valichi
25 ottobre 2012
poco meno di un mese fa ho compiuto gli anni. una data tonda, bella.
ho passato gli ultimi dieci anni a vivere continuamente in un’alba dentro l’imbrunire; veramente figo -a volte e sempre dopo-.
ho compiuto gli anni e mi hanno citato f. dostoevskij e b. eno.
del primo hanno detto che vivere oltre la mia età è di cattivo gusto. e infatti ho deciso di vivere questa né quella che mi attribuiscono.
del secondo hanno detto che se ho un problema e non riesco a risolverlo devo pensare a un contesto dove il problema è una soluzione. ci devo riflettere su.
ho compito gli anni dunque e senza volerlo ho cambiato storia e continente.
sono in sudafrica, la casa dove vivo ha uno studiolo vittoriano con una vista molto bella.
il pomeriggio me ne vado a camminare in riva al mare.
comincio a conoscere le mille contraddizioni di questo paese e del nostro. l’italia da qui ha tutta un’altra forma.
quando tornerò avrò iniziato e deciso il mio prossimo decennio. sicuramente sarà una nuova storia.
cheers.
chiedete sempre gli scontrini
12 giugno 2012
il senso è tutto qui in questo scontrino. trovarsi un un posto che non avresti pensato a mangiare cose diverse da quelle che dicevi di volere ed essere infine incredibilmente e inequivocabilmente contento senza che si possa pronunciare la parola accontentarsi. non che sia male accontentarsi ma quando ti accorgi di averlo fatto, subito una sensazione di disgusto e rigurgito si affaccia alla propria coscienza. talvolta si lascia spazio all’accontentarsi finché non ci si rende conto che le pareti sono diventate troppo strette. non so se il trucco stia nel non renderle mai strette.
e allora quando si è contenti?
perché il fatto è questo: non vi capita mai che tutto quello che avete immaginato, che avete voluto, non lo ottenete mai come avevate pensato? non vi siete mai posti il problema se vi stavate accontentando? chiamatelo destino, caso, sorte o provvidenza di fatto le cose accadono in modo loro e mai tuo.
e perché allora ti capita di essere contento? irrimediabilmente contento?
perché se guardi un cazzutissimo scontrino ti accorgi che succedono le cose che hai voluto ma certamente non nel modo che avevi pensato.
così è la vita
13 maggio 2012
c’era una ragazza che oggi non c’è più.
questa mattina è morta di cancro al cervello.
lo scrivo qui perché non credo che sia una cosa intima ma pubblica, lo scrivo perché ieri ho ascoltato concita de gregorio, michela murgia e fabrizio gifuni parlare di morte e di come si stia perdendo la semplicità di pronunciare la parola morte, non parliamo poi di cancro tanto più se associato al cervello.
un tabù.
non se ne parla, non si portano i bambini ai funerali. il brutto, il malato, la morte di cui è piena la nostra vita di ogni giorno è bandita dalle nostre parole e piano piano dalla quotidianità finché non ci caschi dentro e ti nascondi dopo che ti hanno ben nascosto.
giusto ieri raccontavo di come io sia andata a molti più funerali che matrimoni, moltissimi di più. per dire che il numero dei matrimoni superano di poco le dita di una mano, mentre ho perso il conto dei funerali. non riesco a capacitarmi di questa cosa. cos’ho che non va? perché non mi invitano ai matrimoni?
ma insomma ho visto tanti morti, sì non pensavo di essere in controtendenza e se penso a me posso dire di essere una persona che ama la vita, non ricordo traumi per aver frequentato i morti, quelli li ascrivo a fatti accaduti coi vivi e spesso dovuti alle parole, a cose dette o non dette.
è anche vero che ho una piccola mania: ogni tanto penso a qualche morto, alle mamme delle mie amiche, ai parenti, agli amici, ai ragazzi che ho conosciuto, li penso e mi ricordo di loro nei momenti inutili, in un momento qualunque di una giornata qualunque che ci è capitata e talvolta ci parlo. tranquilli, non mi rispondono. mi fa piacere ricordarli così com’erano nei loro giorni qualunque. un po’ pirandelliana come cosa forse.
anche di questa ragazza che è morta prima dell’alba mi è venuto in mente uno di quei momenti. un mattino freddo e ventoso mentre percorrevo una strada in macchina l’ho vista in bicicletta andare verso la metropolitana con un viso sorridente e concentrato; faceva un freddo becco e ho pensato che aveva una tempra pazzesca che io manco a scudisciate ci sarei andata in bici e ho pensato a quanto fosse forte oltre che bella. ma come fa? mi sono chiesta. mi viene in mente lei di spalle in bicicletta mentre va.
di piccoli momenti mi piacerebbe che fosse ricordata non nel pianto collettivo di facebook.
certo ognuno ha la sua sensibilità.
così lo scrivo qui. quando morirò spero si faccia una festa e vorrei che tutti si raccontassero le stronzate che ho fatto e detto in vita, spero che tutti ci rideranno su.
