l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: settembre 2008

un giorno senza immigrati

dovete immaginarvelo.

immaginatevi che per un giorno o una settimana, tutti gli immigrati spariscano dall’italia, dai nostri quartieri, dai nostri condomini.

puf. così nel nulla.

più nessun immigrato, solo italiani da almeno, chennesò, cinque generazioni vah.

allora, ve lo siete immaginato?

quanti resteremmo?

inanzittto io licenzierei subito le ostetriche e i pediatri. sciò, che di bambini non ce ne sono più e bastano sì e no due medici e due ostetriche per città.

io ci ho pensato. chi ristruttura il posto dove lavoro ora? chi porta via la spazzatura del mio condominio? chi pulisce le scale e mi saluta ogni mattina? madò quel saluto mi mette in pace con il mondo per il resto della giornata. urca, mi tocca cambiare pizzeria. e chi cacchio finisce la mia casetta tanto caruccia che aspetto con impazienza?

e ora pensate: chi costruirà le case? chi pulirà le strade e le vostre case? volete andare a mangiare etnico? scordatevelo! vabbè che modo sarebbe? londra non sarebbe più una musa ispiratrice.

ci ho pensato perché ieri ho visto un film di sergio arau, un dia sin mexicanos. l’ho visto invece di andare a sentire le luci della centrale elettrica. ho fatto bene? penso di sì anche se mi è dispiaciuto non sentire la rivelazione cantautorale -almeno così lo definiscono- dell’anno.

vabbè e adesso piccolo gossip. in questo film che consiglio recita eduardo palomo nella sua ultima apparizione. chi se lo ricorda? chi ricorda la sua interpretazione migliore? e il doppiatore?

liberatemi dalle p

ovvero infamia a pin password e puk

due giorni fa ho avuto il tracollo. devo essermi rotta le scatole di ricordare tanti numeri e tante lettere messe a caso.

e dire che mi sento fortunata: un solo cellulare, un bancomat, una carta di credito, un pc al lavoro e uno a casa. in tutto tre pin e due password. ma poi devo aggiungere la password per il blog, quella come utente anobii e lastfm, quella per gmail e quella per facebook.

a quante sono arrivata? e non sono finite.

poi c’è il numero di cellulare, uno solo che però ho cambiato nel tempo.

le prime avvisaglie si sono fatte sentire qualche anno fa. ero ad amalfi, in barca. allora ancora credevo fosse necessario rispondere agli squilli. risposi e finita la conversazione, misi il cellulare in grembo. una gestazione quella della gestione del telefono. rimasi lì a guardare quel marchingegno malefico che scivolava, scivolava. sul lato della barca c’era un buco e il cellulare si diresse proprio lì. mi ricordo che dissi oh cade, oh cade, oh è caduto. il resto della vicenda poi è storia e prese per il fondoschiena. persi tutti i contatti. non ho mai più voluto ricordare il mio numero di cellulare.

e l’altro giorno mi sono dimenticata pure il pin del bancomat. ho detto semplicemente oh non me lo ricordo più. qualcuno mi ha chiesto ma non lo tieni da qualche parte? io ho risposto che non mi è mai servito. non mi servirà. oggi ho recuperato il bancomat. al da farsi sulla memoria ci penserò. mi sono spaventata. ho pensato alle lavatrici che si programmano, agli allarmi nelle case, sei in australia e ti programmi il forno per trovare la torta calda quando torni. ho avuto paura di un mondo invaso da codici e combinazioni infinite di numeri. password, pin e pu(c)k per me restano ancora dei folletti nei boschi.

oggi 29 settembre

la mattina avrà pure l’oro in bocca ma io ho la bavetta e le caccole negli occhi.

orsù oggi è il 29 settembre e io mi vado a sedere in quel caffè senza pensare a te. guarderò il mondo che gira intorno a me. e intanto girano anche le balle ché mi hanno succhiato il bancomat ma questa la racconto quando torno.

la città ci correrà incontro? io intanto vado, inforco la bici e si vedrà. buongiorno mondo. ‘giorno a tutti, godetevela che oggi è un fuckin’ monday!

