attese

il problema non è quanto aspetti, ma chi aspetti.

fabio volo

ecco. se qualcuno mi avesse detto citerai fabio volo sul tuo blog, gli avrei risposto taci pirla.

-alternativamente avrei anche potuto affermare che cavolo stai dicendo willis?

che i tempi stiano cambiando?

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solitudini

un libro si era perso per strada. un giorno di stanchezza si era lasciato andare ed era scivolato via dalle braccia di qualcuno. giaceva così, disteso ma non malconcio ché aveva una bella copertina rigida. non aveva pensato alle intemperie, ma si disse che se non ci avesse pensato più di tanto qualcosa sarebbe successo. magari prima della pioggia che minacciosa si avvicinava con una certa velocità. doveva aver ragionato bene, perché due mani generose lo raccolsero. la curiosità è monella alle volte. aprendolo, lo sfogliarono e gli occhi si fermarono sulla dedica

for beatrice

when we met, you were pretty and i was lonely

now, i am pretty lonely

[per beatrice. quando ci siamo conosciuti, tu eri carina e io ero solo. ora sono discretamente solo -ma neru preferisce tradurre in carinamente solo!]

il mio nome è

Il mio nome è jo deb. I più astuti e attenti vi diranno che mi chiamo così per celebrare la mia vera identità di uomo, un personaggio di spicco della società milanese. Ma non è questo il motivo.
Il mio nome è jo deb perché jo inizia con la j, trampolino da cui, inforcati idealmente un paio di sci, si può spiccare il volo verso un mondo nuovo, dove la prima ed unica regola sia “bevi -calvados- e tromba (naturalmente con avvenenti fanciulle, la bruttezza è bandita)”. Il mio nome è jo deb perché alla j fa seguito la o, anello alfabetico che scivola nel mio dito medio, dritto e rivolto con disprezzo a coloro che non mi apprezzano.
Il mio nome è jo deb per uno scherzo del destino, che, cinico e baro, ha disposto che la penna si incepasse mentre stavo scrivendo per intero il mio cognome “debosciato”.
Potere chiamarmi come vi pare, ma se volete che vi risponda il mio nome è jo deb (ma anche no).

sarà per questo che si fa chiamare myskin. ha la licenza di non rispondere. e infatti.

è un personaggio. mano infilata in tasca, arriva dondolando con fare indolente. lui conosce bene tutti i suoi turbamenti, le cadute in verticale, i suoi cambiamenti.

perciò imprimetevi bene nella testa il suo nome perché lo sto costringendo a scrivere qui. imprimetevelo oggi, perchè oggi diventa vecchio.

ho conosciuto myskin che ero una ragazzina. io timida, lui scontroso. io casinista, lui meticoloso. è uno di poche parole, con un senso dell’amicizia profondo. orgoglioso. ci piaceva così. bè ci piace ancora, anche se adesso ha male a un ginocchio e zoppica come un settantenne. non ama le luci della ribalta, e lavora troppo. vive con una mia amica. entrambi miei amici e non si conoscevano. io dico che è stato per merito mio, loro affermano che è per via di quella famosa gita in quinta liceo. tzè!

è uno dei pochi di cui mi fido veramente. soprattutto alla guida. ha sempre guidato bene. sin da quando gli altri facevano le gare o andavano contromano, sin da quando mi ha riportato a casa dopo il concerto degli u2 a bologna.

non lo devi fare arrabbiare. di solito me ne frego e infatti litighiamo ma chissà come mai siamo amici da una vita.

BUON COMPLEANNO testone. e scrivi per me. dai. tanto lo sai che non ti libererai mai di me!

figli della fortuna

Quante volte ci siamo incontrati
come accade a stranieri per la via:
figli della fortuna ignari, entrati
dalla porta del cielo per magia.

Sara Teasdale
traduzione di Silvio Raffo

ringrazio la massaggitrice espressionista che mi ha fatto conoscere questa poesia e la sua autrice. ha caldeggiato talmente tanto la sua pubblicazione su questo blog che non potevo esimermi. come farlo del resto?
l’immagine “one more time” è di alfred gockel.

update: ovviamente questa poesia è per tutti gli incontri strabilianti, senza motivo e senza ragione, che ho fatto in questa mia vita. inspiegabili. grazie a tutti.

rosi e beba

rosi. questo è il suo nome. lavora nella cultura. ha un modesto titolo di studio e una competenza che ha consolidato in vent’anni di lavoro sul campo. ha quarantacinque anni e due figli. è seprata, se le chiedi perché ti potrebbe rispondere che lui alzava le mani. ha un mutuo che paga da sola con il suo stipendio di 1.200 euro al mese. non ha altre entrate, il marito non le passa l’assegno. meglio così, dice, non lo vedo e non lo sento. manda i figli a scuola e cerca di pensare a tutto. ha un solo rimpianto, essere poco presente nel quotidiano dei ragazzi.

rosi lavorava con beba. o meglio beba ha lavorato per un periodo con rosi.

beba ha trent’anni, è laureanda da mo’, ha un compagno e da poco ha comprato casa con lui. dice che la casa è proprio come la voleva lui. beba era precaria, aveva un contratto a tempo ma le avevano quasi assicurato che sarebbe andato tutto bene. fino a quando un giorno, il suo capo le ha detto non ti possiamo rinnovare il contratto, mi spiace. a noi piacevi molto. beba non ha lottato, non ha detto nulla. se ne è andata. dopo un po’ qualcuno ha assorbito anche il suo lavoro.

