l’ineluttabilità dell’essere

perché poi i blog a che cazzo servono? a parlare di noi? a sentirci bravi? a giocare con le parole? a dare un’altra immagine dell’io? a far ridere la gente? a farla pensare? perché questo desiderio di scrivere e di essere letti? e perché si fanno sgami pazzeschi per farsi commentare e risultare interessanti nonché intelligenti? ma chi l’ha detto che se il blog è letto siamo fighi? e chi l’ha detto che un blog deve essere divertente o deve far riflettere?

e cos’è la fama? e perché farsi conoscere a tutti i costi?

perché non essere semplicemente se stessi? un blog fa schifo? e allora non leggerlo! perché dirlo e fare gli spocchiosi? machisenefrega, dico io?

e così come dice mitile che me ne frega ammè dei peli de achille e della sua ira funesta? chi se ne frega se lo zoo di 105 cita la dea havana, che sarei io, se il mio amico dj jeff domani ha un’operazione alla colonna vertebrale ad asota?

forza dj jeff. il cuba libre, il nostro programmino demenziale, deve continuare! e lo zoo ci citi pure. noi siamo noi e la cosa più importante è divertirci come dei pazzi quando siamo in onda! e fanculo alla gente che si crede megliennoi! e buona fortuna a chi basta a se stesso e diventerà un divo, eleggendo alcuni e passando sopra ad altri perché alcuni sono meglio di altri.

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non ce n’è

le qualità perdute del giornalismo: l’ascolto, la meraviglia e il coraggio.

ci vuole coraggio -che non è avventatezza, né avventurismo- per alzare il lembo del tappeto e guardare cosa c’è sotto.

non ricordo dove ho letto, più o meno, questa cosa. ma sono contenta di averla condivisa, di aver ricordato ilaria alpi e di aver pensato al modus operandi e all’accomodamento di tanti scritti.

questione di trend

è tempo che il trend della comunicazione si concentra sul tema della riqualificazione del quotidiano.

un bel passaggio dalla banalità della routine al piacere del rito.

il mondo dell’ideale irraggiungibile è sempre più possibile, la normalità esorcizzata e la pazzia bandita.

e io, una dea che si sente così poco umana, come farò a infilarmi il nuovo trend? forse la domanda giusta è dove?

mediterranea

il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume diceva paul valéry.

italo calvino cita questa frase per parlare di scrittura. oggi io la scrivo per parlare di danza.

ieri sul palco dell’arcimboldi ho assistito alla meraviglia dei gesti e a un sogno di leggerezza. ma ciò che mi ha colpito di più è stata l’imperfezione nel tentativo di essere perfetti. ed è ciò che mi colpisce in tutte le arti da sempre, fra cui rientra la vita che è una forma d’arte misteriosa.

bisognerebbe amare l’imperfezione dell’uomo.

f.l.k.

una pacca sulla spalla a mio fratello che oggi compie gli anni.

l’uomo più giovane vecchio che io conosco. ancestrale nel pensiero, giovane nella coscienza. conoscenza sterminata del mondo e dei suoi legami magici, soprattutto poco aderente al reale.

questo mondo non gli basta, mi sa.

un abbraccio, sturd!

Perché?

mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice.

roland barthes

uh, ma a me non succede mai, disse la bugiarda mentitrice.

me siente?

mia mamma mi ha insegnato sin da piccola non tanto a perdonare quanto a comprendere.

e chi comprende me? domandavo io.

qualcuno era stato cattivo? qualcuno aveva fatto del male? qualcuno aveva sbagliato?

se il comportamento o le parole di quel qualcuno rigurdavavano anche me, prima di tutto dovevo mettere un forse davanti alle mie affermzioni e poi dovevo chiedermi se avevo fatto qualcosa io per prima. se non riguardavano me, dovevo capire che tutti possono sbagliare e che bisogna sempre guardare le due facce della medaglia.

trovavo tutto questo ragionamento spossante, alle volte.

ricordo che i miei genitori non mi hanno mai difeso nei confonti di adulti o bambini che mi aggredivano verbalmente o con i quali avevo degli screzi. tuttavia mi sono stati sempre vicini. non mi sono mai sentita sola contro il mondo. loro erano lì a farmi capire quello che un giorno avrei capito da sola, lasciando che me la sbrigassi da me.

questa mattina mia mamma mi ha chiamato, dopo un po’ le ho raccontato cosa è successo ieri sera con una certa persona. e ho aggiunto: adesso non dirmi che devo capire. mi sono stufata. prima la gente mi tira in mezzo e poi mi usa come capro espiatorio. ma che andassero tutti a farsi benedire!

lei prima è stata in silenzio, poi ha detto ah ecco perchè oggi mi è successo questo, va bè. sono passate due ore e ho capito che ormai sono craccata perché sorrido di quello che è successo ieri.

oggi non mi domando più chi capisce me. mi dico che un giorno qualcuno capirà, sennò pace. io faccio quello che posso e vado per la mia strada. e mi guardo intorno per non perdermi il panorama.

e se qualche volta sono spaesata con l’umore ballerino, che mi si lasci citare ad alta voce marguerite duras: que le monde aille à sa perte!

vanité des vanités. tous est vanité et poursuite du vent

il palindromo politropo

‘a tema la nave solo s’è vana la meta.

così potrebbe dire quel bellimbusto di ulisse. e così potrei dire io che ogni tanto penso alle navi col motore spento che aspettano un segno dal faro.

parliamoci chiaro, non si capisce un’acca. soprattutto del titolo di ‘sto post. e se non avessi letto achille piè veloce di benni e visto caos calmo di antonello grimaldi, quelle due parole mai mi sarebbero rimaste in testa.

