l'alba dentro l'imbrunire

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Monthly Archives: luglio 2008

le parole e i fatti

ti ho detto belle parole, tu mi hai detto belle parole, e i fatti dove son scappati? ho preso la lente d’ingrandimento. i miei occhi non vedono. ma non vedo perché non vedo o non vedo perché non ci sono?

parli dei fatti e scrivi delle parole, belle parole ma poi cosa resta? i fatti o le parole? e le parole sono fatte per i fatti o i fatti quando son fatti di parole allora è un altro fatto?

il fatto è che ho preso il filo, volevo fare un bel gomitolo per tessere la mia tela e mi son trovata ingarbugliata. i ferri del mestiere in aria e ahi mi son punzecchiata il sedere. sedere a terra e mento in aria. un bel rebelot mi è successo che non so più quali sono i fatti e quali sono le parole.

ci sono cose

ci sono cose che rimangono impresse nella memoria, alcune passano altre restano. tutto ciò che resta è dentro me, quello che passa è passato e mi dirà la profondità della strada per il futuro, qualsiasi futuro. i piedi ben piantati a terra, gli occhi in direzione delle stelle. un desiderio nel cuore, un sospiro, nessuna certezza. cammino con le lacrime negli occhi, un giorno qualcuno me le asciugherà e mi calmerà abbracciandomi.

quando scrivere è il tuo destino

Io scriverò se vuoi perché cerco un mondo diverso
con stelle al neon e un poco d’universo
mi sento un eroe a tempo perso
io scriverò se vuoi perché non ho incontrato mai
veri mattatori e veri ombrellai
ma gente capace di chiederti solo come stai
io scriverò se vuoi perché ho amato tutti i sessi
ma posso garantirvi che io
non ho mai dato troppo peso al sesso mio
ma con chiunque sappia divertirsi mi salverò
che viva la vita senza troppo arricchirsi mi salverò
che sappia amare che conosca Dio come le sue tasche
io scriverò perché ho vissuto anche di espedienti
perché a volte ho mostrato anche i denti
perché non potevo vivere altrimenti
io scriverò sul mondo e sulle sue brutture
sulla mia immagine pubblica e sulle camere oscure
sul mio passato e sulle mie paure

rino gaetano

…e un pensiero corre lontano…abbasso la testa, sorrido. non provo vergogna né rancore. anche se il tempo non mi desse ragione, ho navigato, ho visto nuovi orizzonti, i colori del cielo e del mare confondersi. mi sono tuffata e ho nuotato. non temo né vento, né mare. un augurio passa leggero. let it be.

meno male

inadeguati. talvolta ci sentiamo inadeguati. sono inadeguata. in ogni caso, per fortuna.

UPADATE. il post doveva essere così. ci sentiamo sempre inadeguati, per fortuna. ma io che ne so di voi? ve lo auguro però. per non avere paura. io. la storia. la necessità. per tendere e stendere. i panni e i palmi delle mani. potendo.

bonnie&clyde all’italiana

sottotitolo: la storia di una fine

armati di santa pazienza mi diceva mia mamma.

così oggi ho aperto il cassetto del comodino e ho preso la pistola.

sono uscita e ho detto a chi tocca?

oggi è toccato a sammy. -anche se l’idea dell’incipit è a cura di un’altra persona- abbiamo scritto una storia a quattro mani. ci pareva di essere bonnie&clyde ma lui non era tanto contento. ha detto “sai come sono finiti?” non gli interessava la fine romantica dei due ma la loro fine. abbiamo finito per scrivere a tre mani. la sua seconda era impegnata. poi ci siamo stufati e questa storia l’ho fatta finire io. come compete a una donna. sono sempre le donne che finiscono, che dicono basta. sammy ha detto “la rivediamo domani”. io ho risposto col mio solito puntiglio “no, la finiamo qui. non c’è più storia”.

qualcuno vuole essere il prossimo o la prossima? fatti avanti se hai coraggio.