beba a distanza di un mese è andata a trovare rosi. c’era casualmente anche l’altra, minou, quella che ora stava facendo il suo lavoro.

come stai, beba?

bene da disoccupata. chiederò l’indennità di disoccupazione. ho finalmente comprato casa e il mio compagno continua dirmi che senza lavoro comincia a diventare difficile. dobbiamo andare in vacanza e ci stiamo al pelo. forse dovremmo rinunciare. ma ti rendi conto? dovrò contare tutti i soldi in entrata e in uscita. è un mese che cerco e non trovo lavoro. sta a vedere che andrò a fare la postina. adesso che sono a casa mi sto annoiando a morte, ho pulito tutto. non credo ci sia più nulla da pulire. i colloqui sono ad orari impossibili. tipo mezzogiorno, giusto prima di mangiare.

rosi la guarda. è rimasta in silenzio ad ascoltare. sembra anche un po’ preoccupata per minou, alla quale sono dirette gran parte delle invettive. minou fa finta di niente. è un momento, pensa, le passerà; anche malaussène era un capro espiatorio in fondo. rosi, che solitamente è di poche parole, decide di parlare. ma si gira e guarda fuori.

bè sai è una vita che non faccio vacanze per pagare il mutuo e le spese. ho pochi soldi ma riesco a vivere lo stesso. certo devo fare delle rinunce. e poi siete in due, non avete figli ora. un po’ di sacrifici vi faranno bene. è solo un mese che cerchi lavoro. vedrai che ce la farai. è una prova. sfrutta l’occasione per terminare gli studi, intanto.

prologo di un concerto

domenica 25 maggio
templar: neru vieni con me al concerto di cammariere?
neru: mhhhh, quanto costa?
templar: quaranta euro.
neru: sei pazza? figurati vorrei andare a verdere nick cave ma mi scoccia tirare fuori quarantatre euro. e nick cave viene dall’australia. certo, se fosse costato almeno la metà ci avrei fatto un pensiero.
templar: ma chi è nick cave?
neru: lascia perdere vah.

lunedì 26 maggio
templar: neruina, ho trovato i biglietti a venti euro -che poi sono venticinque- ma se guardi bene costano venti euro. ci vieni? eh? ci vieni? daiiii.
[mannaggia a me quando parlo, ci sarà un motivo se siamo amiche da quando abbiamo sei anni?]
neru: madò templar mi prendi per sfinimento. occhei, compra sti biglietti. guarda che arriverò trafelata.

martedi 27 maggio
templar: se perdiamo lo spettacolo ti stritolo, ti ammazzo, ti faccio a fettine e ti butto nell’oceano.

neru: solo? non rompere arriveremo.

templar: parla quella che perde gli aerei.

neru: io non perdo gli aerei è conni& che lo fa.

arrivamo venti minuti prima dello spettacolo. stasera se avrò voglia racconterò dello spettacolo che è stato uno spettacolo, col fegato grosso così perché non sarò al concerto di nick cave dato che il biglietto costa una follia. mi domando perché mi sento sempre più indigente.

era uno di noi

sarà stato almeno sei anni fa. ero a una festa. ho conosciuto un ragazzo di palermo. un giovane e rampante dottore in legge con velleità avvocatucole. mi disse di amare la sua città ma che per lui lì posto non ce n’era. almeno non per le cose che voleva fare. si voleva occupare di penale. stava cercando fortuna a bologna.

parlando et discorrendo animatamente, ci imbattemmo sui giudici siciliani e fu chiaro a tutti che avremmo discusso di falcone e borsellino. e così fu. ma.

come mai in tante storie c’è un ma? non saprei.

comunque giunti quasi alla fine dei nostri ragionamenti sulla prima strage, mi disse più o meno quello che segue.

certo che l’hanno ammazzato. era uno di noi. non avrebbe dovuto. se uno viene da fuori si può anche capire, ci si può passare sopra. ma era uno di noi.

maria de filippi mi fa una pippa

se è vero che la donna è difronte all’uomo ciò che la poesia è difronte alla prosa, le donne che incontriamo nella nostra vita quotidiana sono poesie lette ad alta voce -se lette ad alta voce con gusto, son grate all’udito, se lette male, son stridule e stonate- ma questa mia pollastrina dagli occhi grigi è tutta un canto.

herr soerensen per mano di karen blixen

bisognerebbe almeno cercare di leggerle, le donne. o ascoltarle. o riconoscere la metrica.

non sempre si capiscono le poesie, non sempre è necessario farlo. meglio sarebbe sentirle.

maria, say it loud

come la rugiada che risveglia i fiori

senza luce ne rilevo le forme.

maria a trent’anni vedeva, a trentuno no. da fuori, la luce le è scivolata dentro. oggi ha cinquantadue anni e ha trovato un suo posto nel mondo. ha trovato il suo modo di amare. lavora in un luogo dove gli altri hanno bisogno di lei. senza di lei ti sentiresti sperduto. al buio. potresti chiamarla guida ma lei è un caronte magnanimo. ti prende per mano e ti fa sentire. tutto il resto non conta.

consiglio a tutti coloro che sono di milano o che ci passano, di fare un salto all’istituto dei ciechi in via vivaio 7 e prenotarsi per il percorso dialogo nel buio.