l'alba dentro l'imbrunire

Home » 2008 » giugno

Monthly Archives: giugno 2008

email che trovi lavoro che perdi

ovvero mi prendo una vacanza dalle vacanze romane che è meglio o vado in pappa.

andare ai battesimi è una di quelle cose che di solito si fanno perché si devono fare, come andare ai matrimoni. beh, magari a qualcuno piace ma a me non molto.

di solito ti mandano gli inviti mesi e mesi prima, io invece, visto che li amo tanto, ho avuto l’invito per il battesimo di ieri via sms mentre ero a roma, cioè nemmeno una settimana fa. l’invito per il matrimonio del 19 luglio -del mio amico bubi- l’ho ricevuto quando sono tornata da roma -come scrissi- cioè il 26 giugno.

insomma uno ha gli amici che si merita, o forse i miei amici mi conoscono e mi dicono tutto all’ultimo minuto perché tanto non amo le formalità, tanto non mi si trova prima, tanto ho sempre da fare -dico- ma alla fine ci sono sempre e soprattutto se me lo dicono prima io me lo scordo, come ha detto steve, il papà del vitello a cui è stato fatto il battesimo.

per pareggiare i conti, che se vedo troppi bambini magari mi viene la gravidanza isterica, poi sono andata a cena con la vecchia guardia. non si sono ancora inventati i nick. allora glieli do io. myskin e jules -bè loro sono della vecchissima guardia perciò li hanno di default- kikka detta nanabirba dopo ieri sera, polsen, nilus e pirox detto el pedro.

abbiamo parlato di tante cose. mi sono seduta tra kikka, per essere sul pezzo coi gossip, e nilus per convincerlo a non mollare con la politica locale. lui è una delle persone più oneste, più attente al sociale e più lungimiranti che io conosca. è stato lui a farmi conoscere simone weil, per dire.

com’è come non è, a un certo punto abbiamo parlato di selezione del personale. ecco, non ci avevo pensato ma polsen mi ha confermato che scarta le persone anche per “banalità”, senza nemmeno uno straccio di colloquio. raccontava di quando gli capitò tra le mani il curriculum di una ragazza e leggendo le sue referenze, pensò che fosse una persona interessante, poi l’occhio cadde sull’email: nanabirba@…., bè dopo un nanosecondo il curriculum era dentro un cestino.

la mia email è lubi.undri@gmail.com, ecco, forse è ora che cambi registro!

attitude

ovvero vacanze romane – parte prima – atto primo

ho suonato, mi hanno aperto. ti aspettavo mi ha detto. sono entrata. è uno di quei posti che quando entri senti odore di casa. non so cosa voglia dire esattamente. so solo che ci sono case che ti senti a casa sin da quando lo sguardo si posa sopra a un particolare insignificante. e sull’uscio ne senti già la mancanza anche quando entri.

mi ha accolto un ragazzo che sembrava un bambino ma era un uomo. viene da cuba e fa il ballerino di danza classica. prima è stato in bolivia. è lì che ha conosciuto la padrona di casa e lei se l’è portato qui. si amano ma non sono una coppia, lei è già coppia, lui non so.

passa un’ora e già, per un piccolo particolare, sappiamo quello che basta delle nostre vite.

lo guardo scrivere.

sei mancino!

sì.

sai che dicono che i mancini sono più intelligenti?

lo credo. è perché siamo costretti a pensare sin da quando veniamo al mondo.

cioè?

questo è un mondo per i destri. -ci penso e penso quanto sia dannatamente vero ora a parlar per metafore-

voi avete tutto a portata di mano. non dovete nemmeno pensare alle cose semplici. arriva un momento in cui fate tutto meccanicamente. noi no. noi non abbiamo i movimenti facili. dobbiamo pensare prima di fare qualcosa. tipo per aprire il tappo di un vasetto di marmellata. è un casino. devo svitarlo all’incontrario.