sono bastati pochi metri in auto e mi ha fermato un vigile urbano. mi ha chiesto di abbassare il finestrino. secondo me era stanco di stare sotto il sole, aveva deciso di distrarsi un po’.

avrei voluto dire “guarda bello che se non mi multi e mi dai almeno l’ergastolo ti pianto il piombo in mezzo agli occhi”, invece ho detto solamente con voce suadente “sììììììììììì?”

nulla, voleva solo controllare i fanali. avrei avuto tutte le ragioni per scendere, colpirlo alla nuca col calcio della pistola, appoggiare lo stiletto della scarpa sul petto e centrarlo.

invece no. nulla. sono tornata a casa e ho detto a mamma “fatto”.

poi sono andata di là nello studio, quello con la poltrona di pelle che piace a me. mi piace di più per l’atmosfera che si respira. penso per via del whisky che trovo sempre dentro l’armadietto sotto il quadro del nonno. sono entrata, mi sono guardata intorno. ho pensato che ci sarebbe stato bene l’odore del fumo. mi avrebbe aiutato a pensare. mi sono ricordata che diversi anni fa un collega mi ha regalato un sigaro, andavo sempre nel suo ufficio a fumarli. erano tempi difficili allora. se non ci fosse stato lui avrei mollato. forse. non sono sicura, non mollo tanto facilmente io. bè il fatto è che era proprio un caro amico. quando se ne è andato, mi ha regalato quel sigaro. si chiama romeo y julieta. è pregiato e mi ricorda lui. mi ricorda che posso farcela anche quando tutto mi sembra uno schifo. quando vedo le crepe sul muro. così mi sono detta, crepi l’avarizia me lo fumo.

mi sono seduta sulla poltrona di pelle, i piedi sul tavolo, il sigaro in bocca. ho sorriso.

BENG.

si è sentito chiaro uno sparo. ho guardato. rosso.

bang, bang, bang. e pensare che eri piccola, piccola, piccola. così.

fine? fine.

lo sciabordio delle onde

siamo onde. siamo il loro rumore e il loro incedere. ci avviciniamo poi ci allontaniamo per poi tornare, arriviamo lente o delicate o col mare in tempesta. ma sempre questo moto ondoso nel nostro mostrarci a noi stessi e al mondo.

trasferiamo energia da un punto all’altro, ci agitiamo nel tempo e nello spazio da cui dipende la nostra funzione.

chissà qual è la nostra ampiezza? se penso alle onde penso prima a quelle del mare.

così sono partita la scorsa notte. ho raggiunto la spiaggia cercando di trovare tutto quello che avevo perso in mille onde, milioni di onde. ancora, da qualche parte sono sicura che posso scorgere orizzonti o ridere quando schiumo sulla riva perché diminuisce la profondità. e quando c’è vento incalzare la schiena dei bagnanti che si divertono a lasciarsi andare.

poi però sono fuori di me e le osservo. cerco di aggirarle, di studiarle. in fondo, cercavo di nascondere i miei limiti stando in equilibrio. provavo la sensazione di volare come sulle onde sapendo che mi avrebbe travolto prima di finire in milioni di gocce.

ma non siamo gocce di pioggia, subito asciugate dal vento. è questo che ha detto virginia woolf. e lei sa cosa vuol dire essere ritmo e armonia, conosce quell’incedere.

così lancio la mente nell’aria col gesto largo del contadino che sventaglia i semi e quelli volano nel tramonto violetto e cadono sulla terra arata, compatta e luccicante – nuda.

io avverto, io percepisco. sotto i miei occhi si apre – un libro. io vedo nel fondo, nel cuore – vedo l’abisso.