questioni politiche_2

Quando si mette il coprifuoco alle idee, quando un governo ritiene di doversi scagliare contro le critiche di un giornale, forse qualcosa non va nella nostra democrazia rappresentativa. In realtà, in Italia la gente ha una concezione sempre più leggera della democrazia rappresentativa. Sembra che basti solo assolvere al dovere del voto. E i politici (soprattutto quelli «nuovi», quelli che non provengono da una lunga formazione, ma dalle scuole del marketing), ritengono che i cittadini abbiano firmato loro una delega in bianco. Si sentono legittimati a fare tutto ciò che le regole della soddisfazione dei desideri impongono, quasi che l’ esercizio nobile dell’arte della politica, sia definita dalla migliore e scintillante soluzione dei desideri di ognuno. Siamo al paradosso che, proprio oggi, quando la politica sembra aver preso il sopravvento su molte altre attività (al punto che tutti ci si buttano), la partecipazione invece cala. E’ vero che la democrazia rappresentativa si risolve nella delega. Ma essa è intesa in maniera così forte dall’attuale classe politica (al governo e all’opposizione), che ha relegato in soffitta la democrazia di opinione. Siamo così all’antipolitica, che non è quella di Grillo o dei girotondi, ma quella della politica intesa come mercato della soddisfazione dei desideri. La classe politica italiana, ma anche gli intellettuali, hanno gravi responsabilità. L’ eterna transizione cui è costretta l’ Italia almeno da 15 anni e la promessa reiterata di riforme che non arrivano mai, hanno tolto credibilità alla politica e rafforzato chi, nella politica, vede un teatro da calcare con le sue truppe ordinate e ubbidienti a ogni ordine, senza discutere. Vale a destra come a sinistra. In un quadro simile, la partecipazione e, dunque, la democrazia di opinione spariscono.

le parole sono di don antonio sciortino direttore di famiglia cristiana, un settimanale cattolico ultimamente redarguito dalla chiesa perché in contrasto con il governo, anzi ad essere precisi verso metà agosto di quest’anno il vaticano ha preso le distanze da famiglia cristiana per gli scontri di quest’ultima con l’attuale governo.

il vaticano ha detto che il settimanale “è una testata importante della realtà cattolica, ma non ha titolo per esprimere né la linea della santa sede né quella della conferenza episcopale italiana” e che “le sue posizioni sono responsabilità esclusiva della sua direzione”.

da questo polverone è nata la lettera -o commento, non riesco ad essere più precisa- di cui riporto un estratto. è stata scritta a la repubblica il 25 settembre scorso.

anche queste parole mi sono sembrate interessanti. tutto il commento è qui.

non so ma il momento mi pare opportuno per ritirare fuori certe questioni. e per il momento queste non riguardano la chiesa. per il momento.

questioni politiche_1

Immanuel Kant scrisse nella sua Critica della ragion pura che il peggior pregiudizio è non avere pregiudizi. Lo ricorda Todorov nel suo saggio sull’illuminismo. Sembra un paradosso ma coglie invece un aspetto importante della realtà perché il pre-giudizio è un’ipotesi di lavoro che serve ad orientare la ricerca di una soluzione. Chi non ha un’ipotesi di lavoro procede alla cieca, agisce e decide sulla base dell’emotività propria e di quella della folla. Dei sondaggi. Delle reazioni degli alleati e degli avversari.

Il modernizzatore-tradizionalista-controriformista non ha alcun pre-giudizio. La sua bussola sono i sondaggi e il favore della folla. La folla è la somma degli individui, non è un popolo. La folla è cera molle nelle mani di chi sappia manipolarla. Si tratta di un’arte, non di una scienza e in quell’arte il Nostro -il signor b. ndb (nota del blogger)- è maestro. Perciò è il massimo fautore d’una società “liquida”, dove i nuclei associativi, i contropoteri, la pluralità organizzata siano ridotti al minimo.

l’ha scritto oggi, anzi ieri, eugenio scalfari in un articolo su la repubblica intitolato quanto durerà il regno di berlusconi. se siete curiosi andate qui. l’ho trovato interessante.

mi domando però perché leggo da più parti un persistente interesse all’illuminismo e alle sue teorie, perché ultimamente citiamo voltaire e il suo candide. ci sentiamo dentro a un oscurantismo medievale e ne vogliamo uscire? che si voglia preparare il terreno per nuove e proficue rivoluzioni? un nuovo capitalismo è necessario?

mi sono accorta che meno di un anno fa benedetto XVI nella seconda enciclica andava dicendo che illuminismo e marxismo sono “speranze terrene fallite”. che coincidenza.

e ho pensato che in italia le città illuministe furono milano e napoli, per dire.

luce d’autunno

la luce a settembre mi ha fatto sentire di nuovo leggera.

sto come d’autunno sugli alberi le foglie che ancora non vogliono cadere. mi illudo di non voler combattere la mia guerra. eppure c’è una leggera brezza e mi lascio cullare.

potresti parlarmi come il vento tra gli alberi e leggermi la mano. ho dei segni senza senso. ma credo che sia tempo.

