l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: novembre 2008

avere un blog

avere un blog è come essere pollicino

di dove sono? questione di stato

carlo è un bambino. ha sei anni. il suo papà è peruviano, la sua mamma viene dalla romania. i suoi genitori si sono incontrati qui in italia, qui si sono amati e qui carlo è nato.

questa estate, il papà ha portato carlo in perù a conoscere finalmente i nonni. i suoi cuginetti e gli amici lo hanno preso in giro dicendogli tu non sei peruviano, non sei nato qui. carlo stava zitto. poi è arrivato il momento di partire. invece di tornare subito in italia, il bambino e i suoi genitori si sono fermati in romania ché anche i nonni materni volevano salutarlo e fargli un po’ di coccole. anche lì gli altri cugini e i loro amichetti lo hanno preso in giro tu non sei romeno, non sei nato in romania, non sei uno di noi.

poi carlo è tornato a casa in tempo per andare a scuola. una sera a cena ha chiesto papà io non sono peruviano come te e va bene, mi hanno detto che non sono nemmeno romeno, però sono italiano vero?

la mamma ha guardato con amore il figlio e gli ha detto -mentre il papà taceva- beh amore mio, sarai italiano quando avrai diciotto anni.

c’eravamo anch’io e jules quella sera a cena. jules mi ha detto bisognerà ricordargli che dovrà fare la richiesta prima di compiere i diciannove anni, o dovrà fare la trafila come tutti gli altri. ho girato la testa, l’ho guardata negli occhi e le ho sussurrato più semplice no? lei mi ha risposto se fosse nato in francia sarebbe francese.

si soy negra, es verdad?

come mi piace la parola verdad quando è detta da un castellano hablante. ma comunque non volevo parlare di questo.

se ieri sera mi sono persa tre quarti dello spettacolo della cortellesi ci sarà un perché. ché poi l’altro quarto mi pareva un po’ sotto tono. peccato.

il perché riguarda la mia amica nera che fa la badante e canta, quella che mi ha regalato la sua collana. ricordate?

beh ieri sera c’era una cosa che possiamo chiamare manifestazione, fra il pubblico c’era non solo il console, ché a milano ci sta il console, ma c’era pure l’ambasciatore e poi c’era uno dei massimi cantanti lirici del suo paese, uno che ha cantato alla scala con i maggiori interpreti lirici. ecco chi c’era.

anche molte altre persone erano presenti, a dire la verità, ma insomma il fatto che ci fossero loro ha avuto il suo perché. perché la mia amica nera ha cantato di fronte a ‘sti tizi. era agitata. io ero lì.

a un certo punto lei ha ringraziato un po’ di gente fra cui la sottoscritta e poi, ha detto, anche gli altri che non sono del mio paese. miseria che onore. ecco io lo volevo dire che quella donna mi vuole davvero bene. e io oggi sono tutta un pavone. cos’è la femmina del pavone? una pavonessa? tuttavia nella stessa sera l’ho anche odiata. mi ha fatto salire sul palco e mi ha detto balla il ritmo negro. l’ho guardata, tu sei pazza ho urlato con tutto quel frastuono di percussioni e lei dai balla, che ti ho insegnato a fare eh?

allora mi sono ricordata quando in africa io e altre ragazze ballammo con le africane che risero tutto il tempo chiedendoci ma voi come fate a fare all’amore con i vostri uomini che siete così rigide? ecco. sono rimasta sul palco e ho ballato.

ora, so che ci sono dei filmati. la mia prossima missione è farli sparire da ogniddove!

verità da 0.0 a 2.3

c’ho un post sulla punta della lingua che tocca gli aphrodite child -e donc vangelis e demis roussos- mina, bob dylan, una bicicletta, una sera, una melodia e un mischia mischia ma non c’ho urgenza. non questa volta. e così intanto mi lascio distrarre dai sensi.

ed ecco che -disposta naturalmente alle sollecitazioni esterne- ho raccolto un po’ di materiale qua e là, qualche frase e qualche discorso. lo riporto qui cià.