Preprativi
3 giugno 2011
Non ho niente da offrire se non me stessa, sempre. Non è che qualcuno possa decidere se è tanto o poco. Questo è. Come quando si dice le cose stanno così. E le cose stanno proprio così.
C’è stato un tempo in cui ero piccola e pretendevo cosa aspettarmi. Ho pianto tanto allora per essere quella che sono. Non è facile diventare grandi, e inseguire sogni di latta. Sembra più facile puntare a quelli patinati ma poi secondo me la paghi. Nei sogni di latta poi metterci fiori di campo. A volte la gente ride e non si accorge che stai sorridendo. C’è un tempo per tutto anche se tutto è vanità.
Ma quello che voglio dire è che ho sempre me.
Se mi guardi ora vedi una donna distrutta e indaffarata ma se mi ascolti sono una sposa felice e spensierata. Non importa cosa pensate di me, importa che mi pensiate e pensatemi ora se potete tutto il resto è vanità.
Vi auguro ogni bene e ogni felicità.
Il mio viaggio per ora mi porta a Padova e Parigi.
mettiamo le carte in tavola
2 marzo 2011
è vero, non scrivo da tempo. vi penso però. vi penso tutti, anche quelli che non conosco, anche quelli che non ho mai visto, figurati quelli di cui so per certo l’esistenza. vi penso quando cammino, vi penso quando stendo il bucato, vi penso quando mi fermo dietro alla finestra a guardare, ecco vi penso spesso; vi prego di uscire ogni tanto dalla mia testa grazie. non dite niente ma siete lì col vostro incedere mentre mi volto a guardarmi.
un blogger diceva che quando hai un blog fai i pensieri a forma di post e ancora li faccio ma non li scrivo. non li scrivo perché non sono più le mie parole.
tutto sta cambiando, tutto è come se fosse in movimento e io ho bisogno di un vocabolario nuovo, di nuove parole per nuovi sentimenti, per nuova vita. ho bisogno anche di un nuovo periodare; ci sono momenti in cui quello che leggo è così vecchio, già sentito e ritrito che il mio sguardo scivola via, scivola oltre, verso un oltre che c’è già.
vi siete accorti che sta cambiando anche il modo di scrivere? che baricco e la scrittura da sceneggiatura stanno tramontando per fare posto a frasi più lunghe, a periodi e pensieri più complessi.
gli uccelli predono il posto delle farfalle, le pantere quello degli orsi; il sogno cede il passo alle visioni.
o forse sto soltanto cambiando pelle, magari ho bisogno di un nuovo colore.
però anche voi vi state modificando: amichetti blogger che cambiano stile o modalità, amici che riscrivono gli approcci, le relazioni, i sorrisi.
per quanto mi riguarda, adesso non riesco a far altro che osservare e ho bisogno di leggere tra le righe per non interpretare; non solo voi, sopra tutti la me che è adesso non per vanagloria, non per protagonismo ma per necessità, per sopravvivenza.
e quindi per chiudere vorrei dire soltanto un’ultima cosa: francamente, essere donna è una gran rottura di cazzo.
non sono una massaia
30 dicembre 2010
stavo stirando. beh, mandavo su e giù il ferro in qualche modo.
mentre guardavo il mio capolavoro ho sbuffato e ho pensato che la vita è qualcosa di più di una tovaglia stirata bene.
allora ho lasciato lì e sto qui a augurarvi una buona fine e un migliore inizio. anzi vi auguro di trovare la vostra alba dentro l’imbrunire. poi ditemi com’è.
ora vado eh.
cos’è realmente nostro?
15 settembre 2010
ho due cose dentro al cuore, cinque braccialetti, tre pensieri uno di dolore due di amore, una biglia in tasca, una manciata di speranze, tre attese, tre monete e un dado, nessun gioco, una strategia, quattro giramenti di palle, qualche parolaccia, due vanità.
ho una paura. una . ma è tanto grande che posso nuotarci dentro. ho una macchina che non guiderò, un biglietto aereo che prenderò. ho parole da capire e silenzi da decifrare. ho qualcosa che sarà. in fondo ho sempre me.
tirando le somme va tutto bene e ho un sonno porco.
[p.s. grazie a cecilia per il video]
Maria e la morte
28 giugno 2010
Non ho fatto a patti con la morte, l’ho solamente guardata, in faccia. L’ho vista tante volte che mi fa ancora paura; l’ho vista e mi ha riconosciuto. Una volta è venuta da me e se n’è andata, non le ho detto ‘azz vuoi. L’ho guardata e sono stata ferma. Se devo dare un immagine di me direi immobile a fissare. Così l’ho guardata. L’ho fatto perché mia mamma mi ha insegnato a farlo. Ricordo i funerali più di qualsiasi altra cerimonia, ricordo le camere mortuarie.
Non ha il gusto del macabro la mia mamma. Pensava forse che avrei apprezzato di più la vita. Non lo so, so che oggi amo di più le persone. Anche gli stronzi.
