunque se uno fa le alette a mezze braccia, può essere solo una mosca, una farfalla o una fata. e invece no. comunemente si ritiene che la fata sia una tizia con la bacchetta. ma dico! quella fata lì sta solo in cenerentola. che cacchio di riferimenti culturali ha la gente?
e per mimare la parola azione? per i miei amici mimare il movimento e fare delle cose dopo una fase statica non è azione. l’azione si mima col ciak.
ché poi vogliamo parlare dei titoli che mi hanno dato? espiazione e senza esclusione di colpi. hanno capito solo i colpi.
ma non sarebbe tragico se non fosse per un fatto. uno dei mimi resta fermo, poi dichiara non ci riesco e il suo compagno di squadra dice indovinando orgoglio e pregiudizio. ecco io in quel momento ho avuto uno scatto d’ira e devo aver detto una cosa tipo eh ma porca puttana non è possibile. così mi è stato risposto eh ma io ho il pensiero laterale. a parte il fatto che il pensiero laterale non è avere culo, mi domando e dico perché allora non poteva essere ragione e sentimento, persuasione o cose di questo tipo? perché?
secondo me ci vuole sintonia. per esempio. lei e lui stanno insieme, nel senso che vivono insieme. lei mima uno che nuota poi si accarezza gli stivali e lui dichiara mediterraneo. lei sorride e dice uh che bello che mi capisci, ed eccolalà che si rinsalda una coppia. altre invece trovano il modo per sfogarsi ché sennò fanno sempre mucci mucci miao miao. lei propone un titolo di quelli super d’essai, il titolo non si indovina e lui arrabbiatissimo -seh seh- dice adesso ti piazzo i b-movie.

all’inizio tutti erano convinti che fosse più difficile mimare i sentimenti, cose astratte per dire. e invece per mimare il sentimento basta avvicinare e allontanare più volte dal cuore le mani intrecciate. oppure per far capire la parola vita bisogna far finta di avvitare. io non ci sarei arrivata ma loro sì. ché nel mimo valga la metonimia e la sineddoche?
ecco perché non capisco mai quello che la gente mi vuole dire. gira il mondo gira nello spazio senza fine. ci sono regole che ti insegnano e poi ci sono le regole della strada. se vuoi vincere impara quelle della strada. se non vuoi niente fa a modo tuo.

intanto io so che odio il mimo.

ma se mi ami me lo mimi? chissà se lo capisco. io credo che se te lo mimo tu minimo minimo non capisci una mazza.