letto a scioglilingua in un’edizione del 1966

tell the truth or trump -but get the trick

dì la verità o inventa ma vinci la mano.

mark twain

conversato

cara ti piace il layout?

non tanto.

perchè?

lo preferivo più semplice.

hai ragione, ma come diceva brecht, è la semplicità che è difficile a farsi.

ti piace brecht?

molto.

ode al comunismo?

comunista e rivoluzionario –dice alzando il pugno, poi tace ci pensa e aggiunge– anzi no, comunista sempre rivoluzionario un po’ meno.

perché?

l’unica rivoluzione possibile, mia cara, è quella culturale.

sai come si fa?

parlando e parlando ancora. fai vedere le diverse interpretazioni della vita.

scrivendo?

pure.

saluta, baciandomi con la mano e mentre se ne va impreca. si ferma, si volta, mi guarda e dice vabbè vah ci suicideremo il prossimo anno. sorrido e penso che c’è tempo.

letto inda web

nulla è sicuro, ma scrivi.

franco fortini

soltanto chi non ha fiducia in se stesso può aver paura di stringere alleanze temporanee anche con elementi incerti.

lenin


emailato da fuliggi

“ho una usb sulla tempia, e una tennents nella panza”

l’ho trovata su un muro oggi.

bambolottina usciamo non farmi abbassare il tasso alcolico.

p.s. il copyright del titolo ce l’ha elis…spero quindi che non se ne dispiaccia

fermarsi e andarsene

avete presente quella forza che vi costringe a proseguire la corsa anche se siete arrivati alla fine? la spinta che avete dato nell’accelerazione non vi permette di fermarvi. avete presente quella sensazione quando vi sembra che le gambe vadano per conto loro?

ecco io ora.

come quando ho fatto un incidente, ormai otto anni fa. ho percorso a zig zag per tre volte l’autostrada. la a4. la macchina continuava ad andare, non si fermava. poi una domanda e se si frema in mezzo alla carreggiata? se sono ancora viva cerco di restarci. in quei momenti fatti di secondi hai un sacco di tempo per pensare. così, non so come o forse sì, ho diretto in qualche modo la macchina contro un tir fermo sull’area di sosta e il tir l’ha fermata sul ciglio della strada. della macchina è rimasto solo l’abitacolo.

non che adesso vorrei trovare un tir.

vorrei voltarmi e andarmene.

il tempo del risveglio

non c’è niente da fare. non ci riesco.

non ce la faccio, appena suona la sveglia alla mattina, a buttare giù i piedi dal letto e a fare tutte quelle cose che si devono fare per prepararsi ad uscire in modo decente. decente è il minimo. ché poi quando “senti” le persone che non hanno fatto nemmeno quel minimo, la mattina parte davvero male. dico io, almeno cambiati gli abiti se proprio non ti vuoi fare una doccia.

comunque non era questo quello di cui volevo parlare. dicevo, la mattina devo pensare.

insomma vorrei tanto sentire la sveglia, non madonnare, e, con il cervello ancora in stand-by, alzarmi, preparare il caffé, vestirmi, tutto con la noncuranza della non presenza. e invece mi tocca essere presente a me stessa.

suona la sveglia e io per un’ora devo mettere in moto il cervello. ci sarà inquinamento nella mia testa, evidentemente, a furia di tenerlo acceso per riscaldarlo senza partire veramente. devo essere un diesel. devo avere tempo. un’ora pare tanto tempo ma io mi devo ricostruire le mappe, fare i percorsi, devo mettere nei cassetti le cose. una sensazione, un sogno intero, uno a metà, le cose da fare, le priorità della giornata, i vestiti da indossare. insomma un mucchio di roba, un mucchio di lavoro di prima mattina. e chi presume che io stia ancora dormendo, bè un po’ è vero ma anche un po’ no!

come affrontare un ritardatario _ capitolo 3

se inviti un ritardatario a cena mai e dico mai fare il risotto.