tu forse non essenzialmente tu

ovvero vacanze romane intervallo fra il primo e il secondo tempo

Tu / forse non essenzialmente tu
un’altra / ma è meglio fossi tu
hai scavato dentro me / e l’amicizia c’è
Io che ho bisogno di raccontare
la necessità di vivere / rimane in me
e sono ormai convinto da molte lune
dell’inutilità irreversibile del tempo
mi scegli alle nove e sei decisamente tu
non si ha il tempo di vedere la mamma e si è gia nati
e i minuti rincorrersi senza convivenza
mi svegli e sei decisamente . . .
Tu / forse non essenzialmente tu
un’altra / ma è meglio fossi tu
e vado dal Barone ma non gioco a dama
bevo birra chiara in lattina
me ne frego e non penso a te
avrei bisogno sempre di un passaggio
ma conosco le coincidenze del 60 notturno
lo prendo sempre per venire da te
Tu / forse non essenzialmente tu
e la notte / confidenzialmente blu
cercare l’anima

la descrizione di un attimo

ovvero vacanze romane – piccolo spazio pubblicità / l’angolo della posta / piccolo spazio pubblicità / radio, superstereoradio…

uno cerca di mettere un punto alle sue vacanze romane e che fa? va a sentire i tiromancino, chiaro. ma si può? con quella parlata poco poco romana e con quel fare burino che chi vi ha detto che ai milanesi sta sulle palle?

comunque poca verve al concerto. ho cantato sì, però però.

noi li conoscevamo grazie al frank, romano de roma che poi si è spostato in olanda, che poi è andato a londra, che poi adesso è a huston, quella del qui huston, ripondi apollo 13. insomma dicevo, li conosciamo da quando erano dei bebè.

ma il concerto non ci ha preso. ho guardato fuliggi. mi ha detto sono diventati troppo nazional-popolar-celebrali, vogliono fare quelli che ormai. come il mio blog? sì, quasi vah.

se piazzassero fra una canzone e l’altra una frase di significato più semplice ma più profondo tipo quello che conta è infine la patonza, forse forse li salverei ancora.

dici che voglio fare troppo quella che dice i concetti? cipi mi trapassa con lo sguardo. ma dai, sei la principessa sul pisello. lo guardo, abbasso gli occhi e dico magari! …come sempre sei un’emozione fortissima.

e così è la descrizione di un attimo questo concerto, passato quasi indenne nella mia memoria. menzione speciale e standing ovation per la bambina baldanzosa sul prato che cerca di infilare direttamente nel didietro della mamma la spada laser. tutti e tre basiti e senza parole, è fuliggi che rompe l’incantesimo. si avvicina e mi dice è una seguace del lato oscuro della forza.

alla fine delle danze, torniamo a casa per berci una menta orzata. mica ho capito cos’è. buona però. e mi dedico per la prima volta all’acquerello. qui sotto il risultato delle mie fatiche. che dite smetto?

lo pubblico solo perché questa mattina mi è arrivata un’email:

neru OPERA PRIMA
valore stimato: 1.000.000 €
🙂

mi sono alzato stamattina in configurazione dicaprio-titanic: braccia allargate di traverso, come in cima alla prua di una nave!
miii che sogni che mi fan fare sti tiri mancini!

fuliggi

l’uomo del treno

sottotitolo vacanze romane – parte terza – atto unico

ovvero ci sono due tipi di uomini. quelli che prendono il treno e quelli che li guardano passare.

se ci fosse un occhiello in questo post reciterebbe così fai attenzione alla dolcezza perchè potresti perderne il gusto… (jean rochefort nell’omonimo film del titolo del post)

è deciso, si torna a casa. questo ieri anche se oggi cristina donà suona a villa ada. vabbè che me frega ammè, vado a sentirla il 9 al circolo magnolia. intanto rosico, come si dice a roma.

così a mezzogiorno e mezzo mi dirigo verso la stazione termini. è un bel tragitto quello in treno, soprattutto in estate. mi piace osservare la gente che sale e scende da quel bruco e viaggia. più che altro, la faccia delle persone mi piace, e poi vedere come chi sta andando dove vuole o deve andare appoggia il braccio o come incrocia le gambe, se lo fa. mi piace sapere come occupa lo spazio e cosa fa quando non fa niente.

trovo il mio posto il signore davanti a me mi osserva e così non posso farlo io. non mi resta che ascoltare musica e guardare lontano.

sono lì bella bella che me la canticchio quando vedo due labbra muoversi nella mia direzione. sono del signore che mi guardava. spengo l’mp3.

parla con me?

ah, ma io non la stavo ascoltando.

dicevo che sbirciando sul giornale della signora ho notato che si parla di lotta fra uomo e donna. sempre in guerra i due sessi, eh? e ammicca. -ma che ammiccherà poi-

dice? non saprei. forse è perché sono diversi ed è inevitabile lo scontro. ma poi sa non credo sia così negativo, si compensano. poi i due sessi hanno bisogno l’uno dell’altra.

certo, lo scontro per incontrarsi. uomo e donna si cercano anche per il sesso.

se sono eterosessuali sì.

bè dicevo in generale.

certo.

ci inoltriamo in discorsi sull’anima e la colpa, sulla religione e la fede. parliamo di cristianesimo e buddismo.

mi dice è bene capire che la vita è dolore. ma lo dice con una serenità disarmante.

anche la mia amica zuko nel pomeriggio mi aveva detto la stessa cosa.

sai adesso ci mettiamo a pensare al secondo figlio.

ma se non volevi nemmeno il primo?