è tempo di imparare a guardare. è tempo di ripulire il pensiero. è tempo di dominare il fuoco. è tempo di ascoltare. è’ tempo di imparare a cadere. è tempo di rinunciare al veleno perché la donna ha schiacciato il serpente una volta.

lo so che c’è tempo per ogni cosa e che la seconda volta non è la prima, come la luce dell’alba non è quella del tramonto eppure sono entrambe romantiche. ti sei mai fermato a osservare la luce di un pomeriggio d’autunno alle quattro? hai mai respirato quell’aria? la luce d’autunno è bellissima.

ti chiederei di parlarmi come il cielo con la sua terra. mi hanno detto che parlarsi fa bene al cuore. che aiuta a capirsi. la parola ci avvicina, quando non allontana. che le parole sono alate e se tagliano l’aria è solo per un momento. se le parole sono cattive erano troppo poche, erano senza occhi per guardarsi. ogni volta ci riprovo. lo so che non ho difese ma ho scelto di essere libera. e a volte la libertà ha un prezzo troppo alto. forse sto in basso.

dimmi se farai qualcosa, se mi stai sentendo. avrai cura di tutto quello che ti ho dato?

Dante e la lingua volgare

sono tre. potrebbero essere le figlie delle spice girls. sembrano disorientate ma non lo vogliono dare a vedere.

posh spice jr. sospira.

che palle quest’anno mi tocca leggere un casino. l’ha detto il prof. devo scegliere tra i promessi sposi e l’inferno. quanto sono alti?

sorrido. per i ragazzi pare sempre un problema di altezza.

bè come libro è più alto i promessi sposi.

allora leggerò l’inferno.

sei sicura?

sìsì figurati mica ho tempo io. e poi a me che me ne frega. non mi piace leggere, è una palla. con tutti i casini che ho.

scary spice jr a questo punto vuole dire la sua, mica può lasciarsi scappare lo scettro dell’attenzione così. si lamenta, bofonchia che sono tutte più fortunate di lei dal momento che il padre è in brasile. mi guarda come per dirmi sono figa vero che ho il papà in brasile? giro lo sguardo su di lei. sinceramente a me spiace solamente che si senta sola.

ritorno sulla posh spice jr, le metto in mano l’inferno e dico adesso leggimelo. e lei lo fa.

la osservo. ha in mano un capolavoro della letteratura, è carina mentre cerca di leggerlo. ci prova, incespica, sorride imbarazzata, alza lo sguardo e fa nonono e questo che è?

ma questo è latino, interviene sporty spice jr.

no non è latino, dico io.

certo che lo è, prosegue sporty spice jr, per dante l’italiano era una lingua volgare, dunque...

e mi fa una faccia come a dire, eh lo so io mica sono scema!

la fata ficcanaso, la ragazza e il pastore

succede che quando neru sta male non riesce a fare niente. l’unica sua salvezza è scrivere post. succede che quando neru non sta bene oltre a scrivere, chatta ma si dimentica di aprire msn per chiacchierare con lali come le aveva promesso. capita però che si dimentica perché in gtalk -sempre acceso grazie agli smanettamenti di qualcuno- trova sammy.

e cosa si può chiedere a sammy una sera d’autunno mentre uno scrive con una mano e con l’altra sorregge la testa? dai raccontami una storia. e sammy che fa? la scrive in un minuto d’orologio. ecco qua.

c’era una volta la figlia di un pastore che abitava in una casa lungo la strada principale del paese.

ogni primavera il padre partiva con il gregge verso gli alpeggi e lei lo salutava.

passarono gli anni e divenne grandicella, giunse la primavera con tutto ciò che porta e il padre partì con il suo gregge per le montagna. ad accompagnarlo c’era un giovane appena assunto dal padre.

appena lo vide, la ragazza se ne innamorò tanto che non poteva più smettere di pensare a lui.

detto fra noi era anche po’ gelosa delle pecore. in particolare, al tramonto si rattristava perché lo immaginava solo al buio sulle montagne, e tanto avrebbe dato per fargli compagnia e rendere le sue serate più piacevoli.

una fata che viveva da quelle parti, raccolse il desiderio della giovane. si sa che le fate sono un po’ ficcanaso e non capiscono le metafore, pensano di fare del bene ma fanno delle grandi cazzate. così trasformò la giovane in una lucciola -l’insetto- e generò centinaia di grilli intonati.

la giovane raggiunse l’alpeggio e ondeggiando vicino al giovane gli illuminava la notte, mentre i grilli seguivano la luce come la bacchetta di un direttore d’orchestra.