Quando avevo due anni, i miei genitori mi hanno portato a vivere in un posto che ha due peculiarità: il maggior numero di laureati per abitante, il maggior numero di suicidi per abitante. Non so se le due cose siano correlate, la responsabile della biblioteca dove studiavo quando ho fatto la maturità disse di sì. Disse che ci facevamo troppe pippe mentali, troppi pensieri in testa che non sapevamo dove mettere. Mi disse studia con determinazione ma vai a lavorare. Ho sempre lavoricchiato. Forse per quello mi sono salvata. Non lo so.
Ho visto tanta gente morire. Ma non ci ho fatto il callo. Ogni volta sto ferma immobile a osservare senza pensieri.
Maria la conoscevo da quando era bambina. Era poco più piccola di me. Schiva e felice. Fino all’adolescenza. Col tempo è rimasta solo schiva. Si è tagliata i capelli, ha eliminato quasi ogni elemento di femminilità. Non la vedevo da tempo. Poi un giorno mi è comparsa davanti. Alzava gli occhi al cielo quando ti parlava. Non un sorriso, non un gesto in più, poco contatto visivo. Leggeva. Non so se avesse ripreso a leggere. Leggeva. Leggeva cose durissime. E io avrei voluto entrare in quelle parole perché fossero più facili, più luminose, avrei voluto tirare quelle parole e farle diventare farfalle.
Deve essere stato un mese fa. L’ho guardata, mi ha sorriso. Ho pensato finalmente.
La settimana scorsa era alla finestra. Ottavo piano. Deve aver voluto sapere com’è volare.
Rosalba dice che ci vuole coraggio per lasciarsi andare. Dice che non è facile, che il nostro istinto di sopravvivenza è più forte.
Dici che era una ragazza che aveva coraggio? Mi ha chiesto.
Non lo so Rosalba. Non so niente.
E ripenso al tuo sorriso piccolo fiore di campo.
era un giorno di primavera
5 maggio 2010
nei posti dove puoi morire è facile trovare la vita.
se n’è accorta questa primavera camminando lungo i corridoi e le sale di attesa stracolme di brusio.
l’è sembrato di scorgere sguardi carichi di caparbia attesa e lucida determinazione. perché arriva un momento in cui devi sapere cosa e come, e quando sai devi vivere il tempo che c’è.
ha notato un’aria scanzonata di gente che va a prendere il caffè, di gente che legge, di abbracci sbucati fuori da una voglia irrefrenabile. una coppia sta in silenzio seduta, poi l’uomo si mette a guardare la donna e le sussurra qualcosa all’orecchio, di colpo la donna scoppia a ridere e lo colpisce a mano aperta sulla spalla.
la ragazza che cammina lungo i corridi con aria interessata si è guardata attorno, sono anni ormai che li percorre e ogni volta le piace osservare la vita dove non ti saresti aspettata di trovarla.
non è mai stato così difficile per lei stare lì, incontrare quella gente, diventargli amica a volte, a volte conoscere la loro vita oltre quelle mura. poi sì, diventa più duro salutarli così un giorno per caso e non rivederli più.
la ragazza che cammina mentre pensa e appare serena si è chiesta quale momento difficile metterebbe nel piatto. li ha contati in una mano, ha tirato fuori la carta legata a quel luogo. è inaspettata, avrebbe detto un’altra.
allora torna indietro di molte primavere. torna nella sua vecchia camera da letto. un giorno qualunque di sole all’ora di pranzo. lei di spalle a sua sorella seduta su una sedia. sua sorella le dice di farlo e di fare svelta. lei comincia a tagliare la chioma bionda che quella ragazza ama tanto. c’è un silenzio innaturale, un respiro profondo. appoggia le forbici e imbraccia il rasoio. tentenna. sua sorella le dice coraggio, non voglio che i miei figli mi vedano così, torneranno presto da scuola.
comincia a radere e le viene un nodo in gola. non è il caso. è una questione di attimi. la testa è ormai lucida, resta ferma, sferra una carezza, si abbassa fino all’orecchio di lei e le sussurra che è ancora bella, lo sarà sempre. prima di uscire le infila in testa una parrucca, si guardano negli occhi per dire, va bene si inizia.
mezz’ala*
30 gennaio 2010
ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.
a volte, nei momenti di tenera malinconia, oso pensare che quando ci accorgiamo di uno sguardo languido e lontano, il nostro compagno stia tenendo nascosta la propria ala per farci capire che non vuole volare senza di noi.
perché vivere non è trascinare la vita, non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita. vivere è anche abbandonarsi mano nella mano, come un gabbiano, all’ebrezza del vento.
vivere è assaporare l’avventura della libertà occhi negli occhi.
vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un compagno di viaggio nonostante tutto, nonostante le planate, nonostante i vuoti e i venti, nonostante le nuvole o il freddo; comunque in volo.
*liberamente tratto e rimasticato, riadattato, impastato, scorticato, tirato, sbuffato, la cui dose di carie ci sta tutta però, dall’omonima preghiera di don tonino bello per ricordare, festeggiare e blablabla l’anniversario di matrimonio di mia sorella e mio cognato oggi, nonché quello dei miei genitori l’altro ieri ma che oggi…mammamia…