è vero. perché mi aspettavo il peggio, sai? mi aspettavo l’inferno e ho scoperto che può essere un paradiso. bè adesso faremo il secondo.

ha la stessa certezza il signore davanti a me che mi osserva.

è arrivato a destinazione. firenze. si alza e mi dice

sa, è la necessità che fa la storia, se lo ricordi.

ma non si pone il problema se una necessità possa essere lecita o illecita?

no, non si preoccupi, tutto sale e scende e si stabilizza. è la necessità che muove tutto.

mi osserva sorride, mi dà la mano, mi augura ogni bene e se ne va.

guardo la signora che gli stava accanto e chiedo lei sa chi è?

un professore di napoli, mi risponde.

l’anziano jean rochefort a johnny hallyday dice arrivati ad una certa età si comincia a dar più importanza al tempo che fa che al tempo che passa.

siediti neru e respira, se puoi

sottotitolo vacanze romane – inframezzo fra i titoli di coda – non crediate che sia finita, eh!

sì fa caldo ma non è per questo che ho scritto il titolo del post. veramente a milano fa meno caldo che a roma.

quanto scritto sopra e quanto scriverò presuppone una domanda. avete mai avuto un fidanzato o fidanzata a tre anni? io sì.

ed è stato il fidanzamento più lungo della mia vita. dai due anni ai cinque e mezzo, forse sei. lì ho capito la natura degli uomini e mi sono detta vabbè.

bubi si chiamava. anzi così lo chiamavo. bubi vai all’asilo? se non va bubi, non ci vado nemmeno io. bubi giochiamo al dottore e all’infermiera? bubi andiamo a raccogliere margherite nel prato? ti faccio una ghirlanda? cose così.

esperienze di questo tipo ti segnano per tutta la vita. segnano il tuo modo di concepire la coppia.

eravamo i predestinati. tutti dicevano che ci saremmo sposati. era un fidanzamento di quelli: io e te una cosa sola. avevo già nelle mie mani i gioielli di famiglia, ori, pietre preziose e chissà quante altre chincaglierie. le nostre famiglie erano d’accordo. per dire, cinque mesi fa, quando ho incontrato per caso i suoi genitori, sua mamma mi ha detto sei ancora in tempo. ecco come stavano le cose.

poi oggi.

oggi sono tornata a casa. da roma.

e ora fate un primo piano su di me. io con la mia maglietta verde e le scarpe arancioni. io che mi dirigo verso il cancello di casa. lo apro. chiave – piede, meccanismo perfetto. annuso l’aria. aria di casa. io quasi sul portone, io che noto la cassetta delle lettere.

la vedete una donna indecisa sul portone che pensa ci sarà posta? sì? infatti mi fermo, cambio direzione e vado col mio bagaglio verso quella fila di metallo. prendo la chiave, acrobazia e apro. toh, c’è posta per te. tre lettere: fastweb, la casa nuova -soldi, miseria, sempre soldi da tirare fuori- e una busta quadrata con l’indirizzo scritto a mano. sul retro il mittente, anzi due mittenti.

immaginatevi una giovane donna che strabuzza gli occhi e pronuncia una sola parola: CAZZO!

il braccio scende lento. è ora di salire a casa. apro la porta. ciao casa ti sono mancata? chiudo. mollo tutto. mi siedo sulla poltrona. certe notizie bisogna apprenderle da seduti. apro e leggo.

squilla il telefono. mi alzo.

pronto?

ciao, sono bubi.

ciao.

hai visto la posta?

sì.

allora?

bè mi sposo. vieni?

certo che vengo.

non si creda che ci sia rimasta male. assolutamente no. non potete capire. io oggi sono la donna più felice del mondo. la malediazione dello sposo bambino si sta rompendo e io sono di nuovo libera. bubi si sposa e non con me. evvai! è il matrimonio che aspettavo da sempre. è la notizia più bella. lascio i gioielli di famiglia. una vita predestinata, un amore nato morto. saluto la bambina che fu e un amore che non vorrei più.

ora lasciate il primo piano e guardate i pensieri di neru che volano leggeri. guardate una bambina che dice ‘fanculo passato. guardatela mentre chiude la porta dietro di sè e corre verso il prato, sola e felice. se mi ami mi troverai.

ovunque proteggi

sottotitolo vacanze romane – titoli di coda

Non dormo, ho gli occhi aperti per te.
Guardo fuori e guardo intorno.
Com’è gonfia la strada
di polvere e vento nel viale del ritorno…

Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l’angolo del cielo
dov’è scritto il tuo nome,
è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello…

E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così.
Adesso e per quando tornerà l’incanto.