è questo che pensavo e penso di me. ma talvolta dimentico. dimentico l’effetto doppler. come quando senti il suono della sirena di un’auto-ambulanza che viene e va. dimentico che se parliamo al plurale parliamo anche d’interferenza. che poi ci sono le sovrapposizioni costruttive e quelle distruttive, come quando telefoniamo in una radio e lo speaker ci dice di abbassare il volume della nostra radio. mi dimentico le mille e una legge che governa l’universo.

e allora mi chiedo, su quale lunghezza d’onda sei?

risacca

vi chiederete perché dunque mi lagni adesso dinnanzi a una nuova possibilità di camuffarmi, all’occasione d’oro, che mi si offre di rannicchiarmi inosservato dietro le impenetrabili sembianze di un animaletto che ispira tenerezza?

bè, ecco il perché: la differenza tra assumere una maschera, che è sempre un’occasione di libertà, e averla imposta è la stessa che intercorre tra un rifugio e una prigione. sarei stato ben felice di attraversare l’intera esistenza a passi decisi, magari un po’ goffi, ricoperto dalla corazza di pelliccia del mio travestimento da animaletto domestico, se fossi stato persuaso che avrei potuto sbarazzarmene in qualsiasi momento lo desiderassi, strappare via quella adorabile faccia tenera e far balzare fuori la creatura che sapevo essere. salve, jerry! sono io. non l’avrei mai fatto, certo, ma mi piaceva la sola idea di poterlo fare. anche se indossavo il travestimento con coraggio, poiché mi provocava sempre delle irritazioni, talvolta non riuscivo a smettere di rosicchiarne gli orli.

[…]

penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. in realtà niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare. eppure, allo stesso tempo, non vedevo l’ora di andare a san francisco, di lasciarmi tutto alle spalle. così è la vita – non c’è modo di capirne il senso.

brani tratti da sam savage, firmino, ed. einaudi

avevi fatto in aria un incantesimo

stavo pensando ai volti che ho incontrato in questi giorni, alle parole che mi sono state regalate e ai gesti buoni nonostante me.

c’è dell’eleganza nell’aria mentre io ho sonno. sogno e la vita mi regala bellezza. mi domando. c’è? basta trovarla? cambio io o che? e soprattutto casa devo farne?

all right. è tutto occhei. ora vado a farmi una doccia.

mentre aspettate beccatevi questa compilation che linko perché non saprei come altro fare. mi hanno insegnato solo l’abicì e sto aspettando l’edieffe. finché mi tufferò verso l’alfa e l’omega delle mie possibilità.

il mio sogno chiffon

ieri. notte. due regali. un sogno chiffon. il fruscio di foglie d’ulivo e uno sciame di farfalline bianche mentre giocano ai quattro cantoni tra fiori color arancio. niente titoli di coda. niente dediche. nessun inizio e nessuna fine. tempo sospeso. ho lavato la faccia, liberato i capelli sulle spalle. ho chiuso gli occhi. i passi leggeri accanto alla mia tendina di dischi di madreperla verdi. il loro fruscio lieve e nessun pensiero. la finestra era aperta. un uomo su una biciletta volante mi si è avvicinato. il suo sguardo catturava il mio. ho sentito che mi mi diceva fidati, nonostante. poi stavamo volando . un gufo nella notte, le nuvole passavano attraverso. infine giù nel lago e poi accanto a un ruscello. mi piace il ruscello e il suono dell’acqua che scorre, l’aria fresca e la luce del plenilunio. una palla si è fatta di luce e una voce è volata via. ha detto promettete tutti di cercare la mia luminescente presenza nelle notti stellate in questi boschi sotto la luna d’estate per sempre.

poi mi sono voltata, mi ha chiesto cosa vorresti? ho detto essere qui. di notte guardare le stelle, di giorno la terra. e per caso restare accanto a un ruscello, nel sottobosco d’estate.

pulizie

togliere lo sporco tra i tasti di una tastiera al lavoro è quasi come togliersi la formaggia dai piedi la sera, prima di andare a dormire. un vero schifo ma una goduria tremenda.

non fate quella faccia. chiudete quelle bocche stupite. lo so fa ribrezzo ma è altrettanto vero. pensavo alle asimmetrie, a quanto mi piacciono e al fatto che qualcuno mi ritiene dolce più del dovuto. prevengo la carie. meglio confondere le acque. non si sa mai.