la scrittura l’angoscia il libro e la perdita

angoscia è una parola che apparteneva ai miei anni col 2 davanti. poi è passata. ed è in quel tempo che ho capito come la scrittura non sempre aiuta l’angoscia. è il fare che serve e nel fare rientra anche la lettura.

così, non molto tempo fa ho chiesto a una blogger cosa la spingesse ad accostare la scrittura all’angoscia come strumento salvifico. dopo avermi risposto, mi ha rilanciato la palla dicendomi di spiegare quale fosse il mio pensiero.

le ho scritto questo:

non individuo nessi tra angoscia e scrittura, le trovo diametralmente opposte.
per me angoscia è immobilità e scrittura è movimento. intendo un’immobilità frenetica e circolare, tipica del non fare. quindi, credo che per affrontare l’angoscia si debba decidere di fare, un fare organizzato.
l’angoscia complica, la scrittura semplifica. penso che l’angoscia sia uno stato, spesso di passaggio, nel tentativo o nel desiderio – forse inespresso – di prendere una posizione, di non deludere le aspettative proprie e altrui, forse nel sentirsi inadeguati.
l’angoscia è un posto privato dove si è e si deve essere soli, nessuno ci può aiutare; non c’è dialogo, è una condizione che dobbiamo affrontare con noi stessi.
la scrittura invece, per me, è dialogo con sè e con gli altri.

giusto ieri stavo leggendo “frammenti di un discorso amoroso” di roland barthes. arrivata alla parola angoscia, i miei occhi e il mio cuore sono scivolati fra quelle parole.

lo psicotico vive nel timore del crollo (di cui le diverse psicosi non sarebbero altro che le difese). ma «la paura clinica del crollo è la paura d’un crollo che è già stato subito (primitive agony) […] e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo, la cui paura mina la sua vita, è già avvenuto». lo stesso avviene, a quanto sembra, per l’angoscia d’amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: «non essere più angosciato, tu l’hai già perduto(a)».

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11 pensieri su “la scrittura l’angoscia il libro e la perdita

  1. Nell’amore adulto bisogna accettare il rischio di perdere, non significa aver già perso, ma sapere che può accadere. I comportamenti perdono il possesso e lasciano la comunicazione, quando la comunicazione è finita, addio. Se poi cominciamo ad aver paura della perdita, sconfiniamo subito nell’angoscia, che è davvero statica, in quanto attende il colpo fatale. Difficile Neru, scrivere la propria angoscia e tantomeno sul blog, a volte mi affido al ritmo e alle parole che si combinano per descrivere. Per descrivere, non per essere. Quello è altra cosa e ha bisogno di comunicazione amorosa per esorcizzarsi. Notte bella Neru e spero che domani sia un dì di festa.

  2. a volte temo che uno dei problemi si trovi alla radice dei codici di comunicazione. cioè non si capiscono, non ci si intende proprio su quelli. e per comunicazione intendo tutto, anche quella non verbale, …anche i sospiri e i modi di dire.
    cmq ammetto che quando tengo molto a qualcosa o a qualcuno, temo di perdelo e combino sempre casini. per ora ho imparato a non tenere molto alle cose, tengo agli amici ma non chiedo esclusività, però non so ancora tenere la giusta distanza in altre situazioni. spesso mi chiedo se sarò capace di vivere la giusta distanza a seconda delle occasioni.

    sono d’accordo, le parole descirivono e dialogano e il ritmo è la musica di cui è fatta la vita.

    mi piace che mi scriviate i vostri ascolti musicali del giorno. bisognerà progettare una cosa interattiva! mumble mumble! 😀

  3. oddio….l’ovvietà della sinfonia 5 e 7! (sia chiaro: che adoro):
    E’ un pò come leggere durante il giorno della memoria Primo Levi (sia chiaro: che adoro!)

  4. musica del giorno:
    Bill Evans “At the Montreux Jazz Festiva”
    Oscar Peterson meets Ella
    Ennio Morricone: Concerto in Piazza Duomo del 16/12/2006

  5. dididi caro, ovvio sarai tu! ovviamente ti stavi riferendo a me citando primo levi ma tu non ti collochi in un contesto, non mi diventare banale che non ti si addice! in quell’occasione, secondo me, non hai colto la profondità delle poesie di morpurgo (cugino di levi). e cmq nessuna musica è ovvia e nemmeno la sua scelta…

    e non credere di cavartela con la citazione di tre musichelle. il contesto ci vuole… 😉

  6. cara neru, la mia come sai era una provocazione. Primo Levi è stato un uomo, un poeta, che ha espresso un dramma, una barbarie, quanto di peggio c’è stato, con una poesia sublime e irraggiungibile forse. La mia era una provocazione. Per il fatto che in alcuni contesti..non ci si sforza abbastanza per uscire dallo scontato. Un pò come la musica del resto.

  7. Come lo stai trovando “frammenti di un discorso amoroso”? Io provai a leggerlo un po’ di tempo fa, lo comprai in una di quelle occasioni in cui la casa editrice promuove tutto col 30% e faccio incetta di tutto. Comunque lo abbandonai dopo la prefazione. A tempi migliori.

    Non commento da un po’, wordpress sarà orgoglioso di me 😛

  8. dididi: sì lo so perchè ti conosco… ma tu non hai commentato solo me!

    BUCKY: bentornato! mancavi da queste parti! trovo il libro bellissimo ma lascerò il commento su anobii. non mi esprimo prima di finirlo. il libro chiama e se non è il suo momento meglio lasciarlo riposare per un altro momento, quello giusto 😉

    WILLY1: appunto
    WILLY2: esatto! ma credo che qualcosa salti quando il bisogno è univoco. in altri momenti ho creduto che bisognasse non aver bisogno, e barthes dice che è un atteggiamento “bambinesco” -credo però in senso positivo-. ma non è importante restare un po’ bambini e sapere di aver bisogno l’uno dell’altro? quando mai qualcuno basta davvero solo a se stesso?

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