E se mi trovi stanco,
e se mi trovi spento,
sei meglio già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me.

I vecchi già lo sanno il perché,
e anche gli alberghi tristi,
che il troppo è per poco e non basta ancora
ed è una volta sola.

E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l’incanto.
L’incanto di te…
di te vicino a me.

Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.

Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.

Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo…
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.

Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.

vinicio capossela

le verità nascoste

ovvero vacanze romane – l’epilogo

il  caldo degli internet point è pazzesco meno però di quanto si possa provare camminando per strada mentre ti si sciolgono le scarpe. perciò resto qui ancora un po’ con la mia magiletta marrone a chiazze. sembrerò una mucca, c’ho pure il campanellino.

ho visto e fatto tante cose, conosciuto tante persone che non so più di cosa o di chi scrivere. ci pensavo stamattina quando ho deciso di non partire oggi e prolungare di 24 ore il mio passaggio nella capitale. ho un tramonto da vedere. dal pincio.

ad ogni modo, roma in questi giorni mi ha fatto capire che non mi interessano le bugie, né sapere la verità. una Verità già ce l’ho, da sempre. ho imparato a riconoscerla e ad amarla. ciò che mi interessa è la sostanza, la verità del cuore e dove la riconosco sono a casa.

non mi interessano le bugie perché non ha importanza se me le dicono, non mi importa che qualcuno mi dica la verità -chi conosce in fondo la vera verità delle cose, delle persone? a volte una bugia può essere più vera di una verità-. insomma, non è importante. quando uno parla o scrive, parla sempre di sé. ed è questo stare al mondo che mi interessa, questa invasione di anime nel mondo, questo stare sul mondo in modo unico.

la gente si aspetta qualcosa da me. mi sono accorta che è difficile da accettare, perché quando qualcuno proietta un desiderio, un’aspettativa, un bisogno su di te è una fatica da sopportare e da vivere, anche se quel qualcuno fosse un figlio. è come se in qualche modo riconoscere questa cosa fosse il preludio alla delusione. allora, forse si recita quella che si crede la parte più vera di sé per dire ecco sono tutto qua

ma adesso non mi fa paura. non mi dispiace che mi si chieda qualcosa, perché alla fine ti chiedono sempre la stessa cosa. così ha un senso essere vista con tanti volti diversi e tanti nomi diversi. non mi dispiace, non più, almeno credo. perché sono sempre io. e se chiedono, è ciò che ho.

bè ho notato che tutti chiedono il sorriso e ciò che gli sta dietro.

quando qualcuno mi “rivuole” indietro, vuol dire che evidentemente ho smesso di sorridere. allora penso che debba essere una cosa buona anche per me, se qualcuno mi smarona per dirmelo. io sono felice quando sorrido e sono ricambiata.

perciò adesso esco da qui. inforco i miei occhiali da sole e indosso il mio sorriso più bello.

il 63 un autobus

sottotitolo: vacanze romane – parte prima – atto terzo

ed essere sinceri ho scritto l’atto primo, ho preso appunti sul secondo ma non ho minimamente in mano il terzo. è che il terzo atto è spettacolare e io c’ho l’urgenza di raccontarlo. spero che chi ama le urgenze mi sappia capire e apprezzare.

ho deciso così adesso che scriverò i miei atti un po’ a casaccio come questa città e va bene così.

amo roma. è assurda, per questo mi piace. soprattutto mi piace la periferia di roma. è più simpatica e italian-internazionale nel modo giusto.

ma vengo al dunque. l’atto terzo è incentrato su un autobus. il 63.

ieri ho pensato che sarebbe stato meglio se avessi fatto una prova generale della strada per andare nel posto dove devo andare oggi. è importante il posto, è lontano anche, arzigogolato come la mia frase di prima. sono una ritardataria soprattutto. così era meglio calcolare a spanne il tempo. potevo scegliere diverse alternative. ho scelto la 63 perché l’unica che non mi avevano consigliato.

qui tutti mi chiedono may/can i help you? a volte dico , a volte no, in ogni caso aggiungo, si rilassi sono italiana. faccia stupita. ma perché dico io? ho una faccia normalissima. vabbè.

