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Ché poi essere pronti è una questione di incoscienza

28 gennaio 2012

Pensandoci bene non si è mai pronti davvero.
Non si è pronti quando ti chiamano, alla lavagna, dalla cucina, da un ufficio, al telefono; quando arriva l’occasione, giusta o non giusta.
Quando dici è ora.
Ora di diventare la persona che vuoi essere, di smettere di fare finta di essere chi non sei o di capire finalmente chi sei o cosa vuoi, di cambiare vita, di restare, di andare ad abitare lontano, di affrontare una malattia o un’operazione, di crescere, di passare oltre; anche di farsi meno pippe mentali e formulare un pensiero semplice.
Bisogna crearsi le condizioni per essere pronti, come quando devi uscire dal nido o dal letto che un po’ è la stessa cosa e ti costruisci un motivo. E non bisogna pensarci troppo ché a pensarci non sei pronto davvero.
Avviene così, butti da un lato il pensiero e lo lasci lì buono perché sei convinto di averlo allenato ad esserti amico severo e giusto, rompicoglioni a tratti, davanti a te ci piazzi l’incoscienza. E ti butti come la gabbianella di quel racconto di Sepulveda.

Ma volare per un bipede non è nella natura delle cose, come dicevo è necessario crearsi le condizioni per perdere gravità come lo è per essere pronti. Insomma ti devi costruire due cazzo di ali. E bisogna ricordarsi che devono essere due.
Il due lo decidi tu qual è e com’è.

One Response to “Ché poi essere pronti è una questione di incoscienza”


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