se ti incaponisci e lo fai lo stesso, chiedi consigli a rio.

rio dovrebbe aprire un blog di consigli per offrire ottimi pasti ai ritardatari. farebbe furore.

quel che resta del mio giorno

la neve c’era e ora non c’è più. è rimasto il freddo pungente.

eppure la neve oltre a essere poesia è pure un impiccio. un poetico impiccio. a me piace quando diventa un impiccio forte che devi lasciare la macchina dove si trova. come è accaduto un po’ di anni fa, forse quattro. credevo di essere felice allora. in quel momento lì. e lo ero. così dicono le cronache.

ho capito che ho due posti del pensiero. non è quando cammino. che quando cammino tutto si dissolve piano piano. non è quando sono in bagno che mi concentro e posso solo razionalizzare ma non far fluire i pensieri. i due posti sono sotto la doccia e sul balcone.

sul balcone mi vengono i post e le domande. ieri mentre ero lì che avevo anche un po’ di freddo a dire la verità mi è venuta spontanea una domanda. non mi sono chiesta altro e sono corsa dentro. punto.

è vero che non poteva andare che così?

improvvisare o non improvvisare. è questo il problema?

ho risposto a un commento di willy dicendo che non programmo perché mi sento più incline all’improvvisazione. non è esattamente vero se non si condivide quello che penso. e penso che l’improvvisazione sia bellissima solo se c’è un duro lavoro precedente di organizzazione e studio. tutto qua.

che poi saper improvvisare è necessario. incroci uno sguardo, un sorriso, qualcuno ti dice qualcosa e tu non sai che rispondere, non ti viene in mente nulla.

rispondi cazzo ti dici e invece no, nemmeno una parola e speri che sia il silenzio che improvvisi per te ma il silenzio vi allontana e basta. questo spesso si crede quando non si conoscono i giri del silenzio e quelli del pensiero e le strade che prenderai. lo sai, non puoi improvvisarti ma non puoi far altro che improvvisare che non ci sono repliche per te o copioni scritti. e ti dici domani. domani andrà meglio.

ed è lì il nodo o lo svincolo di quando ti domandi quanto artifizio e quanta ingenuità. che per l’artificio di un domani studiato, voluto, sudato, provato, rischiato pensi che tirando le somme forse ci potrebbe stare davanti un segno meno e che forse l’ingenuità, quella sì potrebbe essere finalmente una chiave di volta, un modo. anche quando tutti pensano che sei ingenua e tu non l’hai mai pensato di te.

poi una domanda buttata a caso davanti a una foto e una risposta improvvisa che ti convince e ti fa dire sì, continuo nonostante tutto.

quando uno è dannatamente ingenuo?

quando uno si ostina a voler vedere quello che vorrebbe vedere… credo…

forse, l’improvvisazione è il mio mestiere.

fatti una domanda e datti una risposta o taci che è meglio

a cosa serve un blog? è una domanda che un blogger non si dovrebbe mai fare.

in verità, non me la sono mai fatta. epperfortuna. tuttavia oggi mi sono risposta.

che poi continuo a chiedermi, meglio le domande o le risposte? ma se pensi di avere le risposte, chi ha stabilito che sono risposte e non domande? magari potrebbero essere domande camuffate. che poi le domande retoriche sono risposte camuffate ma ci sono anche altre domande che sono risposte. insomma mi sembra tutto un magna magna. ed era qui che volevo arrivare.

il blog aiuta a convincere la gente. a volte.

ecco avevo una cena a base di brasato. francamente a me il brasato non piace e nemmeno lo spezzatino. Così piazzando qualche commento al posto giusto e al momento giusto, stamani mi è arrivato un sms: gioia bella risotto con la salsiccia e arrosto al sale, ok? meglio?

mavvieni! oggi è un giorno soddisfatto.

ah se vi siete chiesti cosa vuol dire il titolo, ecco non fatevi domande, anche se non siete blogger.