aspetto il 63 dalla parte sbagliata, e te pareva. me ne accorgo e lo devo dire a tutti i presenti. corro dall’altra parte. appena mi fermo sono assalita da un gruppo di suorine bianche messicane. io avevo un vestito rosso ed ero decisamente più alta di loro. che quadretto. perplessa della situazione -temo mi vogliano rapire- subito mi rilasso perché arriva la signora elisabetta, romana dei parioli, che aveva voglia di parlare e intervista le mie suorine. per questo so che arrivano dal mexico e tante altre cose. intanto il mio 63 non arriva. “elisabbetta” si sta lamentando di questa società; è un mondo cattivo, dice, i ragazzi non se ne accorgono adesso ma lo vedranno fra non molto. ecco detto da una che si è fatta almeno una guerra, non so se mettermi addosso dell’inquietudine.

-ferma un attimo la scena e alza gli occhi con me, vedo passare l’80 a 2 centimetri e so che è l’80 perché c’è un 80 grosso così scritto col pennarello rosso su foglio di quaderno. meraviglia. fanculo ai led e alla tecnologia.-

occhei torniamo pure a noi, le suorine con la bbetta -amica ormai- salgono sul 54, io quasi quasi le seguo, ma poi andò vado? così aspetto impaziente il mio 63.

arriva, alla fine. alla fine della pazienza, alla fine della fiducia e dello smaronamento. però arriva. e salgo. non so per quale motivo ma tiro fuori la cartina con il percorso degli autobus.

all’improvviso mi accorgo che alcuni passeggeri danno indicazioni all’autista sul percorso e le fermate. a milano c’è pure un cartello che dice vietato parlare al conducente. ma qui proprio tutti amici paiono. a un certo punto una donna dice giri alla prossima a destra, scendo alla seconda fermata. comincio a preoccuparmi. possibile che questo autobus vada dove la gente vuole andare? devo prenotare anch’io la mia fermata? possibile? mi aspetto che da un momento all’altro prenda il volo. destinazione paradiso? paradiso città.

vabbè, presto detto. l’autista non sa la strada e i passeggeri si danno il turno per spiegargli il percorso e le fermate. la quarta tipa gli aveva pure detto di girare ma lui no -chissà a cosa stava pensando?- voleva andare dritto, il dritto. così la signora di turno alza la voce e gli dice qui devi girare e lui inchioda. la gente quasi cade, da dietro qualcuno urla ma come guidi aò, un altro aggiunge mo’ nun te demo ‘a mancia, pezzente. imperterrito l’autista torna indietro, gira e la signora dopo poco scende. si alza un signore anziano che gli dice non si proccupi, la capisco anch’io ho fatto tanto tempo fa il suo lavoro, allora deve proseguire…

ecco. io per tutto il tempo ci ho messo del mio. ho tenuto in mano la cartina per controllare se il percorso era giusto, in modo da urlare all’ultimo giri giri, di qua, di là. mi sono sentita importante. verso la fine del mio viaggio ho deciso. volevo chiedere indicazioni al conducente e così o fatto mi sono alzata e ho chiesto ai passeggeri dove dovevo fermarmi. poi è stato un gioco da ragazzi.

vacanze romane – atto primo

che dire se entrando a roma le mie cuffie suonano proprio prospettiva nevskji?

porca miseria che caldo. ho pure la sciarpina come noblesse oblige.

che dire se la tipa che mi ospita è nata proprio dove sono nata io? che dire se sono stata un’ora a prlare con un ballerino cubano di danza classica?

willy, il mondo è piccolo oltre che bello. tuttavia alcuni non hanno la possibilità di vederlo e non perché non hanno cultura, è che la vita a volte offre strane occasioni. forse tutto sta nel cogliere quelle giuste per noi. ma come si fa a sapere quali sono quelle giuste? a me pare che la prospettiva sia importante, come sempre. però vanno colte appena arrivano perché domani non sai.

così il mio pensiero corre a silvia che da pochi giorni non c’è più e non perché avesse smesso di lottare.

e una speranza corre fra le mie mani che vorrebbero dare una carezza a una donna albanese. ha a che fare con la mia famiglia. qualche giorno fa piangeva. ha due figli, aspetta il terzo e non sa come fare. d’accordo col marito, avrebbe deciso di non tenerlo ma non si dà pace e piange tutto il giorno. lei ha trentotto anni.

vabbè qui l’aria è afosa, la mia colonna sonora è bellissima e mi sento già a casa mentre mi sto sciogliendo.

vado a bere cià.