il politropo ulisse di benni aveva incontrato la bella pilar. e quando lui le chiese il numero di telefono, lei glielo scrisse come una dedica, poi gli domandò se anche lui voleva regalarle i suoi numeri magici. e ulisse rispose pilar mi vida. tutti i numeri dall’inizio del mondo, dallo zero che ci generò. ma la storia racconta soprattutto dell’amicizia che lega ulisse ad achille, quello che voleva la lista dei grandi dolori da niente perché solo il dolore insegna cos’è la vita senza il dolore. da questo incontro, ulisse aveva scoperto di avere meno certezze, meno risposte ma achille gli aveva regalato delle nuove domande. domande importanti.

pietro paladini, il protagonista di caos calmo si scambia il numero di telefono con eleonora evidentemente fuori dal film, in una dimensione altra, proprio la stessa dove poi è stata collocata la famosa e troppo chiacchierata scena di sesso. scena che ha fatto il giro del mondo web, e che non è girata nella mia testa, sarebbe piaciuta forse all’achille di benni che di sesso manco a parlarne.

ma il film racconta soprattutto del dolore e della colpa, della percezione della presenza e dell’assenza. e quello di cui si parla è un dolore che non ha bisogno di essere gridato al mondo per dimostrarne l’esistenza. è un dolore che smuove l’io e la vita.

tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore, basta solo farlo guarire, basta solo lasciarlo entrare.

e pietro lascia che la vita lo pervada attraverso gli sguardi e gli abbracci, contro l’indifferenza del mondo che ci lascia senza fiato e senza amore. quell’uomo comincia a mantenere le promesse.

la più importante di tutte è quella fatta alla figlia claudia, la piccola, l’unica figura femminile positiva del film, il nuovo, la speranza. pietro starà lì, sotto la finestra della scuola ad aspettarla, perché lui per lei ci sarà sempre.

è claudia alla fine a liberare il padre, lei che a scuola ha imparato il significato di palindromo e ora divide la vita in azioni reversibili e irreversibili.

se puoi guardare una cosa e leggerla anche all’incontrario e capita che possa restare identica o assumere un significato diverso, scopri nuove possibilità.

ecco

quando si è in un pasticcio tanto vale goderne il sapore. confucio

come è possibile che per quanto mi dia da fare, tutto quello che riesco ad ottenere è il meglio di ciò che mi capita?

lo so, non è poco. eppure impiego tutte le mie energie per dirigermi verso un obiettivo che non centro. goditi il panorama, mi sono sempre detta. occhei, lo faccio e infatti sono una persona tendenzialmente felice. ma quegli obiettivi sono sempre lì a dirmi chi sono e cosa voglio fare. non ho paura di raggiungerli. se fosse così -se li raggiungessi, cioè- potrei dedicarmi finalmente ad altro. è spossante avere l’impressione di arrancare, soprattutto in primavera.

e visto che siamo in primavera e che gli ormoni cominciano a ballare passando da una verde milonga a un cha cha cha, desidero incontrare chi saprà ripetermi un giorno non lontano queste parole di jim morrison.

smetterò di amarti solo quando un pittore sordo riuscirà a dipingere il rumore di un petalo di rosa cadere su un pavimento di cristallo di un castello mai esistito.

chiedo troppo?

quando l’ho letto a mitile, lei mi ha detto: fatti di meno o fatti meglio.

ci vuole del metodo

situazione 1.

ovvero ci vuole del metodo ad essere massaie.

sei a casa perché ti sei presa un giorno di vacanza e pensi che potrai fare mille cose per te. intanto ne approfitti per mettere a posto il casino che definisci casa. capisci che nemmeno se chiami il pronto intervento, la ditta di disinfestazione e i santi protettori delle colf, riuscirai a sbrigartela in poco tempo. allora inizi dalle piccole cose, tipo sfruttare tutto il pane secco che hai e che esce fuori anche dai cassetti per renderlo un ottimo pane grattuggiato. appena ti metti all’opera cominci a maledire gli aggeggi elettronici e ti chiedi il motivo per cui non hai perfezionato nel tempo la tecnica dei lego, poi tagli il pane secco ferendoti immancabilmente. la svolta avvviene solo quando pensi che quella roba dura che devi sbriciolare è un certo qualcuno che non sopporti da tempo. e tutto fila via liscio come l’olio.

situazione 2.

ovvero ci vuole del metodo per diventare scalatori del lunedì di pasquetta.

amate la montagna ma vi porpongono una cosa che sta a metà tra il lago, le verdi innevate colline un po’ alte, e una passeggiata toccata e fuga? dite di amare la montagna e la compagnia ma ve ne stareste al caldo delle vostre coperte? bene, la gita parte con una certa apprensione e magari un po’ in ritardo… per salire all’alpe un solo motivo: la pantagruelica mangiata che vi aspetta. per scendere lo stesso solo motivo. rotolerete immancabilmente un po’ indigesti fino a “valle” diretti al tavolino di un bar in cerca di un tè caldo.

situazione 3.

ovvero se non cerchi, trovi ma non sei preparato. e il tuo metodo ha una falla. miseria ci vuole un metodo.

dovete recarvi in quel di padova dai parenti e decidete che sto viaggio s’ha da fare ma non ne avete tanta voglia? pensate che durante il viaggio potreste incontrare qualcuno di interessante ma vi rassicurate che tanto statisticamente è improbabile, e chi se ne frega. ché poi avete dormito quelle quattro ore, che tanto anche se vi fate la plastica si vede che siete uno straccio? bene, prendete il treno serene. davanti a voi sarà seduto un figo stratosferico e per di più simpatico. non vi resta che scivolare lentamente sul sedile nascondendovi la faccia e pensare merda merda merda.