è evidente che un amore così, è molto romantico ma dopo un po’ evidenzia che non arriva da nessuna parte. così la fata ritrasformò la giovane in una … giovane appunto e questa giunto l’autunno semplicemente saltò addosso al giovane pastore quando questi entrò nel fienile.

i grilli invece rimasero per sempre a cantare nelle notti d’estate, però scoordinati perché senza direzione d’orchestra.

that’s all folks.

segue conversazione.

neru: è bellissimissimaaaaaaaaa

sammy: te le ragalo

neru: sto male ma sono contenta, come cavolo ti vengono?

sammy: bho

neru: cazzo!

sammy: no no questa volta il cazzo non l’ho usato il pastore forse

neru: ecco

primo o ultimo appuntamento che importa, io elogio l’appuntamento mediano

da quando betta mi ha detto facciamo il post alta fedeltà sui primi appuntamenti e ho detto sì -come potrei altrimenti?- mi è venuta la tristezza. non ricordo i primi appuntamenti, non ricordo gli ultimi, poi saggiamente suggeriti sempre dalla nostra betta, quasi quasi non ricordo nemmeno gli intermedi.

ma come, mi sono detta, come è possibile?

le cose sono semplici mi sa. o io non ho molti primi appuntamenti o sono stati tutti uguali, o noto altre cose. propendo per l’ultima ipotesi ma anche la prima non è da buttare via così.

tuttavia, l’ho promesso. donc.

allora, dove mi invita di solito un uomo al primo appuntamento? nella top five c’è:

  1. aperitivo
  2. ristorante giapponese -da quando è diventato di moda- o cena al ristorante o in pizzeria
  3. gelatiere
  4. cinema
  5. mostra

ma nell’olimpo metterei gli appuntamenti intermedi, che sono quelli dove ci si rilassa e la gente diventa molto più divertente. ce ne sono stati di molto belli, e fra i più belli ci sono quelli del famoso guerriero di cui parlavo qualche post fa.

di lui, qui mi piace ricordare invito a sorpresa a uno spettacolo teatrale a genova e un dopo teatro in un locale che era a metà fra enoteca e libreria -si mangiava, si beveva si discorreva, si scriveva e cose così- con annesso giretto per genova, il tutto in serata.

di tutti gli appuntamenti intermedi particolarmente graditi non ho apprezzato tanto la cosa in sé quanto il modo in cui è stata fatta e in genere è questo che mi diverte e mi rimane in mente. il modo in cui qualcuno ti invita, il modo in cui ti guarda quando arrivi, il modo in cui ti parla, la sua prossemica, il modo in cui osserva il mondo.

bè ma questa è la mia idea e la vostra? qualcuno ha qualche primo o ultimo appuntamento da urlo?

mi immagino cosa potrebbero dire personaggi come myskin che sono fidanzati dall’era preistorica. chissà cos’è per queste persone un appuntamento? 😉

considerazioni estemporanee

siccome ché avevo un appuntamento che è saltato per la seconda volta ad altra data, mi sono detta meglio, che oggi non sto molto bene. e siccome non sto molto bene ho deciso, una volta a casa, di accendere la tivvù. di solito è la mia mamma che mi tiene informata sull’attualità che passa per radio e televisione. capita a volte che la mia genitrice mi telefoni, e prima ancora di dirmi ciao sono la mamma come stai angelo mio, mi intima accendi la tivvù su quel o quell’altro canale, sintonizzati su radio tal e talaltra, ascolta un po’ che dicono. e visto che la mia mamma è lontana da tempo e non vedendomi in faccia, prima di tutto mi offre consigli sulla vita e la sopportazione delle rotture di palle, dopodiché mi motiva dicendomi che ce la posso fare, allora per stare sul pezzo, ogni tanto sbircio quel parallelepipedo di facce buffe che è la televisione.

per tornare a me e a questa sera, c’è stato un momento in cui ho detto vediamo un po’ come va a otto e mezzo su la 7 e lì c’erano insieme ai conduttori -mica sapevo che c’era la gruber adesso e porca miseria come si è rifatta, tanto per dire- insomma insieme a loro c’erano pure edoardo boncinelli, genetista, ignazio la russa, politico nonché attuale ministro della difesa, e annamaria testa che definiscono esperta in comunicazione ma io preferisco chiamarla creativa. bè tutto questo per dire che io dopo avere sentito la testa, volevo dire che io alla testa ci voglio bene e mi sa che lo sento col cuore